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← La mia adorata sposa

Creato il 24/08/2026, 12:34 · Aggiornato il 24/08/2026, 12:34

Capitolo 7: Capitolo 6

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Morte
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Dieci anni prima.

«Nostro figlio è pronto?» chiese il capofamiglia.

«Sì, mio signore, tra un paio di minuti vi raggiungerà.»

Yamato accompagnò Ryu, che all'epoca aveva otto anni, verso l'esterno del castello per raggiungere i genitori che lo aspettavano all'ingresso, nei pressi della loro berlina.

A quel tempo suo padre manteneva ancora un aspetto giovanile. Era più grande di sua madre di vent'anni, e l'energia spirituale serviva a mitigare quell'importante differenza d'età: era praticamente la versione più matura di suo figlio. Indossava un kimono blu scuro con un drago marino dipinto a mano che cavalcava onde impervie, simbolo del suo clan.

Sua madre, invece, indossava un kimono bianco su cui era dipinta una fantasia che ricordava la celebre Onda di Hokusai. I capelli biondo cenere erano raccolti in una complessa acconciatura tradizionale, con un fermaglio a forma di loto sulla cima. Aveva dei dolci occhi verdi, con i quali osservava suo figlio farsi sempre più vicino, finché non gli tese la mano per accogliere quella del bambino.

Madre e figlio si sistemarono sul sedile posteriore; Ryu venne assicurato al seggiolino. Suo padre invece salì sul lato passeggero, accanto a Yamato che faceva da autista.

Ryu era molto emozionato per quel giorno, perché avrebbero visitato il mondo degli spiriti. Lo avevano fatto anche alla sua nascita per presentare l'erede dei Kishinryū agli altri clan, ma chiaramente di questo lui non aveva memoria.

Il velo che separava il mondo degli spiriti da quello umano per gli esseri umani era impercettibile. Se un umano vedeva un muro di fronte a sé, un ayakashi invece vedeva una via da attraversare. Solo pochi mortali ci riuscivano, come ad esempio gli esorcisti; ma che un umano nascesse con dei poteri spirituali, questa era una cosa assai rara.

Percorsero alcuni chilometri attraversando la città, poi uscirono da essa e proseguirono finché non videro i campi coltivati e i pascoli — Ryu si divertì molto a indicare le pecore e le mucche che incrociavano — fino a raggiungere una zona boschiva ove si ergeva, al centro, un antico castello giapponese.

Per gli esseri umani quello non era che un antico castello, vi si facevano persino le visite guidate e, per quanto se ne sapesse, non era che un vecchio monumento, un'eredità antica che ormai fungeva solo da attrazione per turisti. Ma per un ayakashi esso era ancora vivo e pulsante.

C'erano delle guardie oni al viale d'ingresso, ai quali Yamato si rivolse per mostrare loro i documenti. Gli uomini in divisa e occhiali neri, con l'auricolare attaccato all'orecchio, diedero loro il consenso di passare.

«Mamma, ma tu come farai?» le chiese il bambino, mentre la donna era intenta a slacciarlo dal seggiolino.

«Credi che andrò a sbattere contro un muro?» gli chiese divertita la donna.

Il bambino annuì, con sincera preoccupazione.

La madre rese una piccola risata e poi scosse il capo. «Non preoccuparti, noi Spose siamo costantemente avvolte dall'energia spirituale dei nostri ayakashi. Questa continua vicinanza funge da spugna e così i percorsi ancestrali che per un umano qualsiasi sarebbero invisibili, per noi non lo sono» poi gli accarezzò la testa e gli sorrise dolcemente. «Lo stesso vale con i propri figli. Quindi, vuoi tenermi la manina, così mi aiuterai a non inciampare da nessuna parte?»

Ryu sorrise e annuì. «Certo!»

L'ingresso venne accolto da una schiera di servitori di famiglie cadette, provenienti da ogni clan. All'apparenza sembravano tutti esseri umani, ma la differenza era nei dettagli: il taglio degli occhi, la forma del viso, la statura particolarmente accentuata o, al contrario, spiccatamente bassa. Per un ayakashi, poi, era possibile distinguere l'emanazione dell'aura. Quella più potente e schiacciante di tutte era quella degli oni, color rosso sangue e pulsante, che faceva venire istintivamente i brividi ai clan di ceto medio e basso; per questo motivo loro erano al vertice della catena gerarchica. Di conseguenza, persino le loro Spose, che non erano che semplici umane provenienti da qualsiasi contesto sociale, venivano onorate persino dai capiclan, come se fossero loro superiori addirittura in potenza spirituale.

I corridoi erano immersi in una nebbia spirituale che raccoglieva le energie della natura. Gli ayakashi erano legati per la maggior parte ad essi, come i Draghi d'Acqua, ma c'era anche chi era legato ad altro, come le ombre, l'anima, persino le stelle. Gli oni erano legati a molti di questi elementi, cosa che li rendeva i più forti di tutti e, di conseguenza, a differenza dei clan minori, tra le famiglie c'era una costante e aspra rivalità.

Comunque, per quel giorno, quella rivalità non sarebbe esistita. L'erede dei Kiryuin — la famiglia degli oni al vertice di tutto —, Reiya, compiva quindici anni e aveva terminato il suo apprendistato, così avevano indetto quel ricevimento per rendergli omaggio.

Ryu strinse maggiormente la mano della madre mentre avanzava tra quei corridoi che mostravano arazzi rossi di guerre passate e antiche armature di samurai con maschere grottesche, ispirate ai veri volti degli oni, fatte per far sì che il nemico ne rimanesse intimorito durante le guerre tra gli uomini.

A un certo punto, svoltando l'angolo, dei servitori Tengu spalancarono i battenti della doppia porta d'ingresso per permettere alla famiglia dei Draghi d'Acqua di avanzare. Yamato non li seguì: lì terminava il suo diritto di accesso.

Ryu spalancò la bocca quando si ritrovò nell'immensa sala. Era come essere al cospetto di un altare gigante, quello utilizzato per disporre le bamboline della Hinamatsuri: tre palchi a scalinata. Sulla sinistra erano disposte le mogli dei clan che erano a loro volta dei demoni — lo si riconosceva sempre per i tratti distintivi e il loro naturale portamento austero di chi è vissuto tra nobiltà e regole fin dalla nascita —; sulla destra, invece, stavano le Spose, prive di aura demoniaca se non quella "assorbita" dai rispettivi mariti, e con espressioni tutte diverse tra loro: da chi era ancora intimorita da quella nuova vita, a chi appariva già navigata e non aveva nulla di diverso dal portamento delle donne demone, fino a chi si lasciava andare a un ghigno di superiorità per il fatto di appartenere alla gerarchia più potente. Tutte, demoni e umane, sfoggiavano kimono dai ricami preziosissimi e acconciature complesse, come se varcando quella soglia si fosse compiuto un viaggio nel tempo. La stirpe degli ayakashi, dal primo all'ultimo gradino della scala, era ricca e potente e non aveva timore di dimostrarlo.

Al centro della sala, poi, c'era il palco ove erano disposti i clan degli oni, e le loro mogli stavano al fianco dei mariti. Al centro sedevano Chiya e Sara Kiryuin, i genitori di Reiya, entrambi potentissimi demoni. Di fronte a loro, nello spiazzo centrale, erano invece posti i capofamiglia con i loro eredi. Non erano tutti uomini, c'erano anche delle donne, benché queste potessero prendere posto in quel punto solo se vedove o su espressa delega del marito impossibilitato a presentarsi al ricevimento o nei rari casi in cui era la donna demone ad aver trovato il suo Sposo tra gli umani. E riguardo agli eredi, non importava che fossero maschi o femmine, ma dovevano essere rigorosamente i primogeniti.

Ryu venne quasi colto di sorpresa quando la madre gli lasciò la mano. La donna gli rivolse un dolce sorriso per rassicurarlo che andasse tutto bene. «Io sono qui vicino che ti guardo, non preoccuparti» gli disse, facendogli un'ultima carezza per poi voltarsi e iniziare a salire i gradini. Il suo posto assegnato era tra quelli medio-alti. Il piccolo drago proseguì la sua avanzata per raggiungere lo spiazzo centrale.

«Ryu, qui, qui!» gli sussurrò Nyankichi, facendogli un cenno con la mano; anche lui mostrava la medesima espressione emozionata del suo coetaneo. A quel tempo Nyankichi non sapeva ancora controllare al meglio la sua energia spirituale, così per quell'occasione al ragazzino erano spuntate le orecchie di gatto e, per quanto il padre provasse ad abbassargliele per fargliele tornare umane, dopo un po' rispuntavano. Alla fine l'uomo si era semplicemente arreso; d'altronde erano tra pari e le Spose a quel punto, almeno la maggior parte, sapevano già tutto del loro vero aspetto.

Il bambino drago si mise allora a tirare la manica del padre affinché potessero spostarsi lì, ma loro facevano parte della stirpe dei Draghi e dovevano posizionarsi vicini tra di loro.

«Ma io voglio andare dal mio amico!» piagnucolò il ragazzino.

Anche il cucciolo di gatto, a distanza, aveva spalancato due occhi enormi. I padri non poterono che scambiarsi uno sguardo di reciproco supporto genitoriale.

«E va bene, mettiti vicino a lui, ma non disturbare i nekomata, che sono nostri amici.»

«Sììì!» esultò il bambino, per poi correre, sfilando tra gli altri capoclan, per andarsi a inginocchiare accanto al suo amico.

I due iniziarono subito a chiacchierare tra loro ad alta voce, tant'è che il padre di Nyankichi dovette intimare loro il silenzio, perché la cerimonia stava per cominciare.

Poco dopo, una musica tradizionale giapponese, lenta e solenne, annunciò l'ingresso del primogenito dei Kiryuin, venuto a presentarsi ai suoi genitori come oni tra gli oni e degno erede della loro casata. L'arrivo venne anticipato da una parata di servitori che portavano alcuni simboli della stirpe, come pelli di tigre, corna e il Kanabō chiodato; poi c'erano due ancelle ammantate in un preziosissimo kimono rosso con delle maschere cornute e, infine, arrivò lo stesso Reiya, affiancato dal suo fedele Takamichi, il quale, camminando spalla a spalla con lui, in quell'occasione faceva simbolicamente da padrino. Anche Takamichi portava la maschera, mentre Reiya era a viso aperto. Un viso che, nonostante fosse appena un adolescente, esprimeva già un aspetto solenne e consapevole del proprio retaggio. I suoi occhi scarlatti erano intensi e carichi di energia spirituale.

Sakuraku, che all'epoca era la sua promessa sposa — una fanciulla bellissima dai lunghissimi capelli neri —, si lasciò andare a un timido sorriso da dietro la manica del kimono quando lo vide. Lei apparteneva alla casata Kiyama, che costituiva il ramo principale cadetto della famiglia Kiryuin, di conseguenza un altissimo rango sociale. Se Reiya non avesse mai trovato la sua Sposa, a un certo punto i due sarebbero convolati a nozze, rinforzando così la linea di sangue. Anche lei ricevette un fugace sguardo, ma non da parte di Reiya, bensì da Takamichi.

I due piccoli appartenenti ai clan dei nekomata e dei watatsumi osservarono a bocca aperta ciò che si svolgeva di fronte ai loro occhi, dal discorso di autopresentazione di Reiya alla sua esibizione con il potere spirituale. Esso era forte e schiacciante, degno del suo lignaggio, al punto che i capoclan dovettero rinforzare la loro energia spirituale per non essere destabilizzati da esso, e i bambini si strinsero ai loro genitori per farsi aiutare a mantenere il controllo. Molti di loro, infatti, persero parzialmente il controllo delle proprie fattezze umane: ai tengu spuntarono le ali, le kitsune mostrarono alcune delle loro code, Nyankichi ora aveva del tutto il viso a forma di gatto — con la pelliccia color castano tendente al biondo e delle lunghe vibrisse — e a Ryu spuntò la cresta.

Anche negli spalti delle mogli l'impatto non passò inosservato. Le donne demone riuscirono a resistere, mentre tra le Spose umane qualcuna svenne persino.

Ryu si voltò a guardare sua madre, che come le altre, era provata ma il sorriso che le vide affiorare sul viso poco dopo lo rassicurò.

Chiya Kiryuin si alzò in piedi. Sia lui che la moglie avevano un aspetto giovanissimo, ed era difficile credere che fossero genitori di un adolescente; ma, al di là dell'aspetto innocente, la loro aura mistica era troppo schiacciante — soprattutto quella di lui — per dimenticarsi che sotto quelle spoglie dai tratti morbidi si celava uno degli oni più potenti della loro stirpe.

L'uomo scese i gradini: i suoi corti capelli scuri ondeggiavano appena e il suo kimono scuro frusciava mentre scendeva i gradini per raggiungere il figlio, finché non si fronteggiarono faccia a faccia. Si guardarono dritti negli occhi per un lungo momento, un mistero condiviso solo tra loro due. Ma poi tutta quella tensione e quella solennità vennero improvvisamente spezzate dallo stesso capofamiglia, che lo abbracciò calorosamente ed esultò per avere un figlio bellissimo, affascinante e potentissimo. Al punto che, per un attimo, qualcuno si chiese seriamente se Reiya non fosse in realtà il fratello maggiore di Chiya, e lui il fratellino adorante.

Anche Sara levò il suo grido entusiasta. Ruppe i ranghi anche lei per precipitarsi, sollevando le pesanti gonne del suo kimono nero con i ricami rosso fuoco, per andare ad abbracciare a sua volta l'adorato figlio.

Tutta l'atmosfera solenne e di attesa che si era creata si ruppe così, come una bolla. Ma non importava, perché la cerimonia era finalmente finita e ora un sontuoso banchetto li aspettava nella sala accanto. Coloro che avevano dato fondo alle proprie energie spirituali per mantenere il controllo non se lo fecero ripetere due volte.

La sala del ricevimento si poteva tranquillamente paragonare a una di quelle tipicamente allestite da chi faceva parte della società più altolocata. Tra champagne, caviale e bicchieri di cristallo, prendeva vita quella sfilata di ricchezza e opulenza. Tutti con il viso sorridente, tutti affabili... tutti con una maschera persino migliore rispetto al loro incantesimo di apparire come dei semplici esseri umani.

Solo per i bambini quella recita ancora non esisteva. Ryu e Nyankichi correvano sotto i tavoli insieme agli altri amichetti, giocando e scherzando. Qualcuno di loro provò persino a utilizzare le proprie tecniche: Ryu e un bambino Kitsune, ad esempio, evocarono rispettivamente l'acqua e le fiamme per far scontrare tra loro gli elementi, così da creare una cortina di nebbia nella quale gli altri ragazzini si gettavano per saltellare e urlare.

Non erano che giochi innocenti, ma da parte degli adulti era anche un modo per osservare cosa gli eredi di famiglie alleate e rivali fossero in grado di fare.

«Mamma, l'acqua!» disse il bambino drago, correndo all'improvviso dalla madre e abbracciandola.

«Oh, Ryu, guardati, sei tutto sudato! Vedi di non farti venire la febbre, una volta a casa.»

Essendo un drago d'acqua non gli bastò un bicchiere: la madre dovette porgergli una caraffa intera per fargli recuperare tutti i liquidi che aveva perso. Ma, anche così, la donna si chinò su di lui affinché bevesse adagio e non se la rovesciasse addosso.

«Ma non mi dica, signora Kishinryū, che quello è suo figlio Ryu!» disse una donna, una Sposa appartenente alla famiglia degli Ōmukade.

«Ebbene sì, signora Mikami, ormai ha otto anni e va per i nove!» rispose con orgoglio la madre, mostrando il suo bambino, il quale guardava quella donna umana sulla trentina fissarlo con un bel sorriso.

A Ryu non piaceva l'aura di cui era avvolta quella Sposa; gli faceva ribrezzo e paura, come per un istinto naturale.

«Lo iscriverete all'accademia per ayakashi?»

«Solo se lo vorrà, ma in realtà siamo più propensi a iscriverlo alla scuola pubblica, così che possa stare a contatto con gli esseri umani e magari, un giorno, trovare la sua Sposa.»

La donna si chinò e gli prese il mento con le lunghe unghie rifatte. Quando si chinò, Ryu storse il naso: aveva l'alito che sapeva di sigaretta e a lui, che aveva l'olfatto sensibile, venne quasi il rigetto dell'acqua appena bevuta.

«Con un bel visetto come questo avrai uno stuolo di ammiratrici, ma solo una sarà la tua prediletta. E ti auguro che la scelta cada su una donna intelligente come me e tua madre» gettò uno sguardo tra la folla. «Alcune non sono che ragazzine senza arte né parte, con la sola fortuna di aver svoltato l'angolo della strada al momento giusto. Ma c'è differenza tra l'essere semplicemente il trastullo di un demone e l'amministrare davvero un impero.»

«Signora Mikami, per favore, non dica queste cose» disse la signora Kishinryū, stiracchiando un sorriso e avvicinando di più il figlio a sé. «Il piccolo non sa ancora niente di queste faccende. Lasciamo che i nostri figli facciano semplicemente i bambini.»

La signora Mikami tornò dritta e le sorrise in maniera enigmatica. «Ma certo, per ora lasciamoli alla loro formazione, come se fossero dei bambini umani qualsiasi. Ma non si dimentichi, signora Kishinryū, che loro non lo sono; e, per quanto potenti siano, gli esseri umani saranno sempre il popolo con la maggiore densità demografica e tendono a dimenticare molto in fretta i favori del passato. Perciò è importante, da parte delle famiglie, avere eredi forti e privi di macchia, e noi Spose predilette siamo investite di un compito importante. O così, o il massimo a cui si può ambire è essere una dolce compagnia nelle stanze private... Ma a quel punto, tanto vale rifiutare cortesemente l'onore.»

«Ryu sarà all'altezza del compito, è un Kishinryū» rispose la madre di Ryu sollevando il mento, «e il suo istinto gli farà trovare una consorte altrettanto all'altezza del compito, che essa sia una Sposa o una moglie combinata.»

«Speriamo, dopotutto siamo il loro punto debole. Una piccola falla e tutto potrebbe crollare come un castello di carte.»

Ryu non capì perché improvvisamente le due donne si fossero messe a fissarsi con intensità, senza dirsi nulla. Almeno finché la signora Mikami non sorrise e si congedò, salutando cordialmente entrambi.

Non capì inoltre perché improvvisamente, come svuotata, la madre lo abbracciò da dietro, poggiando la fronte sulla sua nuca.

«Piccolo mio» gli sussurrò all'orecchio. «Ricordalo sempre: nulla è come appare. Anche i tuoi amici possono voltarti le spalle da un momento all'altro, persino la persona che ami. Perciò stai sempre all'erta.»

«Mamma, ma chi era quella signora? Perché mi faceva paura?»

La signora Kishinryū sospirò. «È normale, avrai sentito su di lei l'aura degli Ōmukade; loro sono ayakashi di una stirpe di millepiedi mostruosa e minacciosa. Sono nemici naturali di voi draghi. Secoli fa, il vostro allora capofamiglia Ryūjin, di cui tu porti il nome, il Re Drago del Lago Biwa, venne catturato da Ōmukade e fu liberato solo grazie all'eroe Fujiwara no Hidesato» gli accarezzò delicatamente i capelli «e anche se la storia è andata avanti, e anche se entrambe le vostre famiglie si sono civilizzate per adattarsi a epoche più moderne, certi istinti non si dimenticano. La lotta tra la nostra e la loro famiglia rimarrà sempre accesa.»

«Ma mamma, io e Toki Ōmukade poco fa abbiamo giocato tranquillamente a un, due, tre, stella ed era simpatico!» disse lui, voltandosi.

La madre gli sorrise commossa e gli accarezzò la guancia. «E io di questo sono assolutamente felice, soprattutto perché non hai scorto in lui un nemico... Ed è per questo che spero che tu e il tuo amico Toki possiate rimanere tali a lungo.»

«Ryu, hai fatto? Ti stiamo aspettando!» lo richiamò Nyankichi, che ora si era messo carponi e, oltre alla faccia, si era fatto spuntare persino le due code da nekomata, tanto era preso dal gioco.

Lo stesso padre del cucciolo di gatto demoniaco ammise che forse, quel giorno, sarebbe stato meglio portarsi dietro un trasportino.

Ryu guardò la madre, la quale fece un cenno per esortarlo a tornare dai suoi amici. Il bambino non se lo fece ripetere due volte.

La donna guardò con i suoi profondi occhi verdi quel suo piccolo drago che diventava ogni giorno più forte, ma che manteneva ugualmente un'indole dolce e premurosa. Era felice di essere stata destinata a una famiglia del genere. I Draghi dell'Acqua, noti anche come Watatsumi, erano simbolo di saggezza e di forza, e lei aveva avuto l'onore di generare il loro erede. Ma, per quanto Ryu avesse ereditato tutto dei Kishinryū, rimaneva anche il suo adorato bambino innocente che, finché tale fosse rimasto, non lo avrebbe mai visto come il mostro che gli altri esseri umani comuni avrebbero potuto pensare di lui, se mai lo avessero visto nella sua forma originale.

«Oh, mi scusi!» disse un giovane uomo, urtando improvvisamente la donna e ridestandola dai suoi pensieri. «Spero di non averle fatto male.»

«No, no, si figuri» la signora Kishinryū non fece nemmeno in tempo a vederlo in viso, tanto fu rapida la sequenza degli eventi. Avvertì solo il tocco di quello sconosciuto sulla spalla e, dopo qualche minuto, iniziò a girarle la testa.

Verso sera, quando finalmente la famiglia tornò verso casa, Ryu giaceva profondamente addormentato nel seggiolino. Il suo bell'abito cerimoniale era da buttare via, lo aveva impiastrato in ogni modo possibile; ma, da come sorrideva nel sonno, sembrava estremamente soddisfatto.

«Reina, ti senti bene?» chiese il signor Kishinryū, notando che la donna era particolarmente silenziosa in macchina.

«Sì, sono solo un po' stanca anch'io, non preoccuparti» rispose la moglie, che aveva la fronte appoggiata al finestrino e gli occhi socchiusi.

Arrivati al loro palazzo, Yamato si occupò di portare Ryu in camera sua, mentre i coniugi venivano accolti dai domestici per consegnare i loro soprabiti.

La signora Kishinryū diede un'ultima carezza a suo figlio, ancora addormentato e con la testa adagiata sulla spalla del maggiordomo, prima che quest'ultimo si dirigesse verso le stanze del bambino.

I coniugi si ritirarono quindi nelle proprie stanze, e Reina si disse che una buona dormita avrebbe aggiustato ogni cosa.

Ma per la giovane donna, il sole non sorse mai.

«Reina! Reina!» la voce disperata del signor Kishinryū il mattino dopo, richiamò tutti quanti.

Quella mattina, il marito della donna aveva provato a svegliarla, ma invano. Aveva provato a scuoterla, a chiamarla ma niente. Allora si era accorto che non respirasse. Senza perdere tempo, provò con l'energia spirituale a far battere di nuovo il suo cuore, con la tecnica delle maree a far scorrere di nuovo il sangue nelle sue vene, ma era tutto inutile. Doveva essere successo almeno un paio di ore prima e la donna se ne era andata senza alcuna sofferenza. Non c'era stato alcun segno per cui il capoclan potesse accorgersi che qualcosa non andasse.

Quando Yamato fece irruzione nella stanza, trovò il signor Kishinryū inginocchiato a terra, con il respiro irregolare e le mani affondate nei suoi lunghi capelli, ora diventati bianchi.

Dall'autopsia emerse che Reina purtroppo era morta per una fatalità: un ictus fulminante e per quello neanche il demone più potente avrebbe potuto farci niente. L'unica consolazione è che almeno nemmeno lei si era accorta di niente, non aveva sofferto.

I cieli risposero a quella famiglia dal cuore spezzato con un copioso temporale che si riversava sul palazzo, ora caduto in un profondo lutto. Sembrava che lo stesso Mizuichi, il leggendario drago signore delle tempeste, avesse scatenato quella furia per il profondo dolore che la famiglia Kishinryū stava vivendo, e tutti gli altri clan si presentarono come segno di vicinanza. Solo pochi giorni prima si erano riuniti per festeggiare, e ora si ritrovavano lì per piangere la prematura dipartita di una donna ancora nel fiore dell'età. Inoltre, si trattava di una Sposa, e nessuno sapeva se lo ayakashi ne avrebbe trovata un'altra nel caso in cui una di loro fosse morta. Ma, considerando con quanta intensità essi amavano le loro Spose, probabilmente il signor Kishinryū non ne avrebbe mai più cercata un'altra.

Nyankichi corse ad abbracciare il suo amico non appena lo vide, rannicchiato in un angolo, mentre gli adulti erano tutti inginocchiati composti sui cuscini assegnati di fronte all'altare allestito per dare l'estremo saluto alla salma. L'odore di incenso e di fiori morti impregnava la sala.

Ryu era come una statua di cera e l'amico gatto si limitò a stargli accanto, osservando da lì la celebrazione del rito funebre.

Anche il piccolo drago osservava i presenti senza particolare enfasi, almeno finché i suoi occhi draconici non si posarono su un uomo che emanava un'aura davvero sgradevole, tale che, se fosse stato abbastanza forte, lo avrebbe scacciato via a calci: un Ōmukade.

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