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← La teoria musicale delle Emozioni

Creato il 12/06/2026, 12:22 · Aggiornato il 12/06/2026, 12:22

Capitolo 19: I pregiudizi

@bergadavideDavide
AdolescentiIn corso

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«Va bene,» dissi, rassegnato. «Chiamo.»

Recuperai il telefono dalla tasca posteriore dei jeans e uscii sul pianerottolo, lasciando la porta socchiusa.

L'aria fuori era gelida, ma preferivo affrontare il freddo piuttosto che lo sguardo ironico di Martina mentre parlavo con i miei.

Cercai il numero di casa.

Squilla. Squilla.

Sperai che rispondesse mia madre. Almeno con lei potevo giocare la carta dell'ansia da esame.

«Pronto?»

Era mio padre. Corrado.

La sua voce era roca, come sempre quando rispondeva al telefono mentre stava suonando o leggendo spartiti.

«Ciao papà. Sono io.»

«Elia. Sei vivo.» Non era una domanda, era una constatazione secca. «Tua madre sta camminando sul soffitto da due ore. Pensava che il treno fosse deragliato o che ti avessero rapito gli alieni.»

«Il treno ha fatto ritardo,» mentii a metà, guardando le montagne nere all'orizzonte. «Sono arrivato adesso. Tutto bene.»

«Mmh. E i voti? Li hai portati?»

«Sì. Ho il libretto. È tutto in regola.»

Dall'altra parte ci fu un attimo di silenzio, rotto solo dal fruscio di una pagina voltata.

«Bene. Allora vieni a cena? Tua madre ha fatto il polpettone.»

Il polpettone. Il piatto della riconciliazione forzata.

Feci un respiro profondo.

Non volevo mentire. Non a lui, non stasera.

Avevo suonato Midnight in Harlem. Avevo cantato la verità. Non potevo tornare a essere il bambino che si nasconde.

«No, papà,» dissi, scandendo le parole. «Non vengo a cena. Sono a Pettorano. Sono da Martina.»

Il silenzio dall'altra parte della cornetta si allungò.

Sentii un grugnito. Quel suono basso, gutturale, che Corrado Rustico emetteva quando qualcosa non gli tornava o quando una nota stonava.

«Da Martina,» ripeté, piatto. «E quando pensi di tornare?»

«Dopo cena. Mangio qui e poi scendo a piedi o chiamo un taxi.»

Ci fu un altro silenzio. Più lungo del precedente.

Poi, la voce di mio padre cambiò.

Divenne più bassa, quasi confidenziale, come se stesse parlando lontano dal ricevitore per non farsi sentire da mia madre in cucina.

«Ascolta, Elia.»

«Sì?»

«Non tornare stasera. Fermati lì per la notte.»

Rimasi a bocca aperta, fissando il buio del vicolo.

«Cosa?»

«Hai capito bene. Parlo io con tua madre. Le dirò che il treno ha fatto un ritardo mostruoso e che non c'erano coincidenze, o che sei stanco morto. Mi invento qualcosa.»

«Ma papà, perché...?»

«Perché girano voci,» mi interruppe lui, brusco ma non arrabbiato. «Sento cose in giro. Su Martina. Dicono che è strana, che la gente mormora.»

Sospirò, un suono pesante.

«Io non la conosco bene, Elia. È strana forte, quello è sicuro. Ma so quanto ti ha aiutato. So che se sei andato a Perugia e non sei impazzito, è anche merito suo. È una brava ragazza, in fondo. Molto in fondo.»

Fece una pausa, e sentii il calore di quelle parole arrivarmi dritto allo stomaco.

«Stalle vicino. Adesso tocca a te ricambiare. Se ha bisogno, tu resti lì. Vengo a prenderti io domani mattina col fuoristrada. Chiaro?»

Mi sentii gli occhi pungere.

Mio padre, l'uomo che viveva per la chitarra e il silenzio, mi stava dando il permesso di amare. O almeno, di proteggere.

«Chiaro,» sussurrai, con la gola chiusa. «Grazie, papà.»

«Non ringraziarmi. E vedi di comportarti bene. Buonanotte.»

Riagganciò.

Rientrai in camera con le gambe che tremavano leggermente, ma non per il freddo.

Mi sentivo investito di una missione ufficiale.

Martina non era più al tagliere.

Si era seduta sul divano Ikea, con le gambe rannicchiate sotto il sedere, e stava digitando freneticamente sul telefono.

Sbuffava.

«Tutto bene?» chiesi, fermandomi sulla soglia.

Lei sobbalzò.

Bloccò lo schermo e appoggiò il telefono a faccia in giù sul cuscino, veloce.

«Sì. Tutto a posto,» disse.

Mi guardò e il suo viso cambiò espressione.

«Tutto bene con la mammina?» chiese, con quel tono canzonatorio che usava per mascherare l'affetto.

«Era mio padre,» risposi, e stavolta non fui vago. La guardai dritta negli occhi. «Sa che sono qui. E ha detto che è meglio se resto.»

Lei inarcò un sopracciglio, sorpresa. «Corrado? Davvero?»

«Sì. Ha detto che sembri una brava ragazza. In fondo. Molto in fondo.»

Martina rise. Una risata breve, incredula.

«Tu padre ha un senso dell'umorismo macabro. Mi piace.»

Si alzò dal divano e mi indicò la piccola credenza di legno scuro accanto alla finestra.

«Bene. Visto che sei ufficialmente un clandestino... renditi utile. Prepara la tavola. I piatti sono lì dentro. Attento a quello sbeccato, è il mio preferito.»

Apparecchiai.

Due piatti spaiati, due bicchieri che avevano visto giorni migliori, due tovaglioli di carta.

Martina portò in tavola la padella con le verdure e una ciotola di riso bianco fumante.

«Ecco a te,» disse, servendomi una porzione abbondante. «Il banchetto dei poveri.»

Ci sedemmo.

Il riso era un po' scotto e le verdure erano poco salate, ma dopo il viaggio e le emozioni, mi sembrò il pasto più buono del mondo.

Guardai Martina.

Mi aspettavo di vederla piluccare il cibo svogliatamente, come faceva sempre quando era stressata. Invece mangiava.

Mangiava di gusto, con voracità, pulendo il piatto con un pezzo di pane. Le sue mani non tremavano più. Sembravano ferme, sicure.

Anzi, era allegra.

Troppo allegra.

Rideva delle mie storie sull'università, mi prendeva in giro per i miei voti, mi chiedeva di Marika con una curiosità che sembrava quasi eccessiva.

«E quindi questa Marika canta bene? O urla e basta?»

«Canta da Dio. Ha una voce che spacca i vetri.»

«Mmh. Bene. Almeno non stai perdendo tempo con una dilettante.»

Sorrideva, ma i suoi occhi non ridevano. I suoi occhi rimanevano vigili, come quelli di un animale che sente un predatore nel bosco ma continua a mangiare per non morire di fame.

Posai la forchetta. Il rumore metallico risuonò netto nella stanza.

«Martina.»

Lei si bloccò con il bicchiere a mezz'aria.

«Che c'è? Non ti piace il riso?»

«Il riso è perfetto. Ma tu no.»

Mi sporsi sul tavolo, guardandola dritta in faccia.

«Smettila di recitare. Cosa sta succedendo? Perché tremavi prima? Perché sei dimagrita così tanto? E perché hai messo quella cavigliera?»

Lei appoggiò il bicchiere sul tavolo, lentamente.

Il sorriso di circostanza si spense, lasciando il posto a una stanchezza antica.

«Sei diventato osservatore, Rustico. Non ti sfugge niente.»

«Ti ho sempre guardata…Allora?»

Martina sospirò. Si passò una mano tra i capelli corti, scompigliandoli.

«Non è niente di sovrannaturale, Elia. Niente vampiri energetici, niente maledizioni.»

Indicò vagamente la finestra, verso il paese buio che ci circondava.

«È la gente. Sono i pettegolezzi.»

«Che pettegolezzi?»

«Pettorano è piccolo. Sulmona è piccola. E io... io sono un elemento di disturbo.»

Prese un pezzo di pane e iniziò a sbriciolarlo sul tavolo, nervosamente.

«Le mie "signore"... la moglie del Sindaco, la Farmacista, Agata... vengono da me perché le ascolto. Perché do loro delle erbe, dei consigli, un po' di pace. Cose che i loro mariti non fanno. Cose che la chiesa non fa.»

Alzò lo sguardo, e vidi un lampo di paura.

«Ma i mariti hanno iniziato a fare domande.

"Perché vai sempre da quella ragazza?" "Cosa ti dà?" "Non sarà mica una di quelle sette?"»

Fece una risata amara.

«Sembra che ci sia qualcuno in giro che sta mettendo zizzania. Qualcuno che dice che sto rivoltando le donne di Sulmona contro lo "status quo". Dicono che sono una ciarlatana, che le manipolo.»

Strinse il pugno, riducendo la mollica in polvere.

«È una situazione sgradevole, Elia. Mi guardano male per strada. Il prete ha fatto un'omelia strana domenica scorsa sulle "false guide".

Ecco perché ho messo la cavigliera. Per ricordarmi chi sono. Per non farmi schiacciare dalla loro cattiveria.»

Restai in silenzio, assorbendo la notizia.

Non era magia nera. Era la vecchia, banale, cattiveria di provincia.

La paura del diverso. La paura delle donne libere.

Allungai la mano sul tavolo e coprii la sua, fermando il massacro della mollica.

«Chi sono?» chiesi, con una calma che non sapevo di avere. «Dimmi chi sono quelli che parlano. Ci parlo io.»

Lei mi guardò e sorrise, ma stavolta era un sorriso vero, dolce.

«Non puoi parlarci, Elia. Sono il paese. Sono il vento. Non puoi combattere il vento.»

Ritirò la mano, ma lo fece piano.

«Ma stasera ci sei tu. E il vento resta fuori.»

Si alzò e prese i piatti vuoti.

«Ora basta parlare di cose brutte. Aiutami a sparecchiare. Poi vediamo dove metterti a dormire, visto che hai deciso di invadere la mia fortezza.»

Finito di lavare i piatti, la questione logistica si presentò in tutta la sua imbarazzante concretezza.

La stanza era una sola. Il letto era uno solo: una piazza e mezza addossata al muro, coperta da un piumone che sembrava inghiottire lo spazio.

Il divano Ikea, il famoso Klippan, era troppo corto per le mie gambe e troppo stretto per la mia dignità, ma ero pronto a sacrificarmi.

«Io prendo il divano,» dissi, cercando di sembrare disinvolto mentre asciugavo l'ultimo bicchiere sbeccato. «Mi arrangio col sacco a pelo, se ne hai uno. O con dei cuscini.»

Martina non rispose subito.

Stava chiudendo le imposte della finestra, sigillando la stanza dal freddo e dagli occhi di Pettorano.

Si girò verso di me. Aveva tolto l'abitino blu. Ora indossava una maglietta extralarge sbiadita, che le arrivava alle ginocchia, e dei calzettoni di lana spessi.

Senza trucco, senza l'abito da "signora", sembrava avere dodici anni.

E sembrava terrorizzata.

«Il divano è scomodo,» mormorò, fissando il pavimento. «E poi fa freddo lì vicino alla porta.»

«Sopravviverò. Sono un montanaro, ricordi?»

Lei scosse la testa. Un movimento piccolo, nervoso.

Si avvicinò al letto e si sedette sul bordo, le mani infilate tra le cosce per scaldarsi.

«Non voglio stare sola laggiù,» disse, indicando il materasso. La voce era un filo sottile. «Cioè... non voglio che tu stia laggiù.»

Capii.

Non era una questione di freddo. E non era nemmeno un invito sessuale.

Era paura.

Era la paura di chi ha passato sei mesi a combattere contro i mulini a vento, contro le malelingue del paese, contro la solitudine di quella stanza che odorava di tempio e non di casa.

Martina si stava crepando. Potevo vederlo dalle spalle curve, da come torturava il tessuto della maglietta.

Se l'avessi lasciata sola in quel letto, i pezzi sarebbero caduti durante la notte.

«Spostati,» dissi dolcemente.

Lei alzò gli occhi, grandi e liquidi.

«Spostati verso il muro, Strega. Io mi metto sul bordo. Faccio la guardia.»

Si infilò sotto le coperte senza dire una parola, rannicchiandosi contro la parete fredda, lasciandomi due terzi del letto.

Mi tolsi i jeans e il maglione, restando in boxer e maglietta. Spensi la luce.

Il buio cancellò la miseria della stanza, l'incenso, le crepe sui muri. Rimase solo il rumore del vento fuori e il respiro di lei.

Mi stesi accanto a lei.

Eravamo vicini, ma non ci toccavamo. C'era una terra di nessuno di dieci centimetri tra la mia schiena e la sua.

Sentivo il calore del suo corpo irradiare nel gelo delle lenzuola.

Passarono minuti interminabili.

Sentivo che non dormiva. Il suo respiro era irregolare, spezzato.

Poi, sentii la sua mano.

Piccola, fredda, esitante.

Toccò la mia schiena, cercò la mia mano nel buio e la strinse.

Non disse nulla, ma quella stretta era un urlo.

Mi girai.

Lentamente, per non spaventarla.

Nel buio, i suoi occhi erano aperti, fissi nei miei. Brillavano umidi.

Non c'era malizia. C'era solo un bisogno disperato di contatto umano, di non sentirsi un "elemento di disturbo", ma solo una ragazza.

«Vieni qui,» sussurrai.

Non aspettai una risposta. Allungai il braccio e la tirai verso di me.

Lei si sciolse.

Si rannicchiò contro il mio petto, nascondendo la faccia nell'incavo del mio collo. Le sue gambe si intrecciarono con le mie.

Sentii il metallo freddo della cavigliera premere contro il mio stinco. La sua "zavorra".

Ora la zavorra ero io.

«Ho paura, Elia,» mi soffiò contro la pelle. «Sono stanca di essere forte.»

«Lo so,» risposi, accarezzandole i capelli morbidi, che profumavano di quella lavanda che ricordavo dalla stazione.

«Non devi esserlo stanotte. Stanotte ti tengo io.»

Sentii il suo corpo rilassarsi completamente contro il mio, come se avesse smesso di trattenere il respiro dopo sei mesi di apnea.

Era rotta, sì.

Ma mentre si addormentava tra le mie braccia, con il respiro che si sincronizzava col mio, capii che forse non dovevo aggiustarla.

Dovevo solo restare lì a tenere insieme i pezzi finché la colla non avesse fatto presa.

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