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Era un bel giorno d'estate e il sole splendeva su quel prato fiorito di mille colori. Era una delle solite estati al residence, ma la luce era talmente abbagliante da essere bianca, e tutto sembrava come avvolto da una sfumatura o da una sorta di nebbia. C'era un bel profumo, il profumo di lei... di Reina Kishinryū.
Il piccolo Ryu correva per quei campi seguendo quell'odore, felice e gioioso. Presto avrebbe abbracciato la sua mamma.
La trovò seduta di spalle mentre raccoglieva dei fiori. Era avvolta nel suo bel kimono con l'onda e il fiore di loto tra i capelli, proprio come la ricordava il bambino l'ultima volta che l'aveva vista bella e in salute.
«Mamma! Mamma! Eccomi!» gridò lui, accelerando la corsa.
Reina lo guardò e gli sorrise, rimanendo lì inginocchiata tra i fiori. Il mazzolino sfuggì di mano alla donna, colta di sorpresa da quell'abbraccio a tuffo, ma poi contraccambiò la stretta.
«Mamma, dove sei stata tutto questo tempo?» le chiese il bambino con due profondi occhi tristi.
«Sempre vicino a te, piccolo mio. Non ti ho mai perso di vista» rispose lei, con la sua dolce voce.
«Ma io... ma io non riesco a vederti, né a sentirti.»
«Certo che lo fai, solo che non te ne accorgi. Io sono sempre qui» e, così dicendo, gli appoggiò delicatamente la mano dalle dita sottili sul petto.
Ryu le accarezzò una guancia. «Mi manchi.»
«Devi andare avanti, piccolo mio, e devi proteggere la tua Sposa.»
Ryu divenne ancora più triste. «Ma io non ce l'ho.»
«Sì che ce l'hai, vi volete bene da otto anni ormai.»
Il bambino spalancò la bocca e fece per ribattere, ma improvvisamente una folata di vento più forte iniziò a spazzare via i fiori e a respingere lui e la madre. La madre lo abbracciò con forza, cercando di proteggerlo.
«Ascoltami, Ryu! Non è come sembra! Non è come sembra!» gli urlò con disperazione.
L'ultima cosa che Ryu vide furono due occhi luminosi, colmi di un'aura divina. Appartenevano al più sommo di tutti i draghi: il Dio Drago Ryuuzai, colui che rappresentava l'intera stirpe, dalle scaglie lucenti bianco-argentee e avvolto da un'aura dorata. Egli non era come gli altri draghi; non era un ayakashi che si era adattato alla società umana imparando a nascondere le proprie fattezze. Lui era superiore a essi, con lunghi baffi fluttuanti, corna ramificate sulla testa e una criniera folta che scendeva lungo il collo.
Ma se i draghi dell'acqua e degli altri elementi erano tutti suoi discendenti... perché allora si stava comportando come una minaccia?
Ryu si svegliò di soprassalto, madido di sudore. Si passò la mano tra i folti capelli blu, con un'aria incredula. Che cos'era quel sogno? Perché sua madre gli aveva detto quelle cose? Perché il loro Dio si era palesato, austero e minaccioso?
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Dal giorno in cui Nyankichi aveva scoperto il loro segreto era passato un po' di tempo. Il nekomata, fortunatamente, mantenne la promessa e non tradì i suoi due amici, ma non per questo approvava quell'unione mista che li metteva solo in un grande pericolo. Ryu e Yoko continuavano a mantenere la facciata, a mostrarsi al pubblico solo come due affiatati amici, ma era nell'ombra che loro esprimevano i propri veri sentimenti. Non potevano farci niente, era più forte di loro e, più crescevano, più la consapevolezza di quel forte legame si faceva seria e matura.
Giunse così il periodo natalizio e poi il Capodanno, colmando quelle giornate di risate e spensieratezza, soprattutto provocate dal nekomata e dalla sua Sposa, che per Natale avevano invitato tutta la classe a festeggiare. Forse quella festività non rientrava propriamente nelle tradizioni ayakashi, ma entrambi l'adoravano e, comunque, i giovani ayakashi ormai erano troppo "modernizzati" per non includere anche un giorno speciale come quello tra le occasioni per stare insieme e magari sperare in un bacio sotto il vischio.
Per capodanno, Ryu volle andare a prendere Yoko direttamente a casa, facendosi portare con la macchina da Yamato. Ryu dovette dare fondo al suo controllo, quando vide la ragazza uscire di casa, con un kimono tradizionale verde con ricami floreali dorati, una sciarpa di un folto pelo bianco sintetico e i capelli raccolti e tenuti fermi con un fermaglio con i fiori di ciliegio. Aveva con sé anche una borsetta argentata e indossava delle geta, con i calzini bianchi.
«Mi raccomando, vedila di riportarla per un'ora decente e vedete di non bere troppo!» disse il signor Otose, un uomo corpulento e dall'aura austera. All'uomo non importava se quello era una ayakashi e che erano amici d'infanzia, era pur sempre un ragazzo che usciva con la propria figlia e questo bastava per scatenare "l'allerta padre".
«Papà, ma tanto guida il signor Yamato!» protestò lei, sbuffando.
«Non mi interessa, quando rientrerai ti farò l'alcool test!»
Con un sospirò, Yoko spinse Ryu, esortandolo a muoversi, tanto era una battaglia persa.
Una volta saliti in macchina, diretti al tempio per fare le preghiere tradizionali, i due cominciarono a parlare a manetta di un nuovo film che doveva uscire ma che aveva causato un po' di controversie; in quel caso, i due non erano affatto sulla stessa lunghezza d'onda. La discussione divenne accesa e animata, e Yamato, con la testa incassata nelle spalle, cercava di mantenere il controllo del veicolo e di non cedere al pensiero intrusivo di finire fuori strada.
Poi, però, per la gioia del maggiordomo, l'argomento scemò e i due se ne rimasero tranquilli e in silenzio negli ultimi metri del tragitto. L'uomo guardò attraverso lo specchietto retrovisore i ragazzi seduti a perfetta distanza, con le mani appoggiate sulle ginocchia. Entrambi guardavano verso il proprio finestrino con aria pacata. Tuttavia, Yamato non poté fare a meno di stringere lo sguardo, soffermandosi in particolar modo sul volto di Yoko.
Una volta giunti al tempio scintoista per adempiere al Hatsumode, Ryu offrì galantemente il braccio a Yoko per aiutarla a superare i ripidi gradini di pietra. Nei secoli passati, l'accesso a quei luoghi sacri era tassativamente precluso alla stirpe degli ayakashi, blindati da invalicabili barriere spirituali, feticci guardiani e amuleti benedetti; tuttavia, con l'avvento della modernità e la progressiva integrazione dei demoni nel tessuto sociale mortale, era stato siglato un solenne trattato di pace tra i grandi clan e l'ordine degli esorcisti. Di conseguenza, persino un giovane drago degli abissi poteva adesso varcare il portale torii, far risuonare i pesanti sonagli di bronzo e offrire una moneta alla divinità, accarezzando la speranza che i desideri custoditi nel proprio cuore potessero tramutarsi in realtà.
«Ti prego, grande Buddha, fa' che le case di sviluppo non aboliscano mai le copie fisiche dei giochi per console!» mormorò Yoko a occhi serrati, sfregando con foga il rosario buddista tra i palmi delle mani.
«Ti prego, esaudisci la sua preghiera, e già che ci sei fa' stampare al più presto il nuovo volume del mio manga preferito... la sua pubblicazione sta tardando un'eternità!» si unì Ryu, formulando l'auspicio con un fervore e un tono supplichevole che nulla avevano da invidiare a quelli dell'amica.
Il ragazzo lasciò scivolare un'ultima monetina d'argento nella fessura della grande cassetta delle offerte. Ciò che non avrebbe mai potuto confessare ad alta voce, tuttavia, era il nucleo profondo e disperato di quella supplica: Ryu stava implorando i cieli affinché un giorno, specchiandosi nelle iridi color miele di Yoko, la natura biologica della sua specie si decidesse a scatenare il miracolo dell'imprinting, l'unico salvacondotto che avrebbe permesso loro di amarsi alla luce del sole senza temere l'ira della sua famiglia.
Con la scusa di aiutarla a scendere i gradini, le poté stringere la mano di fronte a tutti, sperando che chi assisteva a quel gesto ci vedesse solo galanteria e nulla più. Era già abbastanza bizzarro che un ayakashi e un'umana uscissero insieme, a meno che non si trattasse della sua Sposa o per via di qualche uscita di gruppo. Così, solo loro due, visti dall'esterno, qualcuno avrebbe potuto scambiarli per una coppia... Ma finché non erano i Kishinryū a pensarlo, per ora non c'era pericolo.
Yamato osservò con apparente impassibilità il momento in cui i due arrivarono, ma proprio all'ultimo gradino Yoko inciampò con lo zoccolo e Ryu, rapido nei riflessi, la sostenne abbracciandola. La ragazza sollevò lo sguardo e gli sorrise, grata, e lui le sorrise di rimando. L'uomo dai capelli azzurri, premette appena le dita sulle braccia incrociate.
«Signorino, ha chiamato vostro padre» disse il maggiordomo quando i due si avvicinarono alla macchina. «Sono giunti a palazzo dei visitatori che sarebbero dovuti arrivare domani, ma che sono riusciti ad anticipare i tempi.»
Ryu sbatté velocemente le palpebre, confuso. «E chi sarebbe arrivato? Non sapevo attendessimo ospiti.»
Yamato sorrise lievemente. «Era una sorpresa, ma a quanto pare è stata anticipata.»
Il ragazzo sbuffò. «Senti, devo partecipare anche io? No, perché io e Yoko avremmo una partita che...»
«Ma anche l'ultimo dell'anno vi mettete a giocare, voi due? Vi andrà in pappa il cervello!» sbottò il maggiordomo.
Yoko si sporse in avanti. «No, ma signor Yamato, non capisce, è un evento online e...»
«No, Ryu, devi partecipare anche tu. Quelle persone sono venute appositamente per te.»
Un brivido freddo corse lungo la schiena del giovane drago. Voltò lo sguardo verso Yoko, che sembrava investita dallo stesso, terribile presentimento.
«Quindi ora dovremo riaccompagnare a casa Yoko...»
Yamato rimase un secondo in silenzio, poi, continuando a dare loro le spalle per tenere gli occhi sulla strada, fece un cenno di diniego. «Può venire anche la signorina Yoko, se lo desidera. Il cibo non mancherà anche per lei.»
Ryu fece per aprire bocca, ma Yoko lo anticipò: «Va bene, sì. Vengo molto volentieri.»
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I bellissimi giardini del castello erano stati interamente addobbati con luminarie natalizie, un alternarsi ipnotico di luci fisse e intermittenti che risplendevano di ogni tonalità cromatica. Se lo spazio appariva già straordinario nella sua veste naturale, in quel magico scorcio dell'anno si caricava di un'atmosfera quasi soprannaturale. Ryu non poté fare a meno di notare come quei piccoli riflessi festivi andassero a specchiarsi negli occhi di Yoko, la quale contemplava lo spettacolo rapita, pur sforzandosi di preservare il proprio consueto distacco difensivo.
Come da protocollo, i membri della servitù si radunarono dinanzi al portale d'ingresso per accogliere il rientro del giovane padrone, porgendo i tradizionali auguri per il nuovo anno e prendendosi carico dei soprabiti; un rituale che riservarono anche a Yoko con i loro soliti sorrisi affabili, conoscendola fin da quando era una bambina. Questa volta, tuttavia, i domestici si scambiarono un'occhiata furtiva e carica di muti interrogativi non appena i due ragazzi li ebbero superati per addentrarsi nel corridoio.
Il leader della casata Kishinryū attendeva il figlio nella sfarzosa sala dei ricevimenti, un'ampia galleria dominata da arazzi blu notte che narravano le gesta storiche del clan, un lucidissimo tavolo di marmo venato di bianco e candelabri d'argento. Sulla parete di fondo troneggiava una cascata artificiale continua che scorreva fluida dietro una vetrata blindata, e l'intera struttura era sostenuta da lisce colonne di pietra bianca.
Ryu, con al seguito Yoko e un silenzioso Yamato, varcò la soglia della stanza. Lì, accomodati a ridosso del tavolo cerimoniale accanto al capofamiglia, presiedevano due uomini in un impeccabile completo da uomo: due esseri umani.
«Padre» esordì il giovane drago, flettendo il busto in un inchino formale, un protocollo che venne replicato all'istante dalle due figure alle sue spalle.
L'anziano drago dai capelli grigio-argentei ricambiò il saluto con un misurato cenno del capo, e lo stesso fecero i due visitatori.
«Ryu, permettimi di presentarti la delegazione plenipotenziaria dell'illustre famiglia Ichiryusai: Ken e Toshi Ichiryusai, i quali si sono messi in viaggio fin qui al solo scopo di fare la tua conoscenza.»
«La casata Ichiryusai?» ripeté il ragazzo, sgranando gli occhi per lo shock. Si voltò repentinamente verso Yoko, intercettando la sua espressione smarrita ed interrogativa. «I signori qui presenti appartengono alla stirpe mortale più potente, influente e rispettata del Paese. Sebbene siano privi di sangue demoniaco, noi ayakashi guardiamo al loro lignaggio considerandoli nostri assoluti pari.»
«E nel caso specifico della stirpe dei Draghi d'Acqua, i nostri legami affondano le radici nel mito, poiché la nostra casata gode storicamente della benedizione ancestrale del vostro stesso Dio Drago, Ryuuzai» spiegò Ken alla ragazza, sfoggiando un fisico asciutto e una corta zazzera di capelli neri.
«Signor Kishinryū, perdonatemi l'indiscrezione... ma chi è di preciso questa giovane fanciulla che scorta vostro figlio?» domandò l'altro delegato, un uomo sulla sessantina con i capelli argentei pettinati all'indietro, stringendo le palpebre per inchiodare Yoko con uno sguardo indagatore.
«Non è nessuno» sentenziò il capoclan senza battere ciglio, il tono algido e privo di alcuna fluttuazione emotiva. Per Yoko, quelle tre parole risuonarono come uno spillo rovente conficcato dritto nel centro del cuore. «Si tratta esclusivamente di un'amica d'infanzia con cui Ryu è solito intrattenersi in qualche pomeriggio di svago. Non è la sua Sposa legittima, o statene certi che non avrei mai osato arrecarvi il disturbo di convocarvi alla mia tenuta.»
«Oh, ma certo, comprendiamo perfettamente, ci mancherebbe» convenne il più anziano degli Ichiryusai, offrendo un sorriso cordiale di circostanza.
Ryu inghiottì a fatica un groppo di saliva amara. «Vi prego di perdonare la mia franchezza, signori... ma potrei conoscere la ragione esatta della vostra presenza? Mi è stato riferito che questo incontro è stato organizzato per me.»
I tre uomini adulti si scambiarono un'occhiata d'intesa, dopodiché i due delegati accennarono un nuovo cenno d'assenso. «Vedi, signorino Ryujin Kishinryū... al compimento dei vostri diciott'anni non avete ancora sperimentato il miracolo dell'imprinting di sangue. Poiché una volta conseguito il diploma sarete chiamati a inaugurare il vostro formale percorso alla guida del casato, l'etichetta e la stabilità politica esigono che al vostro fianco presieda una figura degna. Pertanto, in virtù dell'antica alleanza che unisce le nostre stirpi, vostro padre ha decretato che un matrimonio combinato con una delle figlie del nostro clan rappresenti la soluzione ideale. Anche nell'ipotesi in cui l'Istinto biologico non dovesse mai manifestarsi, la cosa non costituirà un problema: la nostra famiglia è investita di una formidabile energia spirituale ereditaria, un fattore che garantirà alla vostra linea di successione una prole ugualmente fiera, forte e in perfetta salute.»
Quelle parole precipitarono sui due ragazzi con la violenza distruttiva di un enorme macigno. Yoko si portò d'istinto le mani al petto, serrando le dita all'altezza del ventre. Nel segreto dei suoi pensieri si era ripetuta mille volte che avrebbe accettato di buon grado un matrimonio politico per Ryu pur di preservarne l'autonomia mentale; eppure, tra l'analizzare quel sacrificio su un piano puramente teorico e il trovarsi a testimoniare la sua immediata, burocratica realizzazione, vi era un abisso di dolore. Si sentì improvvisamente investita da un maroso spietato, una forza d'urto invisibile che le sottraeva ogni padronanza sul proprio corpo e sulla propria mente, riducendola a una vittima impotente degli eventi.
«Vi chiedo scusa, signori...» azzardò Ryu, tentando di dare stabilità alla voce dopo quella tremenda rivelazione. «Padre, ti prego... ho appena compiuto diciotto anni, per quale motivo dobbiamo fare tutto con una tale urgenza? La stragrande maggioranza dei miei coetanei, alla mia età...»
«Forse ti stai riferendo ai tuoi compagni di scuola umani, ma ti rammento che tu appartieni alla razza ayakashi» lo interruppe bruscamente il genitore, infondendo un'improvvisa e minacciosa rigidità nel proprio tono di voce. «E faresti bene a dimostrarti grato nei confronti della mia indulgenza. Io stesso ho contratto il matrimonio in età matura, imbattendomi nella mia Sposa solo al compimento dei quarant'anni, ma questo non deve in alcun modo trasformarsi in una regola gestionale. Sei l'unico discendente universale della tua generazione: è un imperativo categorico rinforzare la linea di sangue per blindare la continuità dinastica del nostro casato. E i nostri preziosi alleati qui presenti sono più che entusiasti di suggellare questa unione.»
Se vi era un singolo fotogramma in tutta la sua esistenza in cui Ryu avrebbe voluto urlare in faccia al padre la verità — gridargli che la donna con cui desiderava edificare il proprio domani era la ragazza comune ferma al suo fianco, e che se ne sbatteva altamente della purezza del sangue e delle tradizioni secolari —, quello sarebbe stato il momento perfetto. Desiderava ardentemente vuotare il sacco; eppure, sia che il padre avesse subodorato il loro segreto, sia che stesse semplicemente stroncando sul nascere i capricci di un adolescente ribelle, l'anziano drago rilasciò di colpo la propria schiacciante e ruggente pressione spirituale. Il vecchio leader era ancora un guerriero formidabile all'apice delle forze, e Ryu non era che un cucciolo inesperto che doveva imparare a subire la sua volontà e a rimanere al proprio posto.
In quell'istante di terrore puro, l'agghiacciante visione onirica di Yoko dilaniata e ridotta in poltiglia dalle zanne del drago emerse nella mente del ragazzo con dolorosa, nitida prepotenza. Pur di non esporla a una fine orrenda, Ryu scelse di mordersi la lingua: irrigidì le braccia lungo i fianchi, serrò i pugni e chinò il capo.
Quel suo silenzio venne immediatamente catalogato dai presenti come un tacito e solenne atto di sottomissione.
Neanche rivolgere la sua sincera preghiera al cielo aveva funzionato: era come se una maledizione aleggiasse su di loro.
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La cena si svolse tra convenevoli e discorsi che orbitavano attorno alla politica e alle amministrazioni finanziarie. Ryu e Yoko parlavano solo se interpellati, perché altrimenti i loro cuori avevano praticamente smesso di battere. Pallidi, con gli occhi infossati, consumavano il pasto come se fossero degli automi, e nessuno dei due aveva il coraggio di guardare in faccia l'altro.
Quando si fece una certa ora, il signor Kishinryū convenne che per Yoko fosse il momento di rincasare, così fece chiamare Yamato affinché la riaccompagnasse.
Yoko porse così un cortese inchino, augurando loro ancora una volta buon anno e buonanotte. Ryu continuò a rimanere immobile al suo posto, senza nemmeno trovare la forza di rispondere.
Lungo la via del ritorno, Yoko, con la fronte appoggiata al finestrino dell'auto, vedeva le luci della città sfrecciare davanti a lei. Incontrò per strada diverse persone ancora nel pieno dei festeggiamenti dell'ultimo dell'anno: famiglie, gruppi di amici e fidanzati che rinnovavano le loro promesse di unione per il nuovo anno che li attendeva. Il nuovo anno, invece, a lei aveva solo offerto una rottura. Dopo il diploma, Ryu avrebbe dovuto convolare a nozze con la ragazza appartenente agli Ichiryusai. Provò persino a chiedersi se quest'ultima accettasse quella condizione. Da quello che aveva capito, aveva un paio di anni in più di loro ed era bellissima e dotata di ottime qualità nella manipolazione delle arti divinatorie, un tipo di abilità nota come Shinryoku, in contrapposizione a quella degli ayakashi che invece era nota come Reiryoku; rispetto a quest'ultima era persino più potente, al punto da non essere per nulla o quasi per nulla rilevabile dagli stessi demoni.
Gli Ichiryusai, benché fossero dei comuni esseri umani, secoli e secoli nel passato, quando ancora erano nemici degli ayakashi e questi ultimi spadroneggiavano nel mondo, avevano evitato lo sterminio della razza umana. Il saggio e benevolo Drago, infatti, aveva scongiurato il peggio attraverso un trattato di pace, a causa del grave disequilibrio di energie spirituali che si era creato. Dopodiché, per mantenere questo equilibrio originario, il Drago aveva scelto una linea di sangue umana affinché facesse da intermediaria. Da quel momento in poi, gli Ichiryusai detenevano questo compito sacro che, grazie alla Benedizione del Drago, li rendeva immuni dalle maledizioni e dagli attacchi degli ayakashi. Questa famiglia era praticamente la più potente arma di deterrenza geopolitica del mondo spirituale e nessuno poteva sfidarli o attaccarli, perché violare il trattato significava subire l'ira del Drago. Chi si fosse macchiato di tale infamia avrebbe visto il proprio clan perdere ogni eventuale barriera magica eretta a protezione della famiglia e dei possedimenti; subire l'anatema significava vedere la propria forza vitale e i propri poteri svanire progressivamente, portando la vittima alla rovina economica, politica e personale. E non erano solo minacce o racconti, perché persino il casato degli oni faceva il possibile per mantenere buoni rapporti con il casato degli umani, affinché il clan non subisse mai queste tremende sciagure.
Assorbita da quel pensiero che le stringeva il cuore e dalla consapevolezza di non poter affatto rivaleggiare con una persona del genere, Yoko non si accorse subito, a causa del profondo dolore, che Yamato non aveva imboccato la solita via del ritorno per portarla a casa. Quando i palazzi iniziarono a diradarsi e le strade a farsi più buie, la ragazza avvertì un brivido freddo lungo la schiena.
«Signor Yamato, dove stiamo andando? I miei genitori mi stanno aspettando con apprensione.»
Yamato non rispose.
Yoko allora aprì di corsa la borsetta, ma proprio quando ebbe afferrato il cellulare, una corrente d'acqua formatasi con le particelle presenti nell'aria glielo sfilò via di mano.
«Signor Yamato, si fermi! Voglio scendere, voglio tornare a casa!»
Provò ad aprire la portiera, ma l'uomo aveva fatto scattare la chiusura generale. Tentò comunque di tirare la maniglia, ma invano.
«Ho paura, basta! Non è uno scherzo divertente, per favore!»
«Questo non è uno scherzo, infatti» tagliò corto lui.
Yoko allora si mise a urlare, ma improvvisamente la sua stessa saliva e i suoi stessi fluidi corporei la tradirono: si sentì quasi soffocare e non fu in grado di emettere alcun suono.
Completamente terrorizzata, rimase immobile sul fondo della macchina, mentre Yamato premeva l'acceleratore per raggiungere la misteriosa destinazione.
Parcheggiò all'ingresso di un parco. Yoko lo conosceva: al centro c'era un bel lago che in primavera si riempiva di anatre e cigni, ma a quell'ora, in pieno inverno e tra la neve rada, non era che una pozza scura e semighiacciata.
Quando Yamato aprì la portiera e cercò di tirarla fuori, la ragazza provò a opporre resistenza, ma lo ayakashi era troppo forte per le sue possibilità.
La prese di peso e la trascinò, premendole con forza una mano contro la bocca mentre lei continuava a scalciare. Si diressero proprio nei pressi del lago e lì, vicino alla riva, la lasciò andare. Yoko allora provò a correre via, ma a Yamato bastò sollevare l'acqua dal prato bagnato per farla scivolare e cadere in avanti.
Il fiato della ragazza si spezzò per un attimo quando cadde di petto; dopo qualche secondo, però, provò a voltarsi e ciò che vide la lasciò pietrificata: Yamato aveva gli occhi accesi, l'aura azzurra aleggiante e uno sguardo carico di quello che era, a tutti gli effetti, un intento omicida.
«Perché, signor Yamato?» provò a balbettare Yoko, con il volto sbiancato e il labbro tremante.
«Perché tu sei una minaccia alla nostra famiglia» Le parole arrivarono fredde, portatrici della sentenza massima.
Alle sue spalle, una colonna d'acqua nera vorticante si alzò, formando una minacciosa testa di drago.