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Lo Spartito Musicale delle Emozioni
Novembre a Perugia non bussò alla porta. La sfondò a calci.
Erano le sette di sera di un venerdì che sapeva già di inverno e di occasioni sprecate.
Dalla finestra della mia camera in Via della Viola entrava un’aria gelida che odorava di pioggia imminente e di camini accesi, ma io stavo sudando freddo.
Davanti a me, l’armadio era spalancato come la bocca di un mostro sdentato.
Il mio lato, quello solitamente caotico ma gestibile, era esploso. Camicie nere, magliette dei Black Keys, jeans strappati: tutto giaceva sul letto in un groviglio di cotone che mi giudicava.
«Il Ferrari,» mormorai, fissando una camicia di flanella che mi sembrava improvvisamente troppo provinciale. «Ci vanno quelli che contano.»
Non c’ero mai stato. Me l’aveva descritto Simona come l’Olimpo dell’aperitivo perugino: niente birre calde in lattina seduti sui gradini del Duomo, niente vino della casa che sa di aceto. Lì si bevevano cocktail con nomi impronunciabili e si stava in piedi, belli e dannati, a guardare il Corso.
Dopo il successo all’Urban Club, qualcosa si era rotto nei miei freni inibitori.
O forse, si era solo aggiustato nel modo sbagliato.
Io, Bolo e Simona avevamo preso la rincorsa. Le notti erano diventate lunghe, liquide, confuse. Le mattine erano diventate un optional doloroso.
Avevo perso il ritmo.
Il metronomo della mia vita universitaria, che a settembre batteva un tempo regolare di lezioni e studio, ora andava in shuffle ubriaco.
Afferrai una camicia bianca, l’unica stirata (male) da me.
«Se metto questa sembro un cameriere o un intellettuale?» chiesi al vuoto.
In quel momento, il telefono vibrò sul comodino, facendosi strada tra un pacchetto di tabacco e una tazza di caffè incrostata.
Lo schermo si illuminò.
Strega.
Il cuore mi fece quel solito, maledetto salto mortale che faceva ogni volta che vedevo il suo nome.
Aprii il messaggio.
“Bollettino di guerra dalle trincee di Pettorano: la Farmacista oggi ha deciso che il suo karma è sporco perché ha venduto troppe aspirine. La moglie del Sindaco invece piange perché il marito russa e secondo lei è un segno di chiusura dei chakra della gola. Mi stanno prosciugando, Elia. Se continua così, entro Natale sarò trasparente. Tu che fai? Stai studiando o stai diventando una rockstar viziata?”
Sorrisi. Un sorriso vero, che mi pulì la faccia dalla stanchezza della sbronza del giorno prima.
Era lì. Anche se era lontana, anche se era seppellita sotto le nevrosi delle sue “signore”, lei c’era. E mi conosceva meglio di chiunque altro.
Iniziai a digitare, veloce.
“Niente rockstar. Solo un povero studente che cerca di…”
Non finii la frase.
Lo schermo cambiò colore. La foto di Martina sparì, sostituita da un nome che lampeggiava con l’urgenza di una sirena antiaerea.
MAMMA.
Mi si gelò il sangue.
Guardai l’ora. 19:12.
Orario strategico. Orario da “controllo pre-cena”.
Esitai con il pollice sul tasto verde.
Sapevo perché chiamava. Lo sentivo nelle ossa, come l’umidità.
Era venerdì. Lunedì mattina, alle nove in punto, nell’aula magna di Palazzo Murena, c’era l’appello di Psicometria.
L’esame che non avevo preparato. L’esame di cui avevo letto sì e no l’indice del libro, troppo impegnato a suonare, a bere Spritz e a sentirmi, per la prima volta, parte di qualcosa.
Il telefono continuava a vibrare, insistente, nevrotico.
Bzzzz. Bzzzz. Bzzzz.
Era il suono dell’ansia di Serena Remo che cercava di infiltrarsi nella mia stanza a quattrocento chilometri di distanza.
Sospirai, abbandonando la camicia bianca sul letto.
«Pronto, mamma?» risposi, cercando di dare alla mia voce un tono da studente diligente che ha appena alzato la testa dai libri.
«Elia!»
La sua voce era un acuto stridulo, privo di preamboli.
«Dimmi che sei a casa. Dimmi che sei seduto a quella scrivania.»
«Sono a casa, mamma. Dove dovrei essere?»
«Non lo so, Elia! Non lo so più!»
Sentii il fruscio di carta dall’altra parte. Stava sfogliando qualcosa. Probabilmente il mio piano di studi che si era stampata e appesa in cucina.
«Ho qui il calendario. Lunedì c’è Psicometria. È uno scoglio, Elia. Ho letto sui forum degli studenti che il professore è un macellaio. Hai studiato? Ti senti pronto? Non hai ancora verbalizzato nulla, tesoro. Neanche un credito. Siamo a novembre inoltrato!»
Mi massaggiai la tempia destra, dove un’emicrania latente stava iniziando a pulsare a tempo con le sue parole.
«Mamma, stai calma…»
«Come faccio a stare calma? Tuo padre dice che devo lasciarti fare, che devi “trovare la tua strada”, ma io ti conosco! Se non ti si sta addosso tu ti perdi! Ti distrai! Stai suonando troppo? È quella band, vero? Ti portano via tempo?»
Guardai la mia immagine riflessa nello specchio dell’armadio.
Avevo le occhiaie, la barba di tre giorni e una camicia in mano che non sapevo se mettere per andare a bere l’ennesimo cocktail mentre il manuale di statistica giaceva chiuso sotto il letto, coperto di polvere.
Aveva ragione lei.
Come sempre, maledettamente, aveva ragione lei.
«Mamma, sto studiando,» mentii, e la bugia ebbe il sapore amaro del caffè freddo. «Davvero. Stavo giusto ripassando la varianza.»
«La varianza,» ripeté lei, sospettosa. «Sicuro? Non sento il rumore delle pagine. C’è troppo silenzio. O c’è troppo casino? Cos’è quel rumore?»
Dalla cucina arrivò l’urlo di Bolo: «Aho! Chi si è fregato il mio gel per capelli?! Simona, giuro che se l’hai usato per le gambe ti rado a zero nel sonno!»
Chiusi gli occhi, pregando che il microfono del telefono non fosse così sensibile.
«È… è la televisione, mamma. Un documentario. Sulla statistica.»
La telefonata con mia madre ebbe l'effetto di una secchiata d'acqua gelida su un ubriaco.
Riagganciai, e con quel click spensi anche la "pazza vita" di Perugia. Almeno per me.
Perché per il resto della casa, la festa non finiva mai.
La settimana che seguì fu un’apnea.
L’euforia del concerto all’Urban Club si era dissipata, lasciando il posto a una realtà fatta di sveglie all’alba, caffè solubile che sapeva di bruciato e libri pesanti come macigni.
Se il Blues era la colonna sonora della mia vita interiore, l’Università si rivelò essere un pezzo di Free Jazz sperimentale: caotico, dissonante e impossibile da decifrare.
E il mostro finale aveva un nome preciso.
Psicometria.
Era mercoledì pomeriggio. Mancavano cinque giorni all'esame.
Ero seduto al tavolo della cucina di Via della Viola, trasformato in una trincea di evidenziatori e fogli protocollo.
Fuori pioveva da tre giorni, una pioggia sottile e insistente che lavava via i colori dai vicoli. Dentro, l’umidità faceva arricciare le pagine del mio manuale di statistica, rendendo i grafici ancora più ostili.
Davanti a me, grafici a torta, deviazioni standard e curve di Gauss ballavano una danza macabra.
Mi passai le mani nei capelli, tirandoli.
«Non ce la farò mai,» dissi, lasciando cadere la testa sul libro aperto con un tonfo sordo. «È arabo. Anzi peggio, è matematica. Io ho fatto il classico per non vedere mai più un numero, cazzo.»
Newton, alias Francesco Acerbi, era seduto di fronte a me.
Il contrasto tra noi era imbarazzante: io ero un relitto umano in tuta, lui indossava una camicia stirata anche per stare in casa.
Stava mangiando uno yogurt magro con la precisione di un metronomo, un cucchiaino ogni dieci secondi esatti.
Non alzò gli occhi dal suo tablet, dove stava probabilmente progettando un reattore nucleare o risolvendo il cubo di Rubik mentalmente.
«La matematica è il linguaggio dell’universo, Elia,» disse, con la sua voce atona. «È l’unica cosa che non mente. A differenza dei tuoi testi blues che romanticizzano la sofferenza.»
«I miei testi sono verità emotiva!» protestai, con la voce attutita dalle pagine del libro. Alai la testa, guardandolo con odio. «Questa è tortura. Cosa me ne frega della media ponderata? Io voglio capire perché la gente soffre, non calcolarne la percentuale!»
In quel momento, la porta d'ingresso si spalancò.
Entrarono Bolo e Simona, portandosi dietro una folata di aria fredda e risate sguaiate.
Simona era fasciata in un cappotto di pelliccia sintetica leopadato, Bolo aveva una sciarpa della squadra di calcio del Perugia annodata in modo improbabile.
«Rustico!» urlò Bolo, ignorando completamente il clima da biblioteca che regnava in cucina. «Molla quei geroglifici. Stasera c'è la Jam Session al Caveau. Marika ha scritto sul gruppo che ci aspettano. E prima passiamo al Dempsey's, dicono che è pieno di studentesse americane in Erasmus.»
«E se non ti piacciono le americane,» aggiunse Simona, sfilandosi i guanti con i denti, «possiamo andare al Punto di Vista. C'è un tramonto pazzesco stasera, l'aria si è pulita. Uno Spritz con vista, due foto tattiche per Instagram e ti passa la depressione da statistica.»
Guardai loro. Guardai il libro.
Il Dempsey's con le sue luci calde e le birre scure. Il Caveau con il suo palco che sapeva di legno e sudore.
Sentii il richiamo della vita vera tirarmi per la maglietta.
«Non posso,» ringhiai. «Ho l'esame lunedì. Se non lo passo, mia madre scende qui e dà fuoco al palazzo.»
«Che palle che sei,» sbuffò Simona, aprendo il frigo. «Sei diventato noioso, Elia. La cultura ti sta rovinando.»
«Andate,» dissi, rimettendo la testa sul libro. «Bevete anche per me.»
Uscirono, lasciandomi solo con Newton e il ronzio del frigorifero.
Newton finì il suo yogurt.
Posò il vasetto vuoto. Sospirò. Un suono pulito, senza sbavature.
Si alzò, fece il giro del tavolo e si fermò dietro di me, guardando il disastro dei miei appunti.
«Il tuo problema non è la logica, Elia. È che cerchi di tradurre tutto in sentimenti. Ma i numeri non sentono.»
«Grazie, molto utile,» borbottai.
«Guardalo come se fosse un mixer,» disse improvvisamente.
Alzai la testa di scatto. «Cosa?»
«Sei un fonico, no? O almeno ci provi. Ti ho visto smanettare con l'impianto l'altra sera. Guarda la curva di Gauss.»
Si chinò sul tavolo e indicò col dito indice la forma a campana sul libro, quella che mi stava tormentando da tre ore.
«Questa non è una curva statistica,» disse, con un tono quasi didattico. «È l’equalizzazione di un amplificatore.»
Mi raddrizzai sulla sedia.
«In che senso?»
«La parte centrale, la pancia alta… sono i medi,» spiegò, tracciando la curva con il dito. «La voce. La chitarra. È dove sta la maggior parte del suono. È la "media" della popolazione. La maggior parte delle note sta qui.»
Sgranai gli occhi. Improvvisamente, quella linea nera smise di essere astratta.
«E le code?» chiesi, indicando le estremità basse del grafico che si appiattivano verso lo zero.
«Le code sono i bassi profondi e gli acuti striduli,» rispose lui, senza esitare. «Le frequenze estreme. Sono rare, ma definiscono il carattere del suono. Sono i geni e gli idioti. I casi limite.»
Fece una pausa teatrale, sistemandosi gli occhiali sul naso.
«E la deviazione standard…» picchiettò sul simbolo sigma, «…è il Gain.»
«Il Gain?»
«Sì. Più la deviazione è alta, più la campana si allarga. Il suono si sporca, occupa più spazio, c'è più dispersione. Più è bassa, più la campana si stringe e si alza. Il suono è compresso, pulito, focalizzato. Capisci?»
Click.
Nella mia testa, successe qualcosa.
I numeri smisero di essere numeri freddi e ostili.
Diventarono frequenze. Diventarono manopole da girare.
Varianza. Dispersione. Tendenza centrale.
Non erano concetti matematici. Erano musica.
«Cazzo,» sussurrai. «È vero. Se alzo la deviazione standard sto praticamente mettendo un distorsore.»
Newton annuì, tornando impassibile.
«Sei un genio, Newton,» dissi, guardandolo con una gratitudine che sfiorava l'adorazione.
Lui tornò al suo posto e riprese il tablet.
«No. Sono solo pragmatico. E ho orecchio assoluto, anche se non suono.»
Mi indicò il libro con un cenno del mento.
«Ora studia, rockstar. L’esame è lunedì. E se prendi meno di venticinque, rovini la media dell'appartamento.»
Il lunedì mattina arrivò con la puntualità di una cambiale scaduta.
L’Aula Magna di Palazzo Murena era un frigorifero. Centinaia di matricole terrorizzate aspettavano il proprio turno, ripassando formule su foglietti stropicciati.
Quando il professore, un uomo con la faccia di chi ha corretto troppi compiti sbagliati nella vita, chiamò il mio nome, mi alzai con le gambe di gelatina.
Non fu un’esecuzione. Fu una rissa.
Lui tirava domande come pugni diretti: «Definisca la varianza», «Mi parli della validità di costrutto».
Io schivavo, paravo, rispondevo usando le metafore di Newton tradotte in italiano accademico.
Non ero brillante. Non ero Freud.
Ero un bassista che cercava di tenere il tempo senza perdere il groove.
«Diciotto sarebbe il minimo sindacale,» disse il professore, scarabocchiando qualcosa sul verbale. «Ma apprezzo lo sforzo creativo nel collegare la statistica all’acustica. Le do venti. Accetta?»
«Accetto,» dissi, senza nemmeno respirare. «Accetto e ringrazio.»
Passai l’esame con un 20 sudato, strappato con i denti.
Non era un voto da incorniciare. Per mia madre sarebbe stato un fallimento, un affronto al decoro familiare.
Ma per me, quel 20 valeva come un disco di platino. Era la prova che potevo farcela, che il mio cervello non serviva solo a scrivere testi malinconici.
Uscii dal portone di Palazzo Murena barcollando leggermente, accecato dal sole pallido di novembre.
L’aria fredda mi colpì la faccia, ma sotto il cappotto stavo bruciando di adrenalina.
Misi la mano in tasca e toccai il libretto universitario. Scottava.
C’era il primo timbro. Ero ufficialmente uno studente.
La prima cosa che feci, ancora prima di scendere i gradini, fu prendere il telefono.
Cercai Strega nella rubrica.
Partì la chiamata.
Uno squillo. Due squilli. Tre. Quattro.
«La persona chiamata non è al momento raggiungibile…»
La segreteria telefonica.
Sentii una fitta di delusione, acuta come un taglio di carta. Volevo dirlo a lei. Volevo sentire la sua voce dirmi "Visto?".
Invece, parlai col vuoto.
Tenni premuto il tasto del microfono su WhatsApp.
«Ce l’ho fatta,» dissi, con la voce che mi tremava un po’. «Ho ucciso il mostro finale. Psicometria è andata. Non chiedere il voto, l’importante è che sono vivo. Richiamami quando puoi.»
Inviai il messaggio vocale, guardando la spunta grigia rimanere sola.
Non feci in tempo a rimettere il telefono in tasca.
Passarono esattamente due minuti.
Il telefono vibrò.
MAMMA.
Serena Remo aveva un sesto senso per i momenti topici, o forse aveva installato un microchip nel mio libretto.
Risposi.
«Pronto?»
«Elia! Allora? Sei uscito? È finito?»
La sua voce era un misto di ansia e speranza.
Sullo sfondo, sentii un suono familiare. Un fraseggio di chitarra elettrica, veloce, pulito, ripetuto in loop.
Mio padre si stava esercitando nello studio insonorizzato, ma evidentemente la porta era aperta. Quella scala pentatonica suonata a 180 bpm era la colonna sonora di casa mia.
«È finito, mamma,» dissi, appoggiandomi a una colonna di travertino. «L’ho passato.»
Dall’altra parte ci fu un attimo di silenzio, come se stesse trattenendo il fiato.
«Davvero? Oh, grazie al cielo! E… com’è andata? Quanto ti ha dato? Trenta? Ventotto?»
Sorrisi tra me e me. Povera mamma.
«Venti, mamma.»
«Venti?» La sua voce calò di un’ottava. «Solo venti? Ma Elia… è un voto bassissimo. Ti rovina la media ancora prima di cominciare.»
«È un voto, mamma. È un esame verbalizzato. Psicometria. Quello che bocciano tutti.»
Mi sentii spavaldo. Non mi importava della media. Mi importava di aver vinto la mia battaglia contro la pigrizia e la paura.
«Ti mando la foto del libretto,» aggiunsi, vantandomi come se avessi preso la lode. «Così la puoi incorniciare e far vedere alle tue amiche che tuo figlio studia statistica.»
Sentii la chitarra di mio padre fermarsi per un secondo, poi riprendere con un bending lamentoso, quasi a commentare la cifra.
«Beh… l’importante è che tu l’abbia dato,» concesse lei, cercando di recuperare l’entusiasmo. «Bravo, tesoro. Davvero. Stasera festeggia, ma non fare tardi. E mangia qualcosa di sano.»
«Sì, mamma. Ciao.»
Riagganciai.
Avevo fatto il mio dovere di figlio.
Ma il silenzio di Martina pesava ancora.
Mi sedetti sui gradini della cattedrale di San Lorenzo, guardando la piazza che si riempiva di studenti in pausa pranzo.
Il telefono vibrò un’ora dopo.
Non era una chiamata. Era un messaggio di testo.
Lo aprii.
“Bravo. Sapevo che il tuo cervello non era fatto solo di pentatoniche. Ora non montarti la testa. E mangia, che ti sento sciupato anche via messaggio.”
Lessi quel messaggio tre volte, mentre il vento gelido mi tagliava la faccia.
Era fiera di me. A modo suo, da lontano, senza zucchero, ruvida come la pietra della Majella.
Sorrisi, ma era un sorriso amaro.
Quel messaggio era perfetto, era da lei.
Ma quel silenzio telefonico… quel non sentire la sua voce, quel non poter condividere l'euforia nell'istante esatto in cui esplodeva… era una nota stonata che mi ronzava in testa.
Una dissonanza che nemmeno il mio 20 in Psicometria riusciva a risolvere.
Mi alzai, spazzolandomi i jeans.
Dovevo andare al Marla. Dovevo dire ai ragazzi che stasera offrivo io.
Ma una parte di me era rimasta lì, su quel gradino, ad aspettare uno squillo che non era arrivato.