Vai al contenuto principale

← La teoria musicale delle Emozioni

Creato il 03/06/2026, 19:44 · Aggiornato il 03/06/2026, 19:59

Capitolo 16: Fantasmi Elettrici

@bergadavideDavide
AdolescentiIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Non ero più il ragazzo muto di Sulmona.

Non ero più "l'invisibile" che camminava rasente i muri del liceo Ovidio per non farsi notare dai bulli.

A Perugia, per una di quelle strane alchimie sociali che regolano la vita universitaria, ero diventato improvvisamente qualcuno.

Non perché avessi fatto amicizia con tutti. Anzi, continuavo a essere riservato, a parlare poco e a vestirmi di nero.

Ma ero "quello che canta con i Bad Habits".

Ero "l'amico di Marco e Marika".

A mensa, mentre cercavo di mangiare una pasta scotta in compagnia di Bolo (che stava costruendo una torre con i bicchieri di plastica), sentivo gli sguardi addosso.

Non erano sguardi di giudizio, come quelli delle vecchie signore di Corso Ovidio.

Erano sguardi curiosi. Di rispetto.

«Ti stanno guardando di nuovo,» biascicò Bolo, con la bocca piena di pane. «Quella del tavolo in fondo, Scienze della Formazione, ti sta praticamente spogliando con gli occhi. Secondo me crede che tu sia parente di Damiano dei Maneskin.»

«Smettila,» borbottai, fissando il piatto.

«È il "fattore Marika",» continuò lui, imperterrito. «Marika qui è una specie di divinità pagana. Se lei ti ha scelto, vuol dire che sei un eletto. Goditela, rockstar. Fino a un mese fa le uniche femmine che ti guardavano erano le amiche di tua madre per chiederti come andava la scuola.»

Aveva ragione.

Girare per Corso Vannucci con Marika era come camminare con un riflettore puntato addosso. La gente la salutava, i baristi le offrivano da bere, i ragazzi si giravano. E io, camminando al suo fianco, assorbivo quella luce riflessa.

Mi sentivo figo. Per la prima volta in vita mia, mi sentivo al posto giusto.

«Ehi, Rustico!»

Una voce maschile mi fece alzare la testa.

Era un ragazzo del terzo anno di Giurisprudenza, uno di quelli che organizzavano le feste universitarie. Si era fermato al nostro tavolo con il vassoio in mano.

«Grande serata l'altra sera al Caveau. Ho sentito che avete fatto Cocaine. Spaccava.»

«Grazie,» risposi, cercando di non sembrare troppo compiaciuto.

Il tipo esitò un attimo, poi mi guardò meglio, strizzando gli occhi.

«Ma scusa... toglimi una curiosità. Ma tu non eri quello di X Factor?»

Il mondo si fermò per un secondo.

Bolo smise di masticare. La torre di bicchieri oscillò.

«Cioè, ti ho visto in TV quest'estate,» continuò il tizio, indicandomi con la forchetta. «Alle audizioni. Avevi preso quattro sì. I giudici stavano impazzendo. Poi però ai Bootcamp sei sparito. Che fine hai fatto? Ti hanno segato?»

Sentii il gelo scendermi lungo la schiena.

Il "fantasma elettrico" era tornato a bussare.

Posai la forchetta. Il rumore metallico sul piatto di ceramica suonò come un colpo di pistola.

«No,» dissi, con voce ferma. «Non mi hanno segato. Me ne sono andato io.»

Il tizio rise, incredulo. «Te ne sei andato? Ma sei pazzo? Avevi la vittoria in tasca, amico. Perché?»

Perché.

La domanda rimbalzò nella mia testa, riportandomi indietro di tre mesi.

Non ero alla mensa di Perugia.

Ero seduto sul letto della mia camera a Sulmona, con le persiane chiuse per non far entrare il sole di agosto.

Il telefono stava squillando.

Era un numero di Milano.

(Flashback - Tre mesi prima)

Avevo risposto con il cuore in gola.

«Pronto? Elia Rustico?»

«Sì, sono io.»

«Ciao Elia! Sono Guido, della produzione di X Factor. Come stai, campione? Ti sei ripreso dall'emozione?»

La voce era troppo alta, troppo entusiasta. Sembrava fatta di caffeina e saccarina.

«Sì... tutto bene. Grazie.»

«Ascolta, ti chiamo perché stiamo montando la puntata delle audizioni e siamo tutti pazzi di te. Pazzi. Quel timbro graffiato... roba da neri americani, te lo giuro. I giudici ti vogliono assolutamente ai Bootcamp.»

Avevo sentito una vampata di euforia. Ce l'avevo fatta. Martina aveva ragione.

«Grazie,» avevo balbettato. «Sono... sono onorato.»

«Però ascolta, Elia. Per i Bootcamp dobbiamo fare un passo in più. Dobbiamo costruire il personaggio. Capisci?»

«Il... personaggio?»

«Sì. La gente a casa deve innamorarsi di te, non solo della voce. Abbiamo visto la tua scheda. Tuo padre è Corrado Rustico, giusto? Il chitarrista di Zucchero.»

Il mio stomaco si era contratto.

«Sì. Ma io non voglio...»

«È una bomba, Elia! Una bomba! Il figlio d'arte che soffre l'ombra del padre ingombrante! È Shakespeare! È perfetto!»

Guido aveva fatto una pausa teatrale, poi aveva abbassato la voce, diventando confidenziale.

«Per i Bootcamp abbiamo pensato a un pezzo specifico per te. Sere Nere di Tiziano Ferro. Ma voglio che la fai sofferta, capisci? Devi piangere. Devi dedicarla a lui. Magari facciamo una clip prima in cui racconti che lui non ti capisce, che ti senti solo... ci serve il drama, Elia. Ci serve la lacrima.»

Ero rimasto in silenzio, con il telefono premuto contro l'orecchio che scottava.

Sere Nere. Un pezzo pop italiano. Per piangere in TV.

«Ma io... io volevo portare un pezzo blues. Pensavo a Ain't No Sunshine...»

«No, no, no,» mi aveva interrotto Guido, ridendo come se avessi detto una barzelletta. «Il blues è di nicchia, Elia. Il blues non fa share. A noi serve che la casalinga di Voghera ti voglia adottare. Serve che le ragazzine ti vogliano consolare. Fidati di me. Tu fai quello che ti diciamo noi, ti vestiamo un po' "emo-chic", ti facciamo piangere un po' in confessionale su papà Corrado, e ti portiamo in finale. È garantito.»

Plastica.

La parola di Martina mi era esplosa nel cervello.

Plastica energetica.

Volevano prendermi, impacchettarmi, mettermi un'etichetta "Figlio triste di papà famoso" e vendermi al chilo tra una pubblicità di assorbenti e una di biscotti.

Non volevano la mia voce. Volevano il mio cognome e le mie ferite.

Avevo guardato la mia chitarra nell'angolo. La Stratocaster che non osavo toccare.

Mio padre era uno stronzo, forse. Ma era vero. La sua musica era vera.

Se avessi accettato, sarei diventato la cosa che lui disprezzava di più al mondo: un impostore. Un burattino.

«Elia? Ci sei?» aveva incalzato Guido. «Allora? Ti mando la base e i biglietti per Milano?»

Avevo fatto un respiro profondo.

Avevo pensato a Martina che si attorcigliava i capelli e mi diceva: Loro non sono a casa dentro se stessi.

«No,» avevo detto.

«Come no?»

«No. Non canto Tiziano Ferro. E non piango a comando.»

«Elia, non fare il bambino. È un'opportunità che capita una volta nella vita. Stai buttando via tutto per orgoglio?»

«Non è orgoglio,» avevo risposto, e per la prima volta la mia voce non aveva tremato. «È dignità. Tenetevi lo share. Io mi tengo il blues.»

Avevo riagganciato.

Poi avevo bloccato il numero.

Mi ero seduto sul letto, tremando, aspettando che il senso di colpa mi schiacciasse.

Invece, avevo sentito solo un silenzio pulito.

Ero rimasto a Sulmona, nel buio, ma ero rimasto me stesso.

«Elia?»

Bolo mi stava sventolando una mano davanti alla faccia.

Il tizio di Giurisprudenza mi guardava ancora, in attesa di una risposta sensata.

Tornai al presente.

Al vassoio di plastica arancione, all'odore di mensa, ai miei amici incasinati.

Guardai il tizio negli occhi.

«Non ero d'accordo con la linea artistica,» dissi, con un mezzo sorriso. «Volevano farmi cantare il pop. Io volevo suonare.»

Il ragazzo mi guardò come se fossi un alieno.

«Hai rifiutato la TV... per suonare nelle cantine di Perugia?»

«Esatto.»

Lui scosse la testa, ridacchiando. «Sei un pazzo. O un genio. Comunque rispetto, fratello. Ci vediamo in giro.»

Se ne andò, scuotendo la testa.

Bolo mi diede una pacca sulla spalla che quasi mi fece finire con la faccia nella pasta.

«Vedi?» disse, trionfante. «Sei una leggenda. Il ragazzo che ha detto no alla fama per amore dell'arte. Questa storia ti farà scopare tantissimo, te lo dico io.»

Sorrisi, ma il mio pensiero volò altrove.

Non avevo detto no per l'arte.

Avevo detto no perché sapevo che se fossi andato in TV a fare il pagliaccio triste, non avrei mai più potuto guardare negli occhi Martina.

E forse, nemmeno me stesso.

Presi il telefono.

Nessun messaggio.

Ma andava bene così.

Ero nel posto giusto. Ero reale. E stasera c'erano le prove.

«Andiamo, Bolo,» dissi, alzandomi. «Devo passare al garage. Marco vuole provare un arrangiamento nuovo.»

«Vengo anch'io,» disse lui, ingozzandosi l'ultimo pezzo di pane. «Magari la bassista oggi mi degna di uno sguardo.»

Uscimmo dalla mensa, sotto il sole pallido di novembre, e per la prima volta non mi sentii un fantasma.

Mi sentii solido.

L'ultimo accordo di Unconditional rimase sospeso nell'aria viziata del garage per un secondo, prima di essere inghiottito dal ronzio degli amplificatori.

Poi, il silenzio.

Marika si tolse la tracolla del basso e si lasciò cadere sulla vecchia poltrona di velluto sfondato. Era sudata fradicia, i riccioli rossi incollati alla fronte e il petto che si alzava e abbassava veloce.

«Cazzo, finalmente,» ansimò, passandosi l'avambraccio sugli occhi. «Pensavo che quella russa maledetta mi avrebbe ucciso. Ana Popovic ha le corde vocali fatte di amianto, ve lo dico io.»

Si guardò intorno alla cieca, tastando il pavimento con la mano.

«Dov'è... qualcuno ha visto il mio asciugamano?»

Marco, seduto sul suo amplificatore Marshall, non disse una parola.

Con la calma serafica di chi ha previsto tutto, allungò un braccio verso la custodia della sua Gibson, afferrò un telo di spugna nero e glielo lanciò.

Fu un lancio perfetto, una parabola morbida che atterrò esattamente sulle ginocchia di lei.

Marika afferrò il telo, sorpresa, e alzò lo sguardo verso di lui.

Marco si sistemò gli occhiali da sole sul naso e le fece l'occhiolino.

Un gesto rapido, quasi impercettibile, ma carico di un'intimità che mi fece sentire per un attimo di troppo nella stanza. In quell'occhiolino c'era scritto: Ti guardo io. So di cosa hai bisogno prima che tu lo chieda.

Marika sorrise, nascondendo la faccia nell'asciugamano.

«Grazie, amore,» borbottò, la voce soffocata dalla spugna.

Marco tornò a lucidare la sua chitarra.

«È venuta bene comunque,» disse, tornando professionale. «Elia, sui cori nel bridge sei entrato perfetto.»

«Grazie,» dissi, iniziando ad avvolgere il cavo del microfono, sentendo una punta di invidia per quella complicità facile e rodata che loro avevano e io no.

L'adrenalina della prova mi scorreva ancora nelle vene, ma il pensiero fisso che avevo da stamattina prese il sopravvento. Quella scena di coppia mi aveva dato, paradossalmente, la spinta finale. Volevo anche io quella roba lì. O almeno, volevo provarci.

«Ragazzi,» dissi, rompendo il momento di relax. «Io questo weekend non ci sono.»

Marika riemerse dall'asciugamano, con i capelli scompigliati. «Come non ci sei? Volevamo andare al Velvet.»

«Devo scendere a Sulmona. Ho detto ai miei che porto i voti degli esami, ma... la verità è un'altra.»

Mi passai una mano tra i capelli, nervoso.

«Vado a Pettorano. Voglio fare una sorpresa a Martina.»

Il silenzio calò nella stanza. Un silenzio diverso da quello musicale. Più pesante.

Vidi Marika girarsi subito verso Marco.

Si scambiarono uno sguardo.

Era lo stesso canale di comunicazione silenzioso di prima, ma stavolta non era affettuoso. Era preoccupato. Era uno di quegli sguardi telegrafici che valgono più di dieci frasi: «Hai sentito?», «Sì, è un casino», «Diciamoglielo».

Marco smise di lucidare la chitarra. Si tolse gli occhiali da sole, rivelando occhi scuri e seri, e mi fissò.

«Sei sicuro, Elia?» chiese, con la sua voce profonda.

Quella domanda semplice mi fece vacillare.

Abbassai gli occhi, fissando le mie scarpe da ginnastica sporche di polvere. Per la prima volta da quando ero entrato in quella stanza, mi sentii imbarazzato. Sentii il rossore salirmi al collo.

«Non lo so,» ammisi, e la mia voce uscì piccola. «Il problema è che... il problema è che mi manca. Mi manca da morire.»

Marika si sporse in avanti sulla poltrona, con l'asciugamano ancora stretto tra le mani. Il suo viso era serio, privo della solita ironia da rocker.

«Elia, io la sento spesso. Lo sai. E lei...» esitò, cercando le parole giuste per non ferirmi. «Lei mi ha detto che ti serviva tempo. Che dovevi mettere radici qui, lontano da lei. Non ti aveva detto di stare lontano per un po'?»

«Sì. Me lo ha detto.»

«E allora forse è un rischio,» continuò lei, dolce ma ferma. «Tu la conosci meglio di me, e io non voglio intromettermi nei tuoi affari, ma... se arrivi lì all'improvviso, non hai paura di rompere l'equilibrio? Magari si incazza. Magari la spaventi. Martina è complessa, Elia.»

Rimasi in silenzio. Avevano ragione.

Stavo rischiando di mandare all'aria tutto il lavoro fatto in quel mese. Stavo rischiando di sembrare il solito ragazzino bisognoso che non sa stare da solo.

Strinsi il cavo del microfono tra le mani fino a farmi male.

«Lo so,» dissi. «Ma se non vado... se non la vedo... sento che impazzisco. Ho bisogno di guardarla in faccia, anche solo per cinque minuti. Anche solo per farmi mandare via. Ho bisogno di sapere se sono ancora reale per lei.»

Marco si alzò in piedi.

Il rumore dei suoi stivali sul cemento risuonò secco nel garage.

Si avvicinò a me, torreggiando con la sua altezza dinoccolata. Mi mise una mano pesante sulla spalla.

«Secondo me,» disse, scandendo bene le parole, «fai bene.»

Marika lo guardò sorpresa, spalancando gli occhi verdi. «Marco?»

Lui la ignorò e continuò a fissare me.

«Il blues non si suona con la prudenza, Elia. E non si vive con la prudenza. Se senti che devi andare, vai. Meglio prendersi una porta in faccia che restare qui a chiedersi "e se?".»

Si girò, andò verso l'angolo del garage e prese la custodia della sua chitarra acustica – una Martin un po' graffiata che teneva lì per le emergenze. Me la porse.

«Tieni. Prendi questa. La tua è a casa, giusto?»

«Sì...»

«Prendi questa. Vai da lei. E portati la chitarra. Magari le suoni il pezzo nuovo. Le donne amano le serenate, anche quelle che dicono di odiarle. Soprattutto quelle che dicono di odiarle.»

Guardai la chitarra. Poi guardai Marika.

Lei sospirò, scuotendo la testa, ma poi sorrise. Un sorriso rassegnato e affettuoso, mentre lanciava l'asciugamano a Marco, che lo prese al volo.

«Siete due idioti romantici,» disse. «Va bene. Vai. Bocca cucita con la Strega. Ma se ti tira una maledizione, io non ti pago l'esorcista.»

Presi la chitarra. Pesava, ma era un peso buono.

«Grazie,» dissi.

Uscii dal garage con lo zaino in spalla e la custodia in mano.

L'aria di novembre era fredda, ma i dubbi di Marika e la benedizione di Marco mi avevano dato la spinta finale.

Mentre camminavo verso la stazione del Minimetrò, pensai a loro due, all'asciugamano lanciato, all'occhiolino.

Stavo rischiando tutto per avere, forse, un giorno, quella stessa semplicità con Martina.

Era l'unico modo per sapere se avevo ancora qualcosa da perdere.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Sul capitolo in generale

  • Nessun commento generale ancora.

Accedi per commentare (email verificata).