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← La teoria musicale delle Emozioni

Creato il 05/06/2026, 10:07 · Aggiornato il 05/06/2026, 10:09

Capitolo 17: Radici

@bergadavideDavide
AdolescentiIn corso

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  • Copertina AI
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Il tragitto dal garage a Via della Viola fu una corsa a ostacoli contro la mia stessa memoria.

Camminavo veloce, con la custodia della chitarra di Marco che mi batteva contro il fianco a ogni passo, ma la mia testa non era lì.

Non era sui sanpietrini umidi di Perugia, né sull'euforia della prova appena finita.

La mia testa era ferma a un mese prima.

Al Binario 1 della stazione di Fontivegge.

Mentre risalivo le scalette mobili della Rocca Paolina, rividi quella scena con una nitidezza che faceva male.

Rividi Martina ferma sulla linea gialla, con quel cappotto troppo grande che la faceva sembrare ancora più piccola, come una bambina che indossa i vestiti dei grandi per giocare alla vita.

Rividi il modo in cui si era passata una mano tra i capelli rasati, un gesto nervoso che conoscevo a memoria.

In quel momento, mentre le scale mobili mi portavano verso l'alto, mi resi conto di aver memorizzato tutto di lei in quell'istante finale.

La piccola cicatrice bianca sul suo sopracciglio sinistro, ricordo di una caduta da bambina; il modo in cui mordicchiava l'interno della guancia quando cercava di non piangere; l'odore di incenso stantio e lavanda che le restava addosso anche dopo ore di viaggio e che copriva l'odore di ferro della stazione.

Mi fermai un attimo sul pianerottolo intermedio, col fiato corto.

«Ti amo come un pazzo,» le avevo urlato mentre le porte si chiudevano.

E lei mi aveva risposto con quel gesto. Due dita alla tempia. Connessione.

Strinsi la maniglia della custodia fino a farmi sbiancare le nocche.

Stavo andando da lei. Stavo andando a verificare se quella connessione era ancora un cavo ad alta tensione o se si era sfilacciata nel silenzio di trenta giorni.

Arrivai al portone di casa col cuore che batteva a un ritmo sincopato.

Infilai la mano nello zaino per prendere le chiavi.

Il vuoto.

Ravanai tra i cavi, il microfono, una bottiglietta d'acqua vuota.

Niente.

«Cazzo,» sibilai, dandomi una manata sulla fronte.

Le avevo lasciate nella borsa della palestra di Matteo stamattina, quando per sbaglio avevamo scambiato gli zaini uscendo di corsa per la lezione di Psicologia Sociale. E lì dentro c'era anche il libretto universitario, il mio alibi, il passaporto per giustificare la mia presenza a Sulmona davanti ai miei genitori.

Dovevo salire per forza.

Suonai il campanello.

Nessuna risposta.

Suonai di nuovo, una raffica lunga e insistente.

Finalmente, il citofono gracchiò.

«Chi osa disturbare il riposo del guerriero?»

Era la voce impastata di Bolo.

«Bolo, sono io! Aprimi, ho lasciato le chiavi!»

«La parola d'ordine?»

«Bolo, aprimi o giuro che dico a Simona che sei stato tu a finirle la crema idratante da cinquanta euro per lucidarti le scarpe.»

Il ronzio del portone fu immediato.

Salii le scale a due a due ed entrai nell'appartamento come un ladro in fuga.

L'ingresso mi accolse con un odore che era un mix tra zolfo, soffritto di cipolla bruciato e profumo di cocco stucchevole.

Benvenuti a casa.

In cucina, la scena era degna di un dipinto surrealista.

Newton era seduto al tavolo, circondato da cavi elettrici sventrati e pezzi di metallo. Stava armeggiando con quello che sembrava il motore di un frullatore collegato a una batteria da auto.

«Non chiedere,» disse, senza nemmeno alzare lo sguardo.

In quel preciso istante, una scintilla blu partì dal dispositivo, seguita da un POOF sordo e da una voluta di fumo nero che si alzò verso il lampadario.

«Maledizione,» mormorò Newton, imperturbabile, annotando qualcosa su un taccuino mentre tossiva nel fumo. «La resistenza dei materiali alle vibrazioni soniche è inferiore al previsto.»

«Ok, non chiedo,» dissi, aggirando il tavolo e il fumo tossico.

Sul divano del salotto, in una posa che sfidava ogni legge del decoro, c'era Simona.

Era spaparanzata sui cuscini, con le gambe lunghe accavallate sullo schienale.

Indossava solo una canottiera bianca, che aveva arrotolato fin sotto il seno per il caldo (o per abitudine), e un paio di mutandine a fiori.

Stava parlando al telefono, ridendo sguaiatamente, mentre con una mano si grattava la pancia nuda con una disinvoltura totale, lenta e soddisfatta, come un gatto al sole.

«Ma dai! No, ti giuro, gli ho detto che se non la smetteva di mandarmi foto del suo addome gli avrei mandato la foto del mio ginecologo!» urlò nel telefono, scoppiando in una risata che fece vibrare i vetri.

Mi vide passare di corsa e coprì il microfono con la mano, senza nemmeno provare ad abbassarsi la canottiera.

«Ehi, rockstar! Torni a casa o scappi?»

«Scappo,» risposi, correndo verso la mia camera. «Ho dimenticato il libretto.»

«Vai dalla fidanzata immaginaria?» mi urlò dietro, facendomi l'occhiolino. «Quella che vive sulle montagne e parla con gli spiriti?»

«Non è immaginaria!» replicai dalla camera, mentre recuperavo le mie cose dallo zaino di Matteo che giaceva ai piedi del suo letto, ordinato come un soldatino. Matteo, per fortuna, era già andato agli allenamenti. "E Non e' la mia ragazza…” aggiungi sottovoce per non farmi sentire da Simona.

«Certo, certo. Come il mio interesse per il Diritto Privato. Esiste, ma non si vede mai.»

Tornai in corridoio con il libretto in tasca e le chiavi in mano.

Bolo uscì dalla sua stanza in quel momento, avvolto in una nuvola di fumo che sapeva di qualcosa di decisamente non legale e non culinario.

Aveva un mestolo in mano.

«Ho fatto il ragù,» annunciò trionfante, indicando la cucina dove Newton stava ancora ventilando il fumo dell'esplosione. «Con una ricetta segreta che mi ha dato mia nonna in sogno. Vuoi favorire prima di partire?»

Guardai il mestolo incrostato di una sostanza marrone scuro che sembrava catrame.

«Devo prendere il treno, Bolo. Davvero. Grazie.»

«Peggio per te. Più energia per noi.»

Mi fermai sulla soglia, con la mano sulla maniglia.

Mi voltai un secondo a guardare quella gabbia di matti.

Newton annerito dalla fuliggine, Simona mezza nuda che rideva della vita grattandosi la pancia, Bolo che cucinava veleno col sorriso.

Era il caos. Era disfunzionale. Era rumoroso.

Ed era bellissimo.

«Ciao ragazzi,» dissi. «Ci vediamo lunedì. Non date fuoco alla casa.»

«Non promettiamo niente!» urlò Simona, mandandomi un bacio volante.

Chiusi la porta alle mie spalle e il silenzio del pianerottolo mi avvolse di colpo.

Scesi le scale, lasciandomi alle spalle il rumore della mia nuova vita, pronto ad affrontare il silenzio di quella vecchia.

La Majella mi aspettava. E con lei, la paura di scoprire se le radici che avevo lasciato lì erano ancora vive o se si erano seccate per sempre.

Il viaggio non fu un movimento nello spazio, ma un riavvolgimento del nastro.

Il treno lasciò l'Umbria verde e dolce, fatta di colline pettinate e casali restaurati, per infilarsi nelle gole strette dell'Appennino centrale.

Più scendevamo verso sud, più il paesaggio si induriva.

Le querce lasciavano il posto ai faggi scuri. La terra diventava pietra.

A Sulmona cambiai mezzo.

Non passai per casa. Non chiamai nessuno.

Salii sulla corriera blu della linea locale, quella che si arrampica verso l'interno, portando studenti assonnati e vecchi con le buste della spesa.

L'autobus arrancava sui tornanti della statale 17, col motore che ruggiva sofferente ad ogni curva, lasciandosi alle spalle la valle peligna.

Poi, dopo l'ultima curva, eccolo.

Pettorano sul Gizio.

Non era un paese. Era un'escrescenza della montagna.

Le case di pietra grigia sembravano nate direttamente dalla roccia, aggrappate l'una sull'altra in un abbraccio disperato per non scivolare giù nel fiume.

Sopra di tutto, il Castello Cantelmo vegliava come un teschio di pietra vuoto, con le orbite delle finestre che fissavano la valle.

Scesi alla fermata vicino alla piazza.

L'autobus ripartì sbuffando fumo nero, e quando il rumore del motore si spense in lontananza, fui investito dal silenzio.

Non era il silenzio vuoto di una stanza chiusa.

Era un silenzio geologico.

Era fatto del rumore del fiume Gizio che scorreva giù in basso, invisibile e costante. Era fatto del vento freddo che scendeva dalla Majella, portando odore di neve non ancora caduta e di camini accesi.

Mi strinsi nel giaccone. A Perugia faceva freddo, ma qui il freddo aveva i denti.

Mi incamminai verso la parte alta del paese, dove le strade asfaltate morivano per diventare vicoli di sanpietrini sconnessi e gradini consumati da secoli di scarpe.

Non c'era nessuno.

A Pettorano, quando il sole cala dietro la montagna, la vita si ritira dentro. Le persiane si chiudono. Le luci gialle delle finestre sono l'unico segno che lì dentro ci sono esseri umani.

Camminavo veloce, con la custodia della chitarra sulla schiena che mi faceva sembrare una tartaruga goffa.

I miei passi rimbombavano troppo forti in quei vicoli stretti, un tac-tac-tac che sembrava violare la quiete sacra del posto.

Arrivai al vicolo di Martina.

Era una stradina cieca, incastrata tra due muri alti di pietra viva che trasudavano umidità. In fondo, c'era una scalinata esterna di pietra bianca, ripida e stretta, che portava a un ballatoio.

La casa di Martina era lì, in cima.

Sotto di lei, al piano terra, c'era l'appartamento della Signora Agata.

Mi fermai un attimo prima di salire, col fiato corto per la pendenza e per l'ansia.

Guardai la finestra del piano terra.

Le imposte di legno scuro, scrostate dal tempo, si stavano muovendo.

Qualcuno le stava aprendo dall'interno.

Mi appiattii contro il muro, ma era troppo tardi.

La finestra si spalancò con un cigolio acuto.

Una testa bianca, avvolta in uno scialle di lana nera, si affacciò.

Agata.

Aveva ottant'anni, o forse cento. Nessuno lo sapeva con certezza. Era sorda come una campana e curiosa come una faina.

I suoi occhi piccoli e acquosi scrutarono il buio del vicolo.

Mi vide subito.

Il suo viso, una mappa geografica di rughe profonde, si illuminò di riconoscimento. Aprì la bocca sdentata, prendendo fiato per urlare il mio nome e annunciare a tutto il vicinato (e soprattutto a Martina di sopra) che "il fidanzato" era tornato.

«E...!»

Scattai avanti.

Uscii dall'ombra e mi parai sotto la sua finestra.

Portai l'indice alla bocca in un gesto secco, imperativo.

«Shhh!» sibilai, sgranando gli occhi per farle capire l'urgenza.

Lei si bloccò con l'urlo a metà in gola.

Mi guardò, confusa.

Le ripetei il gesto, più lentamente, accompagnandolo con un sorriso implorante e indicando con il pollice il piano di sopra.

Sorpresa, mimai con le labbra. È una sorpresa.

Agata mi fissò per un secondo interminabile. Poi, lentamente, un sorriso furbo le increspò le labbra sottili.

Annuì vigorosamente, facendomi l'occhiolino.

Alzò una mano ossuta e mi fece cenno di salire, sventolando le dita come per dire "Vai, vai, giovanotto".

Richiuse le imposte senza fare rumore, con una delicatezza insospettabile.

Tirai un sospiro di sollievo.

Il primo ostacolo era superato.

Ora toccava alla scalinata. E a quello che c'era in cima.

La porta del piano terra si aprì prima che potessi bussare, come se Agata avesse passato gli ultimi trent'anni con l'orecchio incollato al legno in attesa del mio ritorno.

Non mi diede il tempo di parlare.

Mi si lanciò contro, piccola e solida come una radice di genziana, avvolgendomi in un abbraccio che sapeva di naftalina, talco e minestrone riscaldato.

«Elia!» esclamò, soffocandomi contro il suo scialle di lana nera. «Gesù ti benedica, figlio mio. Sei tornato! Sei tornato davvero!»

Mi strinse con una forza insospettabile per una donna della sua età, dandomi due baci sonori sulle guance che mi lasciarono la pelle umida.

«Ciao, Agata,» dissi, sorridendo e piegandomi per ricambiare l'abbraccio. «Sono tornato.»

In quel preciso istante, la tasca dei miei jeans vibrò.

Non fu una vibrazione normale. Fu una scossa lunga, insistente, quasi elettrica.

Mi staccai da Agata, scusandomi con un cenno, e tirai fuori il telefono.

Lo schermo si illuminò nel buio del vicolo.

Messaggio da: Strega.

«Tutto a posto? Ho una strana sensazione alla bocca dello stomaco. Come se ci fosse un'interferenza nel campo.»

Restai a fissare il display, sentendo un brivido freddo corrermi lungo la schiena.

La solita strega, pensai, scuotendo la testa. Ha i radar installati anche a duecento chilometri di distanza.

Stavo per rimettere il telefono in tasca, ignorandola per non rovinare l'effetto sorpresa, ma poi mi fermai.

Se non rispondevo, avrebbe iniziato a chiamare. O peggio, avrebbe chiamato mia madre. O Marika.

Digitai veloce, con il pollice che tremava leggermente per il freddo.

Nessuna parola. Solo un'emoji.

Quella faccina gialla che ride con le lacrime agli occhi. 😂

Invio.

Tieniti il dubbio, strega.

Alzai lo sguardo e vidi che Agata mi stava fissando con i suoi occhietti acquosi e penetranti.

«Tutto bene?» chiese, scrutandomi come se cercasse segni di malattia o malnutrizione. «Chi è? Tua madre?»

«No,» risposi sottovoce, avvicinandomi al suo orecchio buono per non dover urlare. «È Martina. Ma non sa che sono qui.»

Le feci l'occhiolino, complice.

«È una sorpresa, Agata. Volevo vederla.»

Mi aspettavo che Agata ridesse, che mi desse una pacca sulla spalla o che facesse un commento svenevole sui giovani innamorati.

Invece, la sua espressione cambiò.

Il sorriso sdentato si spense. Le rughe sulla fronte si approfondirono in una smorfia preoccupata, quasi colpevole.

Si guardò intorno, controllando che il vicolo fosse deserto, poi mi prese per la manica della giacca e mi tirò leggermente verso di sé.

«Ah,» fece, con un tono che non mi piacque per niente. «Una sorpresa...»

Si mordicchiò il labbro inferiore.

«Beh, allora ascoltami bene, Elia. Sali, sì. Ma bussa piano.»

«Perché? Sta dormendo?»

«No, no,» si affrettò a dire lei, scuotendo la mano ossuta. «Non dorme. È che... non è sola.»

Il mio cuore perse un colpo.

Il gelo della gelosia, irrazionale e stupido, mi paralizzò per un secondo.

«C'è qualcuno con lei?» chiesi, e la mia voce uscì più dura del previsto.

Agata annuì gravemente.

Si sporse verso di me, alzando la mano a coppa davanti alla bocca nel gesto universale del segreto di paese, quello che precede le rivelazioni più scottanti.

Abbassò la voce fino a farla diventare un sibilo da carbonara.

«C'è una signora,» sussurrò, sgranando gli occhi per enfatizzare la gravità della cosa. «Quella che viene sempre ultimamente. Quella importante.»

Fece una pausa teatrale.

«È la moglie del Sindaco.»

Mi rilassai di colpo, espirando l'aria che avevo trattenuto.

Nessun amante segreto. Solo un'altra "anima smarrita" da curare. Un'altra cliente per i tarocchi o per i fiori di Bach.

«Ah,» dissi, sollevato. «La moglie del Sindaco. Capisco.»

«È un caso difficile,» continuò Agata, che evidentemente origliava dal piano di sotto con una costanza ammirevole. «Piange sempre. Povera donna. Martina la sta... come dice lei? La sta riallineando.»

Mi diede un colpetto sul braccio.

«Vai su. Ma aspetta sul ballatoio se senti che stanno parlando. Non vorrai mica interrompere una seduta istituzionale, eh?»

Mi fece un sorriso sghembo, recuperando la sua allegria.

«Vai, vai. E poi scendete a salutarmi, che ti ho fatto le pizzelle.»

«Grazie, Agata,» dissi, baciandole la fronte rugosa.

Mi girai verso la scalinata di pietra bianca che portava al piano di sopra.

La moglie del Sindaco.

Martina non smetteva mai di stupirmi. Era partita curando le contadine e ora curava la first lady del paese.

Salii i gradini piano, cercando di non far rumore con gli stivali, con il cuore che ricominciava a battere forte, non per la gelosia, ma per l'imminenza.

Tra dieci gradini e una porta di legno, l'avrei rivista.

La scala che portava alla camera di Martina aveva un odore specifico.

Non era solo l'incenso che bruciava perennemente. Era un odore di legno vecchio, di cera d'api, di pietra che trasudava umidità e di lavanda secca. Un odore che mi colpì non appena misi piede nel piccolo ingresso al termine della scala esterna.

Era come entrare in una capsula del tempo.

I gradini interni erano di cotto antico, consumati al centro da generazioni di passi. Scricchiolavano. Ogni passo era una nota bassa e lamentosa, un avvertimento sonoro che annunciava il mio arrivo meglio di qualsiasi campanello.

Il corrimano era di legno scuro, lucidato dall'uso, liscio e freddo sotto il mio palmo sudato.

Salii lentamente, un gradino alla volta, con il cuore che mi martellava contro le costole.

Alle pareti non c'erano foto di famiglia. C'erano stampe sbiadite di mandala tibetani, un vecchio specchio con la cornice dorata scrostata che rifletteva la mia faccia pallida e ansiosa, e mazzi di erbe essiccate appesi a testa in giù che proiettavano ombre lunghe e inquietanti.

Arrivai all'ultimo pianerottolo.

Davanti a me c'era la porta della sua camera.

Era sempre la stessa. Legno massiccio, scuro, con le venature in rilievo che sembravano cicatrici. La maniglia di ottone era ossidata.

Di fronte, sulla destra, la porta del bagno era socchiusa, lasciando intravedere le piastrelle bianche e azzurre, semplici, povere, di un'epoca in cui il comfort era un lusso superfluo.

Stavo per fare l'ultimo passo, per bussare e rompere quella bolla di silenzio, quando sentii delle voci.

Mi bloccai.

«...grazie, Martina. Davvero. Mi sento più leggera.»

Era una voce femminile, matura, educata. La voce della "moglie del Sindaco".

«È solo energia che si muove, signora Elena. Lei deve solo smettere di farle resistenza. Lasci che scorra.»

La voce di Martina.

Bassa, calma, con quella sfumatura professionale e distaccata che usava con le sue clienti.

Sentii il rumore della maniglia che girava.

Il panico mi assalì. Se mi avessero trovato lì, impalato sul pianerottolo come un ladro o uno stalker, l'effetto sorpresa si sarebbe trasformato in una scena imbarazzante.

Feci un passo indietro, veloce e silenzioso, e mi infilai nel bagno, lasciando la porta accostata quel tanto che bastava per vedere attraverso la fessura.

Trattenni il respiro.

La porta della camera si aprì.

Uscì per prima la donna.

Era esattamente come Agata l'aveva descritta, anzi, di più.

Indossava un cappotto color cammello di taglio sartoriale, stretto in vita, una borsa Burberry a tracolla che costava probabilmente quanto la Panda di Martina, e un cappello a tesa larga che le copriva metà del viso, perfetto per nascondersi dagli sguardi indiscreti del paese.

Si stava infilando dei guanti di pelle, con gesti nervosi ma eleganti.

«Ecco a te, cara,» disse, allungando una busta bianca verso la soglia. «E grazie ancora per la tisana.»

Poi, apparve lei.

Martina.

Il mio respiro si bloccò in gola.

Era diversa.

In quei sei mesi di videochiamate sgranate e foto su WhatsApp, mi ero perso i dettagli. O forse lei li aveva nascosti.

I capelli non erano più rasati a zero sul lato. Erano cresciuti.

Ora le incorniciavano il viso in un caschetto corto, morbido, spettinato ad arte, che le addolciva i lineamenti spigolosi. Il ciuffo lungo c'era ancora, ma si confondeva con il resto, meno aggressivo, più armonico.

Ma non erano i capelli a colpirmi.

Era il vestito.

Indossava un abitino blu notte, leggero, tempestato di piccoli fiori bianchi. Aveva una scollatura morbida sul davanti, non profonda ma sufficiente a lasciar intravedere la pelle pallida del décolleté, una zona che di solito nascondeva sotto strati di lana o cotone grezzo.

Era a piedi nudi sul pavimento di cotto freddo.

I suoi piedi piccoli, con le unghie non smaltate, sembravano vulnerabili su quella pietra antica.

Al polso sinistro, l'immancabile mala tibetano di semi di Bodhi scuri spiccava contro la pelle chiara, unico legame con la "Strega" che conoscevo.

Per il resto, sembrava... una donna.

Una donna bellissima, stanca e misteriosa, ferma sulla soglia della sua torre.

Prese la busta con un sorriso gentile, ma fermo.

«Grazie a lei, Elena. Si ricordi le gocce. Tre volte al giorno, sotto la lingua. E respiri.»

«Respirerò,» promise la donna, avviandosi verso le scale.

Martina rimase lì a guardarla scendere, appoggiata allo stipite della porta.

Il suo profilo si stagliava contro la luce calda che veniva dalla camera.

La vidi chiudere gli occhi per un istante e appoggiare la fronte contro il legno, come se fosse esausta.

Sospirò.

Un sospiro lungo, tremante, che la fece sembrare improvvisamente piccolissima.

In quel momento, nascosto nel buio del bagno, capii che non ero venuto solo per farle una sorpresa.

Ero venuto per salvarla, anche se non sapevo ancora da cosa.

Aspettai che i passi della moglie del Sindaco sparissero giù per le scale.

Aspettai che il portone di sotto si chiudesse.

Poi, uscii dal bagno.

«Martina,» dissi, piano.

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