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Creato il 17/06/2026, 08:48 · Aggiornato il 17/06/2026, 08:48

Capitolo 21: Sono le cose che non dici

@bergadavideDavide
AdolescentiCompleta

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
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Rimasi solo al tavolo, con l'ultima punta della brioche tra le dita e il sapore dolce del cioccolato che mi impastava la bocca.

Mi sentivo ubriaco, anche se avevo bevuto solo cappuccino.

Alzai lo sguardo verso il bancone.

Il barista, mentre asciugava una tazzina con gesti meccanici, incrociò i miei occhi. Fece un movimento orizzontale con la testa, quasi impercettibile, ma i suoi occhi sotto i cespugli delle sopracciglia stavano ridendo.

Era un sorriso di approvazione maschile, del tipo: «Bravo ragazzo, hai domato la puledra».

Tutto intorno a me, il brusio del bar era cambiato frequenza.

Non erano più chiacchiere sul tempo o sul calcio. Le voci si erano abbassate, diventando un ronzio continuo, simile a quello di un alveare disturbato.

Sentivo le parole chiave galleggiare nell'aria stantia del locale: "Strega", "Rustico", "Insieme", "Sfrontata".

Stavano parlando di noi.

La Strega di Pettorano e il figlio maschio dei Rustico, seduti allo stesso tavolo, alla luce del sole, la Domenica delle Palme. Era uno scandalo servito su un vassoio d'argento.

Ma in quel momento, onestamente, non me ne poteva fregare di meno.

Potevano dire che eravamo alieni, o criminali. Non mi importava.

Nella mia testa, come un disco rotto, girava solo una frase.

«Tu sei roba mia.»

Non aveva detto "ti amo". Non aveva detto "sei il mio fidanzato".

Aveva detto roba mia.

Era una frase primitiva, territoriale. Era il marchio a fuoco che si mette sulle cose preziose per non farsele rubare.

Per me, che avevo passato la vita a sentirmi di nessuno – non abbastanza bravo per mio padre, troppo fragile per mia madre, invisibile per il mondo – quella frase valeva più di una promessa di matrimonio.

Ero appartenenza. Ero suo.

Mi girai verso la vetrata per cercarla.

Martina aveva appena finito di parlare.

La vidi infilarsi il telefono nella tasca del cappotto cammello.

Sorrideva.

Non era il sorriso di circostanza che usava con le clienti. Era un sorriso leggero, sollevato. La chiacchierata con Marika le aveva fatto bene.

Si sistemò il bavero del cappotto, si passò una mano tra i capelli mossi dal vento e fece per girarsi verso l'ingresso del bar.

Fu in quel momento che il mondo rallentò.

Dalla curva che portava alla piazza, comparve un muso nero, massiccio, lucido.

Un fuoristrada.

Non era una macchina qualsiasi. Era una Land Rover Defender nera, immacolata, che spiccava tra le vecchie Panda e i furgoncini impolverati del paese come uno squalo in una vasca di pesci rossi.

La macchina di mio padre.

Il mio sangue si congelò nelle vene.

Il fuoristrada avanzava lento, quasi a passo d'uomo, cercando parcheggio o cercando un indirizzo.

Attraverso i vetri oscurati, vidi la sagoma di mio padre al volante. Guidava con una mano sola, lo sguardo fisso sulla strada, la mascella serrata.

Ma non fu lui a bloccarmi il respiro.

Fu la figura seduta accanto a lui.

Serena. Mia madre.

Era protesa in avanti, con le mani appoggiate al cruscotto, e guardava fuori dal finestrino con l'atteggiamento di un falco che cerca la preda nell'erba alta.

Non stava guardando il panorama.

Stava scrutando le facciate delle case. Stava cercando il vicolo.

Stava cercando la tana della Strega.

Martina era sul marciapiede, a pochi metri da loro.

La macchina le passò accanto lentamente.

Lei non li vide subito, distratta dal riflesso del sole sulla vetrina.

Ma io li vidi.

E in un istante, il bar di Pettorano scomparve.

L'odore di caffè svanì.

Venni risucchiato indietro nel tempo, in un vortice di memoria che mi riportò a sei mesi prima.

A quella mattina in cucina. Al giorno in cui tutto si era rotto.

(Flashback - Sei mesi prima)

La cucina di casa Rustico brillava di quella luce asettica che mia madre amava tanto.

Tutto era bianco, acciaio e ordine.

Io ero in piedi vicino al tavolo, con lo zaino ancora in spalla, sporco di treno e di stanchezza.

Martina era rimasta un passo indietro, vicino alla porta a vetri che dava sul giardino. Aveva il suo zaino di tela ai piedi e le mani intrecciate davanti al corpo, in quella posa di rispetto silenzioso che usava quando entrava in "territorio nemico".

Mia madre era al centro della stanza.

Mio padre era seduto al tavolo, con una tazza di caffè in mano, immobile.

«Allora?» aveva chiesto mia madre. La sua voce era dolce, ma c'era una vibrazione strana, come una corda di violino troppo tesa. «Com'è andato il ritiro spirituale? Avete meditato? Ti senti meglio, tesoro?»

Avevo guardato Martina. Lei teneva gli occhi bassi.

Avevo guardato mio padre. Lui fissava il caffè.

Non potevo più farlo. Quella casa non tollerava le bugie, le amplificava finché non soffocavano tutti.

«Non ero in ritiro, mamma,» avevo detto. La mia voce era uscita ferma, sorprendendo anche me.

«Come?»

«Non ero a fare meditazione. Ero a Perugia.»

Il sorriso di mia madre si era spento come se qualcuno avesse staccato la corrente.

«Perugia?»

«Mi sono iscritto all'università. A Psicologia. Ho passato i test, ho firmato i documenti. Vado a vivere lì.»

Il silenzio che seguì fu assordante.

Mia madre non urlò. Non subito.

Spostò lo sguardo da me a mio padre.

«Tu lo sapevi?» chiese a lui.

Corrado alzò lo sguardo. «Lo sospettavo.»

«Lo sospettavi,» ripeté lei, con disprezzo.

Poi, lentamente, girò la testa verso la porta. Verso Martina.

I suoi occhi, solitamente calmi, diventarono due fessure di ghiaccio.

Camminò verso di lei. I tacchi delle sue pantofole ticchettavano sul pavimento lucido come il conto alla rovescia di una bomba.

Martina non indietreggiò, ma vidi le sue spalle irrigidirsi.

«Tu,» disse mia madre.

Non era un pronome. Era un'accusa.

«Tu lo sapevi.»

«Sì, signora,» rispose Martina, a bassa voce.

«Tu l'hai aiutato.»

«Sì.»

Mia madre arrivò a un centimetro dalla faccia di Martina. Tremava.

«Io ti ho accolta,» sibilò. «Ti ho aperto la mia casa. Ti ho trattata come una figlia, quando tutte le mie amiche mi dicevano che eri una sbandata, una senza famiglia, una che porta guai. Ti ho difesa, Martina.»

Martina alzò lo sguardo. I suoi occhi erano liquidi, ma non piangeva.

«Lo so, Serena. E ti ringrazio.»

«Non chiamarmi Serena!» urlò mia madre, perdendo il controllo. «Per te sono la Signora Rustico! Hai usato la mia fiducia per portarmi via mio figlio! Hai inscenato tutta quella farsa della montagna, del ritiro... hai mentito guardandomi in faccia!»

«Non è colpa sua!» intervenni io, mettendomi in mezzo. «Sono stato io a chiederglielo! Lei mi ha solo dato un passaggio!»

«Stai zitto, Elia!» mi zittì mia madre, senza guardarmi. «Tu sei ingenuo. Tu non vedi il male. Ma lei...»

Tornò a fissare Martina con odio puro.

«Lei lo vede eccome. Lei è manipolatrice. Ha visto un ragazzo debole e ha deciso di plasmarlo, di portarlo via dalla sua famiglia perché lei una famiglia non ce l'ha! È invidia, Martina! Volevi distruggere noi perché tu sei sola!»

Quella frase fu una coltellata.

Vidi Martina vacillare fisicamente, come se fosse stata colpita allo stomaco.

Si prese la colpa. Tutta.

Non disse: "Tuo figlio stava soffocando". Non disse: "L'ho salvato da te".

Disse solo: «Mi dispiace.»

Mio padre si alzò di scatto, facendo stridere la sedia.

«Serena, basta,» tuonò la sua voce profonda. «Stai esagerando. Martina ha fatto quello che un amico dovrebbe fare. Elia doveva andare.»

«Tu stai dalla sua parte?» urlò lei, girandosi verso di lui con le lacrime che le rigavano il viso perfetto. «State tutti dalla sua parte? Bene.»

Si ricompose. Si asciugò le lacrime con un gesto secco della mano.

Tornò a guardare Martina, e il suo sguardo divenne definitivo.

«Esci da questa casa,» disse, calma e terribile. «E non farti vedere mai più. Non chiamare Elia. Non cercarlo. Se scopro che gli parli ancora, giuro che ti rendo la vita in questo paese un inferno.»

Fece una pausa, guardandola con disgusto.

«Sono le cose che non dici, Martina, che mi fanno più male. La tua falsa innocenza. Vattene.»

(Fine Flashback)

Il rumore del motore della Land Rover che si spegneva mi riportò nel presente.

Erano arrivati.

Si erano fermati proprio davanti all'imbocco del vicolo di Agata.

E Martina, ignara, stava per svoltare l'angolo e trovarseli davanti.

Scattai in piedi, rovesciando la sedia.

«No,» sussurrai. «Non di nuovo.»

Non feci in tempo.

Tra il momento in cui rovesciai la sedia e quello in cui raggiunsi la porta a vetri del bar, il disastro si era già compiuto.

Non so come avesse fatto mia madre a essere così veloce. Forse la rabbia è un carburante più potente del diesel.

Quando spalancai la porta, il campanellino d'ingresso suonò allegro, dlin-dlon, un suono ridicolo e stonato in mezzo alla tragedia che si stava consumando sul marciapiede.

Serena era già lì.

Si era parata davanti a Martina, bloccandole la strada.

Il suo cappotto color panna spiccava violento contro il grigio della pietra e il cammello del cappotto di Martina.

E non erano sole.

Come squali che sentono il sangue nell'acqua, la gente si era fermata.

Non era solo curiosità. Era fame.

Un capannello di persone si era formato istantaneamente intorno a loro. Due vecchie con le buste della spesa che si davano di gomito, un gruppo di uomini usciti dal circolo, persino il prete che stava attraversando la piazza si era fermato a guardare.

Era la classica scena da piazza del sud: il cerchio del giudizio che si stringe, soffocante, avido di dettagli da rivendere a pranzo.

«...ti avevo detto di sparire!»

La voce di mia madre arrivò alle mie orecchie stridula, isterica. Non le importava di chi ascoltava. Il suo decoro borghese era andato in fumo.

«Ti avevo detto di lasciarlo in pace! E invece te lo sei portato qui, nel tuo... nel tuo tugurio! Hai approfittato della sua debolezza un'altra volta!»

Martina era immobile.

Non rispondeva. Teneva la testa bassa, le mani strette in pugni lungo i fianchi, incassando le parole come se fossero pietre.

Gli occhiali da sole le erano scivolati sul naso, rivelando occhi sbarrati dal terrore.

«Sei una maledizione per la nostra famiglia!» urlò Serena, alzando un dito tremante verso il viso di Martina. «Lo hai plagiato! Lo hai rovinato!»

Sentii il sangue ribollirmi nelle tempie. Una furia cieca mi prese lo stomaco.

Non potevo permetterlo. Non di nuovo.

Scattai in avanti, fendendo la folla, spintonando un vecchio che non si voleva spostare.

«Mamma, basta!» urlai. «Lasciala stare!»

Ma non arrivai a lei.

Qualcuno fu più veloce di me.

Un'ombra nera, massiccia, si staccò dalla Land Rover parcheggiata in doppia fila.

Mio padre.

Corrado Rustico non corse. Camminò.

Ma i suoi passi erano pesanti, definitivi.

Arrivò alle spalle di mia madre e la superò, frapponendosi fisicamente tra lei e Martina.

Divenne un muro.

Un muro nero di spalle larghe e silenzio che spezzò la linea di tiro di Serena.

Mia madre si bloccò, interdetta.

«Corrado? Spostati! Diglielo anche tu! Dille che deve...»

«Basta, Serena.»

La voce di mio padre non era un urlo. Era un accordo basso, vibrante, suonato con l'amplificatore al massimo volume.

Rimbombò nella piazza, zittendo il mormorio delle comari.

Si girò verso mia madre, guardandola dall'alto in basso attraverso le lenti scure dei suoi occhiali.

«Smettila di urlare. Stai facendo spettacolo.»

«Io?! È lei che...»

«Lei non ha fatto niente,» la interruppe lui, indicando Martina con un cenno della testa, senza guardarla. «Sei tu che stai sbagliando bersaglio. Da mesi.»

Fece un passo verso mia madre, costringendola a indietreggiare.

«Guardala,» disse Corrado, e la sua voce si incrinò di una rabbia fredda, controllata. «Guardala bene, Serena. Perché questa ragazza, questa "strega" come la chiami tu, ha fatto più per nostro figlio in due anni di quanto noi abbiamo fatto in diciannove.»

La piazza trattenne il fiato. Sentii il barista, che era uscito sulla soglia, mormorare un "Gesù" a bassa voce.

Mia madre sbiancò. «Cosa stai dicendo?»

«Sto dicendo la verità,» ringhio mio padre. «Tu volevi un bambolotto. Volevi un figlio da vestire bene e da esibire alle tue amiche. Non hai mai ascoltato una sola parola di quello che ti diceva. Non hai mai ascoltato la sua musica. Non hai mai ascoltato il suo silenzio.»

Indicò me, che ero rimasto paralizzato a due metri da loro.

«Lo vedi? Lo vedi come sta dritto adesso? Lo vedi che ha smesso di tremare?»

Tornò a fissare mia madre, spietato.

«Gli ha dato uno scopo, Serena. Gli ha dato la possibilità di realizzarlo. L'ha spinto dove noi avevamo paura di lasciarlo andare. Grazie a lei, Elia è diventato un uomo.»

Abbassò la voce, ma in quel silenzio di tomba si sentì lo stesso, come una sentenza.

«Mentre tu, in tutto questo tempo, ti sei comportata come un'egoista. Hai pensato solo alla tua paura di restare sola, non al suo bisogno di vivere.»

Serena boccheggiò.

Era come se l'avesse schiaffeggiata.

Si portò una mano al petto, guardandosi intorno con occhi allucinati, rendendosi conto per la prima volta delle decine di persone che la stavano fissando.

Il suo mondo perfetto, la sua reputazione, la sua facciata... tutto crollato in trenta secondi per mano di suo marito.

«Tu...» balbettò. «Tu mi odi.»

Scoppiò a piangere. Un pianto rotto, umiliato, infantile.

Si girò e scappò via.

Non verso la macchina. Scappò a piedi, verso la discesa che portava fuori dal paese, correndo sui tacchi in modo scomposto, cercando di mettere più distanza possibile tra lei e quella verità insopportabile.

«Serena!»

Mio padre imprecò sottovoce.

Mi lanciò un'occhiata rapida. «Vai da lei,» mi disse, indicando Martina.

Poi scattò all'inseguimento di mia madre, correndo con quella sua andatura pesante ma potente.

Mi girai verso Martina.

Era ancora lì, ferma contro il muro del palazzo.

Era pallida come un lenzuolo. Tremava violentemente.

Le parole di mio padre, che volevano essere una difesa, per lei erano state troppo. Erano state un'esposizione pubblica, una luce accecante puntata sulle sue fragilità.

Incontrò il mio sguardo.

Vidi il panico. Vidi la voglia di sparire.

«Martina...» feci un passo verso di lei.

Lei scosse la testa.

«No,» sussurrò.

Si girò e scappò via.

Dalla parte opposta. Verso i vicoli alti, verso la montagna, verso la sua tana.

La piazza si aprì per lasciarla passare, come il Mar Rosso.

Restai solo per un secondo, al centro del crocevia, con il cuore spaccato in due.

Da una parte i miei genitori che correvano verso il loro inferno.

Dall'altra la donna che amavo che correva verso il suo.

Non ebbi dubbi. Nemmeno per un istante.

Mio padre avrebbe preso mia madre.

A me toccava prendere lei.

Scattai.

Iniziai a correre su per i gradini di pietra, inseguendo il cappotto color cammello che spariva nell'ombra del vicolo.

Correre a Pettorano non è come correre in pianura. È una scalata verticale contro la gravità e contro se stessi.

I vicoli si stringevano, diventavano budelli di pietra che salivano dritti verso il castello, senza pietà per i polmoni.

Martina era veloce.

Maledettamente veloce.

Aveva ai piedi quegli stivali morbidi con la suola di gomma e conosceva ogni sconnessione, ogni gradino rotto, ogni scorciatoia tra le case. Scivolava via come un gatto randagio che conosce i tetti meglio di chiunque altro.

Io arrancavo.

I miei stivali "buoni", quelli che avevo messo per fare bella figura con i miei genitori, scivolavano sui sanpietrini lisci. Il cappotto elegante mi pesava sulle spalle come un'armatura inutile, impacciando i movimenti.

L'aria gelida di montagna mi bruciava la gola a ogni respiro, raschiando la trachea come carta vetrata, mentre sotto la camicia sentivo il sudore freddo appiccicarsi alla pelle della schiena.

Ma non mi fermai.

Non potevo fermarmi. Se l'avessi lasciata andare adesso, se l'avessi lasciata chiudere di nuovo quella porta, l'avrei persa per sempre.

Il paese era deserto.

Un deserto di pietra silenzioso e spettrale.

Tutta la vita, tutti gli occhi, tutte le orecchie erano giù in piazza o dentro la chiesa, concentrati sulla benedizione delle Palme. Sentivo solo l'eco lontano dei canti liturgici e il rintocco delle campane che chiamavano a raccolta i fedeli, un suono metallico che rimbalzava contro la parete della montagna.

Lassù, nel labirinto di pietra, c'eravamo solo noi due e il rumore dei nostri passi affannati.

«Martina!» urlai, con il fiato corto. «Fermati!»

Lei non si girò. Svoltò l'angolo di un vicolo cieco, quello che portava al belvedere sotto la torre normanna, un balcone di pietra sospeso sul vuoto della valle.

Era in trappola.

Accelerai, ignorando il dolore acuto ai polpacci.

Svoltai l'angolo e la vidi.

Si era fermata contro il parapetto. Dava le spalle alla strada, le mani aggrappate alla pietra ruvida come se volesse stritolarla, il petto che si alzava e abbassava violentemente sotto il cappotto cammello.

La raggiunsi in due falcate.

Non le chiesi permesso. Non fui gentile.

La afferrai per un braccio e la tirai verso di me, costringendola a girarsi.

«Ti ho detto di fermarti!»

Lei cercò di divincolarsi, di strappare il braccio dalla mia presa con uno strattone rabbioso, ma io non mollai.

La bloccai mettendo l'altra mano sulla sua spalla, inchiodandola lì, a mezzo metro da me.

Alzò il viso.

Mi si spezzò il cuore.

I suoi occhi neri erano due ferite aperte. Erano rossi, gonfi, rigati da lacrime che continuavano a scendere senza sosta, lavando via il trucco leggero, lavando via la maschera del Generale, lasciando nuda la bambina spaventata che c'era sotto.

Era distrutta.

«Lasciami!» singhiozzò, con la voce rotta. «Lasciami andare, Elia! Torna giù! Torna da loro!»

«Non vado da nessuna parte.»

«Devi andare! Non hai sentito tua madre? Ha ragione! Sono io il problema! Sono io che ti rovino la vita!»

Si coprì la faccia con le mani, scivolando verso il basso come se le gambe non la reggessero più, ma io la tenni su di peso.

«Ti ho portato via dalla tua famiglia... ti ho messo contro di loro... sono veleno, Elia! Sono solo un casino che cammina! Non sono degna di te, non sono degna di niente!»

Le presi i polsi e le strappai le mani dalla faccia, costringendola a guardarmi.

Il mio respiro si era calmato.

Il mio cuore batteva forte, ma non per la corsa. Batteva per la certezza assoluta di quello che stavo per dire.

Il vecchio Elia, quello che piangeva sul treno per Milano, l'avrebbe abbracciata e avrebbe pianto con lei.

Ma io non ero più quel ragazzo.

I miei occhi erano asciutti. Il mio sguardo era duro, fermo, risolutivo.

«Ascoltami bene,» dissi, scandendo le parole sopra il rumore del vento che agitava i rami degli ulivi giù nella valle. «Smettila di dire stronzate.»

Lei sgranò gli occhi, sorpresa dal tono. Si bloccò.

«Mio padre ha detto la verità. Ogni singola, fottuta parola. Tu non mi hai rovinato. Tu mi hai creato.»

La scossi leggermente, non per farle male, ma per farle entrare il concetto in testa.

«Prima di te ero un fantasma. Ero un'ombra che camminava rasente ai muri per non dare fastidio. Tu mi hai dato una spina dorsale. Tu mi hai dato la voce. Se sono un uomo oggi, se so stare su un palco, se so dire di no a mia madre... è solo grazie a te.»

«Ma tua madre...» provò a dire, tirando su col naso.

«Mia madre ha paura!» urlai, sovrastando la sua voce e il suono delle campane. «Non è odio, Martina. È terrore. Ha paura di avermi perso e dà la colpa a te perché è più facile che ammettere di aver sbagliato tutto per vent'anni. È solo bigottismo e paura della solitudine. Ma le passerà. E se non le passerà, se ne farà una ragione. Perché io non torno indietro. E non torno indietro nemmeno da te.»

Martina mi guardò.

Tremava. Le labbra le tremavano, le mani le tremavano dentro la mia presa.

Cercava nei miei occhi un segno di esitazione, un segno che stessi mentendo per pietà o per dovere.

Non ne trovò. Trovò solo una roccia.

Smise di lottare.

Le sue spalle crollarono. Tutta la tensione che la teneva in piedi si sciolse in un istante.

Fece un passo avanti, annullando la distanza, e mi colpì il petto con un pugno debole, privo di forza.

«Sei uno stupido,» sussurrò.

Poi alzò il viso verso il mio. Le lacrime le bagnavano ancora le guance, ma i suoi occhi ora bruciavano di una luce diversa. Una luce folle, disperata, egoista.

«Mi piaci,» disse.

Non "ti voglio bene".

«Mi piaci così tanto che sto impazzendo, Elia.»

La frase le uscì di bocca come un fiotto di sangue, incontrollabile, vera.

«Ho provato a spingerti via. Ho provato a fare la sorella maggiore, la guida spirituale, l'amica stronza. Ho provato a mandarti da Marika, a mandarti a Perugia... speravo che ti dimenticassi di me. Speravo che trovassi una ragazza normale, una che non fosse rotta come me.»

Mi afferrò i baveri del cappotto, tirandomi giù verso di lei con una forza improvvisa, possessiva.

«Ma non ci riesco. Sono egoista. Sono una maledetta egoista.»

Mi guardò dritto nelle pupille, con un'intensità che mi fece mancare la terra sotto i piedi.

«Voglio che tu sia mio. Non voglio che tu guardi nessun'altra. Odio quando Marika ti tocca. Odio quando tua madre ti tocca. Voglio essere l'unica cosa che vedi quando ti svegli e l'ultima quando dormi. Mi piaci da morire, Elia. E ho una paura fottuta che tu te ne accorga e scappi, ma non me ne frega più niente.»

Rimasi paralizzato.

Era la dichiarazione più imperfetta, incasinata e bellissima che avessi mai sentito.

Era lei. Era Martina. Senza filtri, senza incenso, senza difese. Solo pura necessità.

La gioia mi esplose dentro, più forte di qualsiasi applauso avessi mai ricevuto su un palco.

Non risposi.

Non c'era bisogno di parole.

Le presi il viso tra le mani, i miei pollici che asciugavano le lacrime calde sulla sua pelle fredda.

«Finalmente,» sussurrai.

E la baciai.

Non fu un bacio rubato come quello al B&B. Non fu un bacio disperato o di addio.

Fu un bacio di possesso. Un bacio che sigillava un patto.

Un bacio che diceva: Sei mia, e io sono tuo, e il resto del mondo può andare al diavolo.

E lì, sul belvedere di Pettorano, mentre il paese basso sventolava rami d'ulivo e pregava per la pace, noi iniziammo la nostra guerra personale contro chiunque avesse provato a dividerci. Insieme.

Note di capitolo

Puntata chiave di tutta storia, è l'intreccio a cui tutta la narrazione a portto e attorno cui ruota tutta la trama

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