Sulla Sogliadel Canone

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Capitolo XXV

Copertina di La mia adorata sposa
Copertina con AI

La mia adorata sposa

di @ladyele1991

The Bride's Ogre (fandom generico) · Classificazione: Maturo · In corso

116.789 parole · 26 capitoli · 11 letture · aggiornata il 29 settembre · nessuna recensione ›

Personaggi

Personaggi originali

Yoko e Ryu (protagonisti) Clan Kishinryū Famiglia Otose Midori, Ken e Toshi Ichiryusai Toki Ōmukade

Capitoli

26 capitoli, dal 8 agosto al 29 settembre

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Riassunto

Riassunto

In un Giappone dove umani e ayakashi convivono, divenire Sposa di un demone è la più alta aspirazione e le Spose sono al centro del mondo

Capitolo 25

Capitolo 24

5.228 parole, circa 26 minuti

Copertina del capitolo 25

«Del resto, non potrei aspettarmi di meglio... Dalla mia Sposa.»


Le parole di Toki rimbombarono nella mente di Yoko ancora e ancora, come un attimo sospeso nel tempo. Non poteva aver sentito davvero quelle parole: doveva essere un'allucinazione.


Quando girò la testa, lentamente, quasi sperò che l'ayakashi scoppiasse a ridere da un momento all'altro, dicendole che fosse uno scherzo. Ma quando lo guardò negli occhi, vide solo un'espressione dolce e premurosa. Come quella di chi vede tutto il suo mondo nello sguardo dell'altro.


Le gambe le cedettero e la testa le girò ancora più vorticosamente.


«Presto, qualcuno porti acqua e zucchero!» esclamò Toki, prendendola al volo per sorreggerla e riportarla al divanetto.


Uno dei custodi si attivò subito.


«Respira, Yoko. Fai dei profondi respiri» aggiunse, cercando di aiutarla con i gesti.


Mizumi, sentendo l'urlo, arrivò pochi secondi dopo per chiedere cosa stesse succedendo.


«Non preoccuparti per me» balbettò Yoko, con un filo di voce. «È l'inaugurazione del tuo progetto, io non...»


«Non dire sciocchezze!» sbottò la sorella maggiore, piegandosi su un ginocchio e prendendole la mano. «Sei ancora molto provata, è comprensibilissimo.»


La guardia arrivò con un bicchiere di plastica contenente acqua e zucchero e Yoko lo prese, seppur tremante.


«Bevi adagio, senza fretta» le disse Toki, accigliato.


Yoko fece come consigliato, bevendo a piccoli sorsi. Lo zucchero per fortuna le fece un effetto immediato, facendole percepire immediatamente un po' di sollievo.


«Andiamo da mamma e papà. Ti sei strapazzata troppo per quest'oggi. Ti ringrazio per essere venuta, nonostante tutto.»


Yoko sorrise debolmente. «Non me lo sarei persa per nulla al mondo.» Accarezzò la guancia della sorella. «E sai che la nostra camera è sempre troppo vuota da quando sei andata a studiare fuori.»


«Mizumi, ce la porto io dai vostri genitori, tu hai ancora molto da fare.»


La giovane donna inarcò le sopracciglia. «Oh no, no, non potrei mai chiederti questo. Anche tu hai i tuoi impegni. I giornalisti ti stanno aspettando per la conferenza stampa.»


«Potranno aspettare» sorrise con una punta di divertimento. «E poi ci tengo a presentarmi di persona ai miei suoceri.»


Mizumi non comprese subito che cosa intendesse inizialmente il mukade, poi però il volto le divenne paonazzo e squittì dallo stupore, agitando le braccia e attirando l'attenzione dei presenti lì vicino.


Yoko non camminava normalmente: era come se semplicemente l'autopilota si fosse impostato in lei e avesse iniziato a farle muovere le gambe. Era come se una specie di ronzio invadesse la sua testa e la mente si fosse dissociata.

Accanto a lei, Toki la sorreggeva e la conduceva verso l'area buffet, dove i genitori ancora stazionavano; quando li trovarono, il giovane uomo dai capelli biondi li salutò con espressione affabile.


I genitori guardarono lui, poi guardarono lei, non comprendendo immediatamente sul momento il perché la figlia si fosse presentata con quello sconosciuto. Poi anche loro divennero cerei quando Toki si presentò e annunciò che cosa fosse successo.

Tuttavia, quest'ultimo rimase sorpreso dalla reazione dei genitori, cosa per cui Yoko sentì un moto di sincera gratitudine nei loro confronti.


Normalmente, le famiglie umane, nel sentire una notizia del genere, avrebbero lanciato letteralmente la figlia tra le braccia dello ayakashi designato e avrebbero esultato come se avesse vinto il mondiale la loro squadra del cuore. La reazione dei genitori di Yoko, invece, fu diversa: la madre fece immediatamente un passo avanti e tirò a sé la figlia per proteggerla in un abbraccio materno e protettivo.


«Yoko non diventerà la Sposa di nessuno» aggiunse la donna, con fermezza nella voce.


Anche il padre si avvicinò alla figlia, poggiandole una mano sulla spalla e sostenendo lo sguardo dello ayakashi.


«Ma non capisco...» rispose Toki, corrugando la fronte. «Yoko verrebbe ricoperta d'oro. Vivrebbe in una villa con tutti gli agi. E voi non dovreste più lavorare un solo giorno della vostra vita.»


«Non sono cresciuto negli agi» ribatté il padre di Yoko. «Mi sono fatto da solo, senza che nessuna mia parente divenisse la Sposa di nessuno. Io e mia moglie abbiamo entrambi un ottimo lavoro, per cui non abbiamo bisogno del mantenimento di nessuno.»


«E per l'associazione? Io amo vostra figlia, le starei accanto e...»


«Amore!? Per voi ayakashi questa parola è del tutto sconosciuta» sbottò la signora Otose, le cui guance morbide erano avvampate e gli occhi le si erano ridotti a due fessure. «Abbiamo visto chiaramente in che cosa consista il vostro "amore".»


«Io non capisco...» rispose Toki, totalmente disarmato e confuso.


«Yoko è già stata una Sposa e questo è stato sufficiente per noi... E ora ci scusi, ma vorremmo riportare la nostra bambina a casa, è stanca» concluse la donna, per poi avviarsi con il marito e la figlia verso l'uscita.


Yoko fece solo in tempo a sollevare lo sguardo verso Toki, il quale le rispose con un'espressione corrucciata e dispiaciuta.


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Prima di raccontare tutto questo ai suoi migliori amici, dovettero trascorrere alcuni giorni affinché lei stessa potesse fare mente locale su quanto accaduto.

Ricordava chiaramente le parole di Kiyohime, la notte del primo dell'anno. Quella del resto era una di quelle notti che ancora le facevano venire gli incubi. Lei recava dentro di sé il potere delle Spose, quindi anche per lei, da qualche parte del mondo, c'era un ayakashi che, non appena avesse incrociato il suo sguardo, avrebbe visto l'universo in lei.

Per anni aveva incrociato quello di Ryu, ma anche senza imprinting i loro sguardi si scambiavano qualcosa di indefinito e assolutamente bellissimo... Almeno finché il ragazzo non aveva incrociato quello di Midori... La sua vera Sposa.

Solo non si aspettava che succedesse così presto e in parte sperava che ciò non avvenisse mai... Ma il destino era beffardo e a tratti persino crudele.

Toki sembrava davvero un ragazzo a modo, con maniere cortesi, posato. A differenza degli altri ayakashi che reagivano in maniera più teatrale all'imprinting, lui si era solo appena accigliato e glielo aveva rivelato con discrezione. Però, come già lo pensava per gli altri casi, anche se stessa non poteva accettare la cosa come fosse naturale. Era uno sconosciuto, non sapeva nulla di lui.

Gli Ōmukade, tra l'altro, storicamente erano nemici dei draghi, soprattutto del casato dell'acqua, la cui capostipite fu proprio colei che cercò aiuto nell'eroe Fujiwara no Hidesato. Sembrava davvero una beffa il fatto che lei per anni avesse amato un drago per poi scoprire di essere destinata alla sua nemesi... Non poté fare a meno di chiedersi che faccia avrebbe fatto Ryu non appena lo avesse scoperto.


Certo, essere una Sposa avrebbe potuto darle accesso a fondi illimitati, e questa volta li avrebbe ricevuti da una famiglia che fosse felice di darglieli e non da una che lo stesse facendo solo per salvare la facciata.

Ma, se fosse stato per lei, non ne avrebbe voluti ricevere da nessuno di loro. Purtroppo i genitori, seppur benestanti, certo non potevano indebitarsi per qualcosa che ancora era ai suoi albori; tuttavia, era assolutamente certa che se l'associazione fosse cresciuta, non appena fosse stata in grado di camminare sulle sue gambe, avrebbe reciso ogni aiuto esterno che non fosse su base puramente volontaria.


Yoko ebbe un leggero senso di déjà-vu quando Yuzu, Touko e Nyankichi, con una tazza fumante di tè tra le mani attorno al tavolo basso della sua cameretta, si misero a fissarla con occhi sgranati, non appena appresa la notizia.

Solo i due piccoli shikigami della Sposa dell'orco le presero entrambi la mano e, con i loro versetti indefiniti, si dimostrarono sinceramente commossi. Yoko si sciolse immediatamente alla vista di una tale tenerezza, al punto che dei piccoli luccichii iniziarono ad aleggiare attorno a lei. «Siete voi i miei veri Sposini!»


«Non hai quindi intenzione di accettare il suo corteggiamento?» chiese Touko. «Almeno così verresti all'università con noi.»


Yoko si strinse nelle spalle e abbassò lo sguardo. «Se lo accettassi, anche solo per provarci, significherebbe che ho dimenticato tutto... Ma il fatto è che io... Non ho dimenticato niente.» Si guardò i palmi. «A volte mi sembra ancora di sentire il crac delle mie ossa, un dolore talmente insopportabile che, a un certo punto, la mia mente aveva "staccato" i ricettori. Il senso di vertigine, l'essere investita da un vortice che non ti fa capire più dove sia il sotto e dove sia il sopra... Io...»


Yuzu iniziò subito ad accarezzarle la schiena con dolcezza e a sussurrarle di respirare.


«Non possiamo immaginarlo, ma lo comprendiamo» disse Yuzu. «Perciò nessuno ti può biasimare se da questo ruolo tu ti voglia tenere a distanza.»


Yoko prese un lungo sorso dalla tazza di ceramica grigia, poi la posò di nuovo sul tavolino. «Toukichi, hai ripreso a parlare con Ryu?»


Nyankichi venne preso leggermente alla sprovvista dalla domanda, poi anche lui abbassò lo sguardo e scosse il capo. «Ci volevo provare, ma ormai sembra che esistano solo lui e la moglie. Se ne stanno solo per conto loro; ormai non è più il ragazzo che conoscevo.»


«Sì... Anche io ho saputo che sia profondamente cambiato...» ammise Yoko. «Ha persino rinunciato ai suoi videogiochi pur di accontentarla.»


Anche i tre amici rimasero stupiti della rivelazione. Per loro "videogiochi" e "Ryu" erano praticamente sinonimi. 


Il nekomata nascose lo sguardo sotto la frangia, tenendo per sé il turbinio di pensieri che lo attraversavano.


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Le lezioni all'università erano interessanti ma, per Ryu, erano tutte l'una uguale all'altra, soprattutto per quanto riguardava quelle sulle pratiche finanziarie. Ogni volta un enorme sbadiglio lo attraversava e Midori non mancava di dargli una gomitata per rimetterlo in riga.


Il piano di studi era incentrato affinché quasi tutte le lezioni fossero in comune: così voleva la donna. C'era solo una lezione che non avessero in comune: quella sull'autodifesa della Sposa. Ryu, invece, aveva quella dedicata alla gestione di un impero finanziario, quale premeva sulle spalle di qualunque ayakashi delle casate principali.

Era dunque lì che il drago, con la sua borsa a tracolla marrone, si stava dirigendo, quando improvvisamente, spuntato dall'ombra, un forte braccio lo prese e lo trascinò via.


«Toukichi, che stai facendo!?» sbottò Ryu, esterrefatto da quell'agguato.


Con loro c'era anche Shuto Hebizuka del Clan dei Serpenti, un ayakashi dall'aspetto di un ventenne e dai lineamenti affilati, gli occhi ametista stretti e allungati, la pelle diafana, alto e slanciato e con abiti neri formali dal colletto alto. Egli era un altro loro conoscente di vecchia data, con cui ora condividevano le lezioni.


«Andiamocene in terrazza» sentenziò il nekomata.


«Per fare cosa?» chiese Ryu. «Abbiamo lezione.»


«Ora sei diventato anche un secchione!?» ringhiò il gatto, mostrando i canini affilati.


Confuso, non sapendo cosa rispondere, Ryu venne portato da Nyankichi e da Shuto verso la terrazza che affacciava sul cortile interno.

Il drago si ritrovò così a fronteggiare il gatto e il serpente, che lo fissavano con un certo cipiglio, in particolare Nyankichi, che lo guardava con i suoi occhi ambrati in un misto tra rabbia e preoccupazione.


«È vero che ti ha fatto buttare tutto?» chiese quest'ultimo. In quel momento una folata di vento gli agitò i folti capelli castani tendenti al biondo.


Anche le ciocche blu di Ryu vennero catturate dalle spire del vento. «Di che cosa stai parlando?» chiese, indurendo la mascella.


«Hai buttato la collezione di una vita, il tuo tesoro più grande, per accontentare Midori. È vero?»


«Sono un uomo sposato adesso. Certe distrazioni non si addicono al mio ruolo di erede del clan.»


«Ma che idiozie vai dicendo!?» sbottò Nyankichi. «Quando venivi messo in punizione e non potevi giocare, ti sentivi male!»


Ryu corrugò la fronte. «Non credo che siano affari che ti riguardino. Mi hai fatto perdere la lezione. Io credevo che finalmente volessi parlare con me e riappacificarci.» Abbassò lo sguardo. «Perché volevi tornare a essermi amico.»


«Io non ho mai smesso di esserlo!» 


Le parole sentite del nekomata fecero sobbalzare il cuore di Ryu. Sollevò lo sguardo e trovò quello acceso e lucido del suo amico d'infanzia.


«Ma non sei più lo stesso... Non da quando hai avuto questo maledetto imprinting.»


«Non è vero...» Esitò per un attimo nella voce nel ribattere. «Anche tu ce l'hai avuto e anche tu, Shuto. Entrambi sapete perfettamente che non ci sia nulla di più importante che farle felici. E se rinunciare a qualcosa di mio è stato necessario per renderla tale, va bene così. Voi fareste lo stesso.»


«No, non farei lo stesso» rispose il nekomata. «Io ho tante cose a cui tengo, anche se Touko è al primo posto, ma neanche per lei vi rinuncerei.»


«Solo perché non te lo ha ancora chiesto» rispose Ryu, senza esitazione. «E poi mi ama, questo è l'importante. Non tutti possono dire lo stesso.» Nell'aggiungere quelle parole, proiettò lo sguardo verso Shuto, il quale abbassò il proprio.


La sua fidanzata, Azusa, era tra quelle che erano state costrette a rispondere al corteggiamento dell'hebi perché spinta dai suoi genitori, anche se nel frattempo era profondamente innamorata di un essere umano. Per accontentare la famiglia si era sacrificata, ma il suo rancore si era proiettato sullo ayakashi, nonostante i tentativi di quest'ultimo di renderla felice e appagata.


«Io credo solo che ti stia sfruttando. Non è amore questo. Ti ha fatto litigare con me, ti ha fatto buttare via i tuoi amati videogiochi... Ti ha fatto persino attaccare Yoko! Non posso più restare a guardare, tu hai bisogno di aiuto!» disse Nyankichi, che ora aveva la voce incrinata.


«Non ho bisogno di alcun aiuto!» ribatté Ryu, alzando la voce. Si guardò i palmi delle mani, da cui vennero emanati degli sbuffi di aura demoniaca. «Mi ha reso persino più forte.»


«Io ho i miei dubbi. Forse il tuo potere spirituale lo è, ma la tua mente? Io ricordo un ragazzo che si batteva con tutto se stesso quando era nel comitato scolastico. Hai raccolto fondi per la scuola, allontanato i bulli peggiori. E hai persino affrontato il sommo Reiya!»


«Che cosa!?» esclamò Shuto, che non sapeva ancora della faccenda.


«Ora invece hai sempre il capo chino, le spalle curve e segui quella donna come un cane.» Fece un passo avanti e gli porse la mano. «La tua famiglia finanzia un'associazione che tratta proprio di questo, fatti aiutare.»


Nonostante la mano porta del nekomata, che lo guardava con aria speranzosa, il watatsumi non reagì, rimase chiuso in se stesso. «Non ho bisogno di alcun aiuto. Io sto benissimo come sto.» Un'ennesima folata di vento diede un peso particolare alle parole conclusive di quella riunione improvvisa.


Si voltò e fece per andarsene, ma l'urlo di Nyankichi, che lo richiamava con forza, lo fece voltare. Vide il ragazzo corrergli incontro a denti stretti e il volto contratto e aggrottato. Ryu si preparò a rispondere all'attacco... Ma esso non giunse mai. Nyankichi gli era corso incontro per abbracciarlo.


«Noi siamo amici, Ryu. Da una vita intera» disse poi, con un paio di lacrime che gli rigarono le guance. «Ti prego, torna in te. Cerca di capire che fare felice la tua Sposa non significa annullare te stesso. L'amore non è così che funziona.»


Anche Shuto si avvicinò, con la fronte corrugata. «Ascoltalo, ti prego! Non ti vogliamo attaccare, non ti vogliamo allontanare dalla tua Sposa.» Si posò una mano sul petto. «E proprio perché ogni giorno vivo la severità di Azusa, credo di sapere perfettamente cosa provi. Anche io non potrei mai smettere di amarla, anche se mi umilia persino in pubblico. Ma se non posso salvare me, mi piacerebbe almeno farlo per un amico.»


Ryu rimase come immobile. Sentiva il calore di quell'abbraccio e quello delle parole dell'altro ragazzo. Sentiva che la loro fosse sincera preoccupazione e forse, se fosse stato qualcun altro, anche lui avrebbe concordato. Ma semplicemente... Non poteva. Ribellarsi a Midori gli faceva male al cuore anche al solo pensiero. Vederla piangere, vederla insoddisfatta... Lo stava già odiando perché non riusciva a darle un figlio. Pretendeva e spadroneggiava, ma gli diceva anche che l'amava e a quello lui si aggrappava. Gli bastava questo.

Nyankichi lo guardava speranzoso, che quel gesto potesse scuoterlo. Da quando aveva trovato Touko, gli abbracci erano riservati solo a lei, quindi che lui ne avesse donato uno al suo amico d'infanzia doveva proprio dimostrare quanto fosse profonda la sua tristezza... Ma quello che gli chiedeva era semplicemente impossibile.


«Non andrò a chiedere aiuto a nessuno, men che meno all'associazione di Yoko. Davvero, non ho biso...» Improvvisamente una fitta gli attraversò la testa. Pronunciare il nome della sua ex gli stava causando qualcosa di indecifrabile.


«Che cos'hai?» chiese il nekomata, discostandosi.


Ryu stava sudando freddo.


«Che cos'hai?» ripeté Nyankichi.


«E mollami!» Ryu gli schiaffò una mano per allontanarlo. Gli occhi gli erano diventati due braci. «Non ho niente che non va. Io... Io sono solo troppo lontano dalla mia Sposa. Ho bisogno di lei... Vado... Vado a cercarla. E anche voi, se siete dei degni Sposi, dovreste stare più appresso alle vostre fidanzate.»


Detto questo, girò i tacchi e si allontanò a lunghi passi. Sì, aveva bisogno della sua Midori. Midori gli avrebbe dato tutto ciò di cui aveva bisogno.Dopo questo episodio, i rapporti tra i due ayakashi divennero ancora più freddi. Nyankichi voleva fare qualcosa, e anche la sua fidanzata e Yuzu, ma non avevano proprio idea di come risolverla. Non si poteva risolvere, neanche dandogli una botta in testa o provando ad ipnotizzarlo... E probabilmente, se Shuto avesse utilizzato la sua abilità di possessione, sarebbe stato cacciato dalla volontà del drago.


«Forse se gli dicessimo che Yoko ha trovato il suo Sposo?» provò ad azzardare Touko durante la pausa pranzo.


«E a che pro?» rispose Nyankichi con espressione scettica e annoiata. «Anzi, più stanno lontani e meglio è... Poi l'hai sentita... Proprio a causa di Ryu è difficile che possa accettare il corteggiamento di quel centopiedi.»


«Ti prego, non ricordarmi che in realtà quell'uomo sia un insetto!» ribatté la fidanzata, diventando viola dal disgusto.


«Meglio un dolce gattino, vero?» rispose abbracciandola e strofinandole la guancia contro la sua per farle le fusa.


«Un gattaccio in amore, altroché!»


Yuzu osservò la scena e sorrise dolcemente mentre beveva il suo succo. Dovette ammettere che la cosa bella dell'essere Sposi fosse il continuo sostegno reciproco. Così come Touko riusciva a far risalire il morale al suo nekomata, lei ci riusciva con il suo oni, che altrimenti sarebbe stato sempre serio e taciturno.


«Ciao Yuzu, ciao Touko!»


«Ah! Ciao Kounosuke!»


Alla Kakuriyo Gakuen Yuzu aveva ritrovato un suo amico d'infanzia delle elementari, suo e di Touko: un ragazzo biondo, dal taglio di capelli corto e ordinato, e con gli occhi azzurri. Aveva l'aspetto del tipico bravo ragazzo, dall'abbigliamento semplice, ed era un essere umano appartenente a una facoltosa famiglia di esorcisti, gli Tsumori. 


«Meno male che non si è fermato... Gli esorcisti non mi vanno troppissimo a genio» confessò Nyankichi.


Shuto concordò con lui e le ragazze non potevano biasimarli. Anche se in tempi moderni demoni ed esorcisti non si davano più la caccia reciproca, la natura ostile rimaneva tale.


«Ma dai, è un così bravo ragazzo! E Yuzu aveva persino la cottarella per lui!» esclamò Touko, dando una gomitatina complice all'amica.


Yuzu divenne rossa e ribatté con forza che fosse tutto passato. Ma confermò anche che davvero fosse un bravo ragazzo e che non ci fosse nulla da temere.


Tuttavia, le due umane si sbagliavano e presto avrebbero scoperto di quanto...


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«Yoko... C'è posta per te!»


La voce di Sara, una delle colleghe della ragazza, anch'essa sulla ventina con lunghi capelli neri e gli occhiali, fece capolino da dietro la porta. 


«Mhm? Che cosa?» chiese, sollevando la testa dallo schermo del portatile.


«Il solito... Fiori.»


La testa di Yoko le ricadde in avanti, pesantemente. «Ancora?»


Sara ridacchiò, per poi entrare con un corposo mazzo di rose, che portò direttamente all'area allestita per ricevere i doni di Toki, e lo sostituì all'altro ormai rinsecchito.


«Certo che potresti almeno dargli una possibilità, prendere almeno un caffè con lui» disse la donna, portando le mani ai fianchi. 


«Ho... Ho altri impegni. L'associazione richiede tutta la mia attenzione e non voglio distrazioni» rispose Yoko.


Non tutti sapevano del dolore che si portava dentro e della paura di ricominciare da capo. Anche se Toki la corteggiava perché era più forte di lui, lei non poteva lasciarsi andare. L'impegnarsi in questa attività, del resto, la distraeva e l'ultima cosa che voleva era proprio lasciarsi andare ai pensieri.


Una cosa che sapeva bene, però, stando appresso a queste cose, è che un ayakashi che trova la sua Sposa non si arrende facilmente e, anche se per qualche giorno non si fa sentire, non significa che abbia rinunciato.

Per almeno quattro giorni i regali giornalieri erano cessati e Yoko stava per iniziare a non temere più che la sua collega le aprisse da un momento all'altro la porta con un mazzo di fiori tra le mani o dei cioccolatini.

Ma verso la fine della giornata di venerdì, qualcuno di nuovo bussò alla sua porta.


«Sara, entra pure» disse con un sospiro. In quel momento Yoko stava spegnendo il computer. Non era ancora terminato l'orario lavorativo, ma lei doveva staccare prima per andare dalla psicologa per l'ennesima seduta.


«Buonasera, Yoko.»


Una voce maschile, composta e dall'ottima dizione, giunse alle orecchie di lei. Sollevò il capo e vide sulla soglia proprio Toki Ōmukade, che le rivolgeva un sorriso gentile.


«B-buonasera, Toki» rispose lei, un po' esitante, anche se per educazione si alzò lo stesso per porgergli un cortese inchino.


Il giovane uomo portava anche stavolta un dolcevita nero, ma questa volta con pantaloni di tela marrone chiaro, della stessa tonalità della sua elegante giacca a vento. Che avesse stile non si poteva negare, questo Yoko dovette ammetterlo a se stessa. Cosa che la incuriosì, aveva anche un ombrello nero. Gettò uno sguardo fuori dalla finestra e il cielo era terso, c'era solo qualche nuvola.


«Spero che la mia improvvisata non ti dia fastidio» disse Toki, «ma sono stato fuori per lavoro e ho pensato che sarebbe stato meglio farmi vedere dal vivo questa volta.»


«N-nessun fastidio... Ma posso chiederti il perché di questa visita?» Gettò uno sguardo "all'area regali di Toki" e assunse un'espressione corrucciata. «Ti ringrazio per i regali, ma come ti ho già detto... Non sono interessata.»


«Sì, lo so bene» le rispose, con un leggero tono malinconico, «e credimi, anche io mi sto ancora capacitando di quanto è successo. Fino a poco fa avevo solo i miei progetti in testa e ora non mi sento appagato se ogni tanto non penso a te.» Si umettò le labbra e poi la guardò negli occhi. «È anche per questo che sono venuto di persona. Per dirti che non ti devi sentire in obbligo. Sei una ragazza che si impegna e lo apprezzo molto. Speravo almeno in una bella amicizia, lascia perdere questa questione delle Spose.»


Yoko era sorpresa. Toki era forse il primo ayakashi che non trattasse la questione quasi come un'ossessione? Davvero gli stava bene che la sua "amata" non contraccambiasse i suoi sentimenti?


«Vedo che stai chiudendo» proseguì lui, per spaccare un po' il ghiaccio. «Vai a fare commissioni?»


«N-no, ho un appuntamento» rispose lei, mentre chiudeva lo sportello del portatile e si avvicinava all'appendiabiti per recuperare la sua giacca di lana bianca.


«Te lo sei portato l'ombrello?»


Yoko corrugò la fronte. «Ma è bel tempo...»


Toki si lasciò andare a una breve risata. «No, mia cara, tra poco ci sarà un acquazzone.»


Yoko era più confusa che mai, quindi il giovane uomo rispose picchiettandosi il capo con fare divertito. «Ho gli igrorecettori... E questa mia caratteristica innata fa sì che io non mi trovi mai sprovvisto di ombrello.»


La ragazza non aveva idea di cosa stesse parlando, ma si disse che li avrebbe voluti anche lei. Non poche volte si era trovata alla mercé degli elementi.


Toki si sistemò meglio gli occhiali sul naso. «Posso accompagnarti? Ho la mia macchina qua fuori, se è molto lontano almeno non rischierai di bagnarti.»


«Grazie... Ma è qui vicino, ci vado a piedi.»


«Allora ci facciamo una passeggiata.»


Yoko abbassò lo sguardo e si strinse nelle spalle, non sapendo cosa rispondere.


«Vuoi che me ne vada?» chiese allora Toki, aggrottando leggermente la fronte. Dal tono sembrava dispiaciuto, ma Yoko vi lesse comunque comprensione. «Se sono troppo insistente, basta che tu me lo dica. So che ci conosciamo da poco, ma non devi sentirti in imbarazzo a dire quello che pensi, se ti sto infastidendo.»


«No, non mi infastidisci...» rispose lei, con una leggera nota di urgenza. «È che sono io... Tu magari vorresti conoscermi meglio, anche per amicizia, ma vedi, io...»


«Possiamo anche non parlare. Non mi devi dire niente.» Toki chinò leggermente la testa di lato e ampliò il sorriso. «Sfruttami solo come il tuo amico porta ombrelli.»


Yoko si strinse la borsetta tra le mani. Forse, se glielo avesse chiesto, il mukade se ne sarebbe davvero andato. Però c'era una cosa che la tratteneva dal farlo: Toki non sapeva di quello che lei avesse passato, quindi, a differenza di amici e familiari, non la guardava con lo sguardo della pietà. Era un tipo intelligente, quindi sicuramente aveva intuito che ci fosse qualcosa che non andasse in lei, e le parole che sua madre gli aveva rivolto potevano dare molto da pensare. Eppure si dimostrava gentile e paziente.


«Davvero sei convinto che pioverà?»


«Le mie antenne sono infallibili» annuì lui.


Yoko si morse il labbro. «Allora... Accompagnami, per favore...»


Neanche a farlo apposta, dopo solo un paio di minuti che erano in strada, i tuoni iniziarono a farsi sentire.


«Accidenti, avevi ragione!» esclamò lei a bocca spalancata.


Toki si lasciò andare a una risata divertita. «Noi centopiedi facciamo cilecca con la vista, ma se devi fare una gita e devi sapere con esattezza che tempo farà quel giorno, è a noi che devi rivolgerti.»


«Me... Me lo ricorderò» rispose lei, accennando anche lei a un sorriso divertito.


Il ragazzo aprì l'ombrello, appena in tempo prima che le prime gocce iniziassero a cadere sulla loro testa. Era più alto di lei di una quindicina di centimetri, quindi Yoko era ben riparata.

Non seppe perché, ma le venne spontaneo pensare a Ryu. Con una pioggia del genere, il drago si sarebbe tolto di corsa i vestiti e sarebbe parzialmente mutato per sentire l'acqua che scivolava lungo le sue scaglie argentate... Si chiese se gli fosse ancora concesso farlo, sapendo che Midori provasse ribrezzo per quella sua forma mutante.


«Posso chiederti dove stiamo andando?» chiese Toki, ridestandola dai suoi pensieri.


«Dalla... Mia psicologa.»


Toki contrasse appena le sopracciglia, ma non disse nulla al riguardo. Continuarono a camminare in silenzio e, nel frattempo, Yoko ogni tanto non poté fare a meno di alzare lo sguardo per studiarne il profilo.

Anche lui, come la quasi totalità degli ayakashi, aveva dei tratti androgini e dall'età indefinita. Dovevano apparire bellissimi per ingannare gli umani. Tuttavia, la bellezza cadeva in secondo piano quando poi si conosceva il carattere, proprio come gli umani, alla fine.

Di nuovo si ritrovò a fare il confronto con Ryu, non riuscendo a farne a meno. Toki aveva una raffanezza naturale: proprio non poteva immaginarselo a urlare e a sbraitare contro uno schermo come il suo ex. Probabilmente non aveva mai preso in mano nemmeno un joystick e la sua camera non era di certo tappezzata di poster di band o film, ma colma di opere d'arte e magari di una libreria infinita.


Scosse il capo. Doveva smettere di pensare al drago. Doveva smettere di dare adito a quella voce ostinata che le faceva provare nostalgia dei tempi passati. Era inutile aggrapparsi a quei bei ricordi, perché ormai ognuno di essi era stato spazzato via dalla tecnica d'acqua che Ryu aveva scagliato contro di lei senza pietà.


«È qui?» chiese Toki, fermandosi davanti a un portone d'ingresso ove su una targa di metallo di bronzo era riportato il nome della professionista.


Yoko annuì. «Grazie per avermi accompagnato.» Gli porse un cortese inchino.


«Tieni... Non credo smetterà tanto presto.» Il biondo le porse l'ombrello.


«Ma così ti bagnerai tu, ti rovinerai questo bel cappotto!»


Toki rise. «Se è per questo, potrebbe capitare anche al tuo, che è persino di lana!» Sorrise fino a mostrare i denti. «E poi, pensi che sia l'unico che ho?»


Senza chiederglielo, Yoko non ebbe difficoltà a immaginare che il mukade avesse un'intera stanza adibita a guardaroba.


La ragazza comunque sembrava titubante. 


«Insisto... Per favore» disse Toki, continuando a tenderle l'ombrello. I suoi occhi verdi sembravano avere una luce particolare che a Yoko fece sentire caldo alle orecchie.


«Va bene... Grazie» rispose infine la ragazza, afferrando il manico dell'oggetto.


«E voglio darti anche un'altra cosa. Non c'era stata ancora occasione.» Dalla tasca Toki estrasse il suo biglietto da visita. «Qui c'è la mia mail e il mio numero privato. Contattami quando vuoi... Così non rimarrai mai sprovvista dell'ombrello!»


Con mano leggermente esitante, Yoko prese il cartoncino bianco. Si soffermò qualche secondo sui caratteri stampati, per poi metterselo in tasca.


«Non voglio disturbarti per queste frivolezze» disse lei.


Toki sorrise dolcemente e senza esitazione disse: «Sta' tranquilla... Io per te ci sarò sempre.»


Sentire quelle parole, che sembravano essere state pronunciate con una tale sincerità, la scosse nel profondo, causandole un turbinio di pensieri. Apprezzava la premura, ma di nuovo una parte di sé si era messa a urlare con disperazione che quelle parole lei le voleva sentire da Ryu e non da questo sconosciuto. Ma Ryu non ci sarebbe stato per lei, non più. E se c'era qualcuno nel suo destino, il fato voleva che fosse questo Toki Ōmukade che aveva incrociato, solamente perché l'altro giorno si sentiva in vena di presenziare all'inaugurazione della sorella.

Tremò leggermente sulle gambe e strinse gli occhi. Toki se ne accorse e le posò una mano sulla spalla, accigliandosi. «Ti senti bene? Vuoi che ti accompagni su? Vuoi che rimanga?»


Yoko strinse i denti e scosse il capo con forza. «No... Voglio solo... Va' via, per favore... Faccio tardi all'appuntamento!» Non voleva essere sgarbata, ma in quel momento il cuore le stava battendo a mille e non voleva essere toccata da nessuno.


Il mukade fece allora un passo indietro, finendo sotto la pioggia, si strinse nelle spalle e annuì. «Va bene. Allora ci sentiamo, come ti ho detto scrivimi quando vuoi. Ti auguro una buona serata.» Le porse un inchino composto e poi si voltò per tornare sui suoi passi.


Yoko si attaccò alla maniglia del portone, cercando di riprendere fiato. Perché le stava capitando tutto questo?

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