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Il risveglio non fu un’alba dolce. Fu uno schiaffo secco. O meglio, uno schiocco.
Aprii gli occhi e la prima cosa che vidi, fuori fuoco, fu un paio di gambe abbronzate, lunghe, chilometriche. Finivano in una culotte di pizzo nero che lasciava poco all'immaginazione.
Salendo con lo sguardo, oltre le gambe, c'era una maglietta extralarge dei Ramones con un buco strategico sulla spalla e, ancora più su, una testa spettinata che stava bevendo succo d'arancia direttamente dal cartone.
«Buongiorno, raggio di sole,» disse Simona Freschi, ignorando totalmente il fatto di essere mezza nuda nel corridoio comune. «Hai una cera terribile. Sembri uno zombie che ha appena divorato il suo primo cervello e gli è rimasto sullo stomaco.»
Richiusi gli occhi, gemendo. La testa mi pulsava a ritmo di un pezzo nu-metal suonato con strumenti scordati.
«Copriti, Simona. Per favore.»
«Ma va là, puritano,» rise lei. La sentii incamminarsi verso la sua stanza con il passo ondeggiante e leggero di chi non ha esami, tesi o dignità da difendere alle undici del mattino. «In questa casa vige il naturismo intellettuale.»
Mi tirai su a sedere a fatica. Il letto cigolò in segno di protesta.
Mi guardai intorno, cercando di mettere a fuoco dove fossi.
Non ero nel silenzio asettico e clinico di Via del Nino.
Ero a Perugia.
Per la precisione, ero al terzo piano (senza ascensore) di un vecchio palazzo storto in Via della Viola, il vicolo più colorato, stretto e bohémien del centro storico. Un quartiere che odorava di vernice fresca degli artisti di strada e di soffritti multietnici.
Dalla finestra aperta entrava il rumore della città universitaria, un brusio costante di vita che a Sulmona non esisteva.
Ero libero.
E avevo un mal di testa che avrebbe potuto abbattere un elefante.
Guardai l'altra metà della stanza.
Era una doppia, divisa da una linea invisibile ma netta come un confine di stato.
Il mio lato era un casino di vestiti neri e spartiti. Il lato di Matteo era un tempio dell'ordine: creme costose allineate per altezza sul comodino, scarpe da calcio pulite maniacalmente e borsone della palestra pronto ai piedi del letto.
Era stato un miracolo trovare questo posto. O meglio, era stata ricerca scandita dalla collaborazione con i rigidi parametri di Martina.
Mentre mi massaggiavo le tempie, il ricordo dell'estate mi investì come un'onda di calore.
Mentre i miei ex compagni di classe andavano a rosolarsi nelle piscine affollate dell’Acquasanta o guidavano fino a Pescara per ballare in spiaggia, io avevo passato luglio e agosto recluso a Pettorano, nella mansarda di Martina. Dopo il mio ritorno da Perugia, avevo commesso l'errore di dire tutto ai miei genitori e mia madre era stata drastica: mi era stato fatto espresso divieto di vederla. Martina era diventata l'unica persona che non potevo frequentare, il frutto proibito di quell'estate post-diploma.
Così, ogni singolo giorno, ero costretto a inventarmi una scusa diversa per uscire di casa. Usavo la ricerca dell’appartamento per l’università come copertura sistematica; mentre i miei pensavano che fossi in giro a vagliare annunci e planimetrie, io correvo a rintanarmi da lei. La nostra estate era stata quella: una clandestinità fatta di scale salite in silenzio, un ventilatore rumoroso e il portatile sempre acceso su siti di affitti a Perugia.
«Troppo cara,» diceva lei, bocciando un monolocale con un gesto della mano.
«Troppo buia. Ti verrebbe la depressione.»
«Questa no, è vicina alla caserma. Vibrazioni troppo rigide per un bluesman.»
Non potevo uscire da lì, comunque.
Dopo che ero tornato dalla "fuga spirituale" (che si era rivelata essere il blitz per l'iscrizione), avevo dovuto confessare.
Mia madre, Serena, l'aveva presa benissimo: si era incazzata come una biscia.
«Mi hai mentito! Hai firmato documenti legali senza di me!» aveva urlato, con quella vena sulla fronte che pulsava pericolosamente. La sentenza era stata immediata: arresti domiciliari fino all'inizio dell'anno accademico. Niente uscite serali, niente macchina, niente soldi extra.
Mio padre, invece, aveva reagito in modo diverso.
Quando aveva saputo che avevo fatto tutto da solo – il viaggio, l'iscrizione, la scelta di cambiare vita – non aveva urlato.
Era rimasto in silenzio nel suo studio, a lucidare la Stratocaster. Ma quando ero uscito, mi aveva lanciato un'occhiata veloce sopra gli occhiali. Un mezzo sorriso.
Dopo il pedale vintage, questo era stato il secondo punto segnato con il vecchio.
Forse, sotto sotto, era orgoglioso che avessi finalmente tirato fuori le palle, anche se per disubbidirgli.
Ma se con mio padre si era aperto uno spiraglio, con Martina si era alzato un muro invisibile. Dopo quello che era successo in quella stanza a Perugia, dopo quel bacio affamato che aveva interrotto a metà, il nostro rapporto si era come congelato in un limbo sospeso. Non eravamo più tornati sull'argomento; era diventato un territorio proibito, un segreto che bruciava sotto la cenere ma che nessuno dei due aveva il coraggio di rivendicare.
Un rumore di pentolame che cadeva, seguito da una bestemmia creativa in dialetto emiliano, mi riportò al presente di Via della Viola.
«Bolo!» urlai, o almeno ci provai, ma la mia voce uscì come un rantolo roco.
«È pronto il caffèèè!» rispose lui, apparendo sulla soglia della mia camera.
Bolo era un'entità mitologica: metà studente di Scienze Politiche, metà disastro naturale. Aveva i capelli ricci che sfidavano la gravità e indossava sempre pantaloni della tuta acetati, indipendentemente dall'occasione.
«Ti ho fatto la moka da sei,» disse, brandendo la caffettiera come un incensiere sacro. «Newton sta calcolando le probabilità che tu vomiti entro mezzogiorno. Al momento le quote sono basse, ma in risalita.»
Newton. Il soprannome era perfetto per Francesco Acerbi.
Lo vidi passare nel corridoio dietro le spalle di Bolo, silenzioso come un'ombra, con le cuffie a cancellazione del rumore incollate alle orecchie e un tomo di Psicometria sotto il braccio.
Mi fece un cenno del capo, impercettibile. Newton non parlava. Newton studiava, prendeva trenta e lode, e osservava il degrado morale dei suoi coinquilini come se fosse un esperimento di laboratorio sociologico.
Infine, c'era Matteo.
La porta del bagno si aprì in una nuvola di vapore e Matteo uscì in quel momento, avvolto in un asciugamano bianco immacolato in vita, profumato di un dopobarba che probabilmente costava quanto la mia intera spesa mensile.
Era il mio compagno di corso a Psicologia, matricola come me, ma sembrava vivere su un altro pianeta. Giocava a calcio in una squadra semiprofessionista umbra, aveva il fisico scolpito di chi non ha mai mangiato un carboidrato per sbaglio e i genitori gli pagavano l'affitto senza battere ciglio.
«Grande serata ieri, Elia,» disse Matteo, entrano in camera e iniziando ad asciugarsi i capelli con vigore. «Quella rossa... Marika? Ha una voce che spacca. E anche il resto non è male, per niente.»
Mi fece l'occhiolino, aprendo il suo armadio ordinato per colore.
«Peccato che tu fossi troppo impegnato a fare il poeta maledetto in un angolo per notare come ti guardava mentre cantavi.»
L'adrenalina di cantare Cocaine di Clapton con una distorsione vocale che mi aveva quasi scorticato la gola, spinto da una band che suonava come un motore a pistoni.
Eravamo una band. Ero ufficialmente il cantante dei Bad Habits.
Dovrei essere felice. Dovrei saltare sul letto e svegliare tutto il palazzo.
Invece, sentii un vuoto allo stomaco che non c'entrava nulla con la sbornia o con la caffeina di Bolo.
Cercai il telefono sul comodino, ravanando in mezzo al groviglio di cavi del caricabatterie.
Nessun messaggio.
Nessuna notifica da "Strega".
L'ultima chat risaliva a tre giorni fa. Un link a un articolo su Jung e un laconico: "Studia, non fare cazzate."
Fissai lo schermo nero, e il silenzio digitale fece più male del mal di testa.
La mia mente, traditrice, volò indietro. Non a ieri sera.
Volò indietro di un mese.
Al giorno in cui ero arrivato qui per restare.
Era settembre. L'aria di Perugia era ancora dolce, ma iniziava a pizzicare la sera.
L'appartamento sembrava ancora più piccolo e caotico quando Martina ci era entrata per la prima volta.
Aveva posato il mio borsone all'ingresso, schivando una montagna di scarpe da ginnastica ammassate da Bolo, e si era guardata intorno, arricciando il naso come se sentisse odore di zolfo.
«Interessante,» aveva detto, analizzando il poster di Pulp Fiction appeso storto con lo scotch di carta e la pila di piatti sporchi che giaceva nel lavello come un monumento alla pigrizia.
«Il Feng Shui di questa casa è un attentato alla salute mentale, Elia. L'energia qui non scorre, ristagna negli angoli come i gatti di polvere. Se non stai attento, ti verrà il blocco dello scrittore entro Natale.»
Bolo era uscito dalla sua stanza in quel momento, presentandosi in boxer e maglietta, e aveva subito lanciato a Martina un'occhiata ammirata e confusa.
«E tu chi sei? La fidanzata che viene a mettere in riga il principino?» aveva chiesto, sgranocchiando una fetta biscottata.
Io ero avvampato, aprendo la bocca per spiegare la complessa geopolitica del nostro rapporto, ma Martina mi aveva preceduto.
Non si era scomposta.
«Sono la badante spirituale,» aveva risposto, gelida ma con un lampo divertito negli occhi. «E tu devi essere il Giullare. Cerca di non corromperlo troppo, ci ho messo anni a renderlo presentabile.»
Mentre svuotavo le valigie, cercando di incastrare la mia vita nel metà armadio che Matteo mi aveva lasciato libero, il citofono aveva suonato.
Tre squilli brevi, decisi.
Il mio cuore aveva fatto una capriola.
Sapevo chi era.
Tutto era nato due giorni dopo il nostro ritorno da quella prima gita a Perugia, in piena estate.
Ero a casa, ancora scosso dalla confessione fatta ai miei genitori e dal rifiuto dolceamaro di Martina. Lei mi aveva martellato per quarantotto ore: «Chiama quel numero. Chiama Marika. Se non lo fai tu, lo faccio io e le dico che sei un codardo.»
Così, tremando come una foglia, avevo chiamato.
Marika aveva risposto al secondo squillo, come se stesse aspettando.
«Era ora, bluesman,» mi aveva detto. «Credevo avessi buttato il biglietto.»
In quei mesi estivi, il telefono era diventato il nostro filo conduttore.
Marika mi mandava file audio delle prove, io le mandavo note vocali con idee melodiche cantate sottovoce per non svegliare mio padre.
Ma la cosa strana, la cosa che non mi aspettavo, era successa tra loro due.
Martina e Marika si erano iniziate a sentire.
All'inizio per "organizzare la logistica del provino", dicevano. Poi le chiamate si erano allungate.
Parlavano di me, certo, ma parlavano anche di altro. Energia, tarocchi, rock and roll.
Marika la chiamava "La Strega". Martina la chiamava "La Valchiria".
Si erano annusate a distanza e si erano piaciute.
Uno strano trio tenuto insieme da onde radio e dalla mia voce.
«Vado io!» aveva urlato Marika al citofono, e due minuti dopo era piombata in camera mia come un uragano di capelli rossi e profumo di cuoio.
Indossava il chiodo di pelle nonostante il caldo e aveva la custodia del basso a tracolla.
«Benvenuto all'inferno, matricola!» aveva esclamato, lanciandosi su di me per un abbraccio stritolante.
Poi aveva visto Martina, seduta sul mio letto a gambe incrociate, intenta a piegare le mie magliette.
Marika si era staccata da me ed era andata dritta verso di lei.
Martina si era alzata.
Non si erano strette la mano. Si erano abbracciate.
Un abbraccio vero, solido, tra due donne che si riconoscono come pari.
«Finalmente ti vedo in 3D, Strega,» aveva detto Marika, ridendo.
«Era ora, Valchiria,» aveva risposto Martina, sorridendo in quel modo aperto che riservava a pochissimi. «Hai un'aura color porpora oggi. Molto combattiva.»
«Sempre. Devo portare questo qui a fare il provino ufficiale, no? Marco è un osso duro, non si fida delle registrazioni whatsapp.»
Le guardai, lì in piedi nella mia stanza disordinata.
La donna che amavo e non potevo avere.
La donna che poteva darmi il palco e la voce.
Sembravano il giorno e la notte, eppure in quel momento sembravano complici di un piano che io ancora non capivo del tutto.
«Allora,» aveva detto Martina, staccandosi e prendendo le mani di Marika tra le sue. «Ascoltami bene.»
Il tono era diventato serio, solenne. Il Giullare Bolo, che origliava dalla porta, si era fatto improvvisamente silenzioso.
«Te lo affido,» aveva detto Martina, guardando Marika dritta negli occhi verdi.
«È bravo, ma è cretino. Ha bisogno di essere spinto, ma se lo spingi troppo si rompe. Tu hai il fuoco giusto. Brucialo, Marika.
Fallo urlare.
Fagli tirare fuori tutto quello che quel maledetto silenzio di Sulmona gli ha ricacciato in gola per vent'anni.»
Marika aveva annuito, facendosi seria anche lei.
«Non preoccuparti, Marti. Lo faccio cantare finché non sputa i polmoni. E se Marco rompe le palle, ci penso io.»
«Bene.»
Martina aveva lasciato le mani di Marika e si era girata verso di me.
Aveva preso la sua borsa di tela da terra.
«Il mio lavoro qui è finito,» aveva detto, con una leggerezza forzata che non mi aveva ingannato.
«Devo prendere il treno. Le mie signore mi aspettano. Se non torno stasera, la Farmacista va in crisi isterica e mi chiama i Carabinieri.»
«Ti accompagno,» avevo detto subito.
«No. Resta qui. Devi fare il provino. Marika ti aspetta.»
«Il provino è tra due ore,» era intervenuta Marika, guardando l'orologio. «Accompagnala, Elia. Vi serve un momento. Io ti aspetto al garage. Non fare tardi.»
Marika mi aveva fatto l'occhiolino, un gesto di intesa che mi aveva fatto sentire, per la prima volta, parte di una squadra.
Uscimmo di casa che il sole iniziava a scendere sui tetti di Perugia.
Il tragitto verso la stazione fu silenzioso.
Non il silenzio imbarazzato dei primi tempi. Era un silenzio denso, pieno di cose che non serviva più dire perché le sapevamo già.
Arrivammo al binario 1.
Il treno per Foligno-Roma-Pescara era già lì, sferragliante e pronto a riportarla nel suo mondo.
Nel mondo dove io non c'ero più.
Il viaggio da Via della Viola alla stazione di Fontivegge durò esattamente venti minuti.
Un tempo ridicolo.
Dalla nostra stanza (il "nido") al Pincetto erano cinque minuti a piedi. Poi il Minimetrò: quella navetta rossa che scendeva veloce verso valle, mangiandosi il dislivello che ci separava dalla realtà.
Mentre la cabina scivolava silenziosa sopra i tetti, guardai Perugia allontanarsi verso l'alto.
Sembrava già un sogno irraggiungibile.
Arrivammo a Fontivegge che il sole stava morendo dietro i palazzi di cemento del centro direzionale.
La stazione, da fuori, era un edificio basso di mattoni rossi e archi, che cercava di darsi un tono elegante in mezzo al degrado urbano della piazza antistante, dove i bus sputavano fumo nero e gente frettolosa.
Dentro, l'aria era diversa.
Sapeva di ferro, freni surriscaldati e partenze. Era fredda, di quel freddo umido che ristagna nei sottopassaggi e ti entra nelle scarpe.
Camminavamo lungo il Binario 1.
Le nostre spalle si sfioravano a ogni passo.
Era un contatto ritmico, ipnotico. Toc. Toc. Toc.
Ogni volta che il suo braccio toccava il mio, sentivo una scossa che mi risaliva fino alla gola, stringendosi in un nodo che mi impediva di respirare.
«Hai visto che luce c'era in camera tua a quest'ora?» disse Martina, indicando un punto vago verso la città alta. «È perfetta. Ti aiuterà a scrivere.»
La sua voce era leggera, quasi allegra.
«Sono orgogliosa di te, Elia. Davvero. Hai montato quel mobile dell'Ikea senza imprecare troppo e hai gestito Marika senza svenire. Sei pronto.»
Io annuivo, ma non ascoltavo le parole.
Stavo morendo lentamente, cellula dopo cellula.
Non guardavo i binari. Guardavo lei.
La guardavo come se dovessi studiare un testo sacro per un esame da cui dipendeva la mia vita.
Memorizzavo tutto.
Il modo in cui i suoi piedi, infilati nelle solite Converse sporche, calpestavano la linea gialla di sicurezza.
Il ritmo del suo respiro, leggermente affannato per la camminata veloce.
La piccola pausa che faceva tra una parola e l'altra per umidificarsi le labbra secche.
Il modo in cui la sciarpa le copriva metà del collo, lasciando scoperta quella piccola voglia scura sotto l'orecchio sinistro che avevo baciato solo una volta, quella notte al B&B.
Bzzzz. Bzzzz.
Il rumore della vibrazione ruppe l'incantesimo.
Veniva dalla tasca del suo cappotto.
Martina non lo controllò, ma io vidi la luce dello schermo filtrare attraverso la stoffa sottile.
Poi un altro. Bzzzz.
E un altro ancora.
Era un bombardamento.
«Ti stanno chiamando,» dissi, con la voce che usciva roca.
Lei sospirò, tirando fuori il telefono con un gesto stizzito.
Lo schermo era un elenco infinito di nomi.
Agata. La Farmacista. Signora G.
«Non è niente,» disse, premendo il tasto rosso di rifiuto. «Possono aspettare.»
«Non possono, Marti. Guarda come insistono. Sei la loro droga.»
Mi fermai, costringendola a fermarsi anche lei.
Le presi le mani. Erano fredde.
«Non andare,» sussurrai. «Lasciale perdere. Resta qui stasera. Prendi il treno domattina. O non prenderlo affatto. Ti troviamo un posto qui, c'è un divano libero in salotto...»
Lei scosse la testa. I suoi occhi neri si velarono di stanchezza.
«Non posso, Elia. Lo sai. Loro dipendono da me. Se non torno stasera, Agata avrà una crisi di panico e chiamerà l'ambulanza. La Farmacista penserà che il malocchio l'abbia raggiunta. Sono responsabili della mia libertà economica, ma io sono responsabile del loro equilibrio.»
«E del mio equilibrio? Chi è responsabile?»
La voce metallica dell'altoparlante ci interruppe, gracchiando sopra le nostre teste.
«Treno Regionale 4512 per Roma Termini, in partenza dal Binario 1. Ferma a Assisi, Foligno, Spoleto...»
Il mostro di ferro arrivò sferragliando alle nostre spalle, sollevando polvere e vento.
Le porte si aprirono con un sibilo pneumatico che suonò come un giudizio finale.
«È il mio,» disse lei.
Si sistemò la borsa sulla spalla.
Non si mosse subito verso le porte. Restò lì, a un metro da me.
«Ascoltami,» le dissi, afferrandola per le spalle. Avevo bisogno di dirlo. Avevo bisogno che lo sapesse prima di sparire in quel tubo di metallo.
«Per me non è cambiato niente.»
La fissai negli occhi, cercando di trasmetterle ogni grammo della mia disperazione.
«Da quella notte al B&B... da quando mi hai toccato i capelli... per me non è cambiato nulla. Ti amo, Martina. Ti amo come un pazzo. E la settimana prossima prendo questo maledetto treno e vengo giù. Non mi importa cosa dici.»
Lei mi guardò. Per un secondo, vidi la maschera del "Generale" incrinarsi.
Vidi la ragazza spaventata che aveva bisogno di essere tenuta.
Alzò una mano e mi sfiorò la guancia.
«Lo so,» sussurrò. «Lo so che mi ami.»
Poi fece un passo indietro, sottraendosi al mio tocco.
«Ma devi andare avanti, Elia. La tua vita è qui adesso. È con Marika, è con la band, è in quella stanza incasinata.»
«La mia vita sei tu.»
«No,» disse ferma. «Io sono le tue radici. Ma tu devi essere l'albero. Se resti attaccato alla terra, marcisci. Devi crescere. Devi trovare la tua indipendenza, Elia. Anche da me.»
Il capotreno fischiò.
Lei salì il gradino. Si girò sulla soglia.
«Ci sentiamo,» disse, alzando la voce sopra il rumore del motore che saliva di giri. «Ti chiamo stasera. Ti chiamo sempre. Non ti libererai di me così facilmente.»
«Non voglio liberarmi di te!» urlai, mentre le porte si chiudevano.
La vidi attraverso il vetro sporco.
Si sedette e tirò fuori il telefono, iniziando subito a digitare, probabilmente per calmare l'orda delle sue signore.
Poi alzò lo sguardo. Mi vide lì, impalato sulla linea gialla.
Non sorrise.
Si portò due dita alla fronte e mi fece quel suo gesto. Connessione.
Il treno si mosse.
Prima lento, poi sempre più veloce, portandosi via l'unica cosa che dava senso a tutto quel casino, e lasciandomi solo in una stazione fredda, con in tasca un futuro che non ero sicuro di volere.
Era passato un mese.
Trenta giorni esatti da quel pomeriggio al binario 1.
Trenta giorni senza la sua presenza fisica, anche se ogni sera, puntuale come una preghiera laica, sentivo la sua voce gracchiante attraverso lo speaker del telefono.
Trenta giorni senza vederla attorcigliare quella maledetta ciocca di capelli neri.
Stava mantenendo la promessa.
Mi stava lasciando andare.
E faceva un male cane, un dolore sordo che pulsava più forte del mal di testa da sbornia.
«Allora,» disse Bolo, sedendosi sul fondo del mio letto e facendolo cigolare pericolosamente. Allungò una mano e mi rubò un biscotto dal pacco aperto sul comodino. «Stasera si replica? Ho sentito Simona dire che voleva venire a sentirvi. Secondo me punta al bassista, ma se giochi bene le tue carte potresti deviare l'attenzione.»
Posai la tazza vuota sul comodino, accanto al foglietto giallo stropicciato di Marika.
Il mal di testa c'era ancora, martellante, ma sotto la pelle sentii formicolare qualcos'altro.
Non era la tristezza passiva di Sulmona.
Era elettricità. Era adrenalina.
Era la voglia rabbiosa di spaccare tutto, di prendere quel dolore e farci qualcosa di utile.
«Stasera non suoniamo,» dissi.
Mi alzai, barcollando leggermente, e andai alla finestra.
La spalancai.
L'aria fredda di ottobre mi colpì in faccia.
Guardai i tetti di tegole rosse di Perugia, irregolari, antichi, che scendevano verso valle. Guardai le colline in lontananza, verdi e morbide, che non erano la Majella.
Non c'era nessuna montagna a chiudermi l'orizzonte, qui.
«Stasera devo scrivere.»
«Scrivere cosa?» chiese Bolo, con la bocca piena di briciole.
Appoggiai la fronte al vetro freddo, chiudendo gli occhi per un istante e rivedendo il gesto di lei che si toccava la tempia mentre il treno partiva.
«Una canzone,» risposi, e la mia voce non tremò. «Una canzone sul vuoto. E su quanto cazzo fa male riempirlo.»