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← La mia adorata sposa

Creato il 21/09/2026, 23:31 · Aggiornato il 21/09/2026, 23:32

Capitolo 24: Capitolo 23

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Morte
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La fine della scuola aveva anche segnato il percorso di rinascita e di crescita per Yoko Otose.

Accettando gli aiuti finanziari della famiglia Kishinryū, dopo il diploma la ragazza cercò di dare una svolta alla sua vita, iniziando a compiere i primi passi verso il suo obiettivo: la fondazione dell'associazione a supporto degli umani e degli ayakashi che, a causa dell'imprinting, stavano vivendo nel dubbio e nelle difficoltà.


Grazie al lavoro della madre al Comune, poté trovare agilmente una struttura che rispondesse alle esigenze per una sede, mentre il padre utilizzò i suoi agganci nella multinazionale per il passaparola, affinché la notizia giungesse agli ayakashi che lavoravano nell'azienda e non solo. Così l'inaugurazione dell'associazione fu rapida e con tutti gli onori.

Chiaramente Yoko non dava tutto questo per scontato: piuttosto, la motivava a dare ancora di più per dimostrare che il suo non fosse un esperimento, ma un reale desiderio di fare la differenza. Forse non aveva il potere di un ayakashi ed era stata spezzata, ma il suo spirito forte non cedeva. Il suo stesso cognome significava letteralmente "suono del mondo" e lei sarebbe stata quella voce che molti, per mera tradizione, volevano mettere a tacere. Sapeva che forse sarebbe risultata scomoda per molti, ma ci era abituata fin dai tempi della scuola. Le sue gambe non avrebbero tremato nemmeno di fronte alla furia di un demone.


Chiaramente i momenti di debolezza e di paura non mancavano: il ricordo di Ryu che l'attaccava e le spezzava le ossa in quella furia cieca non l'aveva abbandonata nemmeno a mesi di distanza e, nonostante il supporto psicologico ricevuto, quello se lo sarebbe portato dentro di sé per sempre. Ma almeno poteva contare sui suoi amici, anche se ora, con la frequentazione della Kakuriyo Gakuen, c'erano meno occasioni per vedersi.

Da quello che le raccontavano, l'ateneo non era poi così differente da una qualsiasi università pubblica, a parte per il focus per gli ayakashi di migliorare le loro conoscenze nel mondo della finanza per reggere gli imperi finanziari delle rispettive famiglie, mentre alle Spose veniva insegnata la storia degli ayakashi, addestrandole parimenti a difendersi, per il fatto che costituissero costantemente un fianco scoperto per le famiglie ayakashi di appartenenza. Così come era capitato mesi prima, quando Karin e i genitori, con il supporto di Yota, avevano invaso la casa di Yuzu per portarla via, la congiuntura si sarebbe potuta benissimo verificare di nuovo, con nemici anche più astuti e potenti.


Scoprì così che non fosse vero che solo gli ayakashi e le Spose potessero frequentare l'accademia. In realtà, anche altri esseri umani erano ammessi, ma non persone comuni – l'accesso a queste ultime era consentito solo fino alle sezioni medie, a patto di pagare una retta salatissima –: gli esorcisti. La sezione universitaria era sbarrata da una barriera magica e, quindi, solo chi fosse dotato di poteri di natura Reiryoku o Shinryoku poteva varcarla. Le Spose ci riuscivano grazie alla loro capacità inconscia di assorbire e trattenere il potere demoniaco del proprio compagno.

Esorcisti e demoni non si vedevano di buon occhio: c'erano famiglie che vedevano negli ayakashi dei mostri da abbattere e il fatto che questi ultimi fossero perfettamente integrati nella società grazie alle loro ricchezze provocava nei primi una grande rabbia.


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«Mi presento, sono Iko Umita e sono stato una vittima collaterale dell'imprinting della Sposa del Destino. La mia fidanzata Kikio è stata scelta da un membro della famiglia dei Tengu e ora lei vive da lui, su benedizione stessa dei suoi genitori. Sono stato attaccato e il nostro legame è stato reciso con la forza.» Il ragazzo dagli occhi neri e i capelli castani sui quindici anni parlava con voce sicura e senza esitazione. Il suo sguardo era fermo di fronte alla telecamera. «Mi iscrivo all'Associazione per la regolamentazione dell'imprinting delle Spose affinché questa pratica di credere che, nel momento in cui una donna viene scelta, allora debba rinunciare a quello che ha e alla sua quotidianità, venga rivista. Per le Spose e per chi le ama senza avere bisogno di un imprinting.»


«Preferisco rimanere anonimo e non specificherò se sono un umano o un ayakashi» una voce maschile, spezzata dal dolore, parlava da dietro un separé di cui mostrava solo una sagoma. Dalla voce sembrava giovane. «Ma il potere delle Spose è stata la mia rovina. Mi sono macchiato di atti che altrimenti non avrei compiuto se...»


L'associazione riscosse più successo del previsto, al punto che Yoko, per gestire il tutto, dovette farsi affiancare da persone di fiducia che potessero amministrare le varie adesioni e le testimonianze. Si trattava soprattutto di umani, persone come Iko, ma anche di donne scelte come Spose che però non volevano diventare tali e che si ritrovavano a litigare letteralmente con la famiglia. Ce ne erano anche molte che non lo erano, la maggior parte, ma dovevano comunque allontanarsi dai propri genitori, i quali ambivano alle ricchezze degli ayakashi e che quindi cercavano ogni occasione di far incontrare le proprie figlie in contesti in cui fossero presenti anche i demoni, causando loro un forte stress.

In numero assai ridotto, si presentarono anche degli ayakashi – anche se questi prediligevano la forma anonima –: per lo più si trattava di demonesse che si erano ritrovate senza marito a causa dell'imprinting, ma anche di ayakashi che avevano la lucidità di riconoscere che quel loro istinto viscerale di senso di possessione per le proprie compagne fosse deleterio per la compagna stessa.

Yoko documentava ogni testimonianza affinché queste potessero essere raccolte e presentate al momento giusto nelle giuste sedi. Sapeva che non doveva correre, aveva ancora molto da imparare e le persone dovevano imparare a fidarsi; quindi, per ora il supporto arrivava con delle sedute, sportelli d'ascolto e laboratori didattici. 

Tuttavia, non mancarono le prime difficoltà, provenienti non dagli ayakashi – per ora loro non sembravano preoccuparsi – ma dagli umani che odiavano a priori i demoni. Quelle persone che lei stessa aveva trovato sulla rete e alle quali non voleva affiancarsi, perché l'imprinting poteva non essere una malesistenza solo per le Spose.


Eclatante fu il caso dei genitori di Yuzu, i quali, nonostante dopo l'incidente diplomatico fossero stati spediti lontano insieme alla figlia minore, avevano avuto la faccia tosta di tornare per presentarsi alla sede.


«Yoko, tu sei tra le migliori amiche di Yuzu» disse la signora Shinonome, stringendo una mano al cuore. «Ormai è un anno che ci ha abbandonati per andare a vivere con il signor Reiya. Ti prego. È stata tutta colpa dell'avidità di nostra figlia Karin, che si è fatta persino ripudiare dai Kogetsu.»


«Per cosa siete qui, esattamente?» chiese Yoko, sporgendosi dalla scrivania del suo ufficio, accigliandosi.


«Te l'abbiamo detto: riallacciare i rapporti con nostra figlia. Noi l'abbiamo allevata, ma non ci siamo mai resi conto del suo potenziale. Karin si è presa tutte le attenzioni, anche se immeritevoli» disse il signor Shinonome.


Yoko però non si scompose. Davvero credevano di gabbarla? Conosceva fin troppo bene gli anni in cui Yuzu era triste e remissiva. A volte si presentava persino con la divisa scolastica bucata o con avanzi rinsecchiti per il pranzo, perché i genitori non si sprecavano nemmeno a darle una mancetta per il bar.

Karin era stata cresciuta credendo di essere speciale perché Sposa fin da piccola di una kitsune, ma ora che lei era stata scacciata perché impazzita, vedendosi surclassata dalla sorella maggiore, per quelle due spregevoli persone era diventata il capro espiatorio per sottrarsi ancora una volta alle proprie responsabilità.


«Mi dispiace, ma Yuzu è maggiorenne» rispose Yoko, mantenendo un tono fermo e fissandoli negli occhi, «e mi risulta che non sia costretta in alcun modo da Reiya Kiryuin, anzi, si amano a vicenda. L'associazione offre supporto per chi da questa faccenda ha subito un danno morale; non è volta a mettere i bastoni tra le ruote alle coppie felici.»


«E il nostro di danno, allora!?» sbottò l'uomo, sbattendo le mani sulla scrivania. Gli occhi erano diventati due braci vive. «Ci siamo indebitati per mandare Karin alla sezione elementare e media di quell'accademia per ayakashi e abbiamo mantenuto quelle due ingrate fino alla maggiore età! Abbiamo un tenore di vita da mandare avanti e invece siamo stati esiliati come fossimo due criminali. Yuzu ci deve la sua lealtà e in quanto genitori ci spetta la sua parte di eredità. Fa parte del contratto che le famiglie ricevano un compenso per essere state coloro che hanno generato le loro Spose!»


«Non usi quel tono con me!» sbottò allora Yoko. Il cuore le batteva forte, le reazioni violente delle persone le facevano ancora andare il cuore in gola, ma cercò di ricacciare il trauma perché in ballo c'era la difesa della sua amica. «Vedete in Yuzu o in Karin solo dei bancomat viventi? Avreste dovuto essere orgogliosi delle vostre figlie ben prima di scoprire che entrambe avessero ereditato un potere del genere. Come vi ho già detto, avete sbagliato a rivolgervi a questa sede e, se non c'è altro, siete invitati ad andarvene!»


«No, tu ci devi ascoltare! Facci parlare di nuovo con Yuzu!» Il signor Shinonome la prese per le spalle e iniziò a scuoterla. 

Anche la moglie si accodò, continuando anche lei a insistere sulla questione.


Yoko strinse gli occhi e i denti. Per un attimo il flash degli occhi freddi di Ryu mentre l'attaccava le tornò in mente... Ma proprio un attimo prima che potesse crollare, la porta venne spalancata all'improvviso.


«Lasciate andare immediatamente la signorina Yoko Otose.»


Quando i due coniugi si voltarono, le iridi chiare e dalla pupilla rettiliana di Yamato erano fisse su di loro. Anche se erano semplici umani, l'aura demoniaca che il maggiordomo dei Kishinryū sprigionava era opprimente e minacciosa. Il watatsumi non stava affatto scherzando.


«Noi... Noi non stavamo facendo niente di male...» balbettò il signor Shinonome, sudando freddo.


«Ah no? Le vostre urla si sentono dal corridoio» ribatté Yamato.


«Vogliamo solo rivedere nostra figlia Yuzu, siamo i genitori della Sposa dei Kiryuin...» aggiunse in modo supplichevole la donna.


Yamato si accigliò. «I nobili Kiryuin hanno bandito voi e quella scellerata dell'altra vostra figlia. Mi risulta abbiate perso la potestà genitoriale, firmando le carte e facendo diventare i tutori legali i suoi nonni. Non avete alcun diritto di rivendicazione su di lei.»


«A cosa serve questo dannato luogo, allora!?» sbottò il signor Shinonome.


«A tenere lontane persone come voi, che non vedono nelle proprie figlie qualcuno da amare, ma da sfruttare. Per voi conta talmente tanto il denaro da essere disposti a sacrificare la felicità altrui» rispose Yoko, con le braccia rigide lungo i fianchi e la voce ferma. «E ora andatevene o chiamo la polizia.»


I coniugi Shinonome non poterono fare altro che andarsene con la coda tra le gambe. Erano già stati banditi dal mondo degli ayakashi, ci mancava solo una denuncia in quello degli umani.


Yamato li seguì con lo sguardo mentre i due si allontanavano verso la porta di uscita. Quando si voltò a guardare Yoko, però, si allarmò: era di nuovo sulla sedia girevole, rannicchiata su di essa e con i tremori.


Fece un passo avanti di getto, ma la ragazza lo supplicò di non farle del male.

L'uomo allora si arrestò e abbassò lo sguardo. Sarebbe stato ipocrita se le avesse detto di non preoccuparsi quando, meno di un anno prima, lui stesso aveva cercato di sbarazzarsi di lei.

Solo ora sembrava rendersi conto di quante quella giovane ne avesse passate e, nonostante tutto, avesse ancora la forza di combattere... Se fosse stata lei la Sposa di Ryu, sarebbe stato un onore poter servire una tale guerriera. 


«Vuoi che chiami qualcuno? Ti faccio portare qualcosa?»


Yoko deglutì e sussultò appena, senza però alzare lo sguardo. «Dimmi... Dimmi solo che cosa vuoi... Poi va' via...»


«Ero venuto a portarti alcuni documenti e l'assegno mensile» rispose Yamato, per poi tirare fuori dalla tasca interna del completo nero un paio di buste da lettere, poggiandole sulla scrivania. «... E non solo.»


Dalla tasca dei pantaloni tirò fuori la custodia di un gioco ormai datato, di un avatar molto in voga durante la loro infanzia.


Yoko assunse un'aria interrogativa, non capendo.


«Sono riuscito a salvare almeno questo. Ricordo che tu e Ryu eravate ossessionati da questo omino. Vi siete anche messi a replicare le sue mosse con alcuni vasi a casa, per cercare gemme e funghi.»


«Non volevamo romperli davvero, è capitato...» rispose lei stringendosi nelle spalle, ma rimanendo con una certa rigidezza. «Perché me lo stai dando?»


«Midori gli ha fatto buttare tutto.»


Un silenzio pesante aleggiava nella stanza. Yamato fissava Yoko, che però era una statua di marmo. Non si aspettava certo che saltasse giù dalla sedia per andare a prendere a calci Midori, pur avendo sempre saputo quanto il ragazzo tenesse alla sua collezione di videogiochi. Forse da una parte ne era anche felice.


Yoko si limitò ad allungare il braccio e recuperare la custodia, che fece scivolare nella sua borsa.


«C'è altro?» chiese poi la ragazza.


Yamato avrebbe voluto dire di sì, c'erano davvero tante cose da dire... Ma non ne pronunciò neanche una. Era tardi ormai, o almeno così pensava. 


Le porse un cortese inchino e si congedò.


«Signor Yamato» chiese Yoko all'improvviso, quando l'uomo era in procinto di uscire.

Yamato si girò.

«Ryu è felice... Con sua moglie?»


Il drago abbassò per un attimo lo sguardo. «Sì, lo è.»


Yoko abbassò gli occhi a sua volta.


«Per quanto questa... Maledizione... Possa illuderlo nell'esserlo.» Detto questo, varcò la soglia e si chiuse la porta alle spalle.


La giornata si trascinò lenta e pesante per Yoko. C'erano così tante cose da fare e i turbamenti della mente erano un ostacolo al suo lavoro.

Dovette andare a casa in anticipo, altrimenti non avrebbe retto fino a sera.


Una volta raggiunto il suo letto, protetta dalle mura della sua cameretta, la giovane poté lasciarsi andare a un pianto liberatorio. Doveva sfogarsi, doveva tirare tutto fuori. Quello che era capitato era capitato e apparteneva al passato.

Ora c'erano delle persone che contavano su di lei e non poteva deluderle.


Si asciugò le guance con entrambe le mani, poi si girò di lato e, abbassando gli occhi, essi si posarono sulla borsa di pelle ai piedi del letto. Da lì si scorgeva la custodia del videogioco che Yamato le aveva consegnato. Lo prese e se lo passò tra le mani.

I ricordi sopraggiunsero immediati: Ryu e lei, in camera di lui, avevano dieci, undici anni. Quello era uno dei primissimi videogiochi a cui avevano giocato insieme. Erano stati entrambi molto presi e quello era stato solo il primo di una lunga sequela.

Secondo al potere demoniaco di Ryu, c'era solo il suo lato nerd; perciò, pensare che il ragazzo avesse rinunciato a tutto questo per sua moglie era destabilizzante.


"Maledizione". Yamato era arrivato a definire tutto questo una maledizione... La cosa le diede molto da pensare.


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Il fine settimana successivo fu per Yoko un barlume di gioia.

Sua sorella maggiore, Mizumi, era finalmente tornata in città. La giovane donna si occupava di gallerie d'arte contemporanea e proprio per quella stagione autunnale ne avrebbe curata una a Tokyo.

Per l'inaugurazione, Yoko e i genitori erano stati invitati a partecipare anche loro. Fin da subito ammisero di fare un po' fatica a capire le sculture e i dipinti esposti ma, per non offendere Mizumi, cercarono di fare buon viso a cattivo gioco.


L'ambiente era minimale, con pareti in cartongesso bianche, e faretti multicolore erano puntati sulle varie opere per esaltarle al meglio.

Fortunatamente c'era anche un'area buffet e i genitori pensarono che quello fosse decisamente il luogo migliore dove trascorrere il tempo, senza fingersi esperti critici d'arte.

Anche Yoko fece lo stesso inizialmente e, al motto "se è gratis perché no?", si riempì per bene il piatto. Ma allo stesso tempo era curiosa e, a un certo punto, decise di andare alla ricerca della sorella.

Girovagando tra i vari corridoi, finalmente la trovò a intrattenersi in una conversazione con un giovane uomo. Egli aveva i capelli a caschetto biondi, occhi verdi su cui poggiavano degli occhiali dalla montatura quadrata. Indossava un dolcevita dal colletto alto nero e un paio di pantaloni di stoffa del medesimo colore. Era alto e slanciato. Era giapponese, ma probabilmente sangue misto scorreva nelle sue vene. Solo avvicinandosi notò che i suoi occhi non fossero umani, ma l'iride presentava un retino e la pupilla al centro era ellittica e non tonda: era un ayakashi.



«Ah Yoko, eccoti qua, ti stavo per venire a cercare!» esclamò Mizumi, andandole incontro per abbracciarla. La ventenne assomigliava molto a Yoko, ma aveva i capelli a caschetto ed era leggermente più alta. «Allora, che ne pensi di tutto questo?»


Yoko aveva ancora le guance gonfie per il tramezzino che stava masticando, ma annuì e fece un mugugno di approvazione.


«Mi fa piacere... E dimmi,» Mizumi cercò il suo sguardo. «Tu come stai?»


Yoko ingoiò il boccone. «Si va avanti. L'associazione mi prende molto, ma sono felice di constatare di starcela facendo.»


La sorella maggiore le strinse un po' di più le mani attorno alle braccia e sorrise dolcemente. «Ma certo che ce la fai, non ne ho alcun dubbio.»


«Ah, quindi lei è la famosa sorella dell'Associazione per la regolamentazione dell'imprinting della Sposa» disse il giovane uomo, con tono affabile.


«Ah, signor Ōmukade, mi scusi!» esclamò Mizumi, leggermente imbarazzata, tornando a guardarlo. «Sì, lei è Yoko.» Guardò la sorella. «Yoko, ti presento il signor Toki Ōmukade: è lui che ha finanziato questa mostra.»


Yoko incrociò lo sguardo verde dello ayakashi, il quale contraccambiò l'occhiata forse per un istante più del normale. La ragazza si strinse nelle spalle. «Giuro che il nome è temporaneo, ne stiamo cercando uno più rapido da pronunciare... Ma apprezzo che ve lo siate ricordato tutto a memoria!»


Toki sorrise con compostezza ed eleganza. «Lo prendo come un complimento, considerando che sono un centopiedi.»


«Un... Un centopiedi?» Yoko divenne per un attimo viola.


«Mi dispiace, per voi ragazze non deve essere facile sapere che di fronte a voi ci sia un insetto in forma d'uomo» rise divertito il biondo.


Yoko divenne rossa dalla vergogna e agitò una mano di fronte a sé. «No, non si dispiaccia! Mi scusi se le ho dato questa impressione!» Si strinse nelle spalle. «E poi... Nessuno dovrebbe mai vergognarsi della propria reale forma.»


Toki la guardò con sguardo curioso, quasi sorpreso. «Hai ragione. E io non me ne vergogno. Sono orgoglioso del mio retaggio.» Impresse un particolare timbro nel suono della sua voce. Non mentiva al riguardo.


«Come deve andare orgoglioso di quanto allestito, signor Ōmukade» si intromise Mizumi, avanzando di un paio di passi con espressione raggiante. «E se vogliamo proseguire, c'è l'ala dedicata all'arte urbana che, secondo me, potrebbe essere il fiore all'occhiello della campagna promozionale.»


«Ma certo, signorina Otose, proseguiamo e... Altra signorina Otose, vuole venire con noi?» 


Anche Mizumi la invitò a seguirli. «A questo punto, signor Ōmukade, credo che per sua comodità sarà meglio chiamarci per nome!»


«Solo se anche voi farete altrettanto: non sono molto più grande di voi, non c'è bisogno di tutta questa formalità» rispose Toki, mantenendo il tono amichevole.


Yoko trovò molto interessante seguire sua sorella e Toki Ōmukade. Quelli che ai suoi occhi apparivano come ferri vecchi o scarti di cantiere, per loro due invece erano intrisi di un significato profondo. Loro vedevano in un birillo arancione per i lavori, al centro di un cerchio, il senso della solitudine o il sentirsi al centro del mondo; un cartello stradale a doppio obbligo di svolta come un riferimento al cammino della vita. Quelle opere non dovevano apparire belle, non dovevano cercare fan o facoltosi committenti o essere esposte nei musei per secoli: esistevano solo per il tempo della loro esistenza per trasmettere il messaggio che l'autore voleva comunicare.

Yoko in particolare venne colpita da Toki, che gesticolava e parlava con fervore di tutto questo. Ogni tanto si voltava anche verso di lei per coinvolgerla nella conversazione, anche se Yoko non poteva che limitarsi a sorridere e annuire.


La galleria era gremita di persone: era una bella giornata di domenica e molti erano gli avventori che avevano scelto il mondo dell'arte per passare un bel pomeriggio. Per la prima giornata, c'erano anche diversi critici che ogni tanto intercettavano il trio per scambiare anche loro qualche parola.


Arrivò però un momento in cui tutto quel marasma di persone a Yoko fece venire un capogiro. Troppo caos, troppo vociare, e la sua batteria iniziava a esaurirsi. Non voleva però mostrare proprio in quel giorno la sua fragilità, non voleva far preoccupare nessuno: quel giorno apparteneva alla sorella. Così, con la scusa che le facevano male i piedi, si allontanò per dirigersi verso dei divanetti ove era possibile osservare con calma le opere.

Di fronte a lei, dei laser colorati camminavano lungo la parete bianca, creando varie forme che si intrecciavano o si incastravano tra di loro. Avevano un movimento continuo ma lento che quasi la ipnotizzava e, bene o male, la rilassava.

E in questo torpore non si rese conto che, nel frattempo, qualcuno l'avesse affiancata.


«Tutto bene, Yoko?»


La voce di Toki la fece leggermente sobbalzare.


«Oh, signor Ōmukade, scusi, non l'avevo sentita arrivare.»


«Toki... Non mi hai sentito poco fa? Niente formalismi... A meno che tu non ci tenga che vi siano.»


Yoko si grattò la nuca, imbarazzata. «Assolutamente! Anche per me è lo stesso, diamoci tranquillamente del tu e chiamiamoci per nome... Da dove arriva lei... Cioè, tu... È la normalità, immagino.»


Toki annuì. «Ho girato per il mondo, soprattutto in America e in Europa; lì tutta questa formalità sul chiamarsi per cognome, anche con persone che si conoscono da poco, quasi non esiste.»


«Wow, deve essere stato bellissimo aver potuto visitare tutti questi posti» ammise la ragazza, con stupore.


«Ti piacerebbe farlo? Visitare il mondo?» Toki di nuovo assunse un'espressione curiosa.


Yoko strinse un pugno al petto, poi annuì. «Magari un giorno con la mia associazione ci riuscirò.»


«Se hai la stessa caparbietà di tua sorella, sono certo che ci riuscirai» la voce di Toki era gentile e sembrava davvero sincera.


Le guance di Yoko si imporporarono appena per quel complimento, e gli fece un cenno di ringraziamento. Poi tornò a guardare l'opera con i laser e si accigliò. «Che cosa rappresenta?»


Toki rimase in silenzio per qualche istante, continuando a fissare la parete. Il riflesso dei fasci di luce tagliava in due le lenti quadrate dei suoi occhiali, proiettando riflessi geometrici sulle sue iridi ellittiche. Sorrise, ma non era il sorriso di prima; era una sfumatura più profonda, quasi sapiente.

«Rappresenta l'illusione dell'ordine e il paradosso dei confini» rispose Toki, la voce che manteneva quel tono affabile ma ora arricchito da una densità solenne. «Vedi come quei laser si incrociano? Sembrano formare una gabbia perfetta, una griglia impeccabile da cui nulla può scappare. Chiunque li guardi pensa a un disegno immutabile, a regole scritte a cui è impossibile sottrarsi. È il modo in cui molti concepiscono l'esistenza: un labirinto di linee ereditate che non si possono calpestare.» Fece una breve pausa, sollevando un dito affusolato per indicare il punto esatto in cui due fasci si intersecavano, scomparendo per un millesimo di secondo prima di riemergere. «Ma se guardi bene... Quella linea non è una sbarra di ferro. È solo luce. Basta che un corpo si metta nel mezzo, basta un millimetro di ombra, e l'intera griglia si spezza, si rimodella o svanisce. È questa la vera natura del mutamento: ciò che oggi sembra assoluto, domani può essere aggirato, riscritturato o semplicemente superato. C'è chi guarda questa parete e vede solo la forza di quelle linee geometriche. Io, invece, preferisco guardare gli spazi vuoti che rimangono tra di esse. È lì che si trova la vera libertà, nella capacità di flettersi, di scivolare tra le costrizioni e trovare strade dove gli altri vedono solo muri.»


Si fermò un attimo per guardarla e rivolgerle un bel sorriso di ammirazione.


«Ecco perché la tua iniziativa mi ha colpito molto.» Le appoggiò una mano sulla spalla. «Tu non vuoi distruggere la parete, e nemmeno cancellare la luce. Vuoi solo che alle persone sia concesso lo spazio per muoversi e cambiare senza essere tagliate a metà da quelle traiettorie rigide. È una visione... Molto nobile. E molto pericolosa per chi vive nell'illusione che nulla debba mai cambiare.»


Il cuore di Yoko sobbalzò, non per la paura, ma per la sensazione destabilizzante che quell'uomo avesse letto dentro il suo manifesto programmatico meglio di chiunque altro fino ad allora.

Sentì il bisogno di alzarsi. Il tocco, seppur gentile, sulla sua spalla l'aveva fatta sentire strana. Aveva delle difficoltà a farsi sfiorare così spontaneamente e anche quello – si disse – era sicuramente un'abitudine acquisita dal giovane uomo in quei posti dove la rigidità delle interazioni tra persone non era poi così rigida come in Giappone.

Avanzò con le braccia incrociate e leggermente strette verso quella parete e così i laser iniziarono a creare dei disegni astratti anche sulla sua nuca.


«Tu dici quindi... Che è possibile uscire dalla gabbia?»


Toki avanzò di un paio di passi verso di lei. «Ne sono convinto. Il mondo è in continuo mutamento e tu stessa stai rappresentando quel cambiamento, anche se forse ancora non te ne rendi conto.»


«Forse in realtà sto solo cercando di aggrapparmi a qualcosa, mentre il mio di mondo crolla» ammise, con una nota incrinata nella voce.


«Io non credo che sia così» ribatté l'ayakashi. «Non so cosa ti faccia dire una cosa del genere, ma sono certo che la supererai.»


Yoko sorrise, quasi divertita, mentre i suoi occhi color miele erano completamente presi dai laser. «Sembra quasi che tu mi conosca da sempre.»


Improvvisamente sentì di nuovo il tocco del centopiedi e la sua presenza incombere a un soffio dalla sua testa. Toki le aveva preso delicatamente le spalle e si era avvicinato al suo orecchio, fino a farle percepire il suo respiro caldo. 


«Magari è così, cara Yoko. Del resto, non si è sempre trattato di un ritrovamento?»


I peli della nuca di Yoko si rizzarono.


Toki sorrise sottilmente. «Del resto, non potrei aspettarmi di meglio... Dalla mia Sposa.»


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

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