Sulla Sogliadel Canone

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Capitolo XXVI

Copertina di La mia adorata sposa
Copertina con AI

La mia adorata sposa

di @ladyele1991

The Bride's Ogre (fandom generico) · Classificazione: Maturo · In corso

116.789 parole · 26 capitoli · 11 letture · aggiornata il 29 settembre · nessuna recensione ›

Personaggi

Personaggi originali

Yoko e Ryu (protagonisti) Clan Kishinryū Famiglia Otose Midori, Ken e Toshi Ichiryusai Toki Ōmukade

Capitoli

26 capitoli, dal 8 agosto al 29 settembre

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Riassunto

Riassunto

In un Giappone dove umani e ayakashi convivono, divenire Sposa di un demone è la più alta aspirazione e le Spose sono al centro del mondo

Capitolo 26

Capitolo 25

7.458 parole, circa 37 minuti

Copertina del capitolo 26

«Si chiamano Milk e Maro, non so quale sia la loro storia, ma Toukichi dice che non sembrano gatti come tutti gli altri.»

Yoko era andata a trovare Yuzu alla residenza dei Kiryuin per un tè e aveva trovato una novità: la sua amica aveva adottato un paio di gatti.


Milk era una gatta dal pelo bianco candido, proprio come il latte, mentre Maro era un gatto dal pelo marrone e beige; il suo nome faceva riferimento alle tipiche macchie scure sopra gli occhi, che ricordavano le sopracciglia dipinte dei nobili del periodo Heian.

Avevano il pelo soffice e dall'aria placida. Non appena avevano capito che Yoko fosse un'amica della loro padrona, non avevano avuto problemi a farsi accarezzare anche da lei. Quest'ultima, però, non mancò di sottolineare a Sou e Ao che non dovessero temere, perché rimanevano i suoi preferiti.


«Almeno hai una compagnia che non ti fa la riverenza ogni volta che t'incroci. Anzi, non mi stupirei se ora a fare i padroni fossero proprio loro due!» scherzò Yoko, mentre si portava dietro la spalla la solita treccia spessa.


Yuzu ridacchiò nervosamente, ammettendo che effettivamente non avesse tutti i torti.


«E tu invece che mi racconti?» chiese poi la Sposa dell'orco. «Come procede il lavoro?»


«Siamo in piena attività. Non abbiamo ancora tantissimi iscritti, del resto le Spose del Destino non si trovano in ogni angolo; di conseguenza, non ci sono orde di persone a cui sia stata sottratta la compagna. Ma per ora il numero è in continua crescita.» Evitò di dirle che persino i genitori si fossero ripresentati per cercare di nuovo di riavvicinarsi a lei. In quell'occasione fu fortuito l'arrivo del signor Yamato, che l'aveva aiutata a scacciarli. Non voleva darle preoccupazioni.


Poi però si interruppe di colpo.


«Che succede?» chiese Yuzu, accigliandosi all'istante.


«È che ho raccontato anche alla mia psicologa di quanto successo con Toki e... Ho l'impressione che non mi sembri contraria. Cioè, ovviamente mi ha detto che io abbia bisogno dei miei tempi e dei miei spazi. Non si può semplicemente fare "chiodo scaccia chiodo", ma se Toki è il mio destino, lui potrebbe avere la "medicina" al mio malessere.»


Yuzu si strinse nelle spalle, mentre sul grembo teneva Milk che accarezzava con affetto, e la gatta in risposta aveva iniziato a farle le fusa. «Non credo che i tuoi ti permetteranno di frequentarlo, non subito almeno... Ma... Insomma... Se di tutto questo io ho capito qualcosa» sorrise in modo enigmatico, ma in maniera positiva, «è che quando tutto sembra diventare buio, quando le speranze sembrano tutte appassite, sai di avere una luce. La sicurezza di potersi rifugiare tra le braccia di qualcuno che non ti giudicherà e ti sosterrà a prescindere.»


«E dici che Toki mi sosterrebbe? Se io gli dicessi perché non ce la faccio ad accettare la sua corte e perché persino i miei familiari lo hanno respinto, lui mi starebbe comunque accanto?»


«Neanche Reiya aveva assolutamente alcun motivo di starmi accanto. Lui è un uomo facoltoso, era promesso a una donna bellissima e piena di grazia, io una semplice liceale con una bassa autostima e con una famiglia complicata... Perché scegliere di stare con una come me?» Si strinse le mani al petto e la gatta parve intuire il suo stato emotivo, perché iniziò a strusciarsi sul suo braccio. «Sono egoista, quindi, se a questo amore nato da una magia ancestrale io mi sia completamente lasciata andare?»


Anche Yoko le si avvicinò e le prese la mano.

In quel momento, dalla veranda del giardino interno passò una bella brezza autunnale che mise in risalto le porcellane pregiate, il legno lucido e lo sguardo delle due amiche.


«È stato un bene per te che ti sia capitato questo. Ora lo so, anche se inizialmente ero contraria. Reiya si sta impegnando a capirti, a capire come comportarsi davvero bene con te e se questo amore ti fa stare bene, se ti permetterà di conoscere la vera Yuzu, allora ben venga.»


Yuzu strinse le mani a sua volta. «Allora forse questo dovrebbe valere anche per te» scosse il capo, «e sì, ovviamente nessun chiodo scaccia chiodo, ma se da quello che tu stessa hai visto con il Maglio magico era reale, allora stare vicino a Toki potrebbe aiutarti almeno a respirare.»


Yoko si morse il labbro, sinceramente combattuta. Tornò al tavolino basso e iniziò a mangiare, forse con un po' troppa foga, i pasticcini serviti: dei macarons al cioccolato.


«Ricordavo fossero i tuoi preferiti!» rise la Sposa dell'orco.


«Mi hanno sempre aiutata con gli esami, mi aiuteranno anche in questo!»


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Parlare con Yuzu era per Yoko sempre qualcosa di rigenerante. Yuzu era una ragazza posata e non giudicante. Proprio per via del suo passato doloroso, era molto sensibile e attenta, e questo era proprio ciò di cui lei aveva bisogno.

Dare una possibilità a Toki o quantomeno approfondire l'amicizia, che non era altro che ciò che chiedeva anche lui, alla fine. Una parte di sé voleva farlo, ma l'altra... Provava paura. E se si fosse lasciata andare? E se Toki si fosse sbagliato e avesse scoperto che la sua Sposa fosse un'altra? Sentiva freddo, sentiva le gambe molli. Era come sentirsi sull'orlo di un dirupo. Aveva già fatto quel salto e si era fatta male, e ora era come se qualcuno, o forse lei stessa, si stesse incitando a tornare di nuovo su quel bordo roccioso per riprovare.


Mentre camminava lungo la strada che presto l'avrebbe portata a casa, una strana inquietudine la colse. Era ormai calata la sera e ora a illuminare il suo cammino c'erano solo i lampioni che proiettavano una luce conoidale, attorniati dai moscerini. Non c'era nessun altro in giro e faceva anche un po' freddo, tant'è che si strinse maggiormente nella sua giacca di lana e incassò la testa tra le spalle.


Nelle orecchie rimbombavano solo i suoi passi.


Dal naso uscivano piccole nuvolette di condensa, mentre lo sguardo si era fatto più stretto. Non capiva perché, ma sentiva che fosse il caso di accelerare il passo. Non mancava molto a casa sua.

Sentì l'impulso di prendere tra le mani la tracolla: aveva bisogno di prendere il cellulare e chiamare sua madre. Ma, proprio a un passo dal tirare la zip, un'ombra emerse da dietro un vicolo.

La sagoma era un uomo che, mostrandosi sotto il lampione, si rivelò essere coperto da un passamontagna. «Tu sei Yoko Otose, non è vero?»


Yoko si arrestò di colpo e fece un passo indietro. «Hai... Hai sbagliato persona!»


«Non dire idiozie, sei tu!» rispose secco e gutturale lo sconosciuto, con gli occhi ridotti a due fessure. «L'amica degli ayakashi.»


«Che cosa... Che cosa vuoi da me!?» Il cuore iniziò a martellarle in petto velocemente.


«Gli ayakashi ci rubano le donne e tu vorresti far apparire anche loro come vittime dell'imprinting? Sei solo una traditrice della specie!»


«Non lo sono! Cerco solo di aiutare tutti quanti» ribatté lei con forza, «la magia della Sposa è un dramma anche per gli ayakashi. Cerco solo di creare maggiore consapevolezza in tutto questo!»


In quel momento l'uomo tirò fuori un coltello a serramanico, la cui punta di acciaio brillò sotto la luce artificiale. Era chiaro che non gli interessassero le motivazioni della ragazza. In lui era piantata un'idea totalmente sbagliata, così come lei aveva avuto modo di constatare quando aveva provato a cercare inizialmente risposte su internet e, più recentemente, quando aveva dovuto far allontanare dei fanatici dalla sede dell'associazione.


Yoko fece un passo indietro, poi un altro, poi si voltò e iniziò a correre a più non posso. I tacchi dei suoi stivaletti di pelle rimbombarono lungo la strada asfaltata. Voleva gridare, chiedere aiuto, ma in quel momento il terrore l'aveva colta e solo le sue gambe sembravano aver risposto al suo istinto di sopravvivenza.

All'improvviso, da un'altra strada laterale apparve una persona, contro la quale la ragazza andò a sbattere.


«Per favore, mi aiuti, quell'uomo...» Le parole le morirono in gola. Quello contro cui aveva sbattuto era un altro brutto ceffo con il passamontagna, il quale non esitò a prenderla per le braccia in una forte stretta.

Yoko tentò di gridare, ma quello le tappò immediatamente la bocca con una mano grande e callosa. Una manciata di secondi dopo, li raggiunse anche l'altro aggressore.


Dopodiché, il buio la colse.


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Quando riprese i sensi, la prima cosa che la colse fu un'umidità stantia e lo sgocciolare di qualche tubo da un punto indefinito. Aveva il corpo intorpidito: doveva essere rimasta in quella posizione per diverso tempo. Era persino legata mani e piedi ed era riversa su un fianco.

Lo stupore era talmente forte che, in quel momento, non provò nemmeno paura: si chiese solo dove fosse finita. Un attimo prima stava tornando a casa, rimuginando sul da farsi nei prossimi giorni, e ora... Forse ora dei prossimi giorni non ce ne sarebbero stati.

Abbassò lo sguardo... Possibile che la morte la volesse reclamare per sé ancora una volta? Non c'era riuscita le prime due ma, come dice il detto: non c'è due senza tre.


«Aiuto... Aiuto...» provò a dire, ma aveva la gola stretta e forse non c'era nessun altro se non i suoi aguzzini nei dintorni.


Da quel che riusciva a capire nella penombra, si trovava in uno scantinato. Era sporco e il pavimento era di duro cemento. La porta era metallica, color antracite, e solo una minuscola finestrella rettangolare, sbarrata da una fitta grata, era posta in alto. Era da lì che una luce bianca, elettrica, proveniva, ma comunque insufficiente per permetterle di capire più di così.


Prima la sua presenza era un ingombro per i Kishinryū, ora lo era diventata per degli umani che provavano ostilità per gli ayakashi. Sembrava proprio che, qualunque fosse la sua scelta, questa si rivelasse per lei pericolosa. 

Calde lacrime iniziarono a rigarle il viso. Si sentiva sola, davvero sola. A questo punto, se doveva soffrire così tanto, era meglio che fosse stato il signor Yamato a porre fine alla sua vita. Almeno non avrebbe visto Ryu abbandonarla davanti ai suoi occhi come un oggetto ormai inutile, almeno non lo avrebbe visto mentre impazziva e l'attaccava senza pietà. E non sarebbe morta in questa maniera squallida, in uno stanzino ammuffito, alla mercé di due psicopatici.


In quel momento la maniglia si abbassò e un cigolio sinistro attraversò la stanza. Da dietro di essa emersero i due energumeni che l'avevano rapita e che avevano ancora il passamontagna in testa: uno lo aveva nero e l'altro grigio. Con i loro giubbotti di pelle nera e gli anfibi dalla suola pesante, sembravano ancora più imponenti, dato che lei non era che uno scricciolo a confronto. Qualunque cosa avessero in mente di fare con lei, non avrebbe potuto opporre resistenza.


Uno dei due, quello col passamontagna nero, la prese per la treccia per sollevarla da terra, fino a farla mettere seduta. La ragazza emise un gemito di dolore quando si sentì tirare i capelli.


«Ti sei risvegliata, ragazzina» disse l'altro, con tono di scherno. «O dovrei dire, puttanella degli ayakashi?»


«L'associazione... L'associazione è per tutti, umani e ayakashi» provò a balbettare la ragazza, ma in risposta ricevette solo un forte schiaffo sulla bocca che le tagliò il labbro.


«Vuoi far credere che le Spose siano uno svantaggio anche per quei demoni. Li vuoi "umanizzare", ma sono solo degli esseri immondi. Aberrazioni che si sono comprate questo Paese con i soldi e cercano di farsi accettare con il loro bel faccino» disse quello con il passamontagna nero, colui che l'aveva appena colpita.


«È tempo, però, che venga dato un esempio» continuò quello col passamontagna grigio, con solennità. «Gli umani sono i veri sovrani di questo pianeta. Tutte le loro ricchezze spettano a noi, così come il diritto sulle nostre donne. E non permetteremo a bastarde come te di dare un'impressione distorta di quella che è la realtà dei fatti.»


«Che cosa... Volete farmi?» Ormai la voce era ridotta a un filo.


L'uomo con il passamontagna nero estrasse di nuovo il coltello e passò la punta lungo la guancia di Yoko. Quest'ultima sentì la lama fredda e appuntita sulla sua pelle. Si spaventò talmente tanto che si urinò addosso, e questo causò solo delle grosse e grasse risate di puro sadismo da parte dei due uomini.


«Di' la verità, quanti te ne sei fatti di quei demoni maledetti?» disse quello con il passamontagna grigio.


Yoko ricordò la notte in cui si era concessa a Ryu. Era una notte così bella, così romantica che non voleva finisse mai. E invece quei due criminali vedevano in questo solo qualcosa di sporco e sbagliato. Persino un tradimento della propria specie.


Il cuore le si congelò quando l'altro disse: «Secondo me dovremmo ricordarle a chi deve la sua lealtà», per poi afferrare i lembi della giacca di lei e cercare di strappargliela di dosso.


«Non mi toccare!» urlò lei che, in un puro gesto di sopravvivenza, si sporse rapidamente per dargli una spallata sul naso.


L'uomo si ritrasse, premendosi le mani sul viso e bestemmiando. «Ora te la faccio vedere io, puttanella. Ti farò gridare tutta la notte!»


Fece per ributtarsi su di lei, ma fu il suo compare a fermarlo, prendendolo per una spalla. «No, non ne vale la pena. E poi questa ormai è merce avariata, infettata da quegli esseri. La sua unica utilità sarà solo quella di dare un esempio a tutti gli altri che il tempo di fare i lecchini agli ayakashi solo perché sono ricchi è finito.»


L'altro sembrò inizialmente rimanere impuntato su quello che voleva fare, ma poi annuì. «È vero, rischio di prendermi qualche malattia con questa qua. Non ne vale la pena.»


Anche se non la voleva più aggredire in quel senso, l'uomo comunque non le perdonò che Yoko avesse avuto l'avventatezza di colpirlo; così le assestò un altro forte schiaffo che le fece vedere le stelle e poi la colpì a un fianco, lasciandola senza respiro. Yoko quindi cadde di nuovo di lato e perse di nuovo i sensi.

Probabilmente erano passate altre diverse ore quando la sua mente si risvegliò dal torpore. Le faceva male la faccia, probabilmente era gonfia, e le faceva male il fianco: non osava immaginare il livido enorme che le sarebbe rimasto addosso per settimane... Ma, molto probabilmente, lei quelle settimane non le aveva.

Aveva fame e sete ed era sporca. Si chiese almeno se i genitori fossero andati a denunciarne la scomparsa e se la polizia si fosse mossa subito, anziché aspettare per ore preziose con l'ipotesi che magari si trattasse solo di un allontanamento volontario.


Il lieve tremore del corpo le suggerì che almeno esso cercasse di imporsi ancora alla stanchezza e al freddo. Il suo cuore batteva caldo e con forza. Voleva vivere. Voleva vivere.


Il tempo non passava mai lì nel buio di quella solitudine. Magari il nuovo giorno era sorto, ma lei non lo sapeva. Lì dove si trovava, non c'era modo di capirlo. Capì solo che forse dall'altra parte del muro ci fosse un parcheggio, perché ogni tanto sentiva il rimbombo delle auto e il lieve frenare, proprio quando ci si trova in luoghi come i parcheggi sotterranei.


«Aiuto... Sono qui... Sono qui...» sussurrava, ma non riusciva a trovare la forza.

E se quei due ceffi avessero deciso di abbandonarla semplicemente lì a morire di stenti? Forse, finalmente, si sarebbero accorti di lei solo quando la puzza del suo cadavere avesse attraversato quella finestrella.


Il mondo sarebbe andato avanti senza di lei. Nyankichi e Touko si sarebbero sposati, lo stesso Yuzu e Reiya e, anche se avessero pianto la sua morte, alla fine sarebbero andati avanti. Tutto sarebbe andato avanti, persino i suoi genitori e sua sorella, per quanto forse il dolore avrebbe attraversato i loro cuori più di qualsiasi altro.

E quei pensieri erano proprio a loro che erano rivolti. Erano già stati male dopo che avevano saputo cosa Ryu le avesse fatto, e per averle permesso di frequentare un essere che poteva ucciderla.

Ora si sarebbero forse tolti la vita quando avrebbero scoperto che il supporto per la realizzazione dell'associazione avesse portato a quella tragica fine... No, non voleva che anche loro finissero così. Non lo meritavano: loro erano dei bravi genitori, lei non poteva dare loro questo dolore.


Si morse con forza il labbro, che ricominciò a sanguinare lì dove precedentemente l'uomo con il passamontagna nero l'aveva ferita.


«Mamma... Papà... Mizumi» ora li vedeva col volto cereo. Una famiglia spezzata, mentre tutti gli altri si dileguavano con un rapido "condoglianze".


Yoko voleva vivere. Yoko voleva vivere per evitare che la vita la perdessero anche i suoi cari, perché aveva cercato di cambiare il mondo. Ma se queste sue azioni portavano solo alla rovina, allora doveva fare qualcosa.


Iniziò a cercare di tirare le corde che le tenevano le braccia e le gambe dietro la schiena, quindi era difficile muoversi. Ma un metodo doveva pur trovarlo: doveva liberarsi assolutamente prima che uno dei due o entrambi fossero ritornati.

Provò a girare su se stessa, cercando di liberare i polsi. Le corde erano molto strette e spesse: sembravano quelle utilizzate per le scalate. Provò facendo forza con le spalle, ma le sembrava che, più tirasse, più quelle stringessero o, forse, era solo lei che era troppo debole e non aveva la forza di liberarsi.

Si guardò allora intorno alla ricerca di uno spigolo, qualcosa con cui grattare le corde, ma quella stanza era completamente vuota. 

Cercò persino di sfruttare l'attrito del cemento, sperando così di sfilacciarle, anche se in quel modo le nocche si graffiavano. Doveva continuare a provare, però, e a cercare di tirare nel frattempo: se era destinata a una brutta fine, delle escoriazioni poteva anche sopportarle. 

Purtroppo, però, prima che l'odore del nylon iniziasse a giungerle alle narici, arrivò quello metallico del sangue. Le mani erano ferite e bruciavano; dovette spostarsi ogni tanto perché la ferita rendeva meno efficace l'attrito.

Piangeva, cercando di sfogare così il dolore, ma non si arrendeva. Si autoincitava dicendo che, tanto, il suo sogno non fosse mai stato fare la modella delle mani. 

Il cuore le batteva forte, era stanchissima, le facevano male i muscoli per il movimento continuo. Ogni tanto si concesse di riprendere fiato ma, come lo faceva, non appena si concedeva quel respiro, il terrore che prima o poi quella porta venisse spalancata la rispingeva a continuare quella tortura.


«Ahi!» esclamò a un certo punto, mordendosi la lingua. «Ahi!» Era arrivata a un punto in cui non riusciva più a toccare il terreno, con le sinapsi che schizzavano per il dolore. I muscoli delle spalle poi, mossi per diverso tempo in quella posizione quasi innaturale, ormai urlavano per la sofferenza.


Strinse gli occhi e i denti, mentre cercava di regolarizzare il respiro. Se fosse stata in un film, si sarebbe lussata i pollici e si sarebbe liberata in un battibaleno. Ma la realtà non era affatto così. Lussarsi i pollici non portava ad alcuna soluzione; anzi, ci si faceva male inutilmente. Le corde purtroppo erano ben salde attorno ai polsi: quei due energumeni avevano fatto un ottimo lavoro.


Il corpo si irrigidì all'istante quando all'improvviso sentì di nuovo dei passi avvicinarsi. Era dunque giunta la sua ora?

La luce si aprì per un attimo, poi scomparve. Yoko sollevò stancamente gli occhi color miele sulle due paia di anfibi di fronte a lei.


«Ma che ha cercato di fare?» borbottò uno dei due, notando le chiazze scure sul pavimento. Poi, senza alcun garbo, si chinò e la rigirò sulla pancia, mostrando così le mani ferite e incrostate. «Mhpf! Ha cercato di liberarsi, ci ha provato fino all'ultimo.»


«Purtroppo per lei, è arrivata al capolinea» ghignò l'altro.


L'uomo con il passamontagna nero estrasse il coltello. Yoko si congelò, temendo che da un momento all'altro avesse utilizzato la sua schiena come puntaspilli... Ma non fece questo. Le tagliò la corda quel tanto che bastava per liberarle le gambe. Yoko non riuscì a distenderle subito: erano state per così tanto tempo piegate che ormai si erano anchilosate.

Ma quello non aspettò che si riprendesse: la prese per i lembi della giacca e la sollevò come fosse una bambola.


«E sta' in piedi, cazzo!» sbottò il criminale, vedendo come Yoko ricadeva su se stessa. Non perché lei volesse rimanere lì, ma perché non riusciva a reggersi in piedi. Quindi l'uomo fu costretto a prenderla prima da sotto le ascelle e poi a caricarsela in spalla, come si fa con un sacco.


«Cosa volete farmi adesso?» chiese la ragazza, ormai completamente atona. Non ricevette risposta. 


Dal rimbombo dei passi e da ciò che riusciva a capire dalla mente offuscata, ora si trovava nel parcheggio sotterraneo, quello di cui aveva capito facesse parte lo stanzino.

I passi dei due uomini rimbombavano nel silenzio desertico di quel luogo. Se erano venuti a riprenderla si vedeva che fosse notte fonda, in un orario in cui sapevano che nessuno avrebbe fatto domande su due tipi dal volto scoperto che portavano una ragazza inerte in spalla. Questo era quello che suppose Yoko. Ormai le era rimasta solo la lucidità della mente, dato che il corpo si era arreso: si stava imponendo di mantenere quel barlume di vitalità per capire che cosa la circondasse e cosa si potesse fare per salvarsi.


«Attento Jeff, c'è qualcuno» disse a un certo punto l'uomo con il passamontagna grigio.


I due si nascosero dietro una colonna portante, mentre passi lenti ma sicuri avanzavano lungo la carreggiata del parcheggio.


«È inutile che vi nascondiate: sento la vostra puzza da qui.»


Una voce fredda rimbombò tra le pareti... E a Yoko sembrò terribilmente familiare.


«Chi sarà? Della polizia?» si chiese Jeff.


In quel momento una specie di stridio e sfrigolio si udì sopra le loro teste. Quando i due uomini alzarono la testa, si accorsero con terrore che lungo la colonna si trovava, e li guardava con degli occhietti reticolati, un centopiedi. Non un insettino qualsiasi, però, ma un mostro lungo almeno un metro e largo venti centimetri. Con le tenaglie sembrava voler minacciare proprio loro.


L'urlo di terrore che i due uomini cacciarono rivelò la loro posizione. Uscirono allo scoperto solo per poi trovarsi faccia a faccia con Toki Ōmukade. Il giovane uomo, non appena li vide e notò Yoko in braccio a uno di loro, contrasse immediatamente il viso in un'espressione di pura rabbia e le iridi verdi gli si accesero. Attorno a sé l'aura demoniaca iniziò a evaporare: era di color verde mela ed era mefitica.


«Lasciatela andare immediatamente!» tuonò Toki, arrochendo la voce che di solito era sempre posata e ben articolata.


«Uno schifoso ayakashi, ovviamente» ringhiò quello con il passamontagna grigio, per poi estrarre una semiautomatica. «Fermo lì o ti faccio esplodere le cervella, mostro.»


«Pensi davvero di farmi paura? Credi che quel giocattolo potrà mai scalfire uno yōkai come me?»


Quello ghignò e puntò la pistola verso la schiena di Yoko. «Forse tu no, ma lei? Non arriverai mai in tempo, quindi lasciaci passare.»


Toki sembrò fermarsi e il criminale credette di averla spuntata lui... Ma si sbagliava.


A un certo punto il suo compare emise un urlo di terrore: il centopiedi di prima era strisciato silenzioso e si era arrampicato sulla schiena di Jeff, per poi morderlo. Il veleno andò immediatamente in circolo e quello cadde a terra sulle ginocchia come un pesce senza lisca. 


Yoko, nel rovinare a terra, perse l'aria dai polmoni ed emise un verso. Questo fece contrarre ancora di più il volto dello ayakashi dai capelli biondi.


L'uomo con il passamontagna grigio fece un passo indietro quando vide che delle forcipule, intrise di veleno verdastro, emersero dalla bocca di quello sconosciuto.


«Che cosa sei tu!?»


«Il tuo peggiore incubo» ribatté secco Toki. Subito dopo sollevò il braccio destro e, da sotto la manica del dolcevita nero, emersero altri due centopiedi identici a quello che aveva messo fuori combattimento Jeff.


L'uomo con il passamontagna grigio prese a sparargli contro all'impazzata, nel disperato tentativo di difendersi da quell'essere immondo, ma Toki aveva una corazza dura. Nessuna arma poteva scalfire un Ōmukade e, in più, i suoi insetti erano rapidi e sinuosi: i proiettili non riuscirono a raggiungerli.



Yoko, riversa su un fianco, impossibilitata anche solo a girarsi, sentiva solo urla di disperazione e un crepitio inquietante che, però, non voleva davvero ascoltare. Conosceva molto bene quel suono e il trauma di quel ricordo glielo fece sentire sulla pelle. Di nuovo si trovò sull'orlo di perdere i sensi.


Qualunque cosa, però, fosse successa ai suoi rapitori, si concluse in fretta. Si sentì di nuovo sollevata, ma questa volta il tocco era gentile, la presa salda e calda.

Toki le mise anche una mano sugli occhi mentre la portava via da lì di corsa, per non farle vedere che cosa avesse dovuto fare per liberarla.


«Sì, dovete pensarci voi. Dobbiamo farli sparire. Vi mando l'indirizzo del parcheggio.»


Toki aveva portato Yoko in un'altra ala del parcheggio, lì dove aveva lasciato la sua Audi, e l'aveva fatta adagiare sul sedile posteriore. Essi erano molto comodi e imbottiti, degni di una macchina di lusso.


Terminata la chiamata, l'uomo si chinò su di lei e la liberò finalmente dalle corde. Yoko si lasciò andare a un gemito di dolore al solo sfiorare di quelle dita gentili sulla sua pelle martoriata.

Subito dopo, Toki prese dai posti davanti una bottiglietta d'acqua e la aiutò a bere, facendole fare dei piccoli sorsi.

Yoko si limitava a seguire quelle parole pronunciate con una gentilezza quasi paterne, le prime dopo tanta paura; quindi, faceva tutto quello che Toki le chiedeva.


«Mi dispiace, ti chiedo solo di pazientare. Ho chiamato le mie guardie del corpo affinché si disfino di quei due. Appena avranno fatto, ti porto immediatamente all'ospedale.»


«Va bene» si limitò a rispondere lei.


Toki scoccò la lingua sul palato: sembrava davvero frustrato. Yoko così si ritrovò improvvisamente avvinghiata in un forte abbraccio.


«Se solo fossi riuscito a trovarti prima! Avrei dovuto metterti qualcuno a sorvegliarti, ma avevo paura che così tu non mi avessi voluto nemmeno come amico.»


Yoko ebbe un piccolo spasmo con le sopracciglia: quell'ayakashi stava davvero piangendo per lei?


Toki estrasse un fazzoletto dalla tasca e iniziò a pulirle con cura il viso dalla polvere e dal sangue.


«Guarda come ti hanno ridotta... Ma sta' tranquilla, non potranno mai più farti del male. Non permetterò più a nessuno di avvicinarsi a te.»


Gli occhi color miele della ragazza incrociarono quelli verdi e furenti del mukade. Provava rabbia per chi le aveva fatto del male, ma probabilmente ne aveva più per se stesso.


«Come... Come sei riuscito a trovarmi?» sussurrò Yoko.


Toki tirò su col naso. «Ieri sera ho avvertito come un forte dolore... Il tuo dolore. Sentivo che ti fosse successo qualcosa e ho cercato in tutti i modi di rintracciarti. Ho persino contattato tua sorella nella speranza mi fossi sbagliato, ma alle mie parole anche lei si è allarmata.» Scosse il capo. «È tutto nuovo anche per me, quindi non sapevo bene come muovermi e questo mi ha fatto perdere tempo prezioso... Mi dispiace.»


Il respiro della ragazza iniziò a farsi irregolare; allora Toki l'abbracciò ancora più forte, stringendosela al petto, sovrastandola leggermente con il suo corpo. Una sorta di bozzolo protettivo, al punto che Yoko sentiva il suo respiro caldo sul viso.


«Ma... Se lo hai avvertito...» balbettò Yoko.


«È perché sei la mia Sposa, ovviamente. La mia preziosa Sposa, la mia amata Yoko. E ti proteggerò sempre, anche se tu mi respingi, anche se tu non vuoi saperne niente di me. Nel momento in cui ho incrociato il tuo sguardo, nulla ha più avuto importanza.»


In quel momento qualcosa dentro Yoko si spezzò. Non riusciva a capirlo, era indefinito. Le faceva male tutto, quindi non riusciva a mettere a fuoco niente. L'unica cosa che seppe fu che quelle fossero esattamente le parole che voleva sentirsi dire.


Non poteva amare a comando, gli umani non hanno l'imprinting come gli ayakashi, ma in quel momento, in quell'abbraccio avvolgente, era l'unico luogo in cui voleva stare.


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Toki risparmiò alla ragazza i dettagli sullo smaltimento dei corpi di quei due uomini. Non le disse nemmeno che li avesse uccisi. Le chiese solo di non riferire alla polizia che ci fosse stata una colluttazione violenta, ma che lui fosse riuscito a farli fuggire così da poterla liberare. Lui era un famoso imprenditore e critico d'arte, e l'associazione di lei era ancora acerba: non era il caso che venissero coinvolti in un'indagine per possibile omicidio, questo fu quanto Toki diede come spiegazione.


All'ospedale accorsero tutti: sia i familiari, sia Yuzu e Touko con i rispettivi Sposi, per stare vicino alla loro amica che ancora una volta si era trovata in grave pericolo. Ma un angelo custode ora c'era a vegliare su di lei.

Nessuno riuscì a trovare il modo di esprimere abbastanza gratitudine a Toki Ōmukade per il suo atto di coraggio.

Nemmeno i genitori questa volta trovarono nulla da replicare sul fatto che egli si dichiarasse lo Sposo di Yoko.

Reiya curò le ferite della ragazza, senza che stavolta Yuzu glielo chiedesse, e non si disse stupito che un'attività come quella fondata da Yoko ora attirasse quel genere di persone. I genitori al riguardo si dissero preoccupati, ma Toki intervenne immediatamente con grande energia: il sogno di Yoko era nobile e non doveva essere reciso sul nascere. Il cambiamento non avviene sempre nel silenzio e, se la ragazza era stata attaccata, è perché iniziava a fare rumore.


«Yoko forse non mi vorrà come suo compagno» concluse, con la schiena dritta e lo sguardo acceso. «Ma io le rimarrò accanto e mi immolerò a suo scudo. Il mio corpo può sopportare tutte le frecce che cercheranno di colpirla, e spezzerò ognuna di esse.»


Un moto di rispetto aleggiò tra i presenti, guadagnandosi persino la stima di Nyankichi e di Reiya.

Yoko ascoltò quelle parole così piene di vigore e strinse i lembi del lenzuolo. Grazie allo Sposo di Yuzu, non sentiva più dolore fisico ma, proprio come l'altra volta, la magia di Reiya non poteva curare anche quello della mente.


«Posso... Posso rimanere da sola con Toki?»


La voce di Yoko quasi colse di sorpresa i presenti. Finalmente, da quando era stata ricoverata, il suo tono sembrava aver acquisito forza. La flebo attaccata al braccio le stava ridando energia.


Nessuno replicò: in quel momento nessuno si sentiva di contraddirla. Toki si andò immediatamente a sedere accanto a lei e le prese le mani. Lei non si ritrasse: le piaceva quel tocco avvolgente.


«Dimmi tutto, cara Yoko. Cosa posso fare per te?» chiese con una punta di apprensione.


«Io... Io ho avuto tanta paura» ammise, con lo sguardo basso, dopo qualche secondo di silenzio riempito solo dal ticchettio della flebo e dal sommesso fischiare del vento tra le foglie rosse degli aceri fuori dalla finestra, accarezzati dalle prime luci del mattino. «Credevo che stavolta non avrei avuto possibilità di scampo, stavolta nessuno mi sarebbe venuto a salvare. Ho cercato quindi di cavarmela da sola, ma non ci sono riuscita.»


Toki le accarezzò dolcemente la guancia con il dorso della mano. «Hai fatto tutto quello che era in tuo potere, sei stata coraggiosa.» subito dopo si accigliò. «Ma che intendi con "stavolta"?»


Yoko si morsicò il labbro. «Ecco... Non è la prima volta che rischio di morire.» Dirlo ad alta voce fu davvero pesante, come se le avessero chiesto di buttare di sotto un masso gigante.


Lo sguardo del mukade si fece immediatamente grave. «Avevano già cercato di metterti a tacere?»


Yoko annuì, stringendo le palpebre.


«L'associazione ha davvero provocato così tante persone?»


Lei rispose scuotendo il capo. «Non l'associazione, ma chi la finanzia.»


«I Kishinryū hanno cercato di farti del male!?» Lo sguardo di Toki si riaccese.


«È per questo che ora sono obbligati a sostenere finanziariamente la mia causa e a pagarmi persino lo psicologo.» Guardò fuori dalla finestra. «E non possono opporsi per mantenere la faccia. È stata una richiesta della Sposa dei Kiryuin a imporglielo, e sai bene cosa succede a chi si oppone alla famiglia degli oni.»


«Ma perché ti hanno attaccato? Che minaccia tu saresti potuta essere per loro!?»


In quel momento Yoko venne attraversata da un singhiozzo di sofferenza. Voleva spiegargli tutto, ma dire ad alta voce quello che era successo la terrorizzava. La sua mente si opponeva con forza.


Toki non chiese il permesso e si sporse per abbracciarla. Le avrebbe fatto sentire la sua presenza. E Yoko si sentiva così piccola e fragile in quel momento. 


«Se non ce la fai a parlarmene, non farlo. Me lo dirai un'altra volta quando starai meglio: ora sei stanca e nemmeno avresti dovuto parlare così tanto.»


«Ma tu... Tu mi hai difesa e hai detto che mi vorresti proteggere d'ora in poi... Io però prima devo farti sapere. Draghi e Centopiedi...»


«Tua madre ha detto l'altro giorno che tu sei già stata una Sposa.» La voce di Toki si fece quasi sinistra, un'inclinazione strana, simile a un crepitio, il suono chitiloso di un insetto. Aveva smesso persino di accarezzarle i capelli. 


Yoko tremò. «Non nel vero senso della parola.»


«Certo, perché tu sei la MIA Sposa... E quei Draghi schifosi hanno osato toccarti.»


Lo sguardo di Yoko divenne vitreo. Si voltò e incrociò di nuovo lo sguardo del mukade, ma questa volta una luce nuova l'attraversò. Qualcosa che richiamava un'antica rivalità. Un odio naturale ereditato per secoli e secoli. Toki poteva essere un tipo a modo... Ma il sangue era sangue, e i Kishinryū avevano osato fare del male alla Sposa di un Ōmukade. 


«No... Non devi vendicarti. Non comprometterti, ti prego. Me la sono cercata da sola, tu...» provò a dire lei, cercando di calmarlo.


Toki le impresse un bacio rovente sulla fronte. Poi le prese il viso con entrambe le mani per costringerla a guardarlo negli occhi. «Stammi a sentire bene. Tu sei sotto la protezione della mia famiglia d'ora in poi. Non hai più bisogno dei soldi di quei viscidi e loro non oseranno mai più avvicinarsi a te. I Draghi sono le nostre prede naturali, sono solo carne da macello e quello che ti hanno fatto lo dimostra ampiamente.»


«Io, però...»


Toki fece un gesto deciso con il capo. «Il passato è passato, Yoko, ed è lì che lo devi lasciare. Io non ti lascerò mai, non ti volterò mai le spalle. E se essere stata la Sposa di un drago significa quello che credo io, non devi sentirti in colpa di niente.»


«Ma gli ayakashi mal tollerano che la propria Sposa abbia avuto relazioni precedenti...»


Toki sorrise, quasi divertito. «Io però sono iscritto all'Associazione per la regolamentazione dell'imprinting della Sposa: ho studiato l'opuscolo, e imparare a non farsi attanagliare da una forma di gelosia simile non era tra le indicazioni che tu stessa hai riportato?»


Yoko si morsicò il labbro, poi annuì, confermandoglielo. Gli occhi le divennero due pozze d'acqua. «E ti sei di nuovo ricordato a memoria quel nome lunghissimo.» Per la prima volta dopo tutto quello che le era successo, una nota più leggera le sfuggì dalle labbra rosee.


«Beh... Accetto di esserti solo amico, ma devo pur farmi bello in qualche modo... Dovresti saperlo che noi ayakashi siamo dei gran testardi!» Ora anche a lui la voce si era alleggerita. Poi socchiuse gli occhi. «Lo so che nella leggenda il mio antenato è sempre stato dipinto come il mostro della storia. Lo so che noi insetti, già solo per il senso di ripudio che trasmette il nostro aspetto, non abbiamo nulla a che vedere con la maestosità di un drago.» Si strinse nelle spalle. «Ti chiedo solo di pensare a una cosa: chi è che ti sta tenendo la mano in questo momento?»


Le parole del mukade la colpirono più di quanto credesse. Lo guardava in viso e non aveva più bisogno che lui la costringesse a farlo. Gli era grata, immensamente grata. E in quel momento non le importò di cosa egli avesse sotto la pelle perché, come una volta Ryu rimaneva Ryu in tutti i suoi aspetti, ora lo pensava per Toki.


«G-grazie» riuscì solo a dire, non riuscendo a trovare altre parole se non quella.


Toki le sorrise dolcemente. «Figurati, è un piacere.»



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Si trovava in un campo di spighe, ma non era un luogo normale: era come se fosse stata immersa in un quadro di Van Gogh. Le spighe sembravano una marea, un flusso continuo e informe, che però pareva quasi formare un sentiero. Almeno questa era la sua impressione.

Spaesata, non sapendo dove si trovasse, Yoko seguì quel sentiero. Aveva il passo pesante: la veste cerimoniale bianca non era adatta per i lunghi percorsi e il velo attorno al suo capo non le permetteva la vista periferica. 

Il kimono, su cui erano ricamati elementi vari del mondo marino, era di alta fattura e a diversi strati. Lei cercò di tenerli sollevati, afferrandoli con le mani. Non era un abito nuziale moderno: era qualcosa di antico, classico... Imperiale.

Lei comunque non desistette: doveva andare avanti e quel suo incedere la portò verso un ponte di legno. Ma quel ponte era sbarrato da un'enorme creatura dalle squame azzurre.

C'erano anche altre persone lì, ma non ne riusciva a distinguere il volto, era sfocato; tutte, però, dicevano che fosse impossibile passare, perché quell'essere al momento addormentato le avrebbe senz'altro mangiate.

Yoko, però, non si lasciò scoraggiare. A lei quella creatura non faceva affatto paura. Non riusciva a vederla come una minaccia, a differenza di come la vedevano loro. Non percepiva alcuna aura malvagia. Così riprese ad avanzare e si arrampicò su di essa per cercare di scavalcarla. Era faticoso, ma solo a causa dell'ingombro delle sue vesti; con pazienza e costanza, senza concedere spazio alla stanchezza, ce la fece.

Una volta superato quel corpo massiccio, una folata di vento si alzò alle sue spalle e, voltandosi, vide che al posto del drago o serpente acquatico ci fosse una fanciulla bellissima, con lunghi capelli neri acconciati in modo tradizionale e antico, con coralli e oro. Il suo vestito era di pura seta azzurra, con le maniche lunghe che le coprivano le mani e un velo più chiaro attorno alle spalle, ma così leggero che sembrava fluttuare. Gli occhi, poi, erano azzurrissimi, come se il mare fosse stato catturato dalle sue iridi, e le pupille erano romboidali. Era alta e con la schiena ben dritta. Ogni cosa di lei dichiarava che Yoko si trovasse al cospetto di una principessa.



Yoko si strinse nelle vesti. Provava per quella donna un rispetto quale si doveva a una persona di altissimo rango ma, allo stesso tempo... Provava rabbia.


Proprio come nella leggenda, la principessa Otohime si era mostrata ai mortali alla ricerca del suo campione per sconfiggere la minaccia che teneva sotto assedio il suo castello. Yoko, scavalcandola senza alcun timore, era dunque colei che avrebbe liberato Ryūgū-jō e suo padre Ryūjin, sconfiggendo il terribile Ōmukade.


«Mi rifiuto!» la voce di Yoko si librò nell'aria trasmettendo tutto il suo risentimento. «Per quale motivo dovrei farlo? Che cosa hanno fatto i draghi per me!?»


Otohime strinse le mani all'altezza del ventre. «I draghi sono in pericolo.»


«Eppure non hanno mosso un dito quando la follia ha offuscato la mente del suo erede. Non hanno fatto nulla quando la paura e il dolore mi hanno fatto sprofondare in un baratro oscuro in cui credevo non ci fosse speranza» strinse i pugni e digrignò i denti. «Che il vostro destino ve lo risolviate da soli. Io con voi ho chiuso!»


Otohime iniziò a piangere lacrime preziose. Sembrava anche lei attraversata da un sincero dolore. Aveva bisogno del suo eroe per sconfiggere la minaccia più grande, ma questi si rifiutava, girava loro le spalle.


Yoko però non la impietosì: con un gesto secco si tolse di dosso lo strato superiore di quel pesante kimono, quello con i ricami in cui c'erano i simboli della famiglia Kishinryū, e si tolse il velo: lei non era più una Sposa e non era più amica dei draghi. Ora era dalla parte del centopiedi.


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Yuzu, Touko, Nyankichi e Reiya, terminato l'orario delle visite, si diressero verso la limousine dell'oni, ove Takamichi li stava aspettando con le chiavi in mano.


Durante il viaggio di ritorno, però, l'erede dei Kiryuin sembrò taciturno – più del solito – e Yuzu se ne accorse. 


«Reiya, cosa ti turba?» chiese lei, posandogli delicatamente una mano su quella di lui.


«Una cosa che non riesco a spiegarmi» confessò lui. «Riguardo alla vostra amica.» Cercò lo sguardo del nekomata. «Te ne sei accorto anche tu? Dell'aura demoniaca.»


Nyankichi si strinse nelle spalle. Lui e la fidanzata erano seduti di fronte a loro, mentre l'auto attraversava la città. 


«Sì, ma credo perché ancora non si siano frequentati molto.»


«Con Ryu era diverso, però, no?» insistette l'oni.


Il ragazzo annuì. «Beh... consideri che loro passavano praticamente ogni giorno insieme. Si può dire che le fosse rimasta addosso come succede lavorando tutti i giorni in una friggitoria.»


Yuzu e Touko si guardarono e poi li guardarono, non comprendendo di cosa stessero parlando.


Reiya prese la mano della sua fidanzata e iniziò ad accarezzargliela. «Si tratta della capacità di voi Spose di assorbire l'aura del proprio ayakashi.»


«Ricordi quando venisti da noi, la prima sera dopo aver fatto conoscenza con il signor Reiya, spaventando me e i miei domestici?» intervenne il nekomata.


Yuzu annuì. 


«Gli Sposi del Destino, come sai, hanno una sorta di scambio reciproco spirituale e voi Spose "accogliete" la nostra energia dentro di voi.» spiegò Reiya.


Yuzu divenne leggermente rossa sentendo quella frase e abbassò per un attimo lo sguardo.


«Non solo l'accogliete, ma la trattenete, così che, anche se fossimo lontani, noi ayakashi sapremmo sempre ritrovarvi e saremmo in grado di percepire se siete in pericolo.»


«Ho capito» confermò Yuzu.


«Ora, considerando che Yoko portasse con sé l'aura di Ryu per, diciamo, il motivo che ha detto il tuo amico, essa si sarebbe dovuta dissolvere nel giro di poco, nel momento esatto in cui lei aveva smesso di frequentarsi con Ryu. Invece, anche quando era venuta a casa nostra nei giorni successivi alla rottura, lei continuava a tenersela addosso. Come se la trattenesse.»


«Ma non dovrebbe essere possibile! Abbiamo avuto conferma che sia lei che Ryu abbiano entrambi uno Sposo!» esclamò Touko.


«I fatti ci dicono questo» confermò l'oni. «Ma sapete quando è successo che ne fosse rimasta completamente priva?»


«Sì, esatto, è stato come un taglio di forbici» si accòdo Nyankichi. 


«Quando è stata male?» Yuzu non sapeva come, ma si sentì assolutamente certa di affermare che quella volta in cui Yoko era stata ricoverata, il giorno in cui tra l'altro Ryu aveva presentato loro Midori, fosse proprio l'episodio a cui i due ayakashi si stavano riferendo.


E loro gliene diedero conferma.


«Se Toki è il suo Sposo» concluse Nyankichi, «allora lei avrebbe dovuto iniziare ad accumulare la sua energia spirituale stando a contatto con lui, al di là del fatto che lei accetti di stare con lui o meno. Ma non sembra avere ancora attecchito.»


«Forse il forte trauma...» provò a ipotizzare Touko, prendendo ora anche lei la mano del suo Sposo.


«Possibile. Stiamo parlando di qualcosa che, come già detto, neanche noi ayakashi conosciamo fino in fondo» disse Reiya.


La macchina sobbalzò leggermente sotto di loro.


Yuzu provò uno strano brivido lungo la schiena alla rivelazione di queste cose, ma finché non fosse stata sicura, volle tenerselo per sé. Aveva visto come Toki guardasse Yoko e come l'avesse salvata. Alla luce dei fatti, Toki era stato il suo salvatore, mentre Ryu si era rivelato essere solo il suo aguzzino.

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