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«Per colpa tua, il nostro Ryu non si vede da dieci giorni! Se lo hanno mandato via per il tuo stupido senso della giustizia, ti facciamo a fette!»
Yoko strinse con forza i denti, mentre una studentessa del terzo anno della sezione C, con capelli e occhi neri, le tirava con violenza la lunga treccia. Lei e un capannello di altre ragazze l'avevano attorniata in bagno e l'avevano costretta a inginocchiarsi davanti alla tazza.
«Non fai altro che girargli attorno come se fossi tu la sua Sposa, ma lo sanno tutti che siete solo amici. Nonostante questo, ti atteggi come tale!»
«Io... io non mi atteggio proprio a nulla. Noi...» Prese un profondo respiro. «Siamo solo amici, e non saremo mai altro.»
«Esatto. Mai!» ringhiò l'altra con tono aspro. «Eppure te la sei goduta nel farti proteggere dal bellissimo Ryu, vero? Ti sarai sentita una principessa salvata dal suo principe!»
Yoko strinse i denti. «Guarda che non sono stata io a chiedere aiuto, lui mi ha solo...»
Una seconda ragazza le diede un forte calcio sulla schiena, spezzandole il respiro e portandola a un passo dalla ceramica del gabinetto.
«Ti piace giocare con l'acqua, stronza?» disse la studentessa di terza C. «Perché non assaggi un po' quella del cesso?» Cercò poi di premere la testa di Yoko fin dentro al gabinetto, ma dato che lei opponeva una strenua resistenza, si unirono anche le altre.
«Uhn! Uhn!»
Improvvisamente due shikigami in miniatura, in versione chibi, apparvero di fronte a loro, proprio sul bordo del sanitario, e agitarono le loro braccine come a voler dire che non si faceva. Entrambi avevano un cornetto al centro della testa: uno aveva i capelli bianchi e l'altro neri, ed entrambi possedevano occhi dorati e un kimono tradizionale azzurro, fuso con lo stile alla marinaretta.
«Che succede qui?» Una timida voce si levò alle loro spalle.
Una delle bulle si voltò e sgranò gli occhi. «La Sposa dell'oni!»
Yuzu si strinse un pugno al petto, ancora imbarazzata e intimorita per quell'appellativo con cui ormai la riconoscevano da quando Touko aveva rivelato a tutti a chi fosse promessa la sua amica.
Un'esclamazione di sorpresa sfuggì dalle labbra di Yuzu quando si rese conto di cosa quelle ragazze stessero facendo alla loro compagna di classe.
«Lasciatela andare!» disse, cercando di trovare coraggio nella voce.
«Davvero?» replicò la mora con aria contrariata. «Questa qui è proprio contro tutto ciò che tu stessa stai vivendo. Odia voi Spose!»
«Io non odio le Spose» cercò di dire Yoko, sforzandosi di non toccare l'acqua con la faccia. «Io semmai ne ho pena. Finiscono in mano a non si sa chi e perdono ogni libertà individuale!»
«Ma sta' zitta, cagna! Se Ryu o chiunque altro ti avesse scelta, a quest'ora staresti navigando nell'oro. Poi vedremmo dove sarebbero finiti tutti i tuoi begli ideali!»
«Proprio dove la stiamo per mandare» disse un'altra ragazza, ridendo crudelmente.
«No, smettetela!» sbottò Yuzu. «Lei è mia amica e, dato che sono la Sposa di Reiya Kiryuin, vi ordino di lasciarla andare!»
Uno sguardo di chiaro timore passò tra le bulle. Essere feriti o addirittura uccisi da un ayakashi per ordine di una Sposa non era affatto qualcosa di insolito. Se le azioni di un essere umano turbavano la serenità della Sposa, il demone non avrebbe esitato a punirlo. Yuzu non poté fare a meno di guardarsi il braccio destro, poiché neanche un mese prima aveva subito tutto questo sulla sua stessa pelle.
Non appena le assalitrici mollarono la presa, Yoko fu costretta a esalare un profondo ed affannoso respiro per riprendere il controllo del proprio corpo. Le avevano premuto con così tanta brutalità il torace contro la ceramica del wc che l'intero sterno le doleva fin dentro le ossa, provocandole una fitta pulsante e dolorosa.
Senza proferire una sola parola, le bulle abbandonarono i bagni a testa bassa. Non appena la porta si richiuse dietro di loro, Yuzu si precipitò al fianco della compagna per sorreggerla.
«G-grazie...» tentò di mormorare Yoko, sforzandosi di regolarizzare il battito cardiaco accelerato. «Se non fossi intervenuta tu, a quest'ora...»
Yuzu prese a massaggiarle delicatamente la schiena per confortarla, sotto lo sguardo dispiaciuto dei piccoli Sou e Ao, i quali osservavano l'amica della loro padrona sventolando le manine in segno di vicinanza.
«Non riesco proprio a capacitarmi di come abbiano potuto accanirsi in questo modo...» sussurrò Yuzu, la voce incrinata dal dispiacere. «Tu non hai alcuna colpa, Yoko.»
La ragazza ferita accennò un sorriso intriso di amaro cinismo. «Sei probabilmente l'unica in tutto l'istituto a pensarla così. A dirti il vero, mi lascia persino spiazzata sentirtelo dire, tenendo conto del titolo che porti adesso.»
Yuzu serrò le palpebre per un breve istante, quasi a voler scacciare un pensiero doloroso. Quando riaprì le iridi verdi, tese le mani verso l'amica per aiutarla a rimettersi in piedi. «Ti va se saliamo sulla terrazza del tetto a respirare un po' d'aria fresca? Te la senti di camminare?»
Yoko piantò lo sguardo color miele in quello sincero della compagna. Dopo un attimo di esitazione, annuì debolmente.
Una volta sul tetto, le due cercarono un angolo lontano dagli occhi e dalle orecchie degli altri studenti. Prima di farlo, avevano preso dal distributore un paio di succhi di frutta e delle mini patatine per le piccole guardie del corpo della Sposa dell'Orco.
Yuzu aveva ragione: con l'aria frizzante dell'inverno alle porte, ma ancora mitigata dal tepore dell'autunno, Yoko poté finalmente tirare un sospiro di sollievo.
«Ehi! Ma sapete che siete davvero adorabili?» commentò quest'ultima, osservando il modo tenero e buffo in cui le due creaturine rosicchiavano le patatine. Da quando la compagna li aveva portati in classe erano diventati le mascotte dell'istituto; non c'era nessuno che non li adorasse, persino gli insegnanti. Eppure, Yoko strinse appena lo sguardo pensando a ciò che Touko le aveva raccontato: quei due piccolini non erano solo i protettori di Yuzu, erano anche gli indicatori di posizione affinché il suo promesso sapesse costantemente dove lei si trovasse. Da una parte era un bene, ovvio, ma dall'altra non poté fare a meno di pensare che la sua amica avesse costantemente gli occhi addosso. Occhi colmi d'amore, certo, ma allo stesso tempo controllanti allo sfinimento... ma forse tutto questo a Yuzu piaceva.
«Come ti stai trovando?» chiese a un certo punto Yoko alla ragazza.
«Cosa?» Yuzu sembrava quasi colta di sorpresa.
«Non vivi ora da quel Reiya Kiryuin? Come ti trovi? Ti piace la tua stanza? Ti fa dormire nel letto con lui?»
Yuzu divenne improvvisamente rossa. «Oh no, no, affatto! Io ho una stanza tutta mia, sembra quasi una casa delle bambole per come me l'hanno arredata. Poi la signora che si occupa dei miei bisogni è adorabile e attenta. Tutti loro...» deglutì «...tutti loro mi fanno sentire accolta.»
Yoko si morse il labbro. «Mi fa piacere che tu ti trova bene, dico davvero. E per il tuo lavoro in caffetteria? Gli sta bene averti per qualche ora lontana?»
Yuzu si strinse nelle spalle e si grattò la guancia. «Lì non ci lavoro più. Non avevo più il permesso, da quando i miei tutori sono diventati i miei nonni e non più i miei genitori.»
«Ah, peccato, ricordavo che ti trovassi bene lì. I tuoi nonni non potevano darti il permesso?»
Yuzu assunse una chiara espressione di disagio, quasi sembrava non volerne parlare, ma proprio mentre Yoko era pronta a cambiare argomento, lei rispose: «Non sono stati i miei genitori a farmi licenziare, né i miei nonni a non volerlo più. Il signor Reiya mi ha confessato che è stato lui, perché ora che gli appartengo, io non ho bisogno di lavorare.»
Yoko sbatté velocemente le palpebre. «Perdonami, solo per capire... ti ha proposto di licenziarti perché tanto saresti stata mantenuta da lui?»
«No, mi sono presentata in caffetteria e ho scoperto di non lavorare più lì. Poi la sera, quando mi è venuto a prendere da Touko, rintracciandomi grazie a Sou e Ao, mi ha detto di aver fatto tutto lui.»
Yoko voleva bene a Yuzu, si conoscevano da tre anni. Sapeva che purtroppo aveva dei genitori miserevoli che anteponevano sua sorella Karin a lei, solo perché Sposa di una Kitsune; sapeva che Yuzu era una ragazza intelligente e, proprio perché poco seguita, era diventata precocemente indipendente. Perciò, come poteva raccontarle una cosa del genere senza mostrare il benché minimo astio?
Senza lasciarsi andare a parole che di fronte ai piccoli shikigami non era consono dire, provò a chiederle con più fermezza: «Yuzu, ma a te sta bene tutto questo?»
Yuzu abbassò lo sguardo e si strinse di nuovo nelle spalle. «Io in realtà ancora non lo so. Sono molto grata al signor Reiya per tutte le sue premure, sta cercando di trasmettermi quell'affetto che mi era sempre mancato. Sì, lo ammetto, mi ha fatto strano e mi ha inquietato che abbia scelto al posto mio, anche perché io di questa questione della Sposa ancora capisco poco. Mi sembra incredibile che una persona possa amare così incondizionatamente un'altra di punto in bianco e non cambiare mai idea per l'eternità.» Lo sguardo le si addolcì. «Ma poi si è anche presentato una sera con diciotto regali e un biglietto scritto a mano. Un regalo per ogni mio compleanno. Tutti i compleanni che nemmeno i miei stessi genitori avevano mai preso in considerazione, e questo mi ha fatto stare... bene.»
In quel momento il vento passò tra le due ragazze, ora entrambe pensierose, mentre il vociare degli altri studenti si disperdeva nell'aria e i due shikigami spargevano briciole sul pavimento.
A un certo punto Yoko passò un braccio attorno alle spalle dell'amica.
«Ho difficoltà, per come sono fatta, ad accettare quello che mi dici senza dire nulla al riguardo. Ma tu, Yuzu, hai sofferto molto senza che io, Touko o le altre potessimo fare molto per la tua condizione. Forse, per alcune, questa situazione è davvero una benedizione. Forse, a modo loro, gli ayakashi cercano davvero di far sentire delle regine le loro Spose, dato che questo imprinting non dipende nemmeno da loro stessi: avviene e basta.»
Yuzu annuì, ancora con aria pensierosa. «Lo credo anche io, e vorrei davvero ricambiare a comando come avviene per loro. Ma sono felice che il signor Reiya, nonostante la mia titubanza, continui a sorridermi ed essere il più premuroso possibile.» Sorrise lievemente. «Ha capito, per esempio, che io ci tengo alla mia indipendenza, ad avere la sicurezza di avere soldi miei senza dover rendere conto a nessuno, quindi mi ha assunta nella sua azienda.»
Yoko sgranò gli occhi, ma poi sorrise, divertita. «Ah bene, un punto per lui! Non oso nemmeno immaginare gli zero sul tuo stipendio. E che cosa ti fa fare?»
«Segreteria, sono nella sua stessa stanza.»
Yoko stiracchiò ancora di più il sorriso, cercando di mantenerlo. «Beh, comunque l'importante è che sul posto di lavoro si comporti in modo professionale.»
Yuzu annuì, confermando le sue parole.
Yoko si toccò lo sterno e se lo massaggiò un po'.
«Ti fa ancora male?» chiese Yuzu con una nota preoccupata, sporgendosi in avanti.
«Forse mi verrà un livido, ma è sempre meglio che bere l'acqua del gabinetto, no?» cercò di sdrammatizzare l'altra, sforzandosi di sorridere.
Yuzu sorrise di rimando, seppur malinconicamente. «E per fortuna l'altro giorno non ti sei fatta male seriamente.»
«Sì, Ryu è arrivato in tempo» annuì Yoko.
«Mi spiace molto che siate stati puniti, cercavate solo di fare la cosa giusta... anche perché voi due non...»
«No» rispose Yoko, con un gesto deciso e rapido del capo. «Ha solo agito perché è una persona che sa vivere nella società e sa cosa è bene e cosa è male. Non c'entra niente l'amore incondizionato.»
Il trillo della campanella annunciò la fine della ricreazione e nell'aria aleggiò un sospiro all'unisono che, in quel momento, unì come eguali sia umani che ayakashi.
Yoko si alzò in piedi e le porse la mano, con un sorriso gentile. «Forza, rientriamo, o il tuo fidanzato potrebbe non apprezzare la conta dei minuti passati insieme, da sole. Ho persino osato abbracciarti!»
«Ahahah, ma no! Il signor Reiya non mi sembra il tipo. È in cerca delle mie attenzioni, ma mi permette di stare con i miei amici.» rispose l'amica, accettando l'aiuto per rimettersi in piedi.
«Te lo... permette?»
Yuzu annuì, per poi diventare leggermente rossa. «Sì, posso fare tutto quello che voglio, a patto che...»
«A patto che?»
Yuzu iniziò a fumare dalla testa per il totale imbarazzo. «A patto che io lo baci... sulla guancia, beninteso!»
Anche se era solo sulla guancia, Yoko non poté fare a meno di stringere il mattoncino di succo di frutta con una tale violenza che questo esplose nella sua mano, spargendosi in migliaia di gocce.
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Quando tornò a casa non disse nulla di ciò che le era capitato: non voleva far impensierire i suoi, così si limitò a salutare e a salire le scale per raggiungere la cameretta. In quel periodo la stanza era tutta per sé; sua sorella, per lavoro, viaggiava molto e così ormai la si vedeva di rado a casa.
Poté così sdraiarsi, con la certezza che nessuno sarebbe venuto a disturbarla, mentre il suo corpo si riprendeva. Fuori era già buio e il vento soffiava ululando tra le fronde, quasi fosse carico di un presagio.
Abbassò le palpebre e ripensò a quanto successo quello stesso giorno: due delle sue più care amiche erano Spose. Touko stava con quel demone gatto e tra loro sembrava esserci una bella intesa, anche se il lato geloso di lui sovente emergeva e non la lasciava mai veramente libera. Ora era toccato anche a Yuzu, che vedeva in quell'oni un salvatore a cui essere grata. In verità, entrambe sembravano stare bene, non erano schiavizzate o peggio. Non erano delle "incubatrici", ma donne che quei demoni osannavano come fossero le loro dee. E se fosse lei quella in torto? E se vedesse solo il marcio in tutta quella situazione?
Ripensò anche alle parole di quella bulla: se Ryu avesse avuto con lei l'imprinting fin da subito, otto anni dopo, cresciuta tra agi e vizi, lei avrebbe ancora creduto a quei suoi ideali che la stavano solo facendo finire nei guai?
Si portò le mani sul viso, cercando di trattenere un singhiozzo. Non voleva piangere, perché avrebbe significato commiserarsi. Lei e Ryu, tra l'altro, stavano davvero insieme, erano davvero fidanzati... ma questo non andava bene: doveva rimanere un segreto, perché era considerato sbagliato per il resto del mondo.
Le lancette girarono per un po' prima che Yoko trovasse la forza di rialzarsi dal letto. Ma non lo fece con tristezza o stanchezza, piuttosto con una certa determinazione: possibile che fosse davvero l'unica pazza a pensare che tutto quello fosse sbagliato? Era consapevole che il suo pensiero, per la società, era alla stregua di coloro che commentavano "ma è solo un animale" sotto il post di un cagnolino maltrattato; ma se tristemente abbondavano persone con un pensiero così becero, perché allora non potevano esisterne altre che condividevano il suo? Non seguiva molto i social, se non per informarsi sulle cose più basiche, e non aveva mai cercato attivamente community a cui aggregarsi. Così prese il cellulare e iniziò a navigare, cercando appositamente quei folli come lei.
A dire il vero, scovare quel genere di contenuti sul web non si rivelò affatto un'impresa complessa; la vera sfida risiedeva nel filtrare le informazioni per trovare le persone giuste. La rete era satura di estremisti che scrivevano slogan del tipo "ci rubano le donne, sterminiamoli", di individui che si perdevano nelle teorie del complotto più bizzarre e persino di fanatici che proponevano di piazzare ordigni sotto i palazzi dei clan per "mandare un messaggio", azzardando simili dichiarazioni in pubblica piazza senza curarsi minimamente delle pesanti ripercussioni legali.
Grazie alla sua vicinanza a Ryu, Yoko aveva compreso fin troppo bene che l'assoluta devozione dei demoni non rispondeva a un atto di libera volontà. Si trattava di un istinto ancestrale che risvegliava in loro un impulso viscerale e feroce volto a tutelare la propria compagna; una foga che, purtroppo, sfociava inevitabilmente nel segregare quelle ragazze come fragili bambole di porcellana, destinate a rimanere prigioniere in una teca di vetro sotto scorta perenne. Uno degli aspetti che Yoko amava di più in Ryu era proprio la sua straordinaria somiglianza con lei: adoravano trascorrere il tempo insieme, ma sapevano anche custodire e rispettare i rispettivi spazi vitali. Ryu non si sognava minimamente di intimarle frasi del tipo: "da questo momento in poi penso a tutto io, tu limitati a startene al sicuro a casa". Al contrario, era sempre il primo a spronarla a superare i propri limiti, offrendole il suo supporto senza mai arrogarsi il diritto di sostituirsi a lei. Per questa ragione, Yoko si rifiutava di credere che persino quel ragazzo così splendido avrebbe potuto tramutarsi in un compagno asfissiante e morboso qualora fosse scattato il fatidico Imprinting.
Proprio perché si trovava nella posizione unica di testimone diretta di differenti realtà e punti di vista, la ragazza non aveva alcuna intenzione di affiliarsi a fazioni estremiste capaci di vedere soltanto il bianco o il nero. Yoko cercava qualcuno che intendesse analizzare quel dramma sociale con la massima serietà ed oggettività, agendo nell'autentico interesse di entrambe le parti in causa.
Purtroppo, però, quella meticolosa ricerca non diede i frutti sperati. Sul web non esisteva traccia di canali o gruppi ufficiali che affrontassero l'argomento con la dovuta maturità; le rare persone che probabilmente condividevano i suoi stessi dubbi preferivano nascondersi nell'ombra, custodendo quel segreto eretico per il timore assoluto di inimicarsi i potenti clan dei demoni.
Dopotutto, Yoko non aveva affatto dimenticato la spietata disinvoltura con cui quel Tengu del secondo anno si era sbarazzato del fidanzato umano di Kikio, scagliandolo con violenza inaudita contro la parete del corridoio. E, soprattutto, custodiva ancora vivida nella mente l'espressione di totale impotenza stampata sul volto della stessa ragazzina, la quale, invece di ricevere protezione e conforto dai propri genitori, aveva dovuto assistere allo squallido spettacolo di questi ultimi che si prostrarono per baciare devotamente le mani del demone.
Yoko si affondò le dita tra i capelli, grattandoli con foga. Quell'assurdo groviglio di pensieri la stava conducendo dritta alla follia. Forse la via d'uscita più indolore era semplicemente arrendersi. Diventare un'ignava. Lasciare che il mondo seguisse il proprio corso, accettare passivamente quella realtà grottesca proprio come facevano tutti gli altri e limitarsi a spedire biglietti di congratulazioni alle amiche che avevano barattato la propria indipendenza per la bambagia.
E per quanto concerneva Ryu... beh, se il destino gli avesse risparmiato l'incontro con la Sposa destinata, i saggi del clan avrebbero combinato per lui un matrimonio politico con una dragonessa d'alto rango. In quell'alleanza di puro dovere dinastico, se fossero stati fortunati, i due avrebbero col tempo imparato a rispettarsi e a convivere civilmente. In quello scenario grigio, Yoko avrebbe almeno custodito una preziosa certezza: l'anima del ragazzo che amava non sarebbe mai stata annichilita. In quell'intreccio di eventi l'unica a uscirne sconfitta e con il cuore spezzato sarebbe stata lei; eppure, preferiva mille volte perderlo sapendolo ancora padrone di se stesso e della propria libertà, piuttosto che vederlo mutato nell'agghiacciante paradosso di uno zerbino e padrone assoluto, schiavo della prima sconosciuta incrociata per strada.
Proprio in quell'istante, la voce di sua madre risuonò dal piano di sotto, richiamandola per la cena.
«Sì, arrivo! Un attimo!» rispose Yoko a gran voce. Rimasta sola nella penombra, riprese a camminare in tondo per la stanza, tormentandosi nervosamente l'unghia del mignolo sinistro. Era mai possibile che, dinanzi a quell'assurdo destino, la ritirata e la sottomissione fossero davvero l'unica via d'uscita rimasta?