Vai al contenuto principale

← La teoria musicale delle Emozioni

Creato il 08/05/2026, 20:23 · Aggiornato il 08/05/2026, 20:23

Capitolo 11: La pallina d'acciaio

@bergadavideDavide
AdolescentiIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Il ritorno al B&B non fu una camminata. Fu una caduta libera.

Mi sentivo come una pallina d'acciaio sparata in un tubo di plastica, che rotola verso il basso senza attrito, accelerando a ogni metro.

Non sentivo la stanchezza, non sentivo il freddo.

Perugia scorreva ai lati della mia visione periferica come un film proiettato a velocità doppia: immagini scure, indistinte, archi di pietra che diventavano tunnel, luci gialle che diventavano scie comete.

Non parlammo. Il suono dei nostri passi sui sanpietrini era l'unico ritmo che contava, un metronomo impazzito che scandiva i secondi che ci separavano da quella porta.

Arrivammo al portone verde di Via della Viola.

Le chiavi tintinnarono nella serratura, un suono metallico e nervoso.

Entrammo.

Salimmo i tre piani di scale a due a due, col fiato corto, non per la fatica ma per l'aria che mancava nei polmoni, consumata dall'aspettativa.

Arrivammo all'ultimo pianerottolo.

La porta della stanza "L'Altana" si aprì e si richiuse alle nostre spalle con un click definitivo.

Il mondo restò fuori. Il cinghiale, la jam session, Marika, l'università, mio padre... tutto chiuso fuori.

Eravamo solo noi. E il silenzio.

Martina lasciò cadere la borsa a terra.

Non feci passare nemmeno un secondo.

Non aspettai che facesse una battuta per smorzare la tensione. Non aspettai che erigesse un altro muro di parole.

La presi.

La afferrai per le braccia, facendola girare verso di me.

Non oppose resistenza.

Lei, il Generale, la Strega che combatteva contro tutto e tutti... cedette. Si lasciò manovrare come se stesse aspettando solo quello.

La spinsi leggermente contro il legno della porta e, senza dire nulla, la baciai.

Non fu un bacio timido. Non fu un bacio da "verginello".

Fu un bacio affamato.

Le nostre labbra si schiacciarono le une contro le altre, cercandosi, trovandosi. Le nostre lingue si fusero, calde, disperate, assaggiando il sapore del vino, della notte e di tutte le parole che non ci eravamo detti per mesi.

Aprii gli occhi mentre la baciavo.

Lei mi stava fissando.

I suoi occhi neri erano spalancati, vicinissimi, enormi. Non li chiudeva.

Mi guardava dentro, fissa, intensa, come se volesse assicurarsi che fossi davvero io, o forse per non perdersi nemmeno un istante di quel contatto che le faceva paura.

Sentivo il suo sapore, finalmente.

Non sapeva di patchouli o di incenso. Sapeva di lei. Di donna. Di carne viva.

Mi nutrii di lei. Bevvi quel bacio come se fossi stato disidratato da una vita intera passata nel deserto di Sulmona.

Era un sogno che diventava solido sotto le mie mani.

La mia mano destra si mosse da sola, guidata da un istinto che non sapevo di avere.

Risalì lungo il suo collo, sentendo il battito frenetico della sua giugulare sotto la pelle sottile.

Le dita cercarono la ciocca di capelli lunghi, quella che lei torturava sempre.

La trovai.

Intrecciai i miei polpastrelli ai suoi capelli neri, stringendoli, tirando leggermente la testa all'indietro per approfondire il bacio.

Ora ero io a tenere i fili.

Ero io a suonare l'accordo.

E lei, per la prima volta, era solo musica nelle mie mani.

Poi però, accadde.

Le sue mani si posarono sul mio petto. Non per stringermi. Per allontanarmi.

Fu una pressione minima, lenta, dolce come una carezza, ma inesorabile come la marea che si ritira.

Scosse il capo.

Un movimento quasi impercettibile, un "no" silenzioso che rimbombò nella stanza più di un urlo.

Allungò la mano verso la mia nuca, cercando le mie dita ancora intrecciate ai suoi capelli.

Le sciolse una a una, con una delicatezza chirurgica, sfilando via la mia presa come si toglie un oggetto prezioso e fragile dalle mani di un bambino che potrebbe romperlo.

Il contatto si ruppe.

Il calore svanì, risucchiato via in un istante.

Mi lasciai cadere all'indietro, fino a sentire il legno duro della porta contro la schiena.

Ero senza fiato, come se avessi corso per chilometri. Le mie mani, improvvisamente vuote, ricaddero lungo i fianchi.

Lei rimase lì, ferma, a un passo da me.

Non si coprì. Non si sistemò i capelli.

Si limitò a guardarmi.

E in quegli occhi neri, liquidi e profondissimi, vidi la sentenza.

Era uno sguardo dolce, perché traboccava di un affetto che mi straziava il cuore.

Era tagliente, perché recideva di netto il filo che avevo appena provato a legare.

Ed era divisivo.

Era uno sguardo che tracciava una linea di confine invalicabile sul pavimento tra le mie scarpe costose e le sue scarpe da ginnastica.

Uno sguardo che diceva: Ti ho dato un attimo di eternità. Ora accontentati, perché non avrai altro.

«Ma perché?»

La parola mi uscì dalle labbra come un sospiro rotto, appena udibile nel silenzio della stanza.

«Perché? Non puoi farti semplicemente amare?»

Lo dissi sottovoce, fissando il pavimento di cotto tra i miei piedi e i suoi. Non ebbi il coraggio di guardarla negli occhi mentre le chiedevo la cosa più difficile del mondo.

Lei non rispose.

Sentii il fruscio dei suoi passi.

Lentamente, si stava allontanando.

Non si girò. Camminava all'indietro, tenendo lo sguardo fisso su di me, o forse sul vuoto che avevo lasciato, come si fa quando ci si ritira da un animale ferito che potrebbe mordere ancora.

Arrivò alla porta del bagno. La sua mano cercò la maniglia alla cieca.

«Vado in bagno,» disse. La sua voce era un filo di fumo.

Entrò e chiuse la porta.

Nessun rumore di chiave che gira, stavolta. Solo il click della serratura che scatta.

Io rimasi lì, appoggiato con la schiena al legno dell'ingresso, immobile nel silenzio che era tornato a riempire la stanza.

Mi ascoltai dentro.

Non mi ero arrabbiato. Lo sapevo. In qualche angolo remoto della mia testa, sapevo che sarebbe finita così.

Avevo esagerato?

Certamente.

Avevo infranto le regole. Avevo forzato la mano. Avevo chiesto tutto a chi aveva imparato a non dare niente per sopravvivere.

Alzai la testa e guardai la stanza immersa nella penombra arancione che filtrava dalle persiane.

Era vuota, ma era piena di fantasmi recentissimi.

Chiusi gli occhi e mi lasciai travolgere dalla memoria tattile, ancora bollente sulla pelle.

Ripensai alle sue labbra, morbide e disperate.

Al calore del suo corpo minuto premuto contro il mio.

Al battito frenetico del suo cuore, che avevo sentito martellare contro il mio petto come un uccello in gabbia che per un istante aveva smesso di cercare la via d'uscita.

Ai suoi capelli neri intrecciati alle mie dita.

Al suo profumo, quel misto di erbe, sapone e pelle nuda che ora mi sentivo addosso come una seconda pelle.

Ero un disastro. Ero stato respinto.

Eppure, mentre scivolavo seduto a terra, nel buio di quella stanza, non ero mai stato così pieno di lei.

Passò un tempo indefinito.

Forse furono dieci minuti, forse un'ora. Il tempo, in quella stanza buia di Perugia, aveva smesso di seguire le regole dell'orologio.

Quando la serratura scattò e la porta del bagno si aprì, io ero ancora lì.

Seduto a terra, con la schiena appoggiata al legno, le gambe allungate sul pavimento freddo e la testa rovesciata all'indietro. Non mi ero mosso di un millimetro.

Martina uscì.

Non mi guardò subito. O forse lo fece, ma io tenni gli occhi bassi, fissando le sue scarpe bianche che con passi leggeri si avvicinavano al letto.

Si tolse le scarpe da ginnastica con due gesti rapidi, lasciandole cadere ai lati del materasso.

Poi salì sul letto.

Si mise al centro, seduta a gambe incrociate, con la schiena dritta e le mani appoggiate sulle ginocchia.

Era una posizione che il suo corpo conosceva a memoria, una postura antica, scolpita da anni di meditazione forzata e silenzi imposti. Sembrava una statua di sale, immobile nella penombra.

«Vieni qui,» disse.

Non era un ordine. Non era un invito. Era un'intimazione, necessaria e inevitabile come la gravità.

Mi alzai a fatica, sentendo le gambe intorpidite.

Mi avvicinai al letto, sentendomi goffo, pesante, sporco di desiderio e di rifiuto.

Lei non si mosse.

Batté leggermente la mano sulla sua coscia destra, coperta dal tessuto leggero del vestito color salvia.

«Mettiti qui.»

Esitai un istante.

Poi mi lasciai andare.

Salii sul letto e mi stesi, appoggiando la testa sulla sua gamba.

Era un cuscino vivo, solido.

Sentii il calore del suo corpo passarmi attraverso la guancia, arrivando dritto al cervello.

Martina sciolse la posizione delle mani.

Le sue dita, fresche e sottili, si posarono tra i miei capelli.

Iniziò ad accarezzarmi.

Non era una carezza romantica. Era un movimento lento, ritmico, ipnotico. Le sue dita tracciavano linee invisibili sulla mia cute, sciogliendo nodi che non sapevo di avere, calmando pensieri che urlavano troppo forte.

Chiusi gli occhi.

E improvvisamente, senza preavviso, li sentii gonfiare.

Non stavo piangendo per tristezza. Non stavo piangendo per rabbia.

Piangevo perché ero a casa.

Per la prima volta in vita mia, non dovevo essere il figlio perfetto, non dovevo essere il musicista, non dovevo essere l'uomo che conquista.

Potevo essere solo Elia.

E mentre le sue dita continuavano a tessere quella trama di conforto silenzioso, capii che quello, e solo quello, era l'amore che mi serviva.

Mi stavo quasi per addormentare.

Il mondo stava sfumando in una nebbia dolce, cullato dal movimento ritmico della sua mano tra i miei capelli.

Sulla guancia sentivo la trama ruvida e sintetica del nylon delle sue calze nere.

Non era seta, non era pelle. Era un materiale povero, artificiale, ma in quel momento, premuto contro la mia faccia, mi sembrava il tessuto più prezioso del mondo.

Poi, accadde.

Una goccia calda, pesante, mi cadde sulla fronte.

Mi scosse dal torpore, ma non aprii gli occhi. Ebbi paura che se li avessi aperti, la magia si sarebbe spezzata.

Poi lei parlò.

Sottovoce, piano, con un fare materno che mi spezzò il cuore in due.

«Scusa...»

Tirò su col naso, un suono liquido nel silenzio della stanza.

«Scusami se non posso essere la tua ragazza...»

Un'altra goccia calda mi colpì la fronte, scivolando verso la tempia come una carezza bagnata.

Io, con gli occhi ancora chiusi, sentii una ribellione salirmi dalla pancia. Una disperazione infantile e assoluta.

«Ma io ti amo!» protestai.

La mia voce uscì rotta, impastata di sonno e di pianto trattenuto. «Non mi importa, io ti amo.»

La mano di Martina si fermò tra i miei capelli.

«Anche io ti amo,» disse.

Il cuore mi si fermò. Lo aveva detto.

«Ma non posso amarti come vuoi tu, Elia. Se lo facessi... se diventassi "tua"... poi dovrei andarmene. Le cose che si possiedono finiscono, o si rompono. E io...»

La voce le si incrinò.

«...io non posso stare senza di tè…»

Click.

Un'altra lacrima mi cadde sulla fronte.

Fu un suono, non solo una sensazione. Un interruttore che scattava nel buio, sigillando quel patto assurdo, doloroso e indistruttibile.

Lei mi amava abbastanza da rinunciare a me, pur di non perdermi.

Non riuscii a rispondere.

Il cervello andò in sovraccarico. Il cinghiale, il palco, la jam session, il bacio, il rifiuto, e ora quella confessione devastante.

Era troppo.

Troppe emozioni per una sera sola. Non c'ero abituato. Io ero Elia Rustico, il ragazzo che viveva nel silenzio di Sulmona. Questo rumore emotivo era assordante.

Tutto divenne scuro.

La gravità mi tirò giù, verso il fondo del materasso, verso il fondo della notte.

E sprofondai nel sonno, con il "ti amo" di Martina tatuato nella mente come una benedizione e una condanna.

Note di capitolo

Questo episodio segna un impotetica fine prima serie. È un episodio di rottura, Elia prende il coraggio a due mani e supera i limiti imposti da Martina nella loro relazione.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Sul capitolo in generale

  • Nessun commento generale ancora.

Accedi per commentare (email verificata).