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La prima cosa che sentii non fu la luce, né il rumore.
Fu il solletico.
Un formicolio leggero, quasi impalpabile, che mi correva lungo il collo, appena sotto l'orecchio sinistro.
Provai a muovermi per scacciarlo, pensando nel dormiveglia di essere ancora nel mio letto a Perugia, con qualche insetto entrato dalla finestra aperta o un ricciolo di Bolo che mi era finito addosso per sbaglio.
Ma il mio corpo era bloccato.
C'era un peso sul mio petto. Un peso caldo, solido, che si alzava e si abbassava con un ritmo lento e rassicurante.
Aprii gli occhi.
La luce del mattino entrava prepotente dalle finestre senza tende, inondando l'unica grande stanza di un bianco lattiginoso e pulito.
Non ero a Perugia.
Ero a Pettorano. Sul letto di Martina in casa sua, e lei era tra le mie braccia. E a due centimetri dalla punta del mio naso, c'era il suo viso.
Era addormentata.
Completamente, profondamente addormentata.
Le labbra erano socchiuse, gonfie di sonno. Le ciglia nere disegnavano due archi perfetti sulle guance pallide.
Era rannicchiata contro di me, con un braccio gettato possessivamente sopra la mia vita e la testa incastrata nell'incavo del mio collo.
Erano i suoi capelli a farmi il solletico. Quei capelli cresciuti, morbidi, che profumavano di shampoo alle erbe e di pelle pulita.
Rimasi immobile, col respiro sospeso, terrorizzato all'idea che qualsiasi movimento potesse spezzare l'incantesimo.
Era un sogno.
Doveva essere un sogno.
Erano esattamente due anni e sei mesi che la mia mente proiettava questa immagine ogni volta che chiudevo gli occhi.
Due anni e sei mesi di treni, di fughe, di "siamo solo amici", di incenso bruciato per coprire l'odore del desiderio.
E ora, improvvisamente, era reale.
In quel preciso istante, tutto il resto svanì.
I sei mesi di esilio a Perugia si dissolsero come nebbia al sole.
Il garage umido, le prove con Marika, gli amplificatori, gli esami di Psicologia, le feste in via della Viola, la mia "fama" universitaria... tutto cancellato.
Non esisteva più il "Nuovo Elia", il cantante sicuro di sé.
Esisteva solo Elia.
L'Elia che amava Martina.
Non perché me ne fossi mai dimenticato, ma perché averla lì, tangibile, calda, intrecciata alle mie lenzuola, era la conferma fisica di un'assenza che mi aveva scavato dentro.
Mi resi conto, con una chiarezza dolorosa, che quella sensazione di pienezza mi era mancata ogni singolo giorno della mia vita. Era questo che cercavo quando suonavo il blues. Cercavo lei.
Martina si mosse.
Fece un piccolo verso gutturale, arricciando il naso.
Le sue palpebre tremolarono e poi si aprirono lentamente.
I suoi occhi neri, ancora velati dal sonno, misero a fuoco la mia faccia.
Per un secondo ebbi paura.
Paura che si ritraesse, che tornasse a essere il Generale, che mi spingesse via con una battuta sarcastica.
Invece, sbatté le palpebre e mi guardò.
I suoi occhi diventarono due fessure dolci.
«Buongiorno,» sussurrò. La sua voce era roca, impastata, bellissima.
«Buongiorno,» risposi io, e la mia voce tremò.
Lei non si allontanò.
Anzi.
Strinse la presa intorno alla mia vita. Affondò il viso ancora di più nel mio petto, nascondendosi contro la mia maglietta, come se volesse fondersi con la mia cassa toracica.
Sentii il suo respiro caldo attraversare il cotone e arrivarmi dritto al cuore.
Restammo così, in silenzio, mentre la polvere danzava nei raggi di luce che tagliavano la stanza.
Non servivano parole. Non serviva chiedere "cosa siamo?". Eravamo lì. Bastava.
Dopo un tempo infinito, sentii la sua voce ovattata contro il mio sterno.
«Erano mesi...» mormorò, quasi parlando a se stessa.
«Cosa?»
Lei sospirò, un suono lungo che sapeva di resa.
«Erano mesi che non dormivo così bene. Senza incubi. Senza svegliarmi ogni ora.»
Alzò la testa e mi guardò, appoggiando il mento sul mio petto.
«Sei un sonnifero potente, Rustico. Dovrebbero brevettarti.»
Sorrisi, allungando una mano per toglierle i capelli dagli occhi.
«Sono a tua disposizione. Senza ricetta.»
«Mmh. Vedremo gli effetti collaterali.»
Si stiracchiò come un gatto, allungando le gambe nude sotto le coperte e intrecciandole alle mie.
Guardò verso la finestra, verso il cielo azzurro che prometteva una giornata limpida e tagliente.
«C'è il sole,» disse, sorpresa. «Credevo che avrebbe piovuto. Di solito la Domenica delle Palme il cielo piange, come se sapesse cosa sta per succedere.»
«Oggi no. Oggi ci grazia.»
Le accarezzai la guancia con il pollice. La sua pelle era calda, viva.
«Senti...» dissi, sentendomi invincibile. «Visto che il sole splende e noi siamo vivi... che ne dici di una pazzia?»
«Che tipo di pazzia?»
«Colazione. Fuori. Al bar. Cornetto, cappuccino e giornale. Come le persone normali.»
Martina esitò.
Vidi l'ombra del dubbio attraversarle gli occhi. Il pensiero della gente, dei pettegolezzi, della "moglie del Sindaco", di tutto quello schifo che l'aveva costretta a mettersi la cavigliera.
Ma poi guardò me.
E l'euforia della sera prima, la pace di quella notte senza incubi, spazzò via tutto.
«Al diavolo,» disse, sorridendo. «Ho una fame che mangerei il bancone. Andiamo. Ma offri tu, rockstar.»
Martina si alzò dal letto con un movimento fluido, stiracchiandosi un'ultima volta prima di sparire in bagno.
Mentre sentivo lo scroscio dell'acqua, rimasi a fissare il soffitto, ripensando a quel paragone che mi era balenato in testa poco prima.
Simona, a Perugia, girava per casa in mutande e canottiera bucata, sfacciata, carnale, priva di mistero. Marika usava il suo corpo come uno strumento, pelle e cuoio sul palco.
Martina era diversa.
Era una creatura fatta di strati.
Quando uscì dal bagno, venti minuti dopo, la bambina di otto anni con la maglietta sformata era sparita.
Al suo posto c'era la Signora di Pettorano. O meglio, la sua versione della domenica, pronta a sfidare gli sguardi del paese.
Indossava un maglioncino bianco latte, di quelli fatti a mano con la lana grossa e gli intrecci complicati a treccia, che le dava un'aria morbida, luminosa, quasi infantile nel suo candore. Sotto, però, portava una gonna lunga fino alle caviglie, di lana pesante a balze, con motivi floreali sui toni del ruggine e del bosco, che nascondeva la cavigliera di ottone e le dava l'aspetto di una gitana nobile.
Ai piedi aveva infilato degli stivaletti morbidi di camoscio, con il bordo di pelo bianco risvoltato.
Si stava infilando un cappotto oversize color cammello, stringendo la cintura in vita con un gesto secco.
Infine, prese i suoi occhiali da sole neri, grandi, da diva anni Sessanta in incognito, e se li infilò, coprendo le occhiaie e lo sguardo ancora troppo dolce del risveglio.
«Andiamo,» disse, aprendo la porta. «Ho bisogno di caffeina e di vedere chi ha il coraggio di sostenere il mio sguardo oggi.»
Mi vestii in fretta, recuperando i panni "buoni" con cui ero arrivato il giorno prima: la camicia stirata (ora un po' meno), i pantaloni scuri, il cappotto che mia madre aveva approvato.
Guardai la chitarra di Marco, appoggiata al muro vicino al divano disfatto.
Decisi di lasciarla lì.
Non era una dimenticanza. Era un segnaposto. Lasciarla lì significava che sarei tornato a prenderla. Significava che quella porta non si chiudeva per sempre.
Uscimmo nel vicolo.
L'aria del sabato mattina era frizzante, pulita, di quella purezza che ti taglia i polmoni.
Mentre scendevamo i gradini di pietra verso la piazza, il pensiero di mio padre mi colpì come un sasso in fronte.
Corrado.
Sarebbe arrivato a breve col fuoristrada. Avevo poco tempo.
Guardai l'orologio. Le nove e un quarto.
Avevamo mezz'ora, forse quaranta minuti prima che la realtà della famiglia Rustico venisse a bussare.
Ma non volevo rovinare quel momento con l'ansia. Volevo godermi ogni secondo di quella normalità rubata.
Arrivammo in Piazza Zannelli.
Non c'era molta scelta a Pettorano. Il bar era uno solo, l'istituzione del paese: il "Caffè della Posta".
Era incastonato al piano terra di un palazzo antico, proprio di fronte alla fontana ottagonale.
Non era un locale alla moda come quelli di Perugia. Era il cuore pulsante e giudicante del borgo.
La vetrina era appannata dal vapore della macchina del caffè, e fuori, nonostante il freddo, due anziani con la coppola fumavano in silenzio, osservando chi passava come due guardiani della soglia.
Appena entrammo, il brusio delle voci si spense.
Non calò del tutto, ma il volume si abbassò drasticamente, trasformandosi in un mormorio elettrico.
Il locale era stretto e lungo, con il pavimento a scacchi bianchi e neri consumati e un bancone di legno scuro che occupava metà dello spazio. Dietro, una macchina del caffè cromata sbuffava vapore.
C'era odore di cornetti caldi, di giornale inchiostrato, di anice e di dopobarba economico.
Al bancone c'erano uomini in abiti da festa, con i ramoscelli d'ulivo appoggiati sul bancone accanto alle tazzine del caffè, e qualche pensionato. Seduti ai tavolini di formica, un paio di famiglie vestite a festa.
Tutti si girarono.
Sentii i loro occhi incollarmi addosso.
«Ecco il ragazzo,» sembravano dire. «Quello di Sulmona. Il figlio del musicista. Quello che è tornato dalla strega.»
Martina non rallentò il passo.
Camminava a testa alta, nascosta dietro i suoi occhiali scuri, con quel maglione bianco che brillava nella penombra del bar. Non guardò nessuno. Attraversò la sala come se fosse vuota, o come se la gente fosse solo arredamento.
Io le camminavo a fianco, un passo indietro, facendole da scorta.
Non mi sentii in imbarazzo. Mi sentii fiero.
Lei scelse un tavolo vicino alla vetrata, l'unico libero, sotto la luce che filtrava dall'esterno.
Si sedette con eleganza, accavallando le gambe e togliendosi i guanti di pelle, posandoli sul tavolo come una sfida.
«Vai tu?» mi chiese, togliendosi gli occhiali da sole e posandoli sui guanti.
I suoi occhi erano stanchi, ma la luce dentro era tornata quella del Generale.
«Vado io.»
Mi avvicinai al bancone.
Il barista, un uomo corpulento con i baffi a manubrio e un grembiule bianco non proprio immacolato, mi salutò con un cenno del capo, riconoscendomi dalle visite precedenti. Ma stavolta non sorrise. Era serio, circospetto.
«Buongiorno. Dica pure.»
Feci un respiro profondo.
Avevo fame. Una fame atavica, felice, una fame che non sentivo da mesi.
«Per la signorina,» dissi a voce alta, scandendo bene in modo che anche i vecchi al tavolo accanto sentissero, «un tè al limone. E una brioche vegana, se ce l'ha. Quella al farro e miele.»
Il barista annuì, prendendo un piattino. «Conosco i gusti della ragazza.” Ammiccando, “ E per te?» aggiunse.
Sorrisi.
«Per me un cappuccino grande. Bollente. E tre brioche.»
Il barista si fermò con la mano nella vetrinetta dei dolci. Inarcò un sopracciglio cespuglioso.
«Tre?»
«Sì. Tre. Tutte al cioccolato.»
Qualcuno alle mie spalle ridacchiò.
Il barista scosse la testa, ma mise tre cornetti gonfi e scuri sul piattino.
«Hai fame, giovanotto. Buon segno.»
Tornai al tavolo con il vassoio traboccante, facendomi largo tra gli sguardi.
Posai tutto davanti a noi.
Martina guardò la montagna di carboidrati che avevo scaricato davanti a me: tre brioche lucide di glassa, che promettevano un coma glicemico immediato.
Un sorriso vero, minuscolo ma sincero, le increspò le labbra, sciogliendo per un attimo la maschera da diva intoccabile.
«Tre brioche, Rustico?» sussurrò, divertita. «Stai cercando di morire giovane o stai sfidando il colesterolo in duello?»
«Sto recuperando le energie,» risposi, sedendomi e addentando la prima con una voracità che non mi apparteneva.
Il cioccolato caldo mi riempì la bocca. Era dolce, denso, perfetto.
«Energia per cosa?» chiese lei, soffiando sul tè bollente.
«Per sopravvivere a te,» dissi, con la bocca piena, guardandola negli occhi. «E a tutto quello che diranno quando usciremo da quella porta.»
Lei prese la sua tazza con entrambe le mani, scaldandosele, e guardò fuori dalla finestra, verso la strada che saliva da Sulmona, dove presto sarebbe apparso il fuoristrada di mio padre.
Il suo sguardo si velò leggermente. Sapeva anche lei che il tempo nella bolla stava per finire.
Ma per ora, in quel bar di provincia che ci giudicava in silenzio, c'eravamo solo noi, il cioccolato e la sfida di essere seduti allo stesso tavolo.
Stavo per attaccare la seconda brioche, con la bocca ancora sporca di cioccolato, quando il mio telefono, posato sul tavolo accanto alla zuccheriera, iniziò a vibrare furiosamente.
Non era una chiamata normale. Era una videochiamata di WhatsApp.
Sullo schermo lampeggiava il nome: BOLO.
Trangugiai il boccone, rischiando di soffocare.
«Chi è?» chiese Martina, incuriosita, guardando il telefono che ballava sul tavolo.
«È Bolo. Il mio coinquilino. Quello del ragù tossico.»
Allungai la mano per rifiutare la chiamata. Non volevo interferenze. Non volevo che il caos di Via della Viola entrasse in quel bar silenzioso di Pettorano.
Ma Martina fu più veloce.
Con un guizzo da gatta, mi bloccò il polso.
«No, no,» disse, con un lampo di divertimento negli occhi. «Rispondi. Voglio vedere in faccia il tuo amico.»
E prima che potessi fermarla, fece scorrere il dito sullo schermo verde.
L'immagine apparve sgranata e traballante.
La prima cosa che vedemmo fu un primo piano estremo della narice destra di Bolo.
«Elia! Ci sei? Mi senti? Questo wi-fi del cazzo va a carbone!» urlò la voce di Bolo, gracchiando nell'altoparlante.
«Ti sento, Bolo,» dissi, cercando di pulirmi la bocca col tovagliolo. «Ma allontana il telefono, mi stai facendo una rinoscopia.»
L'inquadratura si allargò.
Bolo era sdraiato sul divano di casa, con i soliti pantaloni della tuta e una maglietta con su scritto I love Beer.
Accanto a lui, spaparanzata come una regina decaduta, c'era Simona.
Indossava, come da copione, solo una canottiera bianca scollatissima, senza reggiseno sotto, che lasciava ben poco all'immaginazione, e un paio di boxer maschili. Stava mangiando un pacchetto di patatine, leccandosi le dita con gusto.
«Eccolo il nostro disertore!» esclamò Simona, sporgendosi verso la telecamera e regalando a tutto il "Caffè della Posta" una visione panoramica del suo décolleté.
Sentii il barista tossire imbarazzato dietro il bancone.
«Allora?» incalzò Bolo. «Sei arrivato? Sei vivo? L'hai trovata la tua Beatrice?»
Io avvampai.
«Sì, sono vivo. E sì, sono con lei.»
«Faccela vedere!» urlò Simona, sputacchiando briciole di patatine. «Vogliamo vederela! Esiste davvero o è un ologramma che hai programmato tu?»
Guardai Martina.
Lei non sembrava affatto imbarazzata.
Anzi.
Si era tolta gli occhiali da sole e stava osservando lo schermo con un sorriso divertito e vagamente superiore.
Prese il telefono dalle mie mani, girandolo verso di sé.
Si sistemò i capelli con un gesto elegante, raddrizzò la schiena nel suo maglione bianco immacolato e guardò dritto nella telecamera.
«Ciao, ragazzi,» disse, con una voce calma e controllata, da perfetta padrona di casa. «Piacere di conoscervi. Sono l'ologramma.»
Dall'altra parte dello schermo ci fu un attimo di silenzio.
Bolo e Simona si bloccarono.
Vidi Simona raddrizzarsi sul divano, tirandosi su la spallina della canottiera con un gesto istintivo di pudore, come se si sentisse improvvisamente nuda di fronte a tanta compostezza.
«Oh... ciao!» balbettò Simona, cercando di recuperare la sua sfacciataggine. «Wow. Sei... sei vera.»
«Abbastanza,» rispose Martina, sorseggiando il suo tè con il mignolo leggermente alzato. «E voi dovete essere la fauna di Via della Viola. Elia mi ha parlato molto di voi. Soprattutto delle tue doti culinarie, Bolo.»
Bolo arrossì, grattandosi la testa riccia.
«Beh, sai com'è... si fa quel che si può. Ma dicci, com'è andata? Elia è arrivato intero o l'abbiamo rotto noi?»
Martina mi lanciò un'occhiata di sbieco, divertita.
«È arrivato un po' ammaccato, ma l'ho riparato. Gli ho dato tre brioche al cioccolato e ora sembra quasi umano.»
Allungò una mano e mi accarezzò la guancia, proprio davanti alla telecamera.
Un gesto possessivo, teatrale, recitato alla perfezione.
«Vero, amore?»
Mi andò il cappuccino di traverso.
Amore.
Mi aveva chiamato amore.
Sapevo che stava recitando. Sapevo che stava facendo la parte della "fidanzata ufficiale" per marcare il territorio di fronte a Simona, ma sentirglielo dire mi fece esplodere il cuore nel petto.
«Ehm... sì,» risposi, rosso come un peperone. «Tutto bene.»
Simona rise, ma la sua risata era un po' meno sguaiata del solito.
«Beh, allora vi lasciamo soli, piccioncini. Non fate troppe porcherie. Ciao Elia! Ciao Martina!»
«Ciao ragazzi,» disse Martina, chiudendo la chiamata con un tocco deciso.
Appoggiò il telefono sul tavolo e tornò a guardarmi.
Il sorriso da diva svanì, lasciando il posto a quell'espressione sghemba che amavo.
«Carini,» commentò, addentando la sua brioche vegana. «Un po' rumorosi, ma carini. Quella ragazza, Simona...»
«Sì?»
«Ha un cuore d'oro, si vede. Ma dovrebbe smetterla di cercare conferme negli occhi degli uomini. Le si legge in faccia che è insicura.»
Scossi la testa, incredulo.
«Sei incredibile. Hai psicanalizzato i miei coinquilini in trenta secondi di videochiamata.»
«È il mio lavoro, Rustico. E poi...»
Si sporse verso di me, abbassando la voce.
«Dovevo pur fargli capire che qui non c'è trippa per gatti. Anche se siamo a distanza, tu sei roba mia. Chiaro!?»
Mi bloccai con la terza brioche a mezz'aria.
Roba mia.
Non disse "il mio ragazzo". Disse "roba mia".
Era un possesso diverso. Più viscerale. Più antico.
«Chiarissimo,» risposi, e mai una brioche al cioccolato mi era sembrata così dolce.
Non feci in tempo a finire l’ultima brioche che il telefono vibrò di nuovo.
Guardai lo schermo, aspettandomi mia madre in preda a una crisi isterica post-polpettone.
Invece no.
MARIKA. E c’era l’icona della videocamera.
Alzai gli occhi su Martina. Lei si stava pulendo l’angolo della bocca dalle briciole con una lentezza esasperante.
«È Marika,» dissi.
L’espressione di Martina cambiò istantaneamente. Il sarcasmo che aveva riservato a Bolo e Simona svanì, sostituito da una luce diversa. Più calda.
«Rispondi,» ordinò. «Voglio vedere la faccia che fa quando scopre che non ti ho ancora trasformato in un geco.»
Accettai la chiamata.
Il viso di Marika riempì lo schermo. Era in macchina, probabilmente sul sedile del passeggero del furgone della band, con la cintura di sicurezza allacciata e gli occhiali da sole tirati su tra i riccioli rossi.
Sembrava preoccupata.
«Elia!» esclamò subito, senza preamboli. «Sei vivo? Ti prego dimmi che non hai fatto un casino. Ti giuro che stanotte ho sognato che lei ti rincorreva con una scopa di saggina.»
Martina mi sfilò il telefono di mano con la stessa naturalezza di prima, ma con una dolcezza diversa.
Si inquadrò, sorridendo.
«Ciao, amica,» disse.
Dall’altra parte, Marika sgranò gli occhi, poi un sorriso enorme le illuminò il viso.
«Strega! Grande! Allora non l'hai ucciso!»
«Non ancora,» rispose Martina, ridendo. «È qui che si sta ingozzando di carboidrati come se non mangiasse da un mese. Ma è intero. Anzi, direi che l'aria di montagna gli fa bene.»
Improvvisamente, nell'inquadratura apparve una spalla e poi metà faccia di Marco, che stava guidando. Si sporse verso il telefono senza staccare troppo gli occhi dalla strada.
«Ciao Martina,» disse con la sua voce profonda. «Piacere di vederti. Senti, lascia perdere Elia... la domanda importante è: come sta la mia chitarra?»
Martina rise di gusto.
«Ciao Marco. Tranquillo! È al sicuro, trattata con i guanti bianchi. È appoggiata al muro della mia camera, sembra che ci sia nata.»
Fece una pausa, e poi lanciò un’occhiata veloce a me, un’occhiata che mi fece tremare le ginocchia sotto il tavolo.
«E comunque... grazie. L’ha usata appena è arrivato. Mi ha cantato quella canzone... Midnight in Harlem.»
La sua voce si addolcì, perdendo ogni traccia di ironia.
«È stata... bellissima. L’hai aiutato tu con l’arrangiamento, vero? Si sentiva il tuo tocco blues sotto le sue dita.»
Marco sorrise, un sorriso orgoglioso. «Ho solo dato qualche dritta. Il ragazzo ha talento, quando non si perde in paranoie.»
«Lo so,» disse Martina, fiera. «Lo so bene.»
Poi, il tono di Martina cambiò. Divenne più confidenziale.
«Senti, Marika... ho bisogno di chiederti una cosa. Una cosa tra noi.»
Marika capì al volo. Fece un cenno a Marco di alzare il volume della radio per coprire la conversazione o di farsi i fatti suoi.
«Dimmi tutto, amica.»
Martina si alzò dal tavolo.
Prese il mio telefono.
«Elia, tu finisci di mangiare e paga il conto. Io esco un attimo. Qui c’è troppa gente e ho bisogno di fare due chiacchiere serie con la tua bassista.»
Non mi chiese il permesso.
Mi fece un buffetto sulla guancia, recuperò i suoi occhiali da sole e uscì dal bar, portandosi via il telefono e lasciandomi lì, solo, con l’ultima brioche e la sensazione netta che si stesse decidendo il mio destino.
La guardai attraverso la vetrina.
Passeggiava avanti e indietro sul marciapiede, gesticolando con la mano libera, stringendosi nel cappotto cammello.
Non potevo sentire cosa dicevano.
Ma vedevo Martina ridere, poi farsi seria, poi annuire.
Non sembrava la ragazza spaventata che mi aveva chiuso la porta in faccia la sera prima.
Sembrava una donna che si sta confrontando con un’altra donna, cercando conferme, o forse solo il coraggio per fare l'ultimo salto.
E Marika, dall'altra parte dello schermo, non era la rivale che temeva di perdere il cantante.
Era l’alleata che stava spingendo la Strega a scendere dalla torre.