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Urban Club
Il telefono vibrò sul comodino, facendosi strada tra un plettro consumato e il foglio stropicciato con il testo della nuova canzone.
Era lei.
Sullo schermo pulsava la scritta "Strega".
Accettai la videochiamata e il viso di Martina riempì il display, pixelato dalla connessione instabile di Pettorano.
Era seduta sul suo letto, avvolta in una coperta di lana che sembrava aver visto giorni migliori. Aveva gli occhi cerchiati di scuro e l'aria di chi aveva appena finito una maratona emotiva.
«Dimmi che sei felice,» esordì, senza nemmeno salutarmi. «Dimmi che a Perugia la gente è normale e non soffre di emorragie sentimentali continue.»
Sorrisi, appoggiando il telefono contro una pila di libri.
«Qui va tutto bene. Ma tu sembri uno straccio. Le signore ti stanno prosciugando?»
Martina sbuffò, spostandosi la ciocca di capelli dagli occhi con un gesto stizzito.
«Non sono signore, Elia. Sono vampiri energetici con la pensione. Ma ultimamente il target si è abbassato. E di brutto.»
Si massaggiò le tempie.
«Oggi è venuta Giulia. Hai presente Giulia, la figlia di quello che ha il Gran Caffè in Corso Ovidio?»
«La bionda? Quella che sembra uscita da una copertina di Vogue?»
«Lei. Esatto. Quella che tutti invidiano perché ha i vestiti firmati e il padre che le paga l'aperitivo a vita.»
Martina fece una pausa drammatica, avvicinandosi alla telecamera.
«È stata qui due ore. Due ore a piangere sul mio tappeto persiano perché si sente "incompleta senza un uomo".»
«Giulia?» chiesi incredulo. «Ma se ha la fila di ragazzi dietro.»
«Appunto. Il problema è chi si sceglie.
Pensa che l'ultima volta...» Martina scosse la testa, tra l'esasperato e il divertito. «È uscita con un tipo nuovo. Un rappresentante di Pescara, tutto gelatina e macchinone.
Prima uscita ufficiale. Cena romantica, fiori, tutto il repertorio.
Vanno in un locale, si siedono, ordinano.
Lei va in bagno a rifarsi il trucco per essere perfetta. Torna indietro dopo cinque minuti... e indovina?»
«Indovino cosa?»
«Lo trova che si sta limonando la cameriera dietro il bancone.
La stessa sera! Alla prima uscita! Capisci il livello?»
Martina allargò le braccia, sconsolata.
«E lei invece di mandarlo a quel paese, è venuta da me a chiedermi se ha "il chakra del cuore bloccato" o se emana vibrazioni che attirano i traditori.
Io non faccio la guida spirituale, Elia. Faccio la raccolta differenziata delle paranoie di Sulmona.»
Mi venne da ridere, ma mi trattenni. C'era una stanchezza reale nella sua voce.
«Dovresti farti pagare il doppio,» dissi.
«Dovrei scappare. Come hai fatto tu.»
Il suo sguardo si addolcì improvvisamente. Smise di lamentarsi e mi scrutò attraverso lo schermo.
Notò la mia maglietta nera, i capelli un po' più lunghi del solito, l'ansia che cercavo di mascherare.
«Dove stai andando?» chiese. Il tono era cambiato. Era tornata la Strega.
«A suonare.»
«Dove?»
«All'Urban Club. A Sant'Andrea delle Fratte.»
Vidi la sua fronte corrugarsi leggermente.
«Urban Club? E che cos'è? Un circolo per anziani o una discoteca per tamarri?»
Sorrisi, scuotendo la testa.
«Nessuno dei due, Marti. È il posto. È un capannone industriale enorme, fuori città.
Ci hanno suonato tutti quelli che contano nella scena indie e rock. Non è il Caveau o una cantina del centro. È un palco vero, con un impianto vero e centinaia di persone.»
La vidi elaborare l'informazione. I suoi occhi si allargarono appena.
«Wow. Quindi fai sul serio.»
«Già. Faccio sul serio.»
«Hai paura?»
Guardai la mia chitarra nella custodia rigida.
«Da morire.»
Martina sorrise. Non quel sorriso ironico, ma quello vero, quello che mi aveva regalato al binario.
«Bene. La paura è benzina, Elia. Se non avessi paura, saresti solo un arrogante con una chitarra. Invece sei un artista. Usala tutta quella paura. E non pensare a me. Pensa a te.»
«Ci provo.»
«Non provarci. Fallo. Ciao, bluesman.»
Lo schermo divenne nero.
Rimasi a fissare il mio riflesso scuro per un secondo.
Poi presi la chitarra.
Non era più tempo di videochiamate. Era tempo di fare sul serio.
L'Urban Club non era un locale. Era una cattedrale di cemento armato in mezzo alla zona industriale di Perugia.
Da fuori sembrava un capannone anonimo, circondato da fabbriche chiuse e asfalto crepato.
Ma appena varcai la soglia di metallo pesante, l'odore mi colpì in faccia.
Non sapeva di incenso o di cucina come a casa di Martina.
Sapeva di birra rovesciata, di sudore stantio assorbito dai muri in vent'anni di concerti, di polvere bruciata dalle luci stroboscopiche e di fumo artificiale.
Era l'odore del rock and roll.
«Elia! Muoviti, dobbiamo fare i suoni!»
La voce di Marika mi arrivò dal palco, potente, amplificata, tagliando l'aria viziata del pomeriggio.
Era già lì, una macchia rossa e nera sotto i riflettori spenti, che camminava nervosamente da un lato all'altro del palco.
Non aveva nessuno strumento in mano. Il suo strumento era tutto il corpo.
Teneva il microfono con una sicurezza arrogante, testando l'acustica con vocalizzi che facevano vibrare i bicchieri sul bancone del bar in fondo alla sala.
Era lei la regina di quel posto. La frontwoman. Io ero l'ospite che doveva dimostrare di meritarsi il microfono accanto al suo.
Marco era inginocchiato davanti alla sua pedaliera, calmo come un monaco zen che sistema il suo giardino di sabbia, con la fedele Gibson Les Paul a tracolla, lucida e nera come il petrolio.
«Arrivo,» dissi, salendo i tre gradini che portavano al palco.
Il legno sotto i miei stivali era appiccicoso e vibrava ancora prima che suonassimo, come se avesse una memoria fisica di tutte le band che ci erano passate sopra.
«Attacca,» disse Marco, senza alzare la testa, mentre Marika mi faceva un cenno veloce con la mano, continuando a discutere col fonico sui livelli del monitor spia.
Infilai il jack nella Stratocaster.
Il clack meccanico risuonò amplificato nell'impianto come un colpo di frusta.
Pizzicai una corda. Un Mi basso che fece tremare la cassa toracica.
Non era il suono ovattato e perfettino dello studio insonorizzato di mio padre.
C'era un ronzio di fondo, un rumore di massa, un'elettricità sporca che correva nei cavi.
Era un suono libero, imperfetto, cattivo.
Era il mio suono.
Un'ora dopo, ero chiuso nel cesso del camerino.
I muri erano un mosaico di adesivi di band punk, scritte con l'uniposca nero e insulti calcistici sbiaditi.
Dalla porta chiusa arrivava, attutita ma inconfondibile, la voce di Marika.
Stava finendo il check vocale, lanciando acuti che riempivano il locale vuoto con una facilità disarmante, scaldando il motore di quella Ferrari che aveva in gola.
Sentirla mi metteva addosso una pressione micidiale. Lei era nata su quel palco. Io ci stavo salendo per la prima volta.
Mi guardai allo specchio.
La luce al neon verdastra non faceva sconti a nessuno.
Ero pallido. Le occhiaie erano scavate come trincee.
La mano destra mi tremava leggermente, un tremore fine che speravo sparisse appena avessi toccato le corde.
Istintivamente, presi il telefono dalla tasca.
Il pollice andò sulla galleria.
Scorsi le foto velocemente, fino a trovarne una.
Non era una foto in posa. Era uno scatto rubato, fatto di sfuggita un pomeriggio a Pettorano, mentre lei non guardava.
Martina era seduta sul muretto del ballatoio, con il sole che le tagliava il viso a metà.
Stava ridendo di qualcosa che aveva detto Agata di sotto. Aveva gli occhi chiusi e la testa buttata all'indietro, la gola scoperta, vulnerabile e bellissima.
In quella foto non era la Strega. Non era la Badante Spirituale.
Era solo Martina.
Sentii l'impulso fisico, doloroso, di scriverle.
Sto per salire. Ho l'ansia. Vorrei che fossi qui.
Il dito rimase sospeso sopra l'icona di WhatsApp per cinque, interminabili secondi.
Sarebbe stato facile. Sarebbe stato comodo.
Sarebbe stato da "verginello" che cerca la mano della mamma prima di attraversare la strada.
Fuori, la voce di Marika si interruppe, seguita da una risata roca e da un accordo distorto di Marco che squarciò il silenzio.
Loro erano pronti. Loro non avevano bisogno di balie.
Se volevo stare su quel palco con loro, se volevo essere "l'albero" e non solo le radici, dovevo stare in piedi da solo.
Guardai la foto un'ultima volta, imprimendomi quel sorriso nella retina come un tatuaggio.
Poi bloccai lo schermo.
Spensi il telefono.
Lo infilai in fondo alla tasca, come si nasconde un amuleto che non funziona più.
Feci un respiro profondo. L'aria sapeva di disinfettante chimico economico, ma a me sembrò ossigeno puro.
Uscii dal bagno sbattendo la porta.
«Andiamo a spaccare,» dissi.
Quando salimmo sul palco, il boato mi colpì fisicamente come un'onda d'urto.
Non vedevo le facce. I fari bianchi puntati addosso mi accecavano, creando un muro di luce impenetrabile tra noi e il pubblico.
Sentivo solo una massa calda, viva e urlante là sotto, un organismo unico che respirava e aspettava.
Riconobbi l'urlo sguaiato di Bolo che perforava il brusio: «Vai Rusticooo! Facci sognare!»
Marco si sistemò la tracolla, guardò il batterista e diede il tempo con un colpo secco del manico della chitarra verso il basso.
Uno. Due. Tre. Quattro.
E poi partì il riff.
Cocaine.
Ma non la versione lenta, blues e raffinata di Clapton che mio padre ascoltava in salotto.
La nostra versione. Veloce, sporca, quasi punk, suonata con una cattiveria che sapeva di urgenza.
Marika afferrò l'asta del microfono con entrambe le mani, piegandosi in avanti come se stesse per aggredire la prima fila.
Attaccò la prima strofa con una voce graffiante, aggressiva, che incendiò subito la sala.
Io ero al secondo microfono, leggermente indietro sulla sinistra.
La mia Stratocaster pesava sulla spalla, solida, reale.
Facevo le ritmiche, incastrando gli accordi secchi negli spazi lasciati da Marco, e aspettavo il mio momento per i controcanti.
Guardavo lei muoversi. Marika era un animale da palcoscenico.
Non stava ferma un secondo: saltava, provocava il pubblico indicando le persone, si inginocchiava davanti a Marco mentre lui faceva urlare la chitarra nell'assolo piegandosi all'indietro.
L'energia sul palco era palpabile, un'elettricità statica che faceva rizzare i peli sulle braccia.
Poi, al secondo ritornello, Marika si girò di scatto verso di me.
I suoi occhi verdi brillavano di adrenalina pura.
Mi fece un cenno imperioso con la testa. Tocca a te. Prenditelo.
Mi avvicinai al microfono, sentendo l'odore metallico della griglia.
Non cantai. Ruggii.
«If you wanna hang out... you've got to take her out...»
La voce mi uscì graffiata, roca, carica di tutta la rabbia che avevo accumulato in mesi di silenzi e bugie, una voce che non sapevo nemmeno di avere.
Le nostre voci si intrecciarono nel ritornello. Quella di Marika, acuta e tagliente come un rasoio, e la mia, più scura, profonda, blues.
Era una danza. Una lotta sonora.
Non stavo recitando la parte del "figlio d'arte sofferente" per X Factor. Non c'erano telecamere, non c'erano autori.
C'ero solo io.
Sentivo il sudore colarmi lungo la schiena già alla seconda strofa, la camicia che si incollava alla pelle.
Il pubblico rispondeva. Attraverso il muro di luce vedevo le sagome delle teste muoversi a tempo, le mani alzate che afferravano il ritmo.
Non mi stavano giudicando.
Ballavano.
Ero io a guidarli insieme a lei.
Era una sensazione di potere assoluto, drogante. Molto meglio di qualsiasi seduta terapeutica, meglio di qualsiasi medicina.
Poi arrivò il momento.
Marco sfumò l'accordo finale di un pezzo rock tiratissimo e l'atmosfera cambiò di colpo.
Il batterista passò alle spazzole.
Le luci bianche si spensero, sostituite da un occhio di bue blu scuro, intimo, quasi claustrofobico.
Marika fece un passo indietro, uscendo dal cono di luce, lasciandomi il centro della scena.
Si sedette sul rialzo della batteria, prendendo una bottiglietta d'acqua, ma non staccò gli occhi da me.
Mi stava lasciando spazio. Mi stava dicendo: È tua. Fagli vedere chi sei.
Il silenzio nel locale si fece denso. Qualcuno tossì. Un bicchiere tintinnò.
«Questa,» dissi al microfono, col fiato corto per la fatica di prima, «è una cosa nuova. L'ho scritta guardando i tetti di Perugia una notte che non riuscivo a dormire. Si chiama Vuoto.»
Marco iniziò un arpeggio lento, malinconico, liquido.
Il suono della sua Gibson riempì lo spazio vuoto, rotondo e triste.
Chiusi gli occhi.
Il pubblico dell'Urban Club sparì. L'odore di birra sparì.
Rividi il binario 1 di Fontivegge.
Rividi il cappotto troppo grande di Martina che sventolava.
Sentii il freddo umido della stazione e il rumore del treno che la portava via.
Iniziai a cantare.
Non spinsi la voce. La lasciai uscire piano, quasi parlando.
Una ballata blues, lenta, dolorosa.
Parlava di treni che partono senza di te, di radici strappate via dalla terra, di stanze troppo grandi piene di oggetti inutili.
Non stavo cercando di essere intonato o tecnicamente perfetto. Stavo cercando di essere vero.
Ogni parola era un pezzo di carne viva che buttavo sul palco, sanguinate.
Sentivo la gola stringersi sui passaggi più bassi, il diaframma lavorare per sostenere quel peso emotivo.
Quando arrivai al ritornello, il crescendo, spinsi la voce fino al limite della rottura, trasformando la melodia in un grido controllato che riempì ogni angolo del capannone.
Era un urlo liberatorio, diretto a Pettorano, diretto a mio padre, diretto a me stesso.
Sentii la voce di Marika entrare leggera nel finale, un'armonia sottile, quasi un sussurro angelico, che sosteneva il mio dolore senza coprirlo, come una mano sulla spalla.
Quando aprii gli occhi sull'ultima nota, che Marco lasciò morire in un feedback lungo e lamentoso che sfumò nel nulla, mi aspettavo il silenzio imbarazzato.
Mi aspettavo che la gente tornasse a parlare.
Invece, per un secondo, ci fu silenzio totale.
Un silenzio denso. Elettrico. Sacro.
E poi l'applauso.
Non le urla da stadio di prima.
Un applauso vero, lungo, caldo, che cresceva d'intensità.
Vidi una ragazza in prima fila asciugarsi un occhio col dorso della mano.
Vidi Marika guardarmi, non come la "Valchiria" che protegge il fratellino minore, ma con un rispetto nuovo, quasi sorpreso, annuendo leggermente.
Avevo trasformato il mio dolore in qualcosa che anche gli altri potevano sentire.
Non ero più solo col mio vuoto. Lo avevamo condiviso.
Scendemmo dal palco che eravamo zuppi come se avessimo fatto la doccia vestiti.
L'adrenalina mi faceva tremare le mani così forte che non riuscivo a svitare il tappo della bottiglietta d'acqua.
«Sei stato mostruoso!»
Bolo mi si lanciò addosso, abbracciandomi nonostante il puzzo di sudore e urlandomi nell'orecchio con la voce impastata dall'alcol e dalla felicità.
Dietro di lui c’era Simona.
Per l'occasione aveva abbandonato le magliette oversize: indossava un vestitino nero così corto e scollato che a stento le copriva il décolleté, una sfida alle leggi della fisica e del decoro.
Ma Simona non stava guardando me.
Stava limonando duro con un ragazzo alto, con la barba, che non avevo mai visto in vita mia. Erano praticamente fusi insieme contro una colonna di cemento.
Appena mi vide passare, però, si staccò dalla bocca del tizio con uno schiocco sonoro, incurante del rossetto sbavato su mezza faccia.
«Grandissimo Rustico!» urlò, afferrandomi per un braccio e quasi facendomi cadere la birra.
Poi si sporse verso di me, ammiccando in modo per niente sottile.
«Hai visto quella biondina laggiù?»
Indicò con la mano, sbracciandosi in modo così plateale che fu impossibile non notarla.
«Ti ha mangiato con gli occhi per tutto il concerto! Te lo giuro, non ha guardato altro! Secondo me stasera concludi!»
La ragazza bionda, che era ferma vicino al bar con un drink in mano, si accorse dell'indicazione, arrossì violentemente fino alla radice dei capelli e si girò di scatto dall'altra parte, mentre Simona scoppiava a ridere sguaiatamente, tornando a occuparsi del suo nuovo amico barbuto.
Marco mi passò accanto, mi diede una pacca solida sulla spalla e mi porse una birra aperta.
«Bella storia, Elia. Bella storia davvero.»
Bevvi un sorso lungo, ghiacciato, che mi spense l'incendio in gola.
Il locale pulsava ancora di musica, il DJ aveva messo su qualcosa di techno, ma io sentivo il bisogno di uscire.
«Torno subito,» dissi.
Uscii dalla porta laterale di sicurezza, nel vicolo dietro il locale.
L'aria notturna era fredda, tagliente, sapeva di pioggia in arrivo.
Mi appoggiai al muro di cemento ruvido, guardando il fumo del mio fiato salire verso il cielo nero, coperto dal bagliore arancione dei lampioni industriali.
Tirai fuori il telefono.
Lo accesi.
Lo schermo si illuminò, accecante nel buio.
Nessuna chiamata. Nessun messaggio.
Martina non aveva scritto.
Sentii una fitta allo stomaco, rapida e dolorosa, come se avessi mancato un gradino al buio.
Stavo per rimettere il telefono in tasca, rassegnato, dicendomi che era giusto così, quando sentii la vibrazione.
Un solo colpo. Secco.
Lo tirai fuori di nuovo.
Notifica da WhatsApp.
Mittente: Strega.
Non c'era scritto nulla. Nessuna parola, nessun commento sul concerto, nessun "bravo".
C'era solo un link di YouTube.
Lo aprii con le dita intorpidite dal freddo.
L'anteprima mostrava la copertina di un album dai colori caldi. Tedeschi Trucks Band.
Il titolo del video era Midnight in Harlem.
La canzone che le avevo cantato quella notte in mansarda, come regalo, la prima volta che le avevo fatto sentire la mia voce vera, quando ancora non sapevo come dirle che la amavo.
Il cuore mi fece una capriola nel petto.
Non servivano parole. Con quel link mi stava dicendo tutto: Ti ho pensato. Ti ho sentito. Sono lì con te.
Un sorriso mi si allargò sulla faccia, incontrollabile, mentre le prime note della canzone iniziavano a suonare nel silenzio del vicolo.
Andava bene così.
Avevo suonato, avevo spaccato, ed ero sopravvissuto.
Ero intero.
Rimisi il telefono in tasca, lasciando che la musica continuasse a suonare, e rientrai nel casino, pronto a prendermi la mia birra e la mia nuova vita.