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← La mia adorata sposa

Creato il 24/08/2026, 12:35 · Aggiornato il 24/08/2026, 12:36

Capitolo 9: Capitolo 8

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Morte
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Prima di conoscere Ryu, consideravo il mondo degli ayakashi alla stregua di una fiaba. Sapevo che erano tra noi, ma non ne avevo mai conosciuto uno prima, e così venni immediatamente catturata dai suoi particolari occhi demoniaci, di cui un essere umano avrebbe dovuto avere paura per istinto. Invece a me avevano incuriosito fin da subito. All'epoca non ero che una bambina e Ryu un amico speciale, dotato di poteri straordinari, persino in grado di trasformarsi in drago. Col tempo, però, capii che la sua straordinarietà risiedeva nel suo cuore gentile, nei suoi sorrisi allegri e nella capacità che avevamo di stare insieme senza mai sentirci in imbarazzo. Non si vantava di essere un essere superiore: per lui ero solo un'amica, e io contraccambivo. Nessuno dei due vedeva differenze nell'altro, e quella che era una forte amicizia si è poi tramutata in qualcosa di più profondo. Galeotte furono anche le estati al mare, in quella zona di residence dove ormai facevamo tappa fissa per rivederci e giocare insieme. I tramonti e le albe, le passeggiate lungo la spiaggia, le prime strette di mano più lunghe del solito, il nostro primo bacio... Il nostro cuore è tutto custodito sulla riva di quel mare splendente, a qualche chilometro dalla città di Tokyo.

Nell'estate dei miei diciotto anni non dimenticherò mai la volta che mi portò a vedere la barriera corallina. Con una tecnica di respirazione fece sì che il mio capo venisse avvolto dal suo respiro così caldo e confortevole, e ci immergemmo nelle acque cristalline. Lì vidi un'infinità di colori, un'infinità di specie e, essendo lui in grado di comunicare con quelle creature, fece in modo che dei bellissimi pesciolini multicolore iniziassero a danzarmi intorno.

Com'era possibile che in quella complicità, in quel profondo affetto, non esistesse altro che una storiella tra due ragazzini, qualcosa destinato a durare magari giusto il tempo della scuola, prima che ognuno prendesse la propria strada? Certo, non era insolito: nei film d'amore struggente e appassionante non mi ero mai immedesimata davvero. Non era la prima volta che sentivo di coppie nate in gioventù e poi scoppiate una volta adulte, per il solo fatto che, essendo stata quella la loro unica esperienza, veniva quasi istintivo lasciarsi per farne di nuove. Quindi, il fatto che tra me e lui non ci fosse mai stato questo imprinting significava che in tutto questo amore esistesse la parola fine? Le cose sembravano stare andando proprio così; ma se ora, qui, nei pressi di questo lago nero e profondo, io stavo per morire, era perché, nonostante tutto, io ero importante per Ryu e il clan lo aveva capito bene, al punto da considerarmi una minaccia da cancellare all'istante. Erano ricchi e facoltosi, e il mio nome non sarebbe stato che uno dei tanti sulla rubrica degli scomparsi, fino a svanire del tutto, a un certo punto.

Gli occhi di Yamato erano due braci vive: stava semplicemente adempiendo al proprio dovere. Anche se conosceva Yoko da otto anni, anche se quella ragazzina entrava nella loro tenuta quasi ogni giorno per giocare con Ryu e fare i compiti insieme, lei non poteva continuare a vivere e a influenzare pericolosamente il ragazzo.

Li aveva visti. Quei due sciocchi credevano davvero che, una volta chiusa la porta della camera, non sarebbero stati sorvegliati? Anche se Ryu era l'erede — anzi, proprio per questo —, nessuno doveva mai perderlo di vista e così, man mano che gli anni passavano e che quei due crescevano, la loro vicinanza aveva iniziato a superare i limiti dell'amicizia. Inizialmente l'uomo aveva tollerato la vista di quelle carezze e di quei baci fugaci, attribuendo tutto alle prime esperienze che due adolescenti sono portati a fare quando li si lasciava da soli, pur senza immaginare che la cosa avesse poi qualche risvolto più importante. Poi, però, l'ultima volta li aveva visti in procinto di superare quel limite; anche se poi si erano fermati, avevano fatto bene, perché lui non avrebbe mai permesso a Ryu di unirsi a un'umana che non fosse la sua Sposa. Ma soprattutto, quando si erano ricomposti, aveva riconosciuto un dolore autentico sui loro visi: la consapevolezza di stare facendo qualcosa di proibito e pericoloso... ma a cui non riuscivano a rinunciare.

Ryu ci sarebbe rimasto male, avrebbe protestato, avrebbe cercato in ogni modo di ritrovarla; ma, a quel punto, il clan lo avrebbe assorbito nei suoi doveri, sia amministrativi che coniugali. Non era che una storia d'amore tra adolescenti, dopotutto.

Levò la mano e il drago d'acqua alle spalle di Yoko ruggì con ferocia. Un predatore pronto ad assalire e divorare la sua preda.

Yoko si voltò, terrorizzata, a guardare quella tremenda creatura che di lì a pochi istanti l'avrebbe inghiottita.

«Ryuuuuu!» urlò con tutta la voce che aveva, prima che tutto si facesse buio.

«Pazzo, fermati!» urlò una voce, urgente e autoritaria.

Yoko era rannicchiata su se stessa con il cuore in gola, il corpo teso per ricevere il colpo... Ma quell'esplosione d'acqua non la investì mai veramente: qualcuno o qualcosa le aveva appena fatto da scudo.

«Ma tu...?» balbettò Yamato, facendo un passo indietro, colto di sorpresa.

«Davvero avresti ucciso una Sposa?!» ringhiò l'essere che sovrastava Yoko a sua protezione.

Quest'ultima aprì lentamente gli occhi e abbassò le mani dal viso, cercando il coraggio di tornare a muoversi e a respirare.

«C-cosa...?»

Gli occhi increduli della ragazza si posarono su una creatura grottesca, metà serpente e metà donna, che la circondava col suo imponente e massiccio corpo come in una spira. Aveva scaglie rosse, lunghissimi e sottili capelli neri sormontati da due corna aguzze e un kimono multicolore con un pattern ad onde; i suoi occhi erano di un arancione vivo, come se le fiamme vivessero in essi: un Drago del Fuoco.

«Somma Kiyohime, che cosa ci fate qua?»

«In quanto protettrice delle Spose, credi davvero che ti avrei permesso di ucciderne una?» tuonò il demone.

Yamato continuò a fissare Kiyohime e non capiva di cosa stesse parlando. Yoko non era la sposa di nessuno. Kiyohime era un demone che, secoli addietro, aveva scelto come suo Sposo un monaco di nome Anchin; quest'ultimo, però, dopo averle concesso una sola notte, aveva rifiutato il suo amore e lei per vendetta, una volta raggiunto, lo aveva bruciato vivo all'interno di una campana. Anchin, tuttavia, era un discendente della linea di sangue protetta dal Dio Drago e così Kiyohime, per fare ammenda e non cadere in disgrazia, aveva dedicato gli anni della sua lunga vita a proteggere gli Sposi, in particolar modo le donne.

«Como puoi dire che quella è una Sposa? Ryu non ha mai avuto l'imprinting con lei» ringhiò il maggiordomo.

«Le Spose non diventano tali solo nel momento in cui un ayakashi le sceglie: hanno doti spirituali latenti e purissime, e l'anima affine le riconosce. Forse non con il tuo padrone, ma lei è destinata a qualcuno e, se tu ora la uccidi, non solo ti macchierai le mani di una vita innocente, ma mancherai di rispetto anche al demone che la sta aspettando.»

Yoko non riusciva a credere a ciò che sentiva. Si guardava le mani con incredulità. Lei una Sposa? Lei era destinata a qualcuno, ma forse quel qualcuno non era Ryu. E lei lo avrebbe dovuto semplicemente accettare? Quella creatura le aveva salvato la vita, ma allo stesso tempo si sentiva incastrata.

«Chiedi perdono a questa Sposa e riportala immediatamente a casa» sentenziò la donna demone, dalla cui bocca usciva del fumo nero. L'essere probabilmente era già pronto a ingaggiare battaglia qualora il cugino acquatico non l'avesse ascoltata.

«Ma io non posso...» provò a dire Yamato, esitante.

«Signor Yamato, per favore, mi riporti a casa! Giuro che non lo dirò a nessuno, e men che meno a Ryu» Abbassò il capo e strinse le mani sul tessuto del vestito. Copiose lacrime iniziarono a staccarsi dalle sue ciglia, mentre il suo corpo era scosso dai singhiozzi. «Se io e lui non siamo destinati a stare insieme, lo accetterò. Sono pronta a rinunciare a lui se questo lo salverà dall'ira di suo padre e dall'infamia. Ora mi è chiaro che il mio amore per lui è pericoloso a tal punto, se persino lei ha cercato di uccidermi.»

Kiyohime si voltò verso di lei con espressione rattristata. Vedeva in lei lo stesso dolore che aveva patito il suo cuore quando era stata rifiutata dall'uomo che amava. Era giovane, nel fiore della sua età, ma quella fanciulla aveva già conosciuto la sofferenza più profonda. Non poté fare altro che accarezzarle dolcemente i capelli.

«Ora io mi ritirerò, ma sappi che ti tengo d'occhio» disse poi, tornando a rivolgersi a Yamato. «Se questa ragazza non tornerà dalla sua famiglia incolume, la mia ira si abbatterà su di te e poi sull'intero casato dei Kishinryū.»

Yamato sapeva che il demone non stava affatto scherzando. Non si trattava del grande Ryuusuke, ma anche Kiyohime era un demone centenario e potente: non poteva prendere sottogamba quella minaccia.

Seppur irrigidito, il drago porse un composto inchino di scuse verso Yoko, scusandosi per averla spaventata e per aver cercato di farle del male.

Kiyohime allora si scostò dalla ragazza, sicura che non sarebbe più servito farle da scudo.

«Fatti coraggio» disse a Yoko, «andrà tutto per il meglio.»

Yoko la guardò dritta negli occhi e, benché quell'essere avrebbe dovuto farle paura, provò per quella donna un immenso senso di gratitudine.

«Somma Kiyohime, lei sa chi è il demone con cui io sarei destinata a stare?»

La donna scosse il capo, dispiaciuta. «No, ma lo capirai. Siete anime gemelle, del resto.»

«Ma... se io mi volessi rifiutare? C'è una possibilità di scelta?»

«C'è sempre una scelta» abbassò lo sguardo «anche se all'epoca io non lo capii per tempo. Ma sì, c'è.»

Yoko si limitò ad annuire. Sapere che esisteva la possibilità di scegliere se stare o meno con il demone che l'avrebbe designata come sua Sposa la rassicurava. Però, se c'era questa possibilità, perché non poteva esistere anche quella di scegliersi spontaneamente? Qualunque fosse la risposta, comunque ormai non aveva alcuna importanza. Lei e Ryu non potevano stare insieme.

Chiaramente la via del ritorno era pregna di un'aria pesante. Yoko era di nuovo seduta sul sedile posteriore, rannicchiata, mentre osservava la nuca dell'uomo che conosceva da otto anni, lo stesso che portava a lei e a Ryu la merenda in camera; era stato in procinto di divenire il suo carnefice e, se non avesse avuto quella dote nascosta, a quest'ora lei sarebbe stata priva di vita sul fondo del lago. L'idea le fece salire la nausea e dovette abbracciarsi per resistere ai tremori e a un pianto isterico.

«Manterrai fede alla promessa?» disse a un certo punto Yamato. «Davvero troncherai ogni rapporto con il signorino?»

Il labbro di Yoko inizialmente tremò, ma alla fine annuì, rassegnata.

«Sai perché tu e lui non siete destinati a stare insieme?» incalzò il maggiordomo.

Lei non rispose subito, poi però calò le palpebre e si accigliò appena. «Perché?»

«Perché l'ayakashi che ha trovato la sua Sposa avverte quando questa si trova in pericolo di vita, a qualunque distanza esso si trovi. Ne avverte il cuore accelerato e il grido di aiuto, e non solo nel momento in cui io ero in procinto di attaccarti, ma fin da quando hai capito che non ti stavo riportando a casa.» Le passò il cellulare che le aveva precedentemente sequestrato. «Guarda tu stessa. Io non ho ricevuto chiamate, e tu?»

Con le mani tremanti, la ragazza recuperò il dispositivo. Effettivamente un messaggio di Ryu c'era, ma era un semplice messaggio della buonanotte e la richiesta se l'indomani avrebbero potuto parlare di questo matrimonio combinato. Ma se lei non fosse stata salvata, il domani non l'avrebbe mai visto.

No, Ryu non sapeva affatto che lei quella notte sarebbe potuta morire, perché tra di loro non c'era alcun legame ancestrale. Solo una storia d'amore tra due persone che, però, non erano destinate a tracciare quel cammino insieme ancora per molto.

Quando Yamato la lasciò sulla soglia di casa, i genitori per fortuna si erano addormentati, il che le permise di trascinarsi su per i gradini di casa dopo aver tolto i geta dai piedi. Non appena raggiunse le mura sicure della sua camera, si lasciò andare priva di ogni energia sul letto.

Il fermaglio le scivolò dall'acconciatura, lasciando ricadere la folta chioma castana sul giovane viso. I suoi occhi, di solito luminosi e svegli, ora non erano che due cerchi color miele, privi di ogni energia vitale. Era forse sopravvissuta, ma era morta dentro.

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Non appena Yoko andò via con Yamato, Ryu si sentì completamente solo, isolato con suo padre e quei due esponenti della famiglia Ichiryusai. I tre uomini parlavano in maniera affabile, come se si conoscessero da sempre, e il padre elogiava persino i pregi del figlio, mal celando il fatto che quelli non fossero i complimenti di un padre orgoglioso, ma di un venditore che sta esponendo la propria merce ai clienti.

Fortunatamente quella pantomima giunse finalmente alla fine e così il ragazzo poté ritirarsi nella sua stanza. Camminando per il corridoio, però, il suo sguardo venne catturato da una foto di famiglia, appesa alla parete del bel corridoio in marmo bianco. Lì, raffigurati, c'erano suo padre, sua madre e lui ancora in fasce. Il padre era in piedi accanto a loro e guardava con la sua espressione austera e orgogliosa l'obiettivo, mentre gli occhi di lei erano del tutto dedicati al neonato che sorreggeva con cura e amore. Fu concentrandosi su quello sguardo così dolce che gli ritornò in mente quel sogno: Reina si era raccomandata affinché proteggesse la sua Sposa, che lui conosceva da otto anni, e gli aveva detto che nulla era come sembrava. Questo gli causò una forte fitta alla testa, al punto da farlo barcollare. La voce della madre sembrava ripetersi in un'eco infinita. Dovette appoggiarsi con la schiena al muro per poi scivolare lungo la parete. Quelle parole sembravano del tutto prive di senso.

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Ryu il giorno dopo attese per tutto il giorno che Yoko si mettesse in contatto con lui, che rispondesse al messaggio che le aveva lasciato, ma da parte della ragazza non arrivò nulla. Provò allora a chiamarla, ma lei non rispondeva nemmeno. Immaginò che fosse scossa per quanto successo, quindi la lasciò in pace e così fece fino al terzo giorno. Tuttavia, questo silenzio lo preoccupava e allo stesso tempo lo faceva arrabbiare. Anche lui era triste per quanto avvenuto, perciò si sentiva abbattuto, ma preferiva condividere il dolore piuttosto che stare chiuso in se stesso.

Il quarto giorno, così, decise di andarla a trovare: non avrebbe aspettato di certo il ritorno dalle vacanze invernali per potersi finalmente confrontare.

Chiese a Yamato di farsi accompagnare e inarcò un sopracciglio quando l'uomo gli domandò il motivo. Dopo tutti quegli anni non se l'era più posto: era praticamente routine che lei andasse da lui e viceversa. L'atmosfera nella lussuosa auto era insolitamente pesante, e Yamato mostrava un'aura più cupa del solito.

La sorpresa più grande però la ricevette quando la signora Otose gli andò ad aprire la porta e gli comunicò che Yoko non voleva vederlo.

«Non scherziamo! Per favore, mi lasci parlare con lei! Due minuti soltanto.»

«Mi dispiace, Ryu, ma lei...»

«Va bene, mamma. Due minuti posso parlarci.» Yoko era spuntata alle sue spalle con uno sguardo atterrito e, quando incrociò lo sguardo del ragazzo, quest'ultimo si sentì mancare l'aria: sembrava completamente un'altra persona.

Si diressero verso il cortile posteriore, con una bella luce di mezzogiorno che illuminava il giardino su cui erano sparse delle foglie rosse; al centro c'era un tavolino bianco da esterni. Tuttavia, Ryu non ce la fece a sedersi, tale era la tensione che lo attanagliava.

Yoko non si perse in giri di parole. «Ti lascio.»

Il cuore di Ryu iniziò subito a martellarli nel petto e la prese per le spalle, scrollandola appena. «Ti prego, non farmi questo!»

Lei rispose con un gesto di stizza. «Farti questo? Quando quella gente si è presentata alla tua porta e ti è stato annunciato quel matrimonio combinato, tu non hai fatto NIENTE. Hai solo chinato il capo, come hai sempre fatto» Lo sguardo era acceso, colmo di risentimento. «Sono stufa di vivere nell'ombra, sono stufa di tutto questo. Siamo troppo diversi e io non ho intenzione di ridurmi a fare la tua amante, perché è questo che diventerò se pretendi che io ti rimanga accanto, anche con questa nuova situazione.»

Il corpo del ragazzo iniziò a tremare. Gli parve di avvertire di nuovo l'aura schiacciante di suo padre, ma questa volta aveva il volto della sua amata, che ora sembrava aver colmato il proprio cuore solo con l'odio. E, probabilmente, non aveva neanche tutti i torti.

«Io allora...»

«Io, io, io!» sbottò Yoko. «Bravo, c'è solo l'Io, perché per quanto riguarda il Noi, quello non c'è mai stato. E ora basta, la decisione è presa. Tra qualche giorno ci rivedremo a scuola, ma saremo solo questo: compagni di classe, finché tra un paio di mesi ci diplomeremo finalmente e ognuno andrà per la sua strada.»

Ryu sentì un moto interiore ribollire: il rifiuto. Quell'umana lo stava rifiutando, ma come osava...? Si morse la lingua: come aveva potuto lasciarsi andare a un pensiero del genere? Di che cosa era veramente capace di fargli fare il suo sangue demoniaco?

La guardò dritta negli occhi; quelli di lei erano fermi e decisi. Una determinazione che invece a lui era mancata e che, alla fine, aveva portato a questo.

«Hai ragione» disse infine, ora anche lui con lo sguardo spento. «Evidentemente non c'è mai stato un legame abbastanza forte tra noi due, ci è stato dimostrato in maniera abbastanza eloquente in più di un'occasione. Anche io sono stanco di questo continuo sotterfugio, voglio essere libero.»

"Adesso sei finalmente libera", pensò dentro di sé Ryu.

Il passaggio lungo il breve corridoio di selciato sembrò lunghissimo, mentre si lasciava alle spalle la figura di lei, che immaginava stesse continuando a fissarlo male senza muovere un dito per trattenerlo.

In realtà, Yoko non lo stava fissando affatto. Si era voltata dall'altra parte e aveva nascosto il viso nelle mani, cercando di trattenere il suo pianto affranto.

Sulla via del ritorno, Yamato fissò in silenzio nello specchietto retrovisore il giovane drago che si copriva a sua volta gli occhi con la mano destra, adagiato contro il finestrino, mentre in silenzio piangeva tutte le sue lacrime. Ancora una volta, l'uomo si disse che quello era per il suo bene... Ma, nonostante questo, non riuscì a non provare un profondo senso di colpa.

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