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← La teoria musicale delle Emozioni

Creato il 29/05/2026, 12:04 · Aggiornato il 29/05/2026, 12:12

Capitolo 15: Euforia

@bergadavideDavide
AdolescentiIn corso

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Euforia

Dicembre arrivò portando le luci di Natale in Corso Vannucci e un freddo umido che entrava nelle ossa, risalendo dai vicoli di pietra.

Ma portò anche il Marla.

Se l’Urban era la cattedrale, il Marla era la catacomba.

Era un locale in Via Bartolo, scendendo verso l’arco etrusco. Bisognava infilarsi giù per dei gradini ripidi per entrare in una specie di grotta con le volte a botte, dove l’aria era perennemente satura di birra e il soffitto era così basso che se saltavi troppo rischiavi un trauma cranico.

Era il posto perfetto. Sporco, rumoroso, vero.

Quella sera, il locale era pieno zeppo.

C’era la “fauna” di Via della Viola al completo: Bolo, già ubriaco alla seconda canzone, che urlava richieste assurde tipo “Fateci la sigla di Dragon Ball!”; Simona, strizzata in un vestito di paillettes argento che rifletteva ogni faretto, intenta a flirtare col barista per scroccare shot gratis; e persino Newton, che stava in un angolo con le braccia conserte e l’aria severa, probabilmente intento ad analizzare l’acustica pessima della sala.

Stavamo suonando Pride and Joy.

Il ritmo era serrato, lo shuffle incalzante. La gente ballava schiacciata contro il palco (che in realtà era solo un tappeto persiano logoro buttato a terra).

Mi sentivo bene. La voce girava, calda e graffiata, risalendo facile dalla gola.

Poi, successe.

Sull’assolo, Marco si fece prendere la mano e tirò un bending esagerato.

TWANG.

Un suono secco, metallico, simile a uno sparo, seguito dal silenzio improvviso della chitarra.

Aveva spaccato il Mi cantino.

La band non si fermò subito – il basso e la batteria continuarono per inerzia per un paio di battute – ma il vuoto sonoro che seguì fu improvviso e imbarazzante.

Marco imprecò lontano dal microfono, guardando la chitarra con odio puro. Doveva cambiarla, ma la chitarra di riserva era nel retrobottega, sepolta sotto le giacche. Ci sarebbero voluti almeno due minuti.

Due minuti di silenzio in un locale rock, con la gente sudata e carica, sono un’eternità. Sono la morte.

Vidi il panico accendersi negli occhi verdi di Marika.

Il pubblico iniziò a mormorare. L’energia stava crollando come un castello di carte.

In un’altra vita, a Sulmona, sarei scappato. Sarei arrossito, avrei finto di accordare uno strumento che non avevo, avrei aspettato che qualcun altro – mio padre, Martina, chiunque – salvasse la situazione.

Ma non ero più a Sulmona.

Ero Elia Rustico. E avevo superato Psicometria.

Feci un passo avanti, verso l’asta del microfono.

Chiusi gli occhi e iniziai a battere il piede a terra, pesante.

Tump. Tump. Tump.

Un ritmo lento, tribale.

Battei la mano sulla cassa della mia chitarra acustica, muta, creando una percussione sorda.

E poi iniziai a cantare.

Niente parole. Solo un vocalizzo basso, di gola, un lamento blues che saliva dallo stomaco e grattava contro il palato.

«Mmmmh… yeah…»

Il batterista coi dreadlocks capì al volo. Iniziò a seguirmi con la cassa.

Il bassista inserì una nota profonda, un Mi basso tenuto lungo, che fece vibrare il pavimento.

Improvvisai.

Cantai del freddo di Perugia, cantai delle corde che si rompono, cantai dell’attesa che ti mangia vivo.

Non era una canzone. Era un riempitivo.

Ma era vero.

Quando Marco tornò sul palco con la chitarra nuova, mi guardò.

Sorrise.

Si inserì nel mio lamento con un riff slide sporchissimo, trasformando la mia improvvisazione nell’intro del pezzo successivo.

Il pubblico esplose.

Marika mi si avvicinò e, coprendosi la bocca dal microfono, mi urlò nell’orecchio: «Sei un maledetto professionista, Rustico!»

Quella notte, tornai a casa con le orecchie che fischiavano e la certezza che, forse, non ero più solo un ospite su quel palco. Ero il padrone di casa.

Ma tra quella notte trionfale e l'arrivo del vero inverno, ci fu una parentesi. Una bolla alcolica e malinconica che non dimenticherò mai.

Il mio primo Natale lontano da casa.

Avevo mentito ai miei genitori, inventandomi un appello straordinario di esami il 27 dicembre per non tornare a Sulmona. Non potevo affrontare il cenone della Vigilia con il fantasma di Martina seduto accanto a me, né potevo sopportare l'idea di essere a pochi chilometri da lei senza poterla vedere.

Così ero rimasto a Perugia.

E avevo scoperto che in Via della Viola il Natale non si festeggiava con il panettone e la tombola.

Si festeggiava con un gioco inventato da Bolo l'anno prima, ovvero: "Natale in casa Bukowski".

«È una tradizione sacra!» aveva annunciato Bolo verso le nove di sera, sbattendo sul tavolo della cucina una bottiglia di Whiskey scozzese di dubbia provenienza e tre pacchetti di sigarette.

Vidi Simona saltellare tutta euforica all'idea quando Bolo aveva annunciato la tradizione: «Niente cibo. Niente sentimentalismi. Si beve liquido ambrato finché non si dimentica il nome di Gesù Bambino. Chi resta in piedi per ultimo vince il diritto di non lavare i piatti per un mese.»

La serata degenerò con una rapidità scientifica.

Newton, che aveva accettato la sfida per puro spirito di indagine statistica sulla tolleranza epatica, durò esattamente due bicchieri.

Lo vidi fissare il fondo del bicchiere, mormorare qualcosa sulla viscosità dei fluidi, e poi crollare con la faccia sul tavolo, addormentato come un sasso, con gli occhiali storti e il respiro pesante.

Simona, invece, reagì all'alcool in modo termico.

«Fa caldo,» iniziò a lamentarsi verso mezzanotte, sventolandosi con un piatto di carta. «In questa casa si soffoca. Bolo, hai acceso i termosifoni a palla?»

«È l'alcool che ti scalda l'anima, tesoro!» urlò Bolo, versandosi un altro giro.

«No, è proprio un forno crematorio,» decretò lei.

E con la naturalezza di chi non conosce la vergogna, iniziò a spogliarsi.

Via il maglione di lana infeltrita. Via i jeans stretti.

Rimase in mutandine e reggiseno di pizzo rosso («È Natale, porta fortuna!»), ma si tenne in testa un cappellino di Babbo Natale con le lucine intermittenti che aveva comprato dai cinesi.

Dieci minuti dopo, era crollata sul divano del salotto, rannicchiata in posizione fetale, che russava leggermente con il pon-pon luminoso che le lampeggiava sulla fronte.

La guardai. Era bellissima e disastrata.

Mi alzai barcollando, presi il plaid dal mio letto e la coprii fino al collo.

Non per freddo. Per pudore.

Per proteggerla, forse, o per coprire quella nudità innocente che in quel momento mi faceva sentire ancora più solo.

Restammo io e Bolo. I sopravvissuti.

Lui tenne botta fino alle due, citando poesie sconnesse e brindando al vuoto cosmico.

Poi, all'improvviso, si spense anche lui.

Si lasciò scivolare dalla sedia al pavimento, abbracciando la gamba del tavolo come se fosse un'amante, e iniziò a ronfare.

Ero rimasto solo.

Il "vincitore" di una gara che non volevo vincere.

Il silenzio calò sull'appartamento, rotto solo dal respiro pesante dei miei coinquilini e dal ronzio del frigo.

Guardai l'ora. Le tre di notte.

Il momento più buio. Il momento in cui i fantasmi escono dai muri.

Presi il telefono.

Sapevo che non avrei dovuto. Sapevo dov'era.

Me l'aveva detto l'ultima volta che ci eravamo sentiti: «A Natale torno alle origini, Elia. Vado a fare servizio in un Ashram vicino Roma. Niente telefono, niente distrazioni. Solo meditazione e Karma Yoga. Devo pulirmi dalle scorie di Sulmona.»

Ma l'alcool e la solitudine se ne fregavano delle regole monastiche.

Uscii sul balcone, nel gelo della notte perugina, e composi il numero.

Squillò a lungo.

Stavo per mettere giù, sentendomi uno stupido, quando la linea scattò.

«Pronto?»

La sua voce era un sussurro. Bassissimo. Quasi impercettibile.

«Martina...» dissi, e la mia voce uscì impastata di scotch e fumo. «Buon Natale da Casa Bukowski.»

Dall'altra parte ci fu un attimo di silenzio.

«Natale in casa di chi?» chiese lei, confusa.

«Bukowski, Marti... lo scrittore... quello che beveva e...»

«Sì, so chi era e per cosa era famoso,» mi interruppe lei subito, dolce ma frenetica. «Elia, ascolta, non ho molto tempo. Se il Maestro mi scopre che sono al telefono mi mette a pelare patate per una settimana... Dimmi tutto, veloce.»

Sorrisi, immaginandomela nascosta in qualche stanzino delle scope tra l'incenso e le scope di saggina.

«Niente, è solo una tradizione scema inventata da Bolo. Si beve whiskey scadente finché non si dimentica il proprio nome. È un disastro qui. Bolo è svenuto sotto il tavolo e Simona dorme mezza nuda sul divano...»

«In che senso mezza NUDA!?»

La voce di Martina salì di un'ottava, dimenticandosi per un attimo del Maestro e del silenzio monastico. Sentii la sua gelosia pizzicare l'aria anche a distanza.

«Ma va, la conosci,» minimizzai subito, dandomi dello stupido per averglielo detto. «Ha avuto caldo. L'ho coperta col plaid, tranquilla. Sembra un involtino primavera adesso.»

Sentii il suo respiro calmarsi dall'altra parte.

«Comunque,» ripresi, appoggiandomi alla ringhiera gelida. «Ho vinto io. Sono l'unico rimasto in piedi.»

Sospirai, e il fumo del mio fiato si mischiò alla nebbia.

«Ma non mi sento un vincitore, Marti. Mi sento solo uno che non ha sonno perché gli manchi tu. E...»

Mi fermai un istante, col telefono premuto contro l'orecchio. Volevo dirle quanto mi mancava, ogni singola cosa: il suo tic nervoso di attorcigliarsi quella ciocca di capelli intorno al dito, il nero profondo dei suoi occhi quando mi fissava intensamente un attimo prima di prendermi in giro, persino il suo modo fastidioso e affettuoso di chiamarmi "verginello".

L'alcol mi stava sciogliendo la lingua, spingendo quelle parole fuori dalla gola.

«Ti...» iniziai.

«Fermo... Elia...» mi interruppe lei.

Lo disse sottovoce, come al suo solito, anticipandomi.

«Se mi dici un'altra volta "ti amo"... ti giuro che aggancio e cancello il tuo numero.»

Restai a bocca aperta, con la dichiarazione strozzata in gola.

Lei fece una piccola pausa, e sentii il suo respiro caldo attraverso la cornetta.

«Scherzo,» aggiunse, ma la voce perse la nota ironica per farsi malinconica. «Ma non troppo. Sono in ritiro spirituale, Elia. E poi lo sai che non posso essere tua... in quel modo. Mi dispiace. Lo sai quanto è già duro questo periodo dell'anno per me, non mettertici anche tu.»

Quella frase mi colpì lo stomaco più del whiskey. Mi ricordai della sua solitudine, di quel senso di non appartenenza che il Natale amplificava a dismisura.

Ingoiai il rospo, sorridendo tristemente verso la luna pallida.

«Ricevuto, Strega. Niente parole proibite. Ma almeno... torna.»

«Il primo dell'anno sono già a Pettorano, che credi?» rispose lei, cambiando tono, tornando a essere la ragazza pratica che gestiva le crisi altrui.

Sentii il rumore di uno sbuffo nasale, quel suono inconfondibile di quando alzava gli occhi al cielo.

«La moglie del Sindaco mi ha già scritto. Messaggi su messaggi... pare che l'ansia per l'anno nuovo non aspetti l'Epifania. Ha bisogno di un riallineamento d'urgenza o rischia di dare fuoco al municipio.»

Risi, immaginando la scena.

«Le tue solite signore.»

«I miei soliti demoni,» corresse lei. «Ma qualcuno deve pur badare a loro.»

Un gong suonò lontano, vibrando nell'aria notturna.

«Devo andare, Elia. Stanno iniziando i canti. Se non vado ora, mi chiudono fuori.»

«Vai. Prega anche per noi peccatori.»

«Sempre. Buon Natale, ubriacone.»

«Buon Natale, Strega.»

Misi giù.

Il freddo mi era entrato nelle ossa, ma il vuoto nello stomaco si era riempito un po'.

Rientrai in casa, scavalcai il corpo di Bolo, diedi un'ultima controllata a Simona per assicurarmi che respirasse, e andai a letto vestito, sognando profumo di incenso in mezzo alla puzza di whiskey.

Gennaio e Febbraio furono i mesi del grigio.

La sessione invernale incombeva come una nuvola carica di pioggia.

Le giornate erano corte, buie, fatte di studio matto e disperatissimo interrotto solo dalle chiamate a casa e dalle prove in garage.

La mia vita era diventata frenetica: lezioni, libri, sala prove, concerti, notti insonni. Correvo per non pensare.

Le telefonate con i miei erano un rituale schizofrenico.

C’era Mamma, la cui ansia viaggiava sulle frequenze telefoniche meglio della fibra ottica.

«Mangi verdure, Elia? Ti sento nasale, hai preso freddo? Hai messo la maglia della salute? Non frequentare quei centri sociali, ho letto sul giornale che a Perugia gira gente strana.»

«Sì, mamma. Mangio broccoli ogni sera. E vado a letto alle dieci dopo aver recitato il rosario,» mentivo spudoratamente, mentre addentavo un kebab unto alle due di notte in Piazza Danti, circondato dalla nebbia.

E poi c’era Papà.

Le sue chiamate duravano meno di tre minuti. Erano bollettini di guerra.

«Come va lo studio?»

«Bene, papà.»

«E la Stratocaster? Come regge l’umidità lì in quel buco dove abiti?»

«Il manico si è mosso un po’, ho dovuto regolare il truss rod.»

«Bravo. Tienila d’occhio. Il legno è vivo.»

Click.

Non mi diceva “ti voglio bene”, non mi chiedeva se ero felice.

Mi chiedeva della chitarra.

Era il suo codice. Se la chitarra stava bene, stavo bene anch’io.

Ma la telefonata che aspettavo, quella per cui tenevo il volume della suoneria sempre al massimo, era quella che non arrivava mai.

Martina.

Lei c’era e non c’era.

A volte mi mandava foto della neve sulla Majella, mute, bellissime. A volte spariva per giorni interi.

Quando rispondeva ai messaggi, era sbrigativa.

Diceva che era impegnata con le sue “signore”, che il business della strega andava a gonfie vele, che la Farmacista aveva avuto una crisi mistica e la moglie del Sindaco non la lasciava in pace.

Ma io sentivo la distanza.

Non era solo chilometri. Era vita vissuta separatamente.

Io stavo cambiando, stavo diventando veloce, urbano. Lei restava radice, ferma, profonda, sepolta sotto la neve dell'Abruzzo.

I miei coinquilini se ne accorsero.

«Ma la Strega?» mi chiese un giorno Bolo, mentre cercava di cucinare una pasta al tonno commestibile. «Non chiama più? O ti ha fatto il malocchio del silenzio?»

«Ha da fare,» tagliai corto io, uscendo dalla cucina.

Ma sapevo che non era vero. O almeno, non del tutto.

Un pomeriggio di fine febbraio, Simona mi trascinò fuori casa di peso.

«Basta libri, Rustico. Hai la faccia dello stesso colore di questo muro scrostato. Andiamo a bere.»

Ci portò al Punto di Vista, un locale in cima a Via delle Prome.

Aveva una terrazza che dava sulla valle, un balcone sul nulla.

Il tramonto era uno spettacolo violento: arancione, viola, rosso sangue che incendiava le colline umbre.

Faceva un freddo cane, ma restammo fuori, avvolti nei cappotti, con lo Spritz che ci ghiacciava le mani.

Bolo stava provando a fare colpo su una cameriera, Newton leggeva un libro in un angolo, incurante del gelo.

Io e Simona eravamo appoggiati alla ringhiera.

Lei accese una sigaretta, guardando l’orizzonte. Per una volta, non rideva. Non c’era la maschera della svampita.

«Ti manca, vero?» chiese all’improvviso.

Non feci finta di non capire.

«Come l’aria.»

Simona soffiò il fumo verso il tramonto.

«Ma ne vale la pena? Stare così? A metà?»

Si girò verso di me, seria, gli occhi truccati che mi scrutavano.

«Cioè, guardati. Sei qui, sei giovane, canti in una band, le ragazze al concerto ti guardano come se fossi il Messia. Potresti avere qualsiasi ragazza di Perugia. Invece stai lì a guardare il telefono aspettando un messaggio da una che vive in un eremo e ti tratta come un fratello minore.»

Strinsi il bicchiere di plastica finché non scricchiolò.

«Non è così semplice, Simo.»

«Lo so che non è semplice. L’amore è una merda. Ma non dovrebbe farti sentire… sospeso. Ti stai perdendo il meglio, Elia.»

Guardai le colline.

Non erano la Majella. Erano più dolci, più gentili.

Ma non mi abbracciavano. Non mi chiudevano. Non mi sfidavano.

Mi mancava quella sensazione di essere chiuso, protetto e minacciato dalla montagna.

«C’è una frase in un pezzo blues,» dissi piano, quasi parlando al vento. «If it don’t hurt, it ain’t real.»

Simona mi guardò, scettica.

«Se non fa male non è vero? Che stronzata masochista.»

«Forse. Ma per me è così. Se fosse facile… sarebbe una canzonetta pop. Io e lei siamo un pezzo blues, Simo. Lungo, complicato, pieno di note sbagliate e di pause. Ma è l’unica musica che voglio suonare.»

Simona sorrise, scuotendo la testa e spegnendo la sigaretta sulla ringhiera.

«Sei irrecuperabile. Bevi, va’.»

L’ultimo esame della sessione fu Biologia.

Lo passai.

Uscii dall’università che era quasi sera.

Ero stanco morto, svuotato, ma leggero come una piuma.

Avevo dato gli esami. Avevo tenuto il palco. Avevo sopravvissuto all’inverno perugino.

Tornai a casa a piedi, passando per i vicoli deserti, con il libretto in tasca e la voglia di urlare.

Mi fermai sotto un lampione in Via della Viola.

Presi il telefono.

Il pollice andò in automatico sul suo nome.

Chiamai.

Uno squillo.

Due squilli.

Di solito partiva la segreteria. O non rispondeva.

Invece, al terzo squillo, il tono cambiò.

Qualcuno sollevò la cornetta.

«Pronto?»

Martina rispose subito. Al primo squillo.

La sua voce non era quella stanca e sbrigativa dei mesi precedenti. Era cristallina, accesa, quasi elettrica.

«Elia! Ma allora ci sei! Credevo che ti avessero rapito gli alieni o che fossi diventato un monaco buddista dell'Umbria. Stavo giusto pensando a te, sai? Oggi la Farmacista è impazzita, ha deciso che vuole rifare l'arredamento del negozio basandosi sui colori dell'aura dei clienti. Ti immagini? Verde vomito per chi ha il mal di pancia e rosso fuoco per chi ha la pressione alta. È un delirio, Elia. Qui a Sulmona la borghesia sta implodendo su se stessa, si annoiano così tanto che si inventano le malattie pur di venire da me a farsi dire che sono speciali...»

Parlava a raffica. Un fiume in piena di parole, aneddoti e risate nervose.

Era euforica. Troppo euforica.

Mentre la ascoltavo, appoggiato al palo freddo del lampione in Via della Viola, chiusi gli occhi.

La sua voce mi riempiva l'orecchio, ma nella mia testa si formava un'immagine diversa.

Non vedevo la ragazza sicura che prendeva in giro le signore di provincia.

Vedevo Martina seduta sul suo letto a Pettorano, nel buio.

La vedevo alzare la mano destra verso la tempia.

Vedevo le sue dita cercare quella ciocca di capelli lunghi, l'unica superstite, e iniziare ad attorcigliarla.

Giro dopo giro. Una spirale stretta, ossessiva.

Vedevo la punta della sua lingua uscire rapida, come quella di un gatto, a inumidire il labbro superiore secco.

Era il suo tic. Il segnale che la sua mente stava correndo troppo forte, che stava cercando di tenere insieme i pezzi, che quella allegria era solo una barricata di sacchi di sabbia contro la marea della nostra distanza.

«...e poi c'è Agata che dice che il gatto le parla in latino, ma secondo me è solo la televisione accesa troppo alta...»

«Basta,» dissi.

Non lo urlai. Lo dissi piano, ma la mia voce tagliò il flusso delle sue parole come una forbice taglia un nastro.

Dall'altra parte, il silenzio fu immediato.

«Smettila di fare la vaga, Marti,» continuai, stringendo il telefono fino a farmi male alle dita. «Smettila di riempirmi di chiacchiere sulle tue signore e sui gatti. Lo sento che sei distante. Lo sento che stai recitando.»

Feci un respiro profondo, l'aria gelida di Perugia mi bruciò la gola.

«Mi manchi. Mi manchi da morire, cazzo. E non mi basta sapere della Farmacista. Io voglio sapere di te. Di noi.»

Le parole mi uscirono da sole, scavalcando ogni filtro, ogni prudenza che mi ero imposto in quei mesi.

«Lo sai,» sussurrai, con la voce rotta. «Lo sai quello che provo per te. Non è cambiato niente. Anzi, è peggio.»

Il silenzio che seguì fu assordante.

Più pesante del traffico lontano, più forte del vento nei vicoli.

Immaginai la sua mano ferma a mezz'aria, la ciocca di capelli lasciata andare, il respiro bloccato in gola.

Durò un secondo, o forse un'ora.

Poi, la sua voce tornò.

Ma era diversa.

Il tono euforico era sparito, lavato via. Era rimasta la voce nuda, bassa, quella che usava solo con me quando eravamo soli.

«Lo so, Elia,» disse.

Sentii un fruscio, come se si fosse stesa sul letto.

«Lo so bene. E non sto scappando. Sto solo... sto solo cercando di far passare il tempo più veloce che posso.»

Fece una pausa, e sentii il suo respiro tremare leggermente.

«Ti aspetto. Preparati, bluesman. A Pasqua non ci saranno barriere. Scendi giù. Ho bisogno di vederti.»

Riagganciò.

Nessun "ti voglio bene", nessun saluto formale.

Solo quel clack definitivo.

Rimasi lì, sotto la luce arancione del lampione, con il telefono ancora premuto contro l'orecchio muto.

Mi aveva detto che mi aspettava. Mi aveva detto che aveva bisogno di me.

Era quello che volevo sentire, no?

Eppure, mi sentivo strano.

Avevo un sapore amaro in bocca, come di cenere.

Quella conversazione non era stata una risoluzione. Era stata una sospensione.

Come un accordo di settima dominante che non risolve sulla tonica, ma resta lì, appeso nell'aria, a vibrare di tensione.

Misi il telefono in tasca.

Guardai la strada buia che portava verso casa.

Mancava poco a Pasqua.

Ma quella notte, la distanza tra Perugia e Pettorano mi sembrò più vasta di un oceano.

Tornai in Via della Viola correndo, con il fiato corto non per la salita, ma per l'urgenza di trasformare quella tensione in suono.

Entrai in camera e chiusi la porta alle mie spalle, lasciando fuori il corridoio, la cucina incasinata, le voci dei miei coinquilini.

Non accesi nemmeno la luce. Il buio era meglio. Era un foglio bianco.

Presi la chitarra acustica dal supporto e mi lasciai cadere sul letto disfatto, in mezzo al groviglio delle coperte.

Le mie mani non tremavano più. Sapevano esattamente cosa fare.

Le dita andarono da sole sulla tastiera, cercando una posizione solida, luminosa.

Un Sol maggiore. Aperto.

Pizzicai le corde.

Il suono riempì la stanza buia. Non c'era la malinconia delle minori, non c'era l'ansia delle settime diminuite. C'era solo chiarezza.

Iniziai a suonare un arpeggio lento, circolare.

Era l’inizio di qualcosa.

Era l’inizio della canzone che avrei suonato per lei. Quella versione scarna, essenziale, che avrebbe spogliato il pezzo originale per lasciare solo la verità.

Era lo spartito delle mie emozioni che, dopo un inverno di dissonanze, trovava finalmente una risoluzione.

«Well, I came to the city…»

Iniziai a canticchiare nel silenzio, e la mia voce suonò ferma, decisa.

Le vacanze di Pasqua stavano arrivando, e finalmente avrei rivisto Martina.

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