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«Martina.»
Pronunciai il suo nome piano, ma nel silenzio del pianerottolo suonò come un grido.
Lei si voltò di scatto, come se l'avessi toccata.
I nostri sguardi si incrociarono e il tempo si fermò.
Non fu come alla stazione di Fontivegge, sei mesi prima. Lì c'era la promessa di una connessione futura, c'era l'adrenalina della partenza.
Qui c'era solo il peso schiacciante di un'assenza che era durata mezzo anno.
Vidi la stanchezza crollarle addosso tutta insieme.
Non era la stanchezza di una giornata di lavoro. Era la stanchezza di centottanta giorni passati a fingere di stare bene, a fingere di essere forte, a sostenere le mogli dei sindaci e le farmaciste mentre lei si sgretolava dentro, sola, senza la sua "ancora".
I sei mesi senza di me erano stati un inferno anche per lei. Lo vidi chiaramente, scritto nelle occhiaie scure che il trucco leggero non copriva, nella magrezza delle sue braccia nude.
Si portò una mano alla bocca, soffocando un suono che non uscì.
I suoi occhi neri si riempirono di lacrime all'istante, diventando rossi, lucidi, disperati.
Non mi corse incontro.
Fece un passo indietro. Poi un altro.
Indietreggiò verso l'interno della camera, come se la mia presenza fosse una luce troppo forte per chi ha vissuto al buio troppo a lungo.
Afferrò la maniglia della porta.
«No...» sussurrò.
E la chiuse.
Non la sbatté. La accompagnò fino allo scatto della serratura, erigendo l'unica barriera che sapeva costruire tra lei e il mondo.
Restai lì, davanti al legno scuro, con il respiro mozzato.
Poi mi mossi.
Feci due passi veloci e appoggiai le mani aperte sulla porta, come se volessi sentire il suo calore attraverso le fibre del legno.
Bussai.
Un colpo solo, sordo.
«Martina,» dissi. «Sono qui.»
Sentii un fruscio dall'altra parte. Un corpo che scivolava lento verso il pavimento.
Immaginai la scena: lei appoggiata con la schiena al legno, le ginocchia al petto, seduta per terra esattamente nel punto in cui ero io, divisa solo da cinque centimetri di noce antico.
«Che cosa fai qui?»
La sua voce arrivò ovattata, rotta da un pianto che stava cercando di ingoiare.
«Perché sei venuto?»
Fece una pausa, e sentii il suono bagnato di un respiro profondo.
«Me lo sentivo...» continuò, e la voce le tremò. «Quel messaggio... quell'interferenza... mi ero accorta che qualcosa stava per succedere. Lo sapevo che eri tu. Lo sapevo da stamattina.»
Il mio cuore iniziò a battere furiosamente nel petto.
Un ritmo irregolare, violento, che mi rimbombava nelle orecchie cancellando ogni altro rumore.
Appoggiai la fronte contro la porta, chiudendo gli occhi.
«Avevo bisogno di vederti,» dissi.
Le parole mi uscirono di getto, senza filtri, senza la paura di sembrare debole o dipendente. Era la verità pura, distillata da sei mesi di solitudine in mezzo alla folla di Perugia.
«Mi sei mancata, Marti. Mi sei mancata come mancherebbe l'aria a uno che ha appena corso i mille metri in apnea.»
Dall'altra parte, il silenzio fu rotto solo da un singhiozzo soffocato.
E in quel pianerottolo freddo, con la fronte contro il legno, capii che avevo appena smesso di correre.
Ero emerso.
Ero tornato a respirare.
«Aprimi, Martina. Ti prego.»
Appoggiai la fronte al legno ruvido, parlando alla fessura della serratura.
Sentivo il peso della custodia sulla spalla, un peso che improvvisamente non era più un fardello, ma un dono.
«Ho portato anche la chitarra,» continuai, con la voce che cercava di restare ferma. «Voglio cantarti una canzone. Una canzone che ho scritto io. Che ti dica quanto mi sei mancata... e quanto mi ha fatto bene stare a Perugia. Devi sentirla.»
Dall'altra parte, ci fu un attimo di esitazione.
Poi, la sua voce arrivò. Bassa, rassegnata, priva di quella forza che solitamente la contraddistingueva.
«Entra.»
Non venne ad aprire. Non sentii passi.
Aveva solo sbloccato la serratura prima, quando aveva indietreggiato.
Posai la mano sulla maniglia di ottone ossidato e la abbassai.
La porta si aprì con un lamento prolungato dei cardini.
Spinsi lentamente il battente.
La prima cosa che mi colpì non fu la vista, fu l'olfatto.
Venni investito da una nuvola densa, quasi fisica.
L'odore di incenso mi avvolse come se fosse una persona.
Non era il profumo leggero che usava a Perugia. Era un odore antico, penetrante, di sandalo e resine bruciate, così forte da farmi quasi tossire. Sembrava che volesse coprire ogni altro odore, ogni traccia di vita quotidiana, ogni odore di cibo o di corpo.
Era l'odore di un tempio, non di una casa.
Entrai, chiudendomi la porta alle mie spalle.
La camera era immersa in una penombra lattiginosa.
Era spoglia. Terribilmente spoglia.
Non c'erano soprammobili, non c'erano foto, non c'erano vestiti in giro. Sembrava che lì dentro non ci abitasse nessuno, o che chi ci abitava fosse pronto a scappare in ogni momento.
Al centro della stanza, l'unico segno di modernità era un vecchio divano dell'Ikea, modello Klippan, coperto da un telo indiano sbiadito per nascondere le macchie.
Davanti al divano, un tappeto persiano consunto e un tavolino basso di legno grezzo.
Sopra il tavolino, un bastoncino d'incenso stava finendo di bruciare in un piattino di coccio, alzando l'ultimo filo di fumo grigio verso il soffitto macchiato di umidità.
E poi c'era lei.
In quel breve frangente tra il mio bussare e il mio entrare, Martina si era spostata.
Era andata alla finestra, quella che dava sulla valle del Gizio.
Era di spalle.
La luce grigia del crepuscolo entrava dai vetri sporchi, disegnando la sua silhouette in controluce.
Stava ferma, immobile, con le braccia conserte strette al petto, come se avesse freddo o come se si stesse tenendo insieme i pezzi.
L'abitino blu a fiori, che prima mi era sembrato così bello, ora pendeva su di lei come su una gruccia troppo fragile.
Non si girò al rumore dei miei passi.
Continuò a fissare la montagna, offrendomi solo la sua schiena, una barriera di vertebre e ostinazione che mi diceva: Sei entrato nella mia stanza, ma non sei entrato nel mio mondo.
Posai la custodia della chitarra accanto alla porta, facendo attenzione a non farla sbattere contro il muro scrostato.
Martina non si era mossa. Era ancora lì, una statua di sale vestita di fiori blu, a guardare il buio che inghiottiva la valle del Gizio.
Mi avvicinai a lei.
Il pavimento scricchiolava, ma lei sembrava sorda ai miei passi.
Il mio sguardo cadde sui suoi piedi nudi, pallidi contro il cotto scuro.
Notai un dettaglio che prima mi era sfuggito.
Alla caviglia destra, sottile e nervosa, portava un bracciale rigido di ottone. Non era un gioiello vezzoso. Era un cerchio di metallo grezzo, martellato a mano, con incisi dei simboli che non riconoscevo.
Sembrava un oggetto rituale, un amuleto di protezione o forse una catena che si era messa da sola per non volare via.
Era una cosa da strega. Una cosa nuova.
Alzai lo sguardo.
La sua mano destra era salita ai capelli.
Le dita stavano lavorando freneticamente su una ciocca lunga, attorcigliandola e tirandola fino a farla diventare una corda tesa.
Era il suo tic. Il segnale che la sua mente stava correndo a mille all'ora per cercare una via di fuga che non c'era.
Non le chiesi permesso.
Le arrivai alle spalle e posai le mani sulle sue spalle.
Erano tese, dure come il legno della porta. Sentii i muscoli contrarsi sotto il tessuto leggero dell'abitino, pronti a scattare.
Ma io non la lasciai.
Feci una pressione leggera, calda, costante.
La girai.
Lentamente, come si gira una pagina fragile che si ha paura di strappare.
Lei oppose una resistenza minima, poi cedette, ruotando sui talloni.
Mi trovai davanti il suo viso.
Non piangeva più, ma aveva gli occhi lucidi, enormi, due laghi neri in cui avrei potuto affogare senza nemmeno accorgermene.
Le spostai una ciocca di capelli che le era finita davanti agli occhi, sistemandola dietro l'orecchio.
«Ti stanno bene i capelli lunghi,» dissi. «Sembri meno generale e più... te stessa.»
Martina tirò su col naso, un gesto per nulla elegante che ruppe l'incantesimo tragico del momento.
Mi guardò storto, inarcando un sopracciglio con quella sua solita aria di sfida.
Spostò lo sguardo sulla custodia della chitarra abbandonata all'ingresso, poi tornò a fissarmi.
«Spero tu non abbia intenzione di suonare Wonderwall,» disse, con la voce ancora incrinata ma carica di veleno. «Perché se attacchi con quella lagna da falò, giuro che apro la finestra e ti lancio di sotto. Tu e la chitarra.»
Sorrisi.
Eccola. Era tornata.
La mia Martina. Quella che mordeva per non farsi accarezzare.
«Niente Oasis,» promisi, alzando le mani in segno di resa. «Ho standard più elevati adesso. Bando alle ciance.»
Tornai all'ingresso, presi la chitarra di Marco e la tirai fuori dalla custodia.
Mi sedetti sul bracciolo del vecchio divano Ikea, accordai velocemente il Mi cantino che aveva sofferto il freddo del viaggio, e la guardai.
Lei era rimasta lì, in piedi, con le braccia conserte, in attesa del giudizio universale.
«Questa è Midnight in Harlem,» dissi. «Della Derek Trucks Band. Ma l'ho riadattata. Immagina che la stia cantando uno che ha appena fatto un viaggio lunghissimo solo per vedere la tua faccia da schiaffi.»
Attaccai.
Non avevo lo slide, non avevo la band, non avevo l'elettricità del locale di Perugia.
Avevo solo sei corde di metallo e una cassa di risonanza in una stanza che sapeva di incenso.
Suonai l'intro in modo percussivo, cercando di dare quel senso di movimento, di treno che corre sui binari.
«Well, I came to the city... I was running from the past...»
Cantai piano.
Non usai la voce graffiata da rocker. Usai la voce pulita, quella che usavo quando parlavo con lei al telefono di notte.
La canzone parlava di luci, di ombre, di cercare una strada. Parlava di me che cercavo lei.
Mentre cantavo, la vidi.
Vidi le sue spalle abbassarsi.
Vidi le braccia sciogliersi dalla posizione di difesa.
Si avvicinò di un passo, poi di un altro, come attratta da una calamita involontaria. Si sedette sul tappeto, ai miei piedi, e appoggiò il mento sulle ginocchia, fissando le mie dita che correvano sulla tastiera.
Quando finii, l'accordo finale rimase sospeso nel silenzio della stanza per un tempo infinito.
Non applaudì.
Si passò una mano sulla faccia, come per cancellare la stanchezza, e poi mi guardò dal basso verso l'alto.
Fece una smorfia tecnica, da esperta musicale (quale non era assolutamente).
«Mmh,» mugugnò, dondolando la testa. «L'intenzione non è male. Ma sul ritornello hai usato troppa... troppa aria. Sembrava che ti stesse uscendo l'anima dal naso. E poi l'accordo di settima era un po' pretenzioso, non trovi? Troppo jazz, poco Abruzzo.»
Scoppiai a ridere. Era un giudizio completamente privo di senso, sconclusionato, ma era il suo modo per non dirmi che le era piaciuta da morire.
«Ricevuto, giudice,» dissi, posando la chitarra. «Lavorerò sull'anima dal naso.»
Lei si alzò in piedi con uno scatto, stiracchiandosi le gambe.
«Bene. Il concerto è finito. Non illuderti di avermi comprata con due arpeggi.»
Mi indicò un punto preciso della parete, sopra la piccola scrivania dove teneva i suoi libri di astrologia.
C'era una mensola di legno grezzo che pendeva pericolosamente verso sinistra, retta solo da un tassello che stava chiedendo pietà al muro.
«Visto che sei qui,» disse, tornando a fare il Generale, «e visto che hai invaso il mio spazio vitale senza invito... renditi utile.»
«La mensola?»
«Sta per crollare da tre mesi. Ogni volta che ci appoggio un libro sento l'universo che scricchiola. Aggiustala. Adesso.»
Si girò verso l'angolo cottura, un buco minuscolo ricavato in una nicchia.
«Mentre tu fai l'uomo di casa, io vedo se riesco a mettere insieme una cena che non sia tossica con quello che ho in frigo. E ti avverto: probabilmente mangeremo riso scondito e tristezza.»
La guardai mentre apriva il frigo vuoto, con quel suo abitino blu che le lasciava scoperte le gambe e la cavigliera da strega che brillava alla luce della lampadina.
«Agli ordini,» dissi, alzandomi e andando a esaminare la mensola disastrata.
Non mi aveva abbracciato. Non mi aveva detto "ti amo".
Mi aveva chiesto di aggiustarle casa.
Era la dichiarazione d'amore più bella che potessi ricevere.
«Agli ordini,» dissi, alzandomi e andando a esaminare la mensola disastrata.
Recuperai il mio coltellino svizzero dalla tasca – fedele compagno di ogni viaggio – e testai la tenuta del tassello. Ballava paurosamente nel muro, proprio come aveva detto lei.
Mentre io combattevo con la vite allentata, sentii un rumore ritmico provenire dall'angolo cottura.
Tac. Tac. Tac.
Martina aveva trovato qualcosa nel cassetto delle verdure. Forse due zucchine superstiti o una carota dimenticata.
Non mi voltai, concentrato a fare leva sul legno per raddrizzarlo, ma il suono di quel coltello che batteva sul tagliere riempì la stanza di una normalità domestica che mi stordì più dell'incenso.
Era surreale.
Cinque minuti prima eravamo due estranei divisi da una porta chiusa. Ora io ero l'operaio e lei la cuoca, come se non ci fossimo mai lasciati, come se i sei mesi di silenzio fossero stati solo una pausa pubblicitaria in un film lunghissimo.
Spinsi la mensola verso l'alto con la spalla per liberarmi le mani e avvitare più forte.
Da quella posizione angolata, il mio sguardo cadde in basso.
Lei era di profilo, concentrata sul taglio. L'abitino blu si era sollevato leggermente, lasciando scoperta la gamba destra.
La cavigliera di ottone brillò alla luce della lampadina.
Quel cerchio di metallo grezzo, martellato, inciso con simboli che non conoscevo.
«Quello è nuovo,» dissi, rompendo il ritmo del tac-tac.
La mia voce uscì un po' sforzata per via della posizione scomoda.
Il coltello di Martina si fermò a mezz'aria.
Non si girò. Rimase a fissare le rondelle di verdura sul tagliere.
«Cosa?» chiese, anche se sapeva benissimo a cosa mi riferivo.
«Il bracciale alla caviglia,» specificai, dando un ultimo giro di vite deciso che bloccò finalmente la mensola. «Non sembra roba da bancarella. Sembra... pesante.»
Martina posò il coltello.
Fece scivolare le verdure in una padella con un gesto lento della mano.
«È un khadi,» disse, e la sua voce ebbe un'incrinatura strana, bassa. «Me l'ha dato una donna a Pescocostanzo. Una vecchia che diceva di vedere le auree.»
Si voltò finalmente verso di me, appoggiandosi con la schiena al lavello minuscolo.
Incrociò le braccia al petto, sfiorandosi il metallo freddo della caviglia con la punta del piede opposto.
«Ha detto che serve a tenermi a terra,» sussurrò, guardandomi dritto negli occhi. «Ha detto che stavo volando via, Elia. Che ero troppo leggera, che il vento mi stava portando in posti dove non sarei più riuscita a tornare.»
Fece una pausa, un sorriso amaro le increspò le labbra.
«È una zavorra. Per non sparire del tutto mentre non c'eri.»
Restai immobile, con il cacciavite in mano e la mensola finalmente dritta sopra la mia testa.
Guardai quel cerchio di ottone, quella catena che si era messa da sola.
Non era un gioiello. Era un'ancora di salvezza che aveva gettato nel vuoto in attesa che arrivassi io.
«Beh,» dissi, posando l'attrezzo sul tavolo e accorciando la distanza tra noi. «Adesso puoi toglierlo.»
Le presi delicatamente le mani, sporche di verdura, tra le mie.
«Sono tornato io a farti da zavorra.»
Mentre finivo di avvitare il tassello, cercai le parole giuste. Non volevo rovinare la tregua appena conquistata, ma quella domanda mi bruciava dentro da quando ero rimasto solo sul pianerottolo. Dovevo chiederglielo, ma dovevo farlo in punta di piedi, senza farla sentire sotto interrogatorio.
«Senti...» esordii, tenendo la voce bassa, quasi distratta, come se stessi parlando alla vite e non a lei. Feci un altro mezzo giro col cacciavite, prendendo tempo.
«Prima... quando mi hai visto arrivare...»
Mi fermai, cercando un modo per non suonare accusatorio. Il rumore del coltello sul tagliere rallentò impercettibilmente, segno che era in ascolto.
«Non lo so, ho avuto l'impressione che ti fossi... spaventata,» dissi, scegliendo un termine neutro. «Cioè, quella porta chiusa...»
Provai a buttarla sul ridere, anche se non c'era niente da ridere.
«Non è stato esattamente come nei film, ecco. Perché sei scappata dentro? Ho pensato per un attimo che volessi lasciarmi fuori.»
Non mi voltai a guardarla subito.
Restai a fissare il legno della mensola, dandole lo spazio fisico e mentale per non sentirsi aggredita, aspettando che il tac-tac del coltello riprendesse o che lei mi desse una risposta che non fosse una bugia.
Martina abbassò il coltello sul tagliere.
Non restò in silenzio come temevo. Si girò lentamente verso di me, appoggiandosi con la schiena al lavello, e mi puntò addosso quei suoi occhi scuri che sembravano leggermi dentro.
«Lo sai...» esordì, ignorando completamente la mia domanda sulla porta chiusa. «Lo sai che Marika mi ha detto che ultimamente state andando bene con la band? È stata misteriosa al telefono, non voleva dirmi troppo... ma è lì che ho sentito che stavi per tornare.»
Inclinò leggermente la testa, scrutandomi con un misto di curiosità e cautela.
«Come va con lei?»
Io lo sapevo. In cuor mio sapevo che non mi avrebbe risposto sul perché era scappata. Era la sua tecnica di sempre: spostare il fuoco, cambiare argomento per non dover ammettere le sue paure.
Sospirai, lasciando perdere il cacciavite.
«Come vuoi che vada?» le dissi, allargando le braccia. «Lei sta con Marco. Sono... una bella coppia.»
Abbassai lo sguardo sulle mie mani, sentendo il peso di quella verità.
«E stando con loro, a dire il vero... mi manca la nostra amicizia. Quella... speciale.»
«Non iniziare,» mi interruppe lei.
Non c'era rabbia nella sua voce. Lo disse dolcemente, quasi fosse una preghiera o un avvertimento affettuoso.
Si voltò di nuovo verso il tagliere, dandomi le spalle, e il ritmo del coltello riprese a riempire la stanza.
Tac. Tac. Tac.
Poi, all’improvviso, si fermò di nuovo.
Ma stavolta non c'era tensione nell'aria.
Martina scoppiò a ridere. Una risata vera, liberatoria, che le fece scuotere le spalle sotto l’abito blu.
Appoggiò i palmi delle mani sul bordo del tagliere e abbassò la testa, guardando le zucchine a rondelle come se fossero la barzelletta più divertente del mondo, arrendendosi all'evidenza.
«Dimmi la verità,» disse, girando appena il viso verso di me, con gli occhi ancora fessure ridenti. «Non sei ancora stato a casa dei tuoi, vero?»
Scosse la testa, divertita dalla mia prevedibilità.
«Elia, sei incorreggibile. Serena e tuo padre saranno in pensiero, staranno già immaginando catastrofi ferroviarie. Perché non li chiami?»
Si raddrizzò, riprendendo il coltello con rinnovata allegria.
«Avvisali che sei arrivato tutto intero,» continuò, indicando il mio telefono con un cenno del capo. «E digli che ti fermi da me per cena. Così, nel frattempo, io finisco di cucinare senza l'ansia che vengano a cercarti coi carabinieri.»