Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
Venerdì pomeriggio, il cancello automatico di Villa Rustico si aprì con un ronzio elegante, rivelando il vialetto di ghiaia bianca pettinato a mano da mia madre.
Un secondo dopo, la perfezione fu profanata.
Il vecchio Ducato bianco dei Bad Habits, con la marmitta bucata che rombava come un trattore e la fiancata rigata, fece il suo ingresso trionfale, seguito dalla Panda scassata di Bolo.
Parcheggiammo davanti all'ingresso principale, accanto alle aiuole di rose potate al millimetro.
Il motore si spense con un colpo di tosse.
Il portellone laterale si aprì di scatto.
E l'invasione ebbe inizio.
La prima a scendere fu Simona.
Non indossava abiti da viaggio comodi. Indossava un paio di zeppe di sughero alte dieci centimetri, jeans strappati che lasciavano vedere ampie porzioni di coscia e una pelliccia sintetica rosa shocking.
Mise un piede sulla ghiaia immacolata come se stesse sbarcando sulla Luna.
«Oooooh,» fece, togliendosi gli occhiali da sole a forma di cuore. «Ma questa è Dynasty! Elia, mi hai nascosto che eri un nobile decaduto?»
Dietro di lei, Bolo ruzzolò fuori dal sedile posteriore abbracciato a una cassa di birra Moretti da 66cl.
«Ho portato i viveri!» urlò, rischiando di inciampare nei suoi stessi lacci slacciati.
Newton scese con la dignità di un ambasciatore alieno, guardandosi intorno e analizzando la simmetria della facciata con occhio critico.
Dall'ingresso della villa, la porta si aprì.
Uscì mia madre, Serena.
Indossava un completo di lino beige e aveva l'espressione di chi sta guardando un documentario su una tribù di cannibali che ha appena deciso di campeggiare nel suo giardino.
«Benvenuti,» disse, con un sorriso che le tirava gli angoli della bocca fino al limite fisico della pelle. «Che... che bella comitiva colorata.»
Scesi dal posto del passeggero, stiracchiandomi la schiena dopo tre ore di curve appenniniche.
Non feci in tempo a mettere entrambi i piedi a terra.
Dalla porta laterale della cucina, non dall'ingresso principale, uscì un turbine.
Martina.
Indossava i suoi soliti vestiti comodi da casa – leggings neri e un maglione oversize grigio – ma ai miei occhi sembrava vestita di luce.
Non camminò. Corse.
Attraversò il prato inglese ignorando il divieto di calpestare l'erba, saltò il cordolo di pietra e mi arrivò addosso.
La presi al volo, sollevandola da terra mentre lei mi allacciava le gambe in vita e le braccia al collo.
Mi baciò.
Lì, davanti a mia madre, davanti alla band, davanti a Dio e ai vicini.
Un bacio che sapeva di attesa finita e di casa ritrovata.
«Bentornato, disertore,» mi sussurrò sulla bocca.
Dal furgone partì un coro da stadio.
«HOOOO!» urlò Marika, fischiando con due dita in bocca.
«Limone duro! Vai Elia!» sbraitò Bolo, alzando una birra al cielo come un trofeo.
Misi giù Martina, rosso come un peperone ma felice come non mai. Lei rideva, con la faccia nascosta nel mio collo.
Poi, Martina si staccò da me.
I suoi occhi cercarono qualcuno oltre la mia spalla.
Marika era appena scesa dal lato guida, sgranchendosi le braccia tatuate.
Si guardarono.
Non si erano mai viste di persona, se non in quella breve parentesi del mio trasloco a settembre, ma si erano sentite per mesi. Si erano scambiate segreti, strategie per farmi crescere, piani di battaglia.
«Valchiria,» disse Martina, aprendo le braccia.
«Strega,» rispose Marika, sorridendo.
Si abbracciarono forte, dondolando, come due sorelle separate alla nascita.
«Grazie per avermelo riportato intero,» disse Martina.
«È stato un piacere. Anche se russa in furgone.»
Poi Martina si girò verso Simona, che la stava studiando con curiosità critica, aggiustandosi la pelliccia rosa.
Martina la squadrò: le zeppe, il trucco pesante, la sfacciataggine che nascondeva l'insicurezza.
Non la giudicò.
Le sorrise, un sorriso dolce, accogliente.
«E tu devi essere Simona. La regina del naturismo domestico.»
Simona arrossì violentemente, cosa che non le succedeva mai.
«Beh... sì. Ciao. Wow, sei molto più... solida di come ti immaginavo in videochiamata.»
Martina le prese la mano. «Vieni. Ti porto nella tua stanza. Ti piacerà, c'è uno specchio enorme.»
Simona si illuminò. «Mi hai già conquistata.»
La depandance in giardino, che fino a una settimana prima era un luogo di silenzio e incenso, venne trasformata in un boudoir esplosivo.
Martina faceva gli onori di casa con una naturalezza che mi lasciò a bocca aperta.
Non era l'ospite tollerata. Era la padrona di quel piccolo regno.
Assegnò i letti: Marika nel letto a castello sopra, Simona sotto («Così se cadi dai tacchi non ti fai male»). Lei avrebbe dormito nel letto matrimoniale (da sola, per ora, per la pace di mia madre).
In dieci minuti, la stanza si riempì di valigie aperte, vestiti colorati sparsi ovunque, odore di lacca per capelli che si mischiava all'incenso di Martina.
Le vidi dalla finestra aperta: sedute sul letto, che ridevano.
Marika che accordava il basso, Simona che si provava un cappello di Martina, e Martina che rideva, rilassata, integrata in quel caos femminile come se ne avesse sempre fatto parte.
Non era più sola. Aveva una tribù.
Dall'altra parte del giardino, nel regno maschile, succedeva l'opposto.
Mio padre, Corrado, era ringiovanito di vent'anni in cinque minuti.
Vedere il suo garage invaso da custodie rigide, cavi aggrovigliati e musicisti sudati gli aveva acceso una luce negli occhi che non vedevo da tempo.
Stava aiutando Marco a scaricare la testata Marshall dal furgone, discutendo animatamente di valvole e distorsione.
«Questa è una JCM 800 originale?» chiese mio padre, accarezzando l'amplificatore.
«Sì, maestro. Modificata nel '94,» rispose Marco, togliendosi gli occhiali da sole in segno di rispetto.
«Gran macchina. Pesante come un peccato mortale, ma suona da Dio. Mettila lì, vicino alla mia Fender.»
Intanto Bolo si aggirava per lo studio, toccando i dischi d'oro appesi alle pareti con riverenza sacra.
«Cioè, tu sei cresciuto qui dentro?» chiese a me, indicando il muro delle chitarre.
«Sì.»
«E ti lamentavi? Io sono cresciuto in un condominio dove se tiravo lo sciacquone dopo le dieci la vicina chiamava l'amministratore.»
Mio padre rise. Una risata di pancia.
Aprì il frigo del bar nell'angolo e iniziò a lanciare lattine di birra a tutti.
«Bevete, ragazzi. Idratazione fondamentale. Stasera proviamo i volumi.»
Mi guardò, e mi fece l'occhiolino.
«Era ora che questi muri sentissero un po' di puzza di rock and roll, Elia. Cominciavano a sapere troppo di cera per pavimenti.»
L'atmosfera si scaldò in un attimo.
Le ragazze erano uscite dalla depandance, attirate dal rumore delle lattine che si aprivano e dalle risate, trasformando il cortile di ghiaia bianca in un backstage a cielo aperto.
Mio padre era nel suo elemento. Non si era isolato: era appoggiato al cofano della Land Rover, con una birra in mano, e stava parlando fitto con Marco e il batterista coi dreadlocks.
Li vidi gesticolare, mimando ritmiche nell'aria. Probabilmente Corrado stava spiegando come ottenere quel suono "grasso" sul rullante che usavano negli anni '80, e i due ragazzi pendevano dalle sue labbra come discepoli.
Poco più in là, Simona aveva puntato la preda.
Stava "spiegando" qualcosa al nostro bassista, gesticolando con la sua pelliccia rosa e invadendo il suo spazio vitale con una determinazione che non ammetteva prigionieri. Il povero bassista sembrava terrorizzato e affascinato allo stesso tempo.
Sentii il bisogno di una colonna sonora.
Mi avvicinai allo stereo del garage, collegai il telefono al jack e feci scorrere la playlist.
Volevo qualcosa che celebrasse quel momento. Qualcosa che bruciasse.
Premetti play.
L'intro di batteria marziale di Girl on Fire di Alicia Keys riempì il cortile, rimbalzando contro i muri della villa.
«Ohhh!» urlò Simona, iniziando a ballare sui suoi tacchi vertiginosi, trascinando il bassista in un movimento goffo ma felice.
Attraversai il cortile e andai da lei.
Martina. Era seduta sul muretto di cinta con Marika, le teste vicine.
Le porsi la mano.
Lei mi guardò, quel suo solito sopracciglio alzato. «Non ci provare, Rustico. Io non ballo.»
«Oggi sì,» dissi, tirandola giù dal muretto con dolcezza. «Oggi balli.»
Non oppose resistenza. Si lasciò trascinare al centro dello spiazzo, e mentre la voce di Alicia saliva potente nel ritornello — She's walking on fire... — iniziammo a muoverci.
Non era un lento, non era un rock and roll. Era solo noi due che ci scuotevamo di dosso sei mesi di distanza, ridendo come scemi sotto il cielo dell'Abruzzo, circondati dalla mia tribù.
Quando la canzone finì, sfumando nell'aria fresca della sera, mi staccai da lei per riprendere fiato.
Mi sentivo leggero.
Vidi mio padre staccarsi dal gruppo dei musicisti e venire verso di me.
Si fermò a un passo, accendendosi finalmente il sigaro che teneva in tasca.
Mi aspettavo una battuta sul volume troppo alto, o sul fatto che Alicia Keys non era vero blues.
Invece, Corrado aspirò una boccata di fumo e mi guardò da sopra gli occhiali, con un mezzo sorriso.
«Sai,» disse, con la sua voce roca, facendo un cenno verso lo stereo ormai silenzioso. «Ha un bel tiro, quella ragazza.»
«Chi? Martina?»
«No, zuccone. Quella che canta. Alicia.»
Fece una pausa, quasi a soppesare la gravità di quello che stava per dire.
«Ha il fuoco. Non è solo tecnica. Ma sai che questa tua Alicia Keys comincia a piacermi?»
Sorrisi, incredulo.
Era la prima volta che validava i miei gusti musicali senza aggiungere un "ma". Era un ponte gettato tra le nostre due generazioni.
«Te l'avevo detto, papà. È una questione di viscere.»
Lui annuì, dando una pacca sulla spalla a Marco che passava di lì.
«Già. Viscere. Ora vai da tua madre, prima che chiami la polizia per schiamazzi notturni.»
E in mezzo a tutto questo, c'era mia madre.
La vidi ferma nel salone "buono", quello dove non si poteva entrare con le scarpe.
Bolo stava attraversando il parquet lucidato a specchio con le sue scarpe da ginnastica infangate, portando in spalla una cassa di birra e mangiando un panino che sbriciolava ovunque.
«Signora, scusi, dove posso appoggiare il carburante?» chiese lui, innocente.
Vidi la mano di mia madre tremare mentre indicava un tappeto (persiano, antico).
«Lì... lì va bene. Ma fai piano, caro.»
Bolo posò la cassa con un tonfo sordo.
«Grazie! Lei è gentilissima. E ha una casa che sembra un museo. Si paga il biglietto per il bagno?»
Serena chiuse gli occhi per un istante, inspirando profondamente.
Stava soffrendo. Il suo ordine maniacale era sotto assedio.
Ma poi, guardò fuori dalla porta finestra.
Vide me e Martina che ridevamo sul prato. Vide Corrado che brindava con Marco. Vide la vita che pulsava dove prima c'era solo silenzio.
Riaprì gli occhi.
«Il bagno è in fondo a destra,» disse a Bolo, con un sorriso stanco ma vero. «E cerca di centrare la tazza, per favore.»
Bolo le fece il saluto militare. «Agli ordini, Signora Madre di Elia!»
Era il caos.
Era rumoroso, sporco, disordinato.
Ma mentre il sole tramontava dietro la Majella, tingendo di rosa i muri di Villa Rustico, pensai che quella casa non era mai stata così bella.
Appena Bolo sparì nel corridoio, marciando verso il bagno come se stesse andando alla conquista della Gallia, il salone tornò a essere una zona demilitarizzata.
Mia madre rimase ferma in mezzo al parquet, con le mani giunte davanti al completo di lino, guardando il punto esatto dove il mio amico aveva appoggiato la cassa di birra.
Mi avvicinai a lei.
Non la toccai subito. Imparare a gestire Serena Rustico richiedeva tempo, come disinnescare un ordigno.
«Mamma,» la chiamai piano.
Lei si riscosse, girandosi verso di me.
I suoi occhi erano lucidi, ma non di pianto. Brillavano di un'adrenalina strana, nuova.
«Come va?» le chiesi.
E non intendevo "come va con l'invasione".
Intendevo: Come va dopo Pettorano? Come va dopo che papà ti ha urlato contro in piazza? Come va dopo che hai abbracciato la ragazza che odiavi?
Lei capì.
Sospirò, un suono lungo che le sgonfiò le spalle sempre troppo dritte.
«Va bene, Elia,» disse, e la sua voce era morbida, priva di quella tensione metallica che l'aveva accompagnata per anni.
Mi guardò, scrutandomi il viso come se mi vedesse per la prima volta dopo tanto tempo.
«Sono felice,» ammise, quasi sorprendendosi delle sue stesse parole. «Sono felice di vedere questa casa viva. E sono felice... di te.»
Allungò una mano e mi sistemò il colletto della camicia, un vecchio riflesso condizionato che però, stavolta, non sentii come una catena.
«Sei diventato un uomo, Elia. Un bell'uomo. E hai scelto bene.»
Spostò lo sguardo verso la porta finestra che dava sul giardino, dove si intravedeva la luce accesa della depandance.
«Martina è... speciale. Mi sento ancora una stupida per come l'ho giudicata, per tutte le cose orribili che ho pensato. È forte. Molto più forte di me.»
«Non sei debole, mamma,» le dissi. «Eri solo spaventata.»
«Forse,» concesse lei, sorridendo. «Ma ora va meglio.»
Poi, il suo sguardo si indurì impercettibilmente, tornando a essere quello pratico della padrona di casa.
Si avvicinò al mio orecchio, abbassando la voce in un tono cospiratorio.
«Però, ascoltami bene. Tieni d'occhio i tuoi amici.»
«Perché? Che hanno fatto?»
«Quella ragazza, Simona... è un po' esuberante, ma in fondo è dolce. Ma l'altro...» indicò con la testa la direzione del bagno. «Quello riccio. Bolo.»
«Bolo è innocuo, mamma.»
«Innocuo un corno,» rise lei, coprendosi la bocca con la mano. «Ha l'aria di uno che potrebbe dare fuoco alle tende senza nemmeno accorgersene. O svuotarmi la cantina dei vini in un'ora. Tienilo d'occhio, Elia. È pericoloso.»
Scoppiammo a ridere insieme. Una risata complice, leggera, che spazzò via gli ultimi residui di tensione tra noi.
In quel momento, la porta finestra si aprì.
Martina entrò in salotto.
Aveva lasciato il cappotto nella depandance e ora indossava solo il maglione grigio oversize, con le maniche tirate su fino ai gomiti. Sembrava indaffarata, con l'aria di chi ha appena gestito una crisi diplomatica.
«Serena,» disse, andando dritta verso mia madre. «Ho sistemato le ragazze. Marika ha bisogno di un phon, il suo è esploso, e Simona chiede se per caso hai del latte di soia per la colazione di domani, altrimenti dice che digiuna.»
Mia madre alzò gli occhi al cielo, ma sorrideva.
«Il phon è nel bagno di servizio. Il latte di soia... beh, manderò Corrado a comprarlo. Non voglio morti di fame sulla coscienza.»
Io guardai Martina.
Era lì, nel salotto "buono", a parlare di phon e latte di soia con mia madre.
Sembrava un miraggio.
Le presi la mano, intrecciando le dita alle sue. Lei si bloccò a metà frase e mi guardò, sorpresa.
Mia madre notò il gesto.
Si fermò. Ci guardò: io e Martina, mano nella mano, in mezzo al suo salotto.
Fece un passo indietro.
«Ne parliamo dopo, Martina,» disse, con una gentilezza ferma. «Il latte può aspettare. Voi no.»
Ci fece un cenno verso il giardino.
«Andate fuori. Avete bisogno di un po' di tempo tra di voi prima che inizi la cena. Qui dentro c'è troppa gente.»
Uscimmo.
La sera era scesa su Sulmona, portandosi dietro il freddo umido della valle.
Il giardino era immerso nell'ombra, illuminato solo dalle luci arancioni dei lampioni stradali che filtravano attraverso la siepe.
Era l'unico posto tranquillo.
Camminammo tra le macchine parcheggiate sulla ghiaia: la Panda di Bolo, il furgone massiccio dei Bad Habits, la Land Rover lucida di mio padre.
Ci sedemmo al tavolino di ferro battuto sotto il gazebo, quello che usavamo d'estate per le colazioni. Il metallo era gelido attraverso i jeans.
Martina si strinse nel maglione.
Tirò fuori dalla tasca il pacchetto di tabacco e iniziò a rollarsi una sigaretta con gesti lenti, misurati.
Il rumore della carta che frusciava era l'unico suono nel silenzio del giardino.
Accese la sigaretta. La brace rossa illuminò per un istante la punta del suo naso e i suoi occhi scuri.
Aspirò, trattenne il fumo, e poi lo buttò fuori verso il cielo stellato.
Si girò verso di me.
Non sorrideva. Aveva quell'espressione seria, analitica, che usava quando voleva leggermi dentro.
«Allora,» disse, e la sua voce era una nuvola di vapore nel freddo. «Come stai veramente?»
La guardai.
Non risposi subito.
Poi, lei fece una cosa che non mi aspettavo. Una cosa da "ragazza fidanzata", una cosa così normale eppure così rivoluzionaria per lei.
Si alzò dalla sedia e venne a sedersi sulle mie ginocchia.
Forse lo fece per il freddo, per cercare calore. O forse lo fece perché, finalmente, voleva stare lì.
Mi passò un braccio attorno al collo e appoggiò la testa sulla mia spalla, sospirando.
Sentii il suo peso, solido e reale, premere contro le mie gambe. Sentii il profumo dei suoi capelli mischiarsi all'odore del tabacco.
Come stavo veramente?
Chiusi gli occhi e lasciai che la domanda scivolasse dentro di me.
Ripensai alla fatica fatta per arrivare fin lì.
Ai mesi di silenzio nella mia camera, quando la musica era solo un rifugio segreto. Alle botte prese dai bulli delle medie, che mi chiamavano "femminuccia" perché non giocavo a calcio. All'incomprensione dei miei compagni di liceo, che mi vedevano come un alieno.
Ripensai al terrore di deludere mia madre, al timore reverenziale verso mio padre.
E poi pensai a questo momento.
Incastonato nel giardino della mia infanzia, a Sulmona, con la Majella che ci guardava dall'alto, immensa e silenziosa sotto la luna.
Pensai che la sofferenza non viene mai gratis. Non è mai inutile.
Se uno è capace di resistere, di incassare i colpi senza spezzarsi, di rimanere fedele a se stesso anche quando tutto il mondo gli dice di cambiare... poi, magicamente, tutto va come deve andare.
I pezzi si incastrano. Il dolore diventa forza. Il silenzio diventa musica.
Aprii gli occhi e guardai la persona fantastica che avevo sulle gambe.
Ripensai a tutto quello che aveva dovuto sopportare lei. L'abbandono, l'abuso, la solitudine, il giudizio della gente.
In confronto, la mia vita era stata una passeggiata in un campo di fiori.
Eppure, lei era qui. Non si era spezzata.
Mi strinsi a lei, affondando il viso nel suo collo.
«Se vedo te che sei felice,» sussurrai contro la sua pelle fredda, «sono felice anche io.»
Lei alzò la testa e mi guardò.
Nei suoi occhi non c'era più l'ombra della Strega. C'era solo Martina.
Mi sorrise, e poi mi diede un bacio sulla guancia. Un bacio leggero, ma che pesava come una promessa mantenuta.
«Allora siamo a posto, Rustico,» disse. «Siamo decisamente a posto.»