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← La teoria musicale delle Emozioni

Creato il 23/06/2026, 07:02 · Aggiornato il 23/06/2026, 07:02

Capitolo 23: La felicità suona come un accordo di Sol maggiore

@bergadavideDavide
AdolescentiCompleta

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La felicità suona come un accordo di Sol Maggiore.

È aperta, brillante, stabile. Non ha le ombre minori della malinconia, non ha la tensione delle settime che chiedono risoluzione. È un suono pieno, rotondo, che vibra nella cassa toracica e ti dice che, per una volta, ogni cosa è esattamente dove deve essere.

Tirai su il finestrino con uno scatto secco, chiudendo fuori il vento gelido della stazione e l'immagine di Martina che rideva.

Mi lasciai cadere sul sedile di ecopelle blu, esausto.

Avevo la gola in fiamme.

Quell'urlo — «Adesso sei la mia ragazza!» — mi aveva raschiato le corde vocali come se avessi cantato un intero concerto degli AC/DC senza riscaldamento. Ma il bruciore era piacevole. Sapeva di vittoria.

Quando mi girai verso l'interno del vagone, però, mi accorsi che il mondo non era sparito.

Anzi. Mi stava fissando.

Il vagone era pieno. Era il treno dei pendolari, degli studenti che tornavano in sede, delle famiglie.

Di fronte a me, un signore anziano con la coppola e un bastone nodoso mi guardava con un misto di disapprovazione e spavento, come se avesse appena visto un pazzo scappare dal manicomio.

Accanto a lui, una donna stanca teneva a bada due bambini — un maschio che giocava con un tablet e una femmina che mi fissava con la bocca aperta e il ciuccio in mano.

Dall'altra parte del corridoio, due ragazze universitarie, probabilmente di Lettere a giudicare dai libri pesanti sulle ginocchia, ridacchiavano coprendosi la bocca con la mano, lanciandomi occhiate divertite.

Sentii il calore salirmi al collo e avvamparmi le guance.

Ero Elia Rustico, il ragazzo invisibile. E avevo appena fatto una scenata da film romantico di serie B davanti a cinquanta testimoni.

Cercai di farmi piccolo nel sedile, ma era impossibile nascondersi. Il silenzio nel vagone era pesante, rotto solo dal ronzio del motore elettrico.

Dovevo dire qualcosa.

Mi schiarii la voce, grattando ancora di più la gola infiammata.

«Scusate,» dissi, rivolto un po' al vecchio e un po' all'universo.

La mia voce uscì strozzata.

Le due ragazze risero più forte. Il vecchio inarcò un sopracciglio cespuglioso.

Feci un sorriso ebete, allargando le braccia in un gesto di resa.

«Scusate il volume. È che... beh, mi sono appena fidanzato.»

Il vecchio mi fissò per un secondo interminabile. Poi scosse la testa, borbottando qualcosa in dialetto stretto che suonava come "La gioventù è una malattia che passa", e tornò a guardare fuori dal finestrino.

La madre dei bambini mi regalò un sorriso stanco ma gentile.

Le ragazze bisbigliarono qualcosa tra loro («Che carino...»), e poi tornarono a sottolineare i loro libri.

In trenta secondi, l'interesse svanì.

Ognuno tornò nel suo guscio.

Il vecchio ai suoi pensieri, la madre alla sua stanchezza, le studentesse al loro studio.

Osservai le loro facce vuote, riflesse nel vetro scuro mentre il treno entrava in una galleria.

Mi tornò in mente una frase di Martina.

Me l'aveva detta mesi fa, su un altro treno, quello che ci riportava a casa da Milano dopo il concerto di Alicia Keys.

Ricordai la sua faccia pallida, appoggiata al finestrino freddo, svuotata da quella che lei chiamava "l'energia di plastica" della metropoli. Si era girata verso di me, indicando i pendolari assonnati e grigi che riempivano il vagone, e mi aveva sussurrato:

«Guardali, Elia. Nessuno è a casa nel proprio corpo. Sono tutti affittuari abusivi che aspettano lo sfratto. Vivono altrove, nel passato o nel futuro, nelle scadenze o nei rimpianti, ma mai qui. Mai adesso.»

​Aveva ragione.

Loro non erano lì. Erano persi nelle loro preoccupazioni, nelle liste della spesa, negli esami da dare.

Ma io no.

Io ero a casa.Ero seduto su quel sedile scomodo, con la Majella che scorreva a destra imponente e bianca, ed ero perfettamente, totalmente presente.

Chiusi gli occhi e lasciai che il ritmo ipnotico dello sferragliare sulle rotaie (ta-tum, ta-tum) mettesse ordine nel casino della mia testa.

Cosa diavolo era successo in quarantotto ore?

La fuga da Perugia. L'arrivo nel silenzio. La porta chiusa in faccia. Il riso scondito. La notte abbracciati. La colazione da re. La scenata in piazza. Mio padre che diventava un eroe. Mia madre che crollava. La corsa in salita.

«Sono egoista. Ti voglio per me.»

Era troppo. Era una vita intera compressa in un weekend.

Eppure, non mi sentivo svuotato. Mi sentivo carico.Tirai fuori il telefono e mandai il messaggio sul gruppo della band: «Preparatevi. Venerdì si scende all'inferno. E portate gli amplificatori grandi.»

​Poi, aprii la galleria.

Avevo bisogno di vedere la mia vita in sequenza, per essere sicuro che fosse vera.

Scorsi le foto con il pollice.

C'era una foto sfocata di Martina, scattata di nascosto mesi fa, mentre beveva una tisana. Aveva i capelli cortissimi e lo sguardo truce.

C'era un selfie mosso fatto fuori dal forum di Assago, dopo il concerto di Alicia Keys. Io avevo gli occhi lucidi, lei sorrideva. Era l'inizio di tutto.

C'era la foto della cena al ristorante di Perugia, col cinghiale nel piatto.

C'era una foto fatta da Marika in sala prove: io sudato al microfono, Marco piegato sulla chitarra, il garage che sembrava una chiesa del rock.

E infine, una foto scema fatta con Bolo in mensa, con una torre di bicchieri di plastica.

Erano pezzi di un puzzle che finalmente si incastrava.

Martina, la musica, gli amici. Non dovevo più scegliere. Potevo avere tutto.

​Il telefono squillò, rompendo la mia contemplazione.

MARIKA.

Risposi subito.

«Ehi, bluesman!» la sua voce era, come sempre, a volume dieci. «Ho letto il messaggio. "Scendere all'inferno"? Sei drammatico come sempre. Ma Marco sta già caricando il furgone mentalmente. Senti, però...»

Il suo tono si fece più serio, professionale.

«Dobbiamo capire bene cosa andiamo a fare. Tuo padre è una leggenda, ok, ma noi non vogliamo fare la figura dei dilettanti allo sbaraglio. Che roba è questa festa? È una sagra di paese? C'è il palco vero o suoniamo sopra le cassette della frutta?»

​Sorrisi. Marika, la pragmatica.

«Non è una sagra, Marika. È la Madonna che Scappa.»

«La Madonna che scappa? Da chi scappa? Dai creditori?»

«Ascolta,» dissi, raddrizzandomi sul sedile. «È una cosa seria. È la tradizione più importante d'Abruzzo. Forse d'Italia.»

Iniziai a spiegare, e mentre parlavo, sentivo l'orgoglio delle mie radici salirmi in gola.

«Funziona così: la mattina di Pasqua, a mezzogiorno, in Piazza Garibaldi – che è una piazza enorme, pensa a Piazza IV Novembre ma più grande e con un acquedotto romano di sfondo – si raduna tutto il paese. Diecimila persone. C'è silenzio assoluto.»

«Ok... inquietante. E poi?»

«Poi esce la statua della Madonna dalla chiesa. È vestita di nero. A lutto, perché crede che Gesù sia morto. I due santi, Pietro e Giovanni, vanno a bussare alla chiesa per dirle che è risorto, ma lei non ci crede. Esce piano, cammina fino al centro della piazza... e quando vede il Cristo risorto dall'altra parte... corre.»

«Corre? Una statua?»

«La portano a spalla quattro uomini. Corrono come pazzi. E mentre corre, con un sistema di fili, il manto nero cade a terra e sotto appare il vestito verde. Volano le colombe, sparano i mortaretti. È... è potente, Marika. Se la statua cade o se il manto non si apre bene, la gente piange. Dicono che porti sventura per tutto l'anno.»

​Sentii il silenzio di Marika dall'altra parte. Stava ascoltando davvero.

«Wow,» disse infine. «Ok. Ho capito. È roba mistica. E noi?»

«La parte religiosa è la mattina. Il delirio sacro. La sera, la piazza diventa profana. Si mangia, si beve, e c'è il concerto.»

«Quindi suoniamo davanti a diecimila persone che la mattina hanno visto un miracolo?»

«Esatto. Il palco è sotto l'acquedotto. È enorme. Noi apriamo. Facciamo il nostro set, quaranta minuti. Scaldiamo la piazza. Poi sale mio padre con la sua band storica e fa il main event. Zucchero, blues, rock anni '70.»

«E il duetto?»

«Il duetto lo facciamo durante il set di mio padre. Lui mi chiamerà sul palco. E spaccheremo Midnight in Harlem.»

«Cazzo, Elia,» fischiò lei. «Mi tremano le gambe solo a sentirlo. Ok. Ci siamo. Venerdì siamo lì. Dì a tua madre di preparare le camere, perché invaderemo casa Rustico.»

​Chiusi la chiamata con il cuore che batteva forte.

Avevo appena venduto la mia città alla mia band. Ora dovevo solo sopravvivere all'attesa.

Arrivai a Perugia che era pomeriggio inoltrato.

Via della Viola era stranamente tranquilla. Molti studenti erano già partiti per le vacanze di Pasqua, lasciando il vicolo colorato a godersi un po' di silenzio prima dell'invasione estiva.

Salii le scale del palazzo "storto" con il fiatone, non per la fatica (ormai le mie gambe si erano abituate ai dislivelli), ma per l'urgenza di condividere la notizia.

Mi sentivo leggero.

Mi sentivo come se i miei piedi non toccassero i gradini di pietra consunta, ma galleggiassero a un metro da terra, spinti da quella forza invisibile che mi aveva fatto urlare dal finestrino del treno.

Infilai la chiave nella serratura (che per miracolo non si inceppò) e spalancai la porta.

«C'è nessuno?» urlai, entrando nel corridoio buio.

Nessuna risposta immediata.

La porta della camera che condividevo con Matteo era spalancata e la stanza era immacolata: letto rifatto con precisione militare, armadio chiuso, scrivania vuota. Matteo era già tornato a casa sua, probabilmente a mangiare l'arrosto della mamma e a vincere qualche altro torneo di calcio regionale.

Meglio così. Meno gente razionale in giro, meglio era per il mio piano folle.

Dalla cucina arrivò un rumore di sgranocchiamento e una risata soffocata.

Entrai.

Lo spettacolo che mi si parò davanti era la quintessenza del "Caos Organizzato di Via della Viola".

La cucina era un campo di battaglia di tazze sporche, libri aperti e pacchetti di biscotti vuoti.

Bolo era in piedi, curvo su una valigia aperta sul tavolo (sì, sul tavolo dove mangiavamo), intento a cercare di farci entrare un numero spropositato di felpe. Indossava un paio di pantaloni della tuta acetati e una maglietta con la scritta Save Water, Drink Beer.

«È tornato il figliol prodigo!» esclamò, alzando un calzino appallottolato come se fosse una granata. «Com'è andata? Sei fidanzato o dobbiamo raccogliere i pezzi col cucchiaino?»

Non feci in tempo a rispondere.

Dal divano del salotto, che era strategicamente posizionato per bloccare il passaggio verso il frigo, si alzò una figura.

Simona.

Per la prima volta da quando vivevo lì, non era in mutande.

Indossava dei pantaloni da yoga neri, aderentissimi, che le fasciavano le gambe lunghe come una seconda pelle. Sopra, però, la decenza si era arresa: portava solo un reggiseno di pizzo nero a balconcino, che metteva in mostra un décolleté generoso e dorato, e aveva i capelli raccolti in una coda alta che dondolava a ogni passo.

Mi si lanciò addosso.

«Elia!» gridò, stritolandomi in un abbraccio che sapeva di crema corpo al cocco e sigarette mentolate. «Sei vivo! Racconta tutto! Subito!»

Mi trascinò verso il tavolo, facendomi sedere su una sedia impagliata che scricchiolò pericolosamente.

«Allora?» incalzò, appoggiandosi al bordo del tavolo e ignorando Bolo che cercava di chiudere la valigia saltandoci sopra. «L'hai vista? Cosa ha detto? Ti ha fatto qualche incantesimo?»

Io sorrisi.

Non potevo farci niente. Il sorriso mi si allargava sulla faccia come una macchia d'olio.

«Sì, l'ho vista,» dissi, e la mia voce suonò strana anche a me. Calma. Sicura. «E sì... sono fidanzato. Ufficialmente.»

Simona cacciò un urlo da stadio, battendo le mani.

«Grande! Lo sapevo che la Strega non poteva resisterti! Hai quella faccia da cucciolo bastonato che piace alle donne complicate.»

Mi diede un buffetto sulla guancia, poi si accorse di qualcosa.

Si fermò, inclinando la testa e scrutandomi con i suoi occhi truccati di nero.

«Però... c'è qualcosa di diverso,» disse, assottigliando lo sguardo. «Sembri... non lo so. Più alto? No, non sei cresciuto. Sembri... sollevato.»

Fece un gesto con la mano, come per mimare un volo.

«Cammini a un metro da terra, Rustico. Sembri fatto di elio.»

«Sono felice, Simo,» risposi semplicemente. «Tutto qui.»

Bolo, nel frattempo, aveva rinunciato a chiudere la valigia e stava ascoltando con la bocca aperta.

«Quindi è vero?» chiese. «La leggendaria Martina è capitolata?»

«È capitolata. Ma non è questo il punto.»

Mi alzai, guardandoli entrambi.

«Ascoltate,» dissi, con il tono di chi sta per annunciare l'invasione della Polonia. «Ho bisogno di voi.»

Bolo si mise sulla difensiva, stringendo il calzino al petto.

«Per cosa? Se devi traslocare, io ho l'ernia. Se ti servono soldi, ho cinque euro e un buono pasto scaduto.»

«Dovete venire a Sulmona.»

Il silenzio calò nella cucina, rotto solo dal ronzio del frigorifero.

Simona inarcò un sopracciglio perfetto.

«A Sulmona?» chiese, scandendo le sillabe come se fosse una malattia esotica. «In Abruzzo? A Pasqua? Ma io volevo andare a Rimini a...»

«Dovete venire,» la interruppi, deciso. «Suono. Suono in piazza con mio padre. Davanti a tutto il paese. È una cosa grossa. E ho bisogno della mia tifoseria. Ho bisogno dei miei amici.»

Mi girai verso Bolo, sapendo esattamente quale tasto premere.

«Ci saranno arrosticini,» dissi, scandendo bene. «A quintali. E porchetta calda. E vino rosso che ti macchia i denti per una settimana.»

Gli occhi di Bolo si illuminarono di una luce mistica, quasi religiosa.

La valigia fu dimenticata.

«Hai detto porchetta?»

«Ho detto porchetta.»

«Io ci sono,» decretò, sbattendo il pugno sulla valigia aperta. «Preparo la roba. Simo, tu che fai?»

Simona guardò me, poi guardò Bolo che stava già riorganizzando mentalmente lo spazio per farci stare anche lo stomaco di riserva.

Sbuffò, ma sorrideva.

Si passò una mano sulla coda, assumendo una posa plastica.

«Beh, non posso lasciarvi andare da soli. Vi perdereste in autostrada. E poi...»

Mi guardò, e il suo sguardo si addolcì.

«Voglio vedere Elia su un palco vero. E voglio vedere com'è vestita la Strega quando non deve recitare la parte per spaventarci in videochiamata.»

«Perfetto,» dissi. «Partiamo venerdì col furgone della band. Sarà stretto, sarà scomodo, puzzerà di piedi e di amplificatori, ma sarà epico.»

Mi guardai intorno, in quella cucina disordinata di Perugia, tra le tazze sporche e la biancheria di Simona stesa sul termosifone.

Pensai che la mia famiglia si stava allargando in modo strano e meraviglioso.

Avevo un padre musicista, una madre in crisi, una ragazza che era una radice e una banda di pazzi al seguito.

Tutto era pronto.

Il Sol Maggiore stava per risuonare più forte che mai.

Il furgone della band, un vecchio Ducato bianco che odorava di gasolio e tabacco, divorava l'autostrada verso sud.

Bolo dormiva sui sedili posteriori, con la bocca aperta. Simona si faceva i selfie col bassista. Marika e Marco discutevano animatamente della scaletta per il concerto di domenica.

Io ero seduto accanto al finestrino, con le cuffie alle orecchie ma senza musica.

Guardavo l'Appennino che diventava sempre più alto, sempre più aspro.

Stavamo tornando a casa.

E mentre i chilometri scorrevano, mi ritrovai a pensare a una domanda che mi aveva fatto Marika la sera prima, dopo le prove.

«Ma come fai, Elia? Non hai mai studiato canto, non hai mai fatto un live vero prima di noi... eppure quando apri la bocca, sembri uno che lo fa da trent'anni. Da dove ti esce quella roba?»

Avevo scrollato le spalle, dicendo che era fortuna.

Ma non era fortuna.

Era genetica. Ed era sopravvivenza.

Chiusi gli occhi e mi lasciai scivolare indietro.

Molto indietro.

Prima di Martina. Prima del liceo. Prima della paura.

Essere il figlio di Corrado Rustico non significava solo avere le chitarre appese al muro.

Significava imparare il linguaggio della musica prima di imparare l'italiano.

Il mio primo ricordo non è un volto. È una vibrazione.

Avevo forse due anni. Ero seduto sulle ginocchia di mio padre, nel suo studio pieno di fumo (anche se mia madre lo vietava, lì dentro l'aria era sempre bluastra).

Lui imbracciava la Stratocaster acustica. Io ero appoggiato con la schiena contro il suo petto.

Ogni volta che pizzicava una corda grave, il Mi basso, sentivo la risonanza attraversargli lo sterno e entrarmi nella spina dorsale.

Non sentivo la musica con le orecchie. La sentivo con le ossa.

Era un imprinting fisico.

Mentre gli altri bambini imparavano a camminare, io imparavo a stare a tempo col piede di mio padre che batteva sul pavimento.

Mentre gli altri imparavano l'alfabeto, io imparavo che un accordo maggiore è felice e uno minore è triste.

Non mi ha mai dato lezioni. Non si è mai seduto a dirmi: "Questa è una scala pentatonica".

Io ero lì.

Ero un pezzo di arredamento nel suo studio.

Vedevo passare Zucchero, vedevo turnisti americani con le mani grandi come badili, vedevo gente che parlava solo tramite riff.

Ho imparato ad accordare una chitarra a orecchio a quattro anni, perché non sopportavo di sentire le corde "stonate" quando papà la lasciava sul divano.

Il mio "talento", quello che a X-Factor avevano chiamato "X", non era un dono divino. Era osmosi.

Ero caduto nel pentolone della pozione magica da piccolo, come Obelix. La musica non era una cosa che facevo. Era l'aria che respiravo in quella stanza fumosa.

Ma poi... poi c'era l'altra metà della casa.

C'era il regno di Serena.

Se lo studio di papà era il caos creativo, il resto della casa era una sala operatoria.

Mia madre non viveva. Gestiva.

Il suo amore era un cappio di velluto.

Ricordo le mattine prima della scuola.

Il controllo dei vestiti: «Non mettere quella maglietta, ti fa sembrare pallido».

Il controllo della salute: «Hai preso le vitamine? Copriti la gola, c'è vento».

Il controllo sociale: «Saluta bene la maestra. Non frequentare quel bambino, sua madre è separata».

Serena Remo aveva paura del mondo. E per proteggermi dal mondo, aveva costruito una gabbia dorata intorno a me.

Tutto doveva essere perfetto. I voti, i capelli, le amicizie.

Non c'era spazio per l'errore. Non c'era spazio per lo sporco.

E io, per non deluderla, per non vedere quella ruga di preoccupazione sulla sua fronte perfetta, mi ero lasciato plasmare.

Ero diventato il "Bambolotto Elia".

Silenzioso. Educato. Invisibile.

Ma dentro... dentro c'era il magma di mio padre.

E quel magma doveva uscire da qualche parte.

Così, avevo creato il mio mondo interiore.

Un bunker segreto nella mia testa dove mia madre non poteva entrare con la candeggina e l'ansia.

Lì dentro, suonavo.

Lì dentro, urlavo.

La musica era diventata la mia unica via di fuga, la mia ribellione silenziosa.

Ogni volta che cantavo un pezzo blues nella mia camera, con la testa sotto il cuscino per non farmi sentire, non stavo solo eseguendo delle note.

Stavo vomitando fuori anni di "stai composto", "copriti", "sorridi".

Ecco perché la mia voce era graffiata.

Non era tecnica. Era l'attrito tra la libertà che avevo imparato da mio padre e la prigione che aveva costruito mia madre.

Era il suono di qualcuno che cerca di segare le sbarre dall'interno.

Il furgone prese una buca, facendomi sobbalzare.

Riaprii gli occhi.

Davanti a noi, il cartello autostradale verde indicava: USCITA PRATOLA PELIGNA - SULMONA.

Eravamo arrivati.

Guardai le mie mani appoggiate sulle ginocchia. Erano le mani di Corrado.

Ma la tensione che sentivo nello stomaco... quella era tutta di Serena.

Sorrisi, guardando il mio riflesso nel finestrino.

Ero un ibrido perfetto.

E tra poco, su quel palco in Piazza Garibaldi, avrei finalmente fatto suonare insieme le due parti di me.

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