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Scendemmo dal belvedere che il sole era ormai alto, a picco sulle pietre bianche di Pettorano.
Non correvamo più.
Camminavamo piano, discesi da quella vertigine di adrenalina e baci, con un ritmo lento e solenne.
Le nostre mani erano intrecciate.
Non era la stretta disperata di chi ha paura di perdersi, quella che avevamo avuto sul letto la sera prima. Era una presa salda, asciutta. Un incastro perfetto di dita che diceva: Siamo qui. E non ci spostiamo.
I nostri passi risuonavano nei vicoli deserti (tac... tac... tac...), amplificati dal silenzio irreale che avvolgeva il paese. Era l'ora del pranzo della Domenica delle Palme. L'ora sacra in cui l'Abruzzo si siede a tavola e il mondo fuori cessa di esistere.
Arrivammo in piazza.
Era vuota.
Le comari erano sparite, inghiottite dalle cucine. Il prete era andato in canonica. Il barista aveva abbassato la serranda per la pausa.
Rimaneva solo una traccia della scenata di poco prima: il grande fuoristrada nero di mio padre.
Era ancora lì, parcheggiato male, di traverso in doppia fila, come un meteorite di metallo e tecnologia caduto in un presepe di pietra. Sembrava una bestia in letargo che aspettava solo di portarci via.
Martina mi strinse la mano un po' più forte quando passammo accanto alla macchina, ma non rallentò.
Ci dirigemmo verso il vicolo di Agata.
La porta al piano terra era socchiusa, lasciando uscire una lama di luce gialla e un profumo che mi fece girare la testa. Dalla fessura usciva già quel profumo di ragù che sapeva di pace, ma io mi fermai.
Non ero ancora pronto a condividere Martina con gli altri. Non ancora.
Le strinsi la mano, bloccandola un attimo prima che potesse bussare.
«Marti...» dissi, e la mia voce uscì più bassa del previsto nel silenzio del vicolo. «Posso chiederti una cosa?»
Lei si fermò, con la mano già sollevata verso il battente.
Si girò lentamente verso di me. L'adrenalina della corsa e della dichiarazione le aveva lasciato due chiazze rosse sulle guance, ma gli occhi erano tornati vigili.
La sua mano libera, quasi per riflesso condizionato, andò a cercare quella ciocca di capelli ribelle dietro l'orecchio.
Iniziò ad arricciarla intorno all'indice, veloce, nervosa.
«Dimmi... Elia,» rispose.
Feci un respiro profondo.
«Sii sincera,» dissi, guardandola dritta negli occhi neri. «Cosa vi siete dette tu e Marika prima al telefono? Quando sei uscita dal bar?»
Martina si immobilizzò. Il dito si fermò dentro il boccolo scuro.
Abbassò lo sguardo, fissando la punta dei suoi stivaletti impolverati dalla corsa.
Esitò.
Sembrava stesse valutando se rimettere su la maschera del Generale o restare nuda.
Poi, sospirò. Un suono piccolo, fragile.
«Le ho chiesto il permesso,» sussurrò.
«Il permesso? Di fare cosa?»
Alzò il viso. Una lacrima solitaria, non invitata, le scivolò giù lungo la guancia, tracciando una riga lucida sulla pelle pallida.
Non la asciugò.
«Le ho chiesto se potevo smettere di fare la martire,» disse, e la voce le si incrinò. «Le ho chiesto se potevo essere egoista. Se potevo... prenderti.»
Sorrise, un sorriso bagnato e tremante.
«Mi ha detto di metterti il guinzaglio, Elia. Mi ha detto che se non l'avessi fatto io, sarebbe venuta lei a prendermi a calci.»
Fece un passo verso di me, lasciando andare la ciocca di capelli e posandomi una mano sul petto, proprio sopra il cuore che batteva come un tamburo.
«Mi ha detto che non ero la tua zavorra. Che ero la tua benzina.»
Mi guardò con un'intensità che mi fece mancare il fiato.
«E io ho deciso di crederci.»
Non dissi nulla.
Non c'era bisogno di parole.
Le presi la mano che teneva sul mio petto e la baciai sul palmo, sentendo il sale della sua pelle e il calore della sua promessa.
Era tutto lì.
Il cerchio si era chiuso... finalmente!
«Marti...» provai a dire, con la voce strozzata dall'emozione, cercando una frase, una promessa, qualcosa che fosse all'altezza di quel momento.
Ma lei non mi lasciò finire.
Sollevò la mano e posò delicatamente l'indice sulle mie labbra, bloccando il fiato e le parole.
Il tempo si fermò in quel tocco leggero.
Mi guardò negli occhi, profondamente, e dondolò dolcemente la testa, un "no" silenzioso e tenero che valeva più di qualsiasi discorso.
Non dire niente, dicevano i suoi occhi. Siamo già qui.
Lentamente, lasciò scivolare la mano dalla mia bocca per cercare le mie dita.
Le intrecciò alle sue con una stretta salda, definitiva.
Mi fece un piccolo sorriso complice e tirò leggermente la mia mano verso la porta socchiusa, invitandomi a fare quel passo insieme.
Bussò con l'altra mano.
«Bene. Ora entriamo,» disse, girandosi verso la porta. «O Agata penserà che siamo scappati di nuovo e manderà le squadre di ricerca.»
Bussò.
E la porta si aprì sull'odore del ragù e sul resto della nostra vita.
Era un odore denso, grasso, meraviglioso.
Odore di ragù che bolliva da ore, di carne di maiale e pomodoro, mescolato all'aroma tostato e pungente del caffè appena salito.
Era l'odore della pace.
Entrammo.
La cucina di Agata era una stanza bassa, con il soffitto a travi annerito dal fumo del camino e le pareti ingombre di pentole di rame, calendari di Padre Pio e foto di nipoti lontani. Faceva caldo. Un caldo umido, materno.
Agata era ai fornelli.
Minuta, vestita di nero come sempre, con un grembiule a fiori che le copriva quasi tutto il corpo. Stava versando il caffè dalla moka in tazzine spaiate con la mano ferma di un chirurgo.
Quando ci vide entrare, si girò.
Il suo viso si aprì in quel sorriso senza denti, largo e luminoso, che faceva sparire le rughe per un istante. Non disse nulla. Fece solo un cenno col capo verso il tavolo, come a dire: Tutto a posto. Ci ho pensato io.
Mio padre, Corrado, era seduto al tavolo di legno massiccio.
Aveva tolto gli occhiali da sole e li aveva posati sulla tovaglia cerata a quadretti. Teneva un bicchiere di vino rosso tra le mani grandi e nodose da chitarrista.
Mi guardò.
Non sorrise, ma nei suoi occhi scuri vidi una scintilla di approvazione. Un "ben fatto" silenzioso.
E poi c'era lei.
Serena. Mia madre.
Era in piedi, vicino alla finestrella che dava sull'orto sul retro, incorniciata da tendine di pizzo ingiallite.
Dava le spalle alla stanza, guardando fuori, verso un punto indefinito tra i rosmarini e il muro di cinta. La sua postura era diversa dal solito. Le spalle, solitamente dritte e rigide, erano curve.
Sembrava più piccola. Più fragile.
Martina si fermò sulla soglia.
Lentamente, sciolse la sua mano dalla mia.
Sentii il freddo colpirmi il palmo, ma capii.
Quello era un viaggio che doveva fare da sola.
Io feci per avanzare, per proteggerla ancora, ma mio padre alzò una mano dal bicchiere. Un gesto imperativo, secco.
Fermo. Stai al tuo posto.
Mi bloccai.
Martina attraversò la cucina.
I suoi stivaletti morbidi non facevano rumore sul pavimento di cotto.
Arrivò alle spalle di mia madre. Esitò un istante, con la mano sospesa a mezz'aria, tremante.
Poi, la toccò.
Le posò una mano leggera sulla spalla, sopra la stoffa costosa del cappotto panna.
Serena si girò.
Lentamente, come se si stesse svegliando da un sonno pesante.
Il suo viso era struccato dalle lacrime. Aveva gli occhi rossi, gonfi, le guance segnate. Non era la signora perfetta di Sulmona. Era una madre che aveva appena visto crollare il suo castello di carte.
Ma la sua espressione era tranquilla. Svuotata dalla rabbia.
Martina aprì la bocca. «Signora, io...»
Serena scosse la testa, il suo viso era segnato, ma composto.
«Sai…Ho passato gli ultimi vent'anni a credere di sapere cosa fosse meglio per tutti,» disse, con una voce ferma ma svuotata di ogni arroganza. «Ed ero convinta di proteggervi.»
Guardò me, poi guardò mio padre, e infine tornò su Martina.
«Corrado mi ha detto una cosa, poco fa. Mi ha chiesto se preferivo avere ragione o avere un figlio felice.»
Fece un respiro profondo, come se ammettere la sconfitta le costasse uno sforzo fisico.
«Sono una donna orgogliosa, Martina. Ma non sono stupida. Ho visto come ti guardavano quelle donne in piazza. Ho visto come ti guarda mio figlio.»
Allungò una mano, non per abbracciarla subito, ma per toccarle il braccio, un contatto di pace.
«Ho sbagliato i calcoli. E mi dispiace.»
Allungò le braccia e, con un movimento improvviso e disperato, la attirò a sé.
La abbracciò.
Non fu un abbraccio formale. Fu un crollo.
Mia madre affondò il viso nella spalla di Martina, stringendola forte, aggrappandosi a quel cappotto cammello come se fosse l'unica cosa solida in un mondo che aveva smesso di capire.
«Scusa,» disse mia madre, e la sua voce si ruppe in un singhiozzo. «Scusami, Martina.»
Martina rimase immobile per un secondo, le braccia lungo i fianchi, scioccata. Poi, lentamente, alzò le mani e le appoggiò sulla schiena di mia madre, accarezzandola.
«Va tutto bene,» mormorò Martina.
«No, non va bene,» singhiozzò Serena, staccandosi appena per guardarla in faccia, tenendola per le braccia. «Scusa per tutto. Scusa per come ti ho trattata. Scusa per essere stata una stupida bigotta.»
Le passò una mano sulla guancia, con una tenerezza che non le avevo mai visto riservare a nessuno, forse nemmeno a me.
«Ero cieca,» continuò, tirando su col naso. «Guardavo solo la mia paura e non vedevo te. Non vedevo quanto sei magnifica. Non avevo capito che stavi tenendo in piedi mio figlio mentre io cercavo di farlo sedere.»
In quel momento, il fischio della moka di Agata, che aveva rimesso sul fuoco per il bis, tagliò l'aria.
Agata rise, un suono gracchiante e felice.
«Ecco fatto,» disse, battendo le mani infarinate sul grembiule. «Il caffè è pronto. Il sugo è pronto. E adesso ci sediamo e mangiamo, perché a casa mia le paci si fanno con la pancia piena.»
Mio padre si alzò, prese una sedia libera e la spostò rumorosamente accanto alla sua.
Guardò mia madre, poi guardò Martina.
«Sedetevi,» disse, con la sua voce profonda. «Prima che Agata ci prenda a mestolate.»
Finito il pranzo, la cucina di Agata era satura di odore di caffè e sazietà.
Mia madre si alzò, lisciandosi la gonna con un gesto nervoso.
«Ho bisogno di aria,» disse. Poi guardò Martina. «Fumi ancora?»
Martina annuì, sorpresa. «Sì.»
«Allora vieni con me. Non voglio fumare da sola come una ciminiera in mezzo alla strada.»
Uscirono insieme nel vicolo, due figure diverse – il cappotto panna e quello cammello – unite dal vizio e da una tregua fragile.
Restammo noi uomini.
Agata iniziò a sparecchiare, facendo cozzare i piatti nel lavello con un rumore domestico rassicurante.
Mio padre rimase seduto, tamburellando le dita sul tavolo.
«Allora,» disse, senza guardarmi. «Questa chitarra?»
Non me lo feci ripetere.
Salii di corsa le scale, entrai nella camera di Martina che ora mi sembrava meno ostile, presi la Martin di Marco e tornai giù.
Mi sedetti di fronte a lui.
«È un riadattamento,» premisi, sentendo le mani sudare leggermente. Suonare per Corrado Rustico era peggio che suonare a Wembley. «Midnight in Harlem. Versione acustica. Ci ho lavorato su con il mio chitarrista a Perugia.»
Iniziai a suonare.
L'acustica della cucina, bassa e piena di legno, era perfetta.
Non cantai. Lasciai parlare solo le corde.
Eseguii l'assolo.
Non cercai di imitare Derek Trucks, sarebbe stato un suicidio. Cercai di dargli quel respiro che Marco mi aveva insegnato: lasciare spazio tra le note, farle piangere.
Mio padre chiuse gli occhi.
Inclinò la testa di lato, ascoltando con quella concentrazione assoluta che mi aveva sempre spaventato da bambino.
Quando l'ultima nota sfumò, coperta solo dal rumore dell'acqua corrente di Agata, aprì gli occhi.
Rimase in silenzio per un secondo.
«Il vibrato sulla terza corda è un po' stretto,» disse, tecnico, spietato. «E hai anticipato l'entrata di un sedicesimo.»
Il mio cuore affondò.
Poi, però, annuì.
«Ma l'intenzione c'è. C'è il dolore. E c'è il respiro. Non è un esercizio di stile, è musica.»
Mi guardò dritto in faccia, e per la prima volta vidi il collega, non il padre.
«Bravo.»
Tirai un sospiro di sollievo che mi svuotò i polmoni.
«Senti,» disse lui, sporgendosi sul tavolo. «Settimana prossima c'è la festa grande. Io suono la sera, in piazza. Il solito repertorio, la gente vuole Zucchero e il Blues. Ma mi serve un momento... diverso.»
Indicò la chitarra.
«Vorrei che suonassimo questo. Io e te. E se hai quella band di cui parli... falli venire.»
«Dici sul serio?»
«Falli venire venerdì. Li ospitiamo noi. Proviamo il sabato e la domenica sera spacchiamo tutto. Che ne dici?»
«Dico che torno a Perugia domani e venerdì li porto giù tutti. Furgone compreso.»
Mio padre sorrise. Un sorriso largo, vero.
«Affare fatto.»
In quel momento, la porta si aprì.
Un'ondata di aria fredda e odore di tabacco invase la cucina.
Serena e Martina rientrarono.
Mia madre aveva le guance arrossate dal freddo, ma l'espressione era decisa, quella del "Generale Rustico" che prende in mano la situazione logistica.
Si fermò al centro della stanza, guardando Agata, poi me, poi mio padre.
Infine, posò lo sguardo su Martina, che era rimasta un passo indietro.
«Abbiamo parlato,» annunciò Serena, con tono pratico.
«Quella casa lassù,» indicò il soffitto con un dito inanellato, «è una ghiacciaia. È umida, il tetto perde e non è sicura. Non mi piace che tu stia lì da sola, con tutte le chiacchiere che girano.»
Martina aprì la bocca per protestare, ma mia madre la bloccò con un gesto della mano.
«Non discutere. Abbiamo la depandance in giardino. Quella dove Corrado teneva i vecchi amplificatori. È piccola, ma è riscaldata, ha un bagno nuovo e un ingresso indipendente.»
Guardò Martina negli occhi, e la sua voce perse la sfumatura imperativa per diventare quasi timida.
«È libera. Se vuoi... puoi stare lì. Almeno finché non capiamo cosa fare con l'università, con Elia, con tutto il resto. Nessuno ti darà fastidio. E avrai... avrai delle radici un po' più solide.»
Il silenzio calò nella cucina.
Era un'offerta di pace. Era un'offerta di famiglia.
Martina guardò mia madre, incredula. Poi guardò me.
Vidi i suoi occhi neri riempirsi di lacrime, ma stavolta le ricacciò indietro.
Non disse grazie.
Fece qualcosa di più.
Corse verso di me.
Non guardò mio padre, non guardò Agata.
Arrivò al mio fianco e, con un movimento rapido e disperato, infilò la sua mano piccola e fredda nella mia, intrecciando le dita con una forza che mi fece male.
Si strinse al mio braccio, appoggiando la testa sulla mia spalla, e guardò mia madre.
«Accetto,» disse, con un filo di voce.
Serena annuì, soddisfatta.
«Bene. Allora andiamo a fare le valigie. Corrado, porta la macchina su al vicolo.»
E mentre la cucina di Agata si svuotava, con il profumo del caffè che svaniva, capii che la guerra era finita.Il trasloco durò meno di un'ora.
Le valigie di Martina erano imbarazzanti.
Non per il disordine, ma per la quantità.
Tutta la sua vita a Pettorano stava in due borsoni di tela e uno scatolone di cartone recuperato dalla cantina di Agata.
Quattro cose in croce: i suoi vestiti sformati, i barattoli delle erbe, i libri di astrologia, il mala di riserva, qualche candela consumata.
Non aveva niente.
Era vissuta per anni sospesa nel vuoto, pronta a scappare in qualsiasi momento, senza accumulare oggetti che potessero trattenerla.
Mia madre, Serena, di fronte a quella povertà monastica, ebbe un momento di sbandamento. La vidi fissare i due borsoni sgangherati con gli occhi lucidi, forse realizzando per la prima volta quanto quella ragazza fosse stata sola.
Ma si riprese subito. Il "Generale" prese il comando.
«Bene,» disse, chiudendo la zip di un borsone con decisione. «Meno roba da portare, meno fatica. Carichiamo.»
Io e mio padre facemmo i braccianti.
Caricammo le poche cose nel bagagliaio della Land Rover, in silenzio, lavorando spalla a spalla come una squadra rodata.
Mentre scendevamo le scale per l'ultima volta, osservai la scena di sottecchi.
Martina scendeva davanti a me, leggera, con la mia chitarra a tracolla (l'unica cosa che aveva voluto portare lei personalmente). Mia madre le camminava a fianco, parlandole fitto fitto di lenzuola termiche e di come sistemare la depandance.
Martina annuiva, sorridendo.
Era un sorriso che non le avevo mai visto. Non era ironico, non era difensivo. Era un sorriso di resa felice.
Guardandole insieme – la signora borghese e la strega spettinata – ebbi un'epifania.
Martina era la figlia che mia madre non aveva mai avuto. Quella da accudire, da salvare, da vestire. E mia madre era la madre che Martina aveva smesso di cercare.
Si erano trovate.
La felicità sul viso della mia ragazza – ora potevo dirlo, anche se non ne avevo parlato con la diretta interessata – era senza prezzo. Valeva tutte le corse, tutte le litigate, tutti i chilometri.
Il viaggio verso Sulmona fu breve.
Scaricammo tutto nella depandance. Martina si guardò intorno, toccando i muri puliti, il riscaldamento acceso, il bagno vero.
Sembrava Alice nel Paese delle Meraviglie.
Quella sera, per la prima volta, dormii nel mio vecchio letto a casa dei miei, sapendo che lei era lì, a venti metri da me, al sicuro nel mio giardino.
La mattina dopo, l'aria era gelida e pulita, scesi in cucina aspettandomi il solito rituale silenzioso e perfetto di casa Rustico. Invece, trovai una scena che mi fece fermare sulla soglia.
Serena non era seduta al suo posto a capotavola con la tazza di porcellana fine. Era in piedi, armeggiando con la macchinetta del caffè a cialde – un elettrodomestico che aveva sempre disprezzato in favore della moka tradizionale o del tè inglese.
Martina era già seduta al tavolo, ancora spettinata dal sonno, con le mani avvolte attorno a una tazza fumante che emanava un odore pungente di erbe e radici.
Mia madre stava combattendo con un barattolo di miele grezzo, probabilmente uno di quelli che Martina aveva portato da Pettorano.
«Non riesco ad aprirlo,» borbottò Serena.
Ma invece di chiamare me o mio padre, passò il barattolo a Martina.
Lei lo prese e, con la naturalezza di chi è abituato alla vita rurale, fece scattare il tappo con un colpo secco del polso. Pop.
Serena sorrise. Un sorriso piccolo, imperfetto, ma sincero. «Grazie. Sai, ho letto quel libro che avevi lasciato sul comodino della depandance ieri sera. Quello sulla medicina olistica.»
Martina quasi si strozzò con la sua tisana. La guardò sorpresa. «Davvero? E...?»
«E dice che il miele grezzo è un toccasana per la pelle,» rispose Serena. Ne prese un po' col cucchiaino e lo spalmò su una fetta biscottata. Un filo dorato le colò sul dito.
La vecchia Serena avrebbe cercato un tovagliolo con orrore.
Questa Serena si portò il dito alla bocca e lo leccò.
«È buono,» ammise. «Forse dovrei smettere di comprare quelle creme francesi costose e iniziare a saccheggiare la dispensa.»
Rimasi a guardarle, incredulo. Mia madre aveva appena ammesso che una "stregoneria" di Martina poteva essere valida e aveva accettato di sporcarsi le mani. Era un momento piccolo, domestico, ma enorme per lei.
Finiamo la colazione in quella strana, nuova armonia. Poi, arrivò il momento di andare
Dovevo ripartire. L'università e la band mi aspettavano a Perugia.
Mia madre, presa da un eccesso di zelo materno verso la nuora acquisita, aveva provato a offrirle la sua auto.
«Prendi la Yaris, Martina. È ibrida, ha il cambio automatico, è sicura. Non puoi andare fino alla stazione con quel... trabiccolo.»
Ma Martina aveva rifiutato, irremovibile.
«Il trabiccolo è mio, Serena. E poi la Panda conosce la strada a memoria.»
Così, eccoci lì.
Di nuovo in quella macchina scassata che odorava di salvia e polvere, a percorrere la statale verso la stazione centrale.
Martina guidava in silenzio, con gli occhiali da sole anche se il cielo era coperto.
Arrivammo al piazzale.
Il treno per Pescara-Roma era già sul binario.
Non ci fu un addio lungo come a Perugia. Non c'era disperazione, stavolta. C'era la certezza del ritorno.
«Venerdì torno giù con la band,» le ricordai, scendendo dalla macchina.
«Lo so. Prepara psicologicamente tua madre all'invasione barbarica.»
«Ci penserà mio padre.»
Mi avvicinai al finestrino abbassato.
Lei si sporse per darmi un bacio. Un bacio veloce, sulle labbra, che sapeva di caffè e promesse.
«Vai, bluesman,» mi disse, sistemandosi gli occhiali. «Non perdere il treno.»
Corsi verso il binario.
Salii al volo mentre il capotreno fischiava.
Il treno si mosse con uno scossone, iniziando a sferragliare lento lungo la banchina.
Abbassai il finestrino del corridoio.
La vidi.
Era ancora lì, appoggiata alla portiera della Panda bianca, piccola in mezzo al parcheggio grigio.
Dovevo farlo.
Dovevo dirlo ad alta voce, per renderlo vero, per inciderlo nella pietra della Majella.
Mi sporsi fuori, incurante del vento e degli altri passeggeri.
Presi fiato.
«Martina!» urlai.
Lei alzò la testa, sorpresa.
«Adesso sei la mia ragazza!»
La mia voce rimbombò nel piazzale vuoto.
Vidi Martina bloccarsi.
Poi, si tolse gli occhiali da sole.
Scoppiò a ridere. Una risata che vidi anche da lontano, mentre scuoteva la testa e mi mandava quel gesto.
Due dita alla tempia. Connessione.
E mentre il treno accelerava portandomi verso il futuro, seppi che non ero mai stato così felice di aver lasciato il cuore a casa.