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CAPITOLO 23 - Il manto
La mattina di Pasqua, Sulmona non si svegliò. Esplose.
Il sole sorse dietro la Majella, ancora incappucciata di neve, colpendo la pietra bianca della città con una violenza che faceva socchiudere gli occhi.
L'aria era densa. Solida.
Sapeva di polvere da sparo dei mortaretti pronti, di incenso uscito dalle chiese spalancate, ma soprattutto sapeva di festa profana.
Sapeva di zucchero caramellato delle mandorle atterrate, di vaniglia, di fritto.
E, a ondate potenti che facevano brontolare lo stomaco anche a chi aveva appena fatto colazione, sapeva di porchetta.
Piazza Garibaldi era un oceano in tempesta.
L'immenso spazio incorniciato dagli archi dell'Acquedotto Svevo stava scoppiando.
Migliaia di persone.
Un tappeto di teste che ondeggiava sotto il sole di mezzogiorno.
Non c'era un centimetro di sanpietrino libero.
Le bancarelle erano ovunque: camioncini che affettavano maiali interi, banchetti di dolciumi che sembravano gioiellerie, venditori di palloncini che lottavano contro il vento.
Bolo, con una camicia hawaiana sotto la giacca (perché "fa festa"), si aggirava tra la folla con un panino alla porchetta in una mano e un cartoccio di fritti nell'altra, felice come un bambino a Disneyland.
Simona, splendida in un abito rosso fuoco che attirava gli sguardi di mezza piazza, lo seguiva ridendo, scattando selfie con lo sfondo dell'acquedotto.
Io ero lì, nel settore transennato riservato alle "famiglie importanti", e mi sentivo stranamente calmo.
Alla mia destra c'era mio padre, Corrado, vestito di scuro, immobile come una roccia.
Alla mia sinistra c'era mia madre, Serena.
Era radiosa. Salutava le sue amiche, la moglie del Sindaco, la Farmacista, con cenni regali della mano.
E agganciata al suo braccio, come un trofeo da esibire, c'era Martina.
Indossava un vestito verde smeraldo.
Non un colore a caso. Il colore della rinascita.
I capelli erano sciolti, morbidi.
Mia madre la presentava a chiunque passasse, con una fierezza che sfidava ogni mormorio.
«Sì, questa è Martina... la ragazza di Elia. Sì, vive da noi nella depandance.»
Ma la cosa più incredibile non fu la presentazione ufficiale. Fu quello che successe subito dopo.
Come se il "marchio di garanzia" dei Rustico avesse rotto un incantesimo di silenzio, le ombre iniziarono a prendere corpo.
Vidi la signora Conti, l'ex moglie dell'avvocato, quella che girava sempre con gli occhiali scuri per nascondere il pianto dopo il divorzio.
Si fece largo tra la gente e si fermò davanti a noi.
Non guardò mia madre. Guardò dritta Martina.
Le prese le mani tra le sue, stringendole con un calore che mi stupì.
«Grazie, cara,» le sussurrò, ignorando il galateo che avrebbe imposto di salutare prima la padrona di casa. «Sto dormendo meglio. Davvero.»
Poi passò la moglie del salumiere, una donna imponente che di solito salutava tutti con un cenno impercettibile del capo per darsi un tono.
Si fermò, sorrise a Martina come si sorride a una nipote prediletta e le accarezzò un braccio.
«Passa in negozio domani,» le disse, strizzandole l'occhio. «Ho messo da parte quel pezzo di stagionato che piace a te. Offre la casa.»
E infine, Giulia. La figlia del barista.
La ragazza più bella e chiacchierata di Sulmona, quella che aveva cambiato mille fidanzati perché il silenzio della sua stanza la terrorizzava.
Era bellissima nel suo vestito a fiori, ma per la prima volta era sola.
E sembrava serena.
Incrociò lo sguardo di Martina e le mandò un bacio volante, ridendo.
«Ci sto riuscendo!» le mimò con le labbra, indicando se stessa da sola in mezzo alla folla. «Sto bene!»
Martina arrossì, ricambiando i saluti con cenni timidi, quasi sopraffatta da quell'ondata di affetto pubblico.
Quelle donne la salutavano con una gratitudine viscerale, un calore che scavalcava le gerarchie sociali.
Per loro, Martina non era la "nuora dei Rustico". Era la loro salvezza.
Guardai mia madre.
Serena osservava la scena con un sorriso soddisfatto, godendosi quel tributo come se fosse merito suo.
Nella sua testa, stava pensando: «Vedete? Sono io che l'ho resa accettabile».
Ma io sapevo la verità.
E me la stavo godendo più di chiunque altro.
Non era lo scudo dei Rustico a rendere speciale Martina.
Lo scudo dei Rustico aveva solo dato il permesso a queste donne di mostrare pubblicamente quanto già l'amassero.
Improvvisamente, la folla si aprì per far passare una tonaca nera.
Era Don Fabio. Il parroco.
Avanzava distribuendo benedizioni distratte, con l'aria di chi sa di essere il padrone di casa in quel giorno sacro.
Quando vide mia madre, il suo sorriso si allargò. Serena Rustico era pur sempre la benefattrice che aveva pagato il restauro della navata sinistra.
«Signora Serena!» esclamò, allargando le braccia. «Che gioia vederla qui in prima fila. La famiglia riunita è il dono più bello.»
Poi, il suo sguardo scivolò al fianco di mia madre. Su Martina.
Il sorriso del prete si incrinò. Un'ombra di disapprovazione gli passò negli occhi, veloce ma inequivocabile.
«Vedo... vedo che la vedo in compagnie particolari, ultimamente, Serena,» disse, con un tono mellifluo che grondava giudizio.
«Speravo che certe... influenze esterne si fossero allontanate dalla nostra comunità.»
Martina si irrigidì al mio fianco.
Stava per abbassare la testa, come faceva sempre di fronte all'autorità religiosa che l'aveva condannata dall'altare.
Ma mia madre non le lasciò il tempo di farlo.
Serena non perse il sorriso. Lo rese solo più freddo.
Tagliente come un bisturi.
Fece un passo avanti, invadendo lo spazio vitale del prete.
«Sa, Don Fabio,» disse, con voce cristallina, abbastanza alta da farsi sentire dai vicini.
«Stavo giusto pensando alle donazioni per il tetto della canonica. Quelle che abbiamo discusso la settimana scorsa.»
Il prete sbatté le palpebre, confuso dal cambio di argomento. «Sì... certo, la sua generosità è...»
«Ecco,» lo interruppe lei, spietata.
«Guardando questa ragazza, mi sono ricordata della sua omelia di domenica scorsa. Quella sulle "false guide".»
Inclinò la testa di lato, fissandolo negli occhi.
«Non mi ha convinta, Don Fabio. Per niente.
Ho trovato che mancasse di... carità cristiana. E sa quanto io tenga alla coerenza.»
Gli posò una mano leggera sulla manica della tonaca.
«Forse la Chiesa dovrebbe imparare a essere più accogliente con le sue pecorelle, invece di cercare lupi dove non ce ne sono.
Altrimenti, potrei pensare che il mio sostegno sia... mal riposto. Non crede?»
Don Fabio sbiancò.
Capì all'istante.
Non era una conversazione teologica. Era una minaccia economica.
Boccheggiò, guardando prima mia madre, poi Martina, poi me.
«Io... certo, signora Serena. L'accoglienza è... è il nostro faro. Assolutamente.»
Fece un cenno impacciato col capo, bofonchiò una scusa e si dileguò tra la folla con la coda tra le gambe, molto meno solenne di come era arrivato.
Martina guardò mia madre a bocca aperta, «Serena...» sussurrò. «Tu...»
Mia madre le fece l'occhiolino.
Un gesto da complice che non le avevo mai visto fare, «I soldi servono a qualcosa, cara.
Almeno a far tacere gli ipocriti.»
Stava per aggiungere altro, quando la folla si aprì di nuovo.
Stavolta era l'autorità civile, il Sindaco, con la fascia tricolore sul petto gonfio, avanzava stringendo mani.
Al suo fianco c'era lei. Elena. La moglie.
Quella che scendeva le scale di Martina di nascosto, con gli occhiali scuri e la busta in mano.
Quando Elena vide Martina accanto a mia madre, si fermò.
Per un attimo, vidi il terrore nei suoi occhi: l'abitudine al segreto, la paura di essere scoperta.
Ma poi guardò Serena, che teneva Martina sottobraccio con fierezza dopo aver appena liquidato il prete.
E capì che il vento era cambiato.
Elena sorrise. Un sorriso aperto, pubblico, che non aveva mai osato fare prima.
«Signora Serena,» disse, avvicinandosi. E poi, guardando Martina: «Cara. Che piacere vederti qui. Alla luce del sole.»
Il Sindaco si fermò, guardando la scena con curiosità.
«Elena? Conosci la signorina?»
Mia madre intervenne prima che potesse calare l'imbarazzo, chiudendo il cerchio di protezione.
«Ma certo che la conosce, Sindaco. Martina è di famiglia ormai. È la fidanzata di Elia.»
Il Sindaco inarcò le sopracciglia cespugliose, squadrando Martina con un misto di sospetto e ammirazione.
«Ah!» esclamò, con quella voce tonante abituata ai comizi. «Ma allora è lei.
È lei quella di cui tutti mormorano nei bar.»
Si sporse leggermente in avanti, con un sorriso sornione.
«Dicono che lei abbia dei... talenti particolari, signorina. Allora è lei la famosa "strega"? Finalmente ho l'occasione di vederla.»
Mi si gelò il sangue, ma Martina non batté ciglio.
Non era più la ragazza che scappava nei vicoli.
Aveva la cavigliera sotto il vestito, la mia mano nella sua e mia madre al suo fianco.
Sorrise al Sindaco, serafica.
«Solo per chi ha paura del buio, Signor Sindaco. Per gli altri, sono solo Martina.»
Il Sindaco rise, una risata grassa e approvativa, e le strinse la mano vigorosamente.
«Benvenuta a Sulmona, allora. E auguri.»
Fece cenno alla moglie di seguirlo per continuare il giro di saluti.
Si incamminarono.
Ma dopo due passi, Elena si fermò.
Si girò indietro, fingendo di sistemarsi la sciarpa.
Guardò Martina.
«Martedì?» sussurrò, veloce, quasi impercettibile. «Alle cinque?»
Martina sorrise, annuendo appena.
«Alle cinque.»
Elena le lanciò un'ultima occhiata grata e corse a riprendere il braccio del marito.
Guardai Martina.
Aveva le guance arrossate, ma gli occhi ridevano.
«Hai appena preso un appuntamento con la First Lady davanti a tutta la piazza?» le chiesi all'orecchio.
«Gli affari sono affari, Rustico,» rispose lei. «E poi, qualcuno dovrà pur aiutarla a sopportare quel marito.»
Ipocrisia? Forse…
Ma era un'ipocrisia che ci proteggeva. Era lo scudo sociale dei Rustico che si chiudeva a testuggine intorno a lei.
Avevamo vinto.
Poi, un colpo di cannone a salve fece tacere il mondo.
Il Silenzio.
Diecimila persone smisero di respirare all'unisono. Il brusio si spense come una candela.
Dalla chiesa di San Filippo, in fondo alla piazza, uscirono le statue. San Pietro e San Giovanni.
Bussarono al portone.
L'Ambasciata.
E poi, uscì lei.
La Madonna.
Era vestita di nero. Un manto scuro, pesante, luttuoso che la copriva interamente.
Avanzava dondolando sulle spalle dei portatori, lenta, incerta, schiacciata dal dolore.
Tutto rallentò.
Il mondo divenne slow motion.
Mi girai verso Martina.
Lei non guardava me. Guardava la statua nera.
I suoi occhi neri erano fissi su quel manto. Vidi le sue pupille dilatarsi.
Vidi una lacrima solitaria, pesante, scivolare sulla sua guancia al rallentatore.
Sapevo cosa stava vedendo.
Non vedeva una statua di legno e cartapesta.
Vedeva se stessa.
Vedeva la Martina dell'Ashram, la Martina orfana, la Martina che si nascondeva dietro l'incenso e i vestiti sformati.
Vedeva il lutto che si era portata addosso per anni, la convinzione di essere "morta" dentro.
La statua arrivò al centro della piazza.
Vide il Cristo Risorto laggiù, sotto l'acquedotto.
I portatori si piegarono sulle gambe.
I muscoli si tesero.
E poi, lo scatto.
La corsa.
La Madonna volò sul selciato.
In un istante che sembrò durare un'eternità, il manto nero si gonfiò, si strappò via, cadde a terra.
Sotto, esplose il verde.
Un abito verde e oro, brillante, vivo.
I mortaretti esplosero in una catena di tuoni. BUM!
BUM! BUM!
Le colombe bianche si alzarono in volo, un nugolo di ali che oscurò il sole.
La piazza urlò di gioia.
Martina si portò le mani alla bocca.
Mia madre la strinse forte, urlandole qualcosa che non sentii, ma vidi Martina annuire, ridendo tra le lacrime.
Mi guardò.
E in quello sguardo, mentre i botti facevano tremare la terra, vidi la fine della paura.
Il manto nero era caduto anche per lei.
La sera, la piazza era un'altra cosa.
Via le transenne, via i preti. Solo luci, amplificatori e rock and roll.
Il concerto era iniziato da due ore.
I Bad Habits avevano scaldato la folla, ma ora sul palco c'era il Re.
Corrado Rustico stava facendo vibrare l'acquedotto con i suoi classici.
Io ero nel backstage, con la chitarra acustica tra le mani sudate. Marika mi diede una pacca sulla spalla.
«Vai, bluesman.»
«Ed ora,» disse mio padre al microfono, con la voce roca e felice.
«Voglio fare una cosa che non ho mai fatto. Voglio suonare con l'unico musicista che ha le mie stesse mani.
Mio figlio, Elia.»
Entrai nel cono di luce.
Il boato della mia città mi investì.
Mio padre mi fece un cenno. Marco, dall'ombra, attaccò l'intro.
Non era un pezzo blues arrabbiato.
Era Midnight in Harlem.
Quella versione. Quella acustica, intima, riadattata nella cucina di Agata.
Chiusi gli occhi.
Sentii le radici di mio padre accanto a me, solide come querce.
Sentii la mia voce salire, libera, pulita, senza più graffi di rabbia, solo potenza.
«I came to the city... I was running from the past...»
Cantai.
Cantai per la fuga a Perugia.
Cantai per il ritorno. Cantai per il riso scondito e per le brioche al cioccolato.
Quando arrivò il finale, mio padre smise di suonare. La band si fermò.
Rimase solo la mia chitarra e la mia voce, sospesa nel silenzio di cinquemila persone.
L'ultima nota.
Un accordo di Sol Maggiore. Aperto. Perfetto.
Aprii gli occhi mentre la nota sfumava.
Cercai lei in prima fila.
Era lì. Tra mia madre e Simona.
Non piangeva più.
Mi guardava con una fierezza che mi fece sentire alto tre metri.
Alzò la mano destra.
Lenta, solenne.
Portò due dita alla tempia.
Connessione.
Io feci lo stesso, dal palco.
Due dita alla tempia.
Sempre.
Mio padre mi mise un braccio sulle spalle, stringendomi forte.
Guardai Martina un'ultima volta prima che le luci si spegnessero.
Non c'era bisogno di dirsi nulla.
La corsa era finita. Eravamo arrivati a casa.
I giorni successivi alla festa di Pasqua trascorsero in una bolla di quiete irreale.
La tensione che aveva attanagliato casa Rustico per anni sembrava essersi dissolta insieme al fumo dei mortaretti in piazza.
Martina si era sistemata nella depandance con la naturalezza di un gatto che trova finalmente il cuscino giusto. La vedevo la mattina, mentre beveva il caffè con mia madre in cucina (una scena che ancora faticavo a processare), e il pomeriggio, mentre studiava le sue erbe stesa sul prato.
Ma non avevamo ancora parlato davvero.
C'era un tacito accordo tra noi: goderci quella pace armata, quella normalità domestica che non avevamo mai avuto, senza scavare troppo a fondo. Almeno fino all'ultimo momento.
Arrivò il mercoledì sera. L'indomani sarei ripartito per Perugia.
La valigia era pronta all'ingresso.
Dopo cena, salutai i miei e uscii in giardino. L'aria di aprile era dolce, profumava di glicine e terra bagnata.
La luce della depandance era accesa.
Bussai piano ed entrai.
Martina era seduta sul letto, circondata da alcuni libri aperti. Indossava una mia vecchia maglietta che le arrivava alle ginocchia e aveva i capelli legati in una coda disordinata.
Quando mi vide, chiuse il libro.
«È l'ultima sera, eh?» disse, con un sorriso che non arrivava agli occhi.
«Già. Domani si torna alla realtà.»
Mi sedetti accanto a lei. Il materasso cedette sotto il mio peso, avvicinandoci.
Rimanemmo in silenzio per un po', ascoltando i rumori notturni della valle.
Poi, decisi che non potevo partire con quel dubbio addosso. Non dopo tutto quello che avevamo passato.
«Martina,» la chiamai piano. «In questi giorni sei stata... perfetta. Sei stata serena. Ma vedo che c'è ancora qualcosa. Quando ti tocco, c'è un istante... un istante piccolissimo in cui ti irrigidisci prima di lasciarti andare.»
Lei abbassò lo sguardo sulle sue mani.
«Adesso me lo dici? Perché avevi così tanta paura che io ti toccassi? Perché dicevi che eri veleno? Non è solo per le chiacchiere del paese, vero?»
Lei sospirò. Un suono lungo, tremante.
«No. Non è per il paese.»
Si girò verso di me, e i suoi occhi neri erano pozzi di una memoria antica e dolorosa.
«È perché l'ho già visto succedere, Elia. Ho visto cosa succede quando qualcuno dice di amarti per elevarti, e invece vuole solo prendersi un pezzo di te.»
Iniziò a raccontare. La voce era bassa, monocorde, come se stesse leggendo una storia successa a qualcun altro per non sentire il dolore.
La sua mano corse alla ciocca di capelli che era rimasta più lunga, malgrado ormai fossero cresciuti tutti, e ricominciò con quel suo tic che conoscevo benissimo: prese ad attorcigliarsela intorno alle dita, una spirale stretta e nervosa.
Lì capii che stavamo entrando in un campo minato.
Mi raccontò dell'Ashram. Del Maestro. Di come l'aveva scelta perché era "speciale".
«Avevo ventun anni,» disse, fissando il muro. «Mi chiamò nella sua stanza privata. Disse che ero pronta. Pronta per l'Iniziazione Finale. Disse che per guidare gli altri, dovevo prima donarmi completamente alla Guida.»
Strinsi i pugni, sentendo la bile salirmi in gola.
«Non fu violenza, Elia. O almeno, non quella che vedi nei film. Non mi picchiò. Mi disse che era un atto sacro. Che il mio corpo era un canale per l'energia divina e che lui doveva... aprirlo.»
Una lacrima solitaria le rigò la guancia.
«Lo lasciai fare. Perché mi fidavo. Perché pensavo fosse amore universale. Ma mentre succedeva... mentre lui mi toccava e recitava i suoi mantra... guardai i suoi occhi. E non c'era Dio lì dentro. C'era solo fame. Fame di potere. Fame di possedere la ragazzina che tutti ammiravano.»
Si girò verso di me, gli occhi neri pieni di una consapevolezza terribile.
«Quando finì, si addormentò subito. Come un uomo qualsiasi che ha appena sfogato un bisogno. Lì capii. Non ero speciale. Ero solo carne. Ero un oggetto da consumare sotto la scusa della spiritualità.»
Mi prese la mano, stringendola forte.
«Quella notte rubai i soldi dalla cassa delle offerte e scappai. Ma mi portai via la convinzione che l'amore, alla fine, è sempre una scusa per prendere. Per questo avevo paura di te. Avevo paura che anche il tuo amore fosse fame.»
Non dissi nulla. Non c'erano parole per curare quello schifo.
Feci l'unica cosa possibile.
La presi tra le braccia. Non per stringerla, non per possederla. Per contenerla.
«Io non ho fame, Martina,» le sussurrai tra i capelli. «Io sono sazio solo sapendo che esisti.»
Lei alzò il viso. Mi guardò, e per la prima volta l'ombra nei suoi occhi si dissolse completamente.
«Lo so,» disse. «Adesso lo so.»
Mi baciò. E non fu un bacio di tregua. Fu un inizio.
Quella notte, nel letto della depandance, facemmo l'amore.
Per me era la prima volta.
Ero impacciato, quasi paralizzato dalla paura di sbagliare, di non essere all'altezza, schiacciato dal pensiero che per lei quel territorio fosse già stato esplorato innumerevoli volte, e non sempre con amore. Le mie mani tremavano mentre cercavano la sua pelle, incerte.
Ma lei capì al volo la mia esitazione.
Non rise, non mi mise fretta. Mi guidò con una dolcezza infinita, posando le sue mani sulle mie, insegnandomi i percorsi senza parole.
E allo stesso tempo, fu incredibilmente cedevole.
Si lasciò andare completamente, affidandosi a me, permettendo che io, nella mia totale inesperienza, potessi esplorare il suo corpo come se fosse una terra vergine anche per lei.
Fu un'unione mistica.
E in quel tocco maldestro ma adorante, sentii che stavamo cancellando tutte le volte che gli altri l'avevano toccata prima di me. Non c'era più passato. C'eravamo solo noi, qui e ora.
La mattina dopo, la sveglia del telefono suonò impietosa. Il treno per Perugia non aspettava.
Ci vestimmo in silenzio, con quella lentezza malinconica delle partenze.
Uscimmo in giardino dove l'aria frizzante di aprile ci svegliò del tutto.
Mia madre era già lì, impeccabile come sempre, che innaffiava le ortensie. Quando ci vide, posò l'annaffiatoio e si avvicinò.
Guardò la vecchia Panda bianca di Martina parcheggiata nel vialetto, poi guardò noi.
«Dovete andare in stazione?» chiese.
Annuimmo.
Serena frugò nella tasca del cardigan e tirò fuori un mazzo di chiavi.
Conoscevo mia madre e sapevo che ci avrebbe riprovato. Sorrisi tra me e me, preparandomi a godermi la scena.
«Prendi la Yaris, Martina,» disse, porgendogliele con un tono che cercava di essere pratico ma nascondeva premura. «È ibrida, ha il cambio automatico, è più sicura. Non vorrai accompagnarlo con quel... trabiccolo.»
Martina guardò le chiavi lucide, poi guardò la sua macchina scassata, piena di polvere e ricordi.
Sorrise a mia madre. Un sorriso dolce, ma fermo.
«Ci risiamo? Il trabiccolo è mio, Serena,» rispose, chiudendo delicatamente le dita di mia madre sulle chiavi. «E poi la Panda conosce la strada a memoria. Non ci tradirà.»
Mia madre sospirò, scuotendo la testa, ma sorrideva anche lei.
«Testona,» mormorò. «Andate, o farete tardi.»
Il viaggio verso la stazione fu breve. La Panda bianca scivolava nel traffico della mattina, mentre Sulmona si svegliava ignara della nostra piccola rivoluzione.
Arrivammo al binario 1. Il treno era già lì, rumoroso e metallico.
Mancavano due minuti.
Eravamo in piedi sulla banchina, investiti dal vento freddo che scendeva dalla Majella.
Martina mi sistemò il bavero del cappotto, indugiando con le mani sul mio petto. Non mi guardava negli occhi. Fissava un punto oltre la mia spalla.
«Elia...» esordì, e la sua voce era insolitamente seria.
«Dimmi.»
«Stanotte mi è tornata in mente una cosa. Una parabola del Buddha. Quella della zattera.»
Sorrisi. «La saggezza della Strega colpisce ancora?»
Ma lei non rise. Mi guardò con un'intensità nuova.
«Il Buddha diceva che l'insegnamento è come una zattera. Serve per attraversare un fiume in piena e raggiungere l'altra sponda. Ma una volta arrivati, l'uomo saggio non si carica la zattera sulle spalle. La lascia sulla riva e prosegue il cammino. Perché la zattera serve per attraversare, non per essere trattenuta.»
Fece una pausa, stringendo i lembi del mio cappotto, gli occhi lucidi.
«Per un certo periodo di tempo, ho pensato di essere io l'altra sponda che dovevi raggiungere. La destinazione finale.»
Scosse la testa.
«Poi, quando sei partito per Perugia, ho avuto paura. Ho pensato di essere la zattera. Quella che ti serviva per salvarti, per trascinarti via dalla corrente, ma che una volta arrivato all'asciutto avresti dovuto abbandonare. Ero convinta di essere solo un mezzo di passaggio e che ora, arrivato al successo, tu dovessi lasciarmi andare...»
«Martina, no!» la interruppi, sentendo il panico salirmi alla gola. «Ma cosa dici? Io non voglio...»
«Shh. Fammi finire.»
Mi posò un dito sulle labbra, bloccando le mie proteste. Il suo sguardo si addolcì, diventando liquido e brillante.
«Lasciami finire, Elia. Perché stamattina ho capito che mi sbagliavo.»
Tolse il dito dalla mia bocca e mi prese la mano, intrecciando le sue dita alle mie con una forza sorprendente.
«Non sono la sponda. E non sono la zattera da abbandonare.»
Sorrise, e una lacrima le scese sulla guancia.
«Ho capito che sulla zattera c'eravamo sopra insieme. Abbiamo remato insieme contro la corrente, io e te. E adesso... adesso dall'altra parte del fiume ci siamo arrivati insieme. Nessuno di noi due, deve più camminare da solo.»
Sentii un nodo sciogliersi nel petto.
Era l'immagine perfetta. Non c'era chi salvava e chi veniva salvato. Eravamo due naufraghi che avevano imparato a navigare sulla stessa tavola di legno.
«Insieme,» ripetei, baciandola sulla fronte. «Sulla riva e ovunque andiamo.»
Il fischio del capotreno tagliò l'aria.
«Vai adesso,» mi spinse via dolcemente, mentre le porte iniziavano a chiudersi. «Vai a suonare, bluesman. Ma torna.»
«Torno. Venerdì sono qui.»
Salii al volo. Le porte si chiusero con uno sbuffo pneumatico, separandomi da lei.
Mi affacciai al finestrino mentre il treno iniziava a muoversi lento.
Lei era lì, piccola nel suo cappotto grande, ferma in mezzo al grigio della stazione.
Non piangeva. Sorrideva.
Alzò la mano destra e portò due dita alla tempia.
Connessione.
Ricambiai il gesto mentre la banchina scorreva via sempre più veloce.
Mi lasciai cadere sul sedile, guardando il paesaggio d'Abruzzo che scorreva fuori.
Sapevo che la distanza non contava più.
Potevo andare a Perugia, a Londra o sulla Luna.
Non importava.
Perché il fiume era stato attraversato. Ed eravamo entrambi salvi, sulla stessa riva.
FINE