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Il giorno della cerimonia del diploma era coinciso con quello delle nozze.
Il mattino Ryu stringeva le mani ai professori e agli ex colleghi del comitato studentesco, e la sera prometteva amore eterno alla sua Sposa.
Tuttavia, non era come se lo era sempre immaginato. Il giorno del diploma aveva sempre dato per scontato che lo avrebbe vissuto festeggiando con i suoi amici, facendo facce sceme con Nyankichi e, per concludere, al karaoke o in qualche steak house.
Invece, si era ritrovato solo, in compagnia di Midori e di Yamato che, finite le foto di rito, alla fine l'avevano fatto salire in macchina per prepararsi alla cerimonia.
Perlomeno, quando vide entrare Midori nella sala delle cerimonie del castello, il suo cuore ebbe un sobbalzo: era bellissima, eterea e piena di grazia, nel suo abito nunziale tradizionale, con un ampio watabōshi ad incorniciarle il belo viso candido come la neve. Sfilava al centro, con compostezza e pudore, con i rappresentanti delle due famiglie posti sui lati, fino a raggiungere il fondo dove l'aspettavano lui e il sacerdote.
Aveva iniziato a piovere fin dal primo pomeriggio e non aveva mai smesso. Anzi, a Ryu sembrò che, più si avvicinava l'ora del matrimonio, più l'intensità della pioggia sembrasse aumentare.
Sembrava come se il sommo dio Susanoo stesso avesse qualcosa da dire al riguardo.
Questo, però, fu solo un pensiero tutto suo e, tra incensi, lampade fioche e gli sguardi austeri di quei politicanti, si suggellò il patto d'amore.
All'esterno, era il naturale corso della vita di due Sposi del Destino; dietro le quinte, il trionfo di un disegno strategico da parte di entrambe le casate.
Ora che nessuno più si frapponeva tra loro due, ora che tutto era stato messo in regola, mancava solo il coronamento di quella unione: generare un figlio.
Il casato dei draghi non aveva perso tempo: per ogni ala dell'edificio era stata allestita una cameretta per il nascituro. I domestici assegnati alle quattro stagioni trepidavano, sperando ognuno di loro che sarebbero stati assegnati alle cure del neonato... Ma a sei mesi dal matrimonio, tuttavia, il "miracolo della vita" non era avvenuto.
«Dannazione, è tutta colpa tua!»
Le urla di Midori si sentivano già a metri di distanza, e a Yamato era bastato semplicemente seguire la scia di quella voce carica di rabbia e di indignazione.
Trovò lei e Ryu in un salotto dell'ala d'autunno che si affacciava sul giardino corrispondente, dal quale si intravedevano gli aceri dalle foglie rosse. Un luogo di raccoglimento, adatto al periodo ottobrino... Ma che invece, quel giorno, stava ospitando lo scompiglio.
Come Yamato aprì le porte scorrevoli di carta di riso, si vide volare davanti agli occhi un vaso di ceramica rossa che per un pelo non colpì Ryu stesso.
Quella era una di quelle occasioni in cui Midori abbandonava la maschera della donna composta e aristocratica, e il volto le si contraeva dall'ira. Ormai tutti nel palazzo sapevano che, quando non era appagata, diventava furiosa, e l'oggetto del suo sfogo era sempre il suo Sposo.
«Ci riproveremo» provò a dire Ryu, «siamo sposati da poco...» Poi si accorse della presenza del suo maggiordomo e un lampo di speranza si accese nel suo sguardo. «Signor Yamato, oggi la cara Midori è leggermente turbata. Puoi portarci del tè?»
«Che cosa è successo?» chiese l'uomo, con un cipiglio che gli solcava la fronte.
«Succede che il tuo padrone non è in grado di adempiere al suo dovere!»
«Sono tornate le maree?»
«Abbiamo seguito quello che il ginecologo ci aveva indicato per assicurarci il periodo più fertile, ma non è andata bene» spiegò il giovane drago, con un tono come a volersi scusare.
Poi guardò Midori. «Cosa ha detto la tua famiglia? Quando riceveremo la benedizione del Dio Drago?»
Midori si rabbuiò e strinse i pugni lungo i lati del corpo.
Yamato si accigliò leggermente, scorgendo forse... Un'esitazione?
«La sacerdotessa Mikoto ha detto che gli astri non sono ancora ben allineati per poter incontrare il Dio Drago... Ma comunque sia» lo sguardo le si accese, «il mio drago ha forse bisogno del vigore di un altro per adempiere ai suoi doveri!? Mi stai rendendo infelice.»
Yamato lesse un reale dolore nello sguardo di Ryu che, per via dell'imprinting, non poteva ribattere, non poteva mandarla al diavolo. Nel sentire che la stava deludendo per non averla ancora messa incinta, le sue spalle si curvarono e il suo sguardo era spento.
«Ci riproveremo anche stanotte. Non preoccuparti... E scusa per la mia incapacità.»
Yamato strinse i pugni. Anche se le doveva lealtà assoluta... Odiava quella donna.
«Mio signore, vostro figlio è infelice. La sua Sposa non fa che insultarlo, maltrattarlo. È diventato l'ombra di se stesso» disse più tardi al capofamiglia, raggiungendolo nel suo studio privato con arredi bianchi e di marmo, ove lo trovò intento a firmare alcune carte.
Il signor Tatsuo Kishinryū, però, ancora una volta da quell'orecchio non ci sentiva. «Midori ha tutte le ragioni per esserlo. Stiamo attendendo un erede. Reina rimase incinta di Ryu alla prima notte di nozze, e noi draghi abbiamo un flusso energetico vigoroso. Ryu diventerà presto lo zimbello della razza dei draghi se presto non verrà annunciato il lieto evento... E sai bene perché abbiamo bisogno di questo figlio.»
Chiaramente, anche Yamato sapeva degli obiettivi strategici del suo capoclan, quindi questo ritardo stava facendo innervosire anche lui. Ogni mese che passava significava un allungamento del tempo. Nel momento in cui dentro il ventre di Midori avesse iniziato a battere una vita, il loro piano avrebbe avuto inizio.
Né Midori né Ryu avevano reali problemi di fertilità, erano stati fatti tutti i controlli, perciò non c'era assolutamente motivo perché il loro talamo fosse sterile.
La speranza quindi risiedeva almeno nella benedizione del Dio Drago, che avrebbe infuso fortuna alla loro unione e così avrebbe garantito una prole forte e sana. Tuttavia, questo incontro non si era ancora fatto. C'erano dei riti da seguire, energie ancestrali di cui bisognava rispettare i flussi.
Il casato principale degli Ichiryusai avrebbe fissato l'incontro solo al momento giusto... Ma la speranza dei Kishinryū era che, per allora, avrebbe benedetto un ventre gonfio.
Tutto questo, però, stava andando a scapito di Ryu, che veniva consumato come una candela sempre accesa. Lui era un mezzo, il ponte di passaggio che avrebbe segnato il ribaltamento delle regole, e i ponti vengono attraversati e calpestati, non compresi.
Solo Yamato sembrava ancora ricordarsi che lui fosse un essere di carne e sangue, con dei sentimenti. Forte energicamente come il padre, ma con il cuore e i lineamenti della madre.
Un ragazzo di appena diciannove anni che da piccolo non faceva che correre per il palazzo, cacciarsi nei guai e andare orgoglioso del suo retaggio. Ora, invece, non si trasformava più e, se per sbaglio gli apparivano le squame, se le grattava via fino a ferirsi la pelle; su ordine di Midori, aveva dato via tutti i suoi videogiochi e i manga, poiché non si addicevano alla figura dell'erede di un clan. Indossava abiti tradizionali e la sua figura doveva apparire alla servitù sempre retta e impeccabile.
Il vero Ryu era stato cancellato del tutto nel momento in cui aveva bevuto il sangue della sua Sposa, e Yamato si era ormai accorto da tempo di rimpiangere i giorni in cui per il giovane padrone la sua Sposa era un'altra... Anche se per scelta e non per destino. Ma i fatti erano altri e non potevano essere mutati.
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Tre mesi prima. Il giorno dell'Umi no Hi. Il giorno del compleanno di Ryu.
Per l'occasione, la famiglia si era spostata al residence al mare che affittavano ogni anno, e per Midori sarebbe stata la prima volta.
Ryu era felice di portarla lì, perché per lui quel luogo era il simbolo di tante belle estati e sperava di rinnovare anche quella tradizione celebrando il compleanno e la Festa del Mare con la sua dolce metà.
Midori era bellissima anche in costume da bagno e i due giovani sembravano davvero affatiatati.
Sotto lo sguardo vigile del fedele Yamato, trascorsero la giornata in spiaggia a mangiare gelati e a fare passeggiate.
Eppure c'era sempre qualcosa che stonava. Anche nel gioco, si faceva tutto come diceva lei e, conoscendo il suo padrone, Yamato notava come si stesse trattenendo dal gettarsi in acqua e mutare in drago.
Per gli accordi tra umani e ayakashi, questi ultimi non potevano mutare di fronte ai mortali, a meno che non ci fosse un valido motivo, e Midori era tra coloro che ritenevano legge assoluta questa regola diplomatica.
«Ryu, mi ami?» chiese la ragazza, sdraiata sul telo, abbracciata a suo marito.
«Sì, ti amo» rispose lui, accarezzandole i lunghi capelli blu.
«Cosa sei disposto a fare per me?»
Ryu sbatté le lunghe ciglia, prima di rispondere: «Tutto.»
«Sai, io ritengo che siano i draghi i più degni di ricevere l'eredità del Dio Drago.»
Ryu si irrigidì impercettibilmente. Che avesse parlato con il padre? Eppure era convinto che i piani del capofamiglia Kishinryū fossero di sfruttare questo matrimonio in segreto. Gli Ichiryusai avrebbero dovuto essere solo un mezzo.
«Perciò, nel momento in cui io ti ho sposato, non credi debba essere considerata io come Prima Sacerdotessa del Dio Drago?»
Ora capiva. Non aveva parlato con il padre. Era Midori stessa che stava iniziando a formulare qualcosa di estremamente pericoloso.
«Gli Ichiryusai sono più forti del mio casato, solo gli oni sono loro pari.»
«Vuoi dire che il mio drago non ne sfiderebbe uno? Per quella donnetta lo ha fatto senza esitare.» Gli si avvicinò all'orecchio e gli morse delicatamente il lobo, facendogli avvampare immediatamente le guance. «Tu sei il discendente del Dio Drago. Non quegli ex-umani carichi di odio e sete di potere. Fai parte di una stirpe nobile e pura: sei tu che dovresti essere al comando, e la tua nobile Sposa non dovrebbe più chinare il capo al cospetto di ragazzine scappate di casa» gli sussurrò in un tono che Ryu accostò al sibilo di un serpente.
Se la previsione del padre fosse stata corretta, anche il desiderio di conquista di Midori sarebbe stato appagato.
Se tutto fosse andato come nei desideri di suo padre e di sua moglie, il casato Kishinryū sarebbe divenuto la Prima Famiglia.
Yamato non aveva potuto sentire tutto questo ma, quando tornarono alla residenza, trovò a un certo punto Ryu – in uno dei rari momenti di solitudine – tra le piante di clerodendro, intento a vomitare.
Il maggiordomo poteva sentire chiaramente il potere demoniaco del suo giovane padrone in totale subbuglio e il corpo scosso dai tremori.
In un attimo gli fu subito accanto: non poteva lasciarlo sentire male, limitandosi ad osservare.
Lo prese per le spalle e lo aiutò a tirarsi su.
«Yamato, non capisco, noi ayakashi non ci ammaliamo mai» disse con il fiatone. «Che cosa...» Tossì. «Cosa mi sta succedendo?»
«Noi non siamo soggetti alle malattie umane, ma non è vero che non possiamo ammalarci» strinse i denti. «Questo stesso imprinting è una malattia dell'anima.»
«Non dire così» rispose Ryu ansimando. «Io amo la mia Sposa, ma non faccio che deluderla... Sono un marito indegno.»
«Non devi dire così, non è vero!» Ribatté l'uomo con forza.
Con il volto del ragazzo adagiato sulla sua spalla, per un attimo gli tornò in mente quando Ryu era piccolo, sorridente e allegro, ma quando esauriva le energie si appoggiava a lui per farsi portare in braccio.
Ryu sorrise mestamente. «Tu, Yamato, non hai ancora trovato la tua metà spirituale, quindi non puoi capire. Midori è il mio respiro, la mia unica ragione di vita. Anche se ha le spine, è mio dovere prendermene cura, anche al costo di essere punto.» Provò a sollevarsi. «Comunque mi dispiace che tu mi abbia visto in questo stato. Dimenticalo e gioisci per me, perché questa sera accenderò per la prima volta le lanterne cerimoniali con la mia adorata.»
Yamato lo aiutò a rialzarsi e gli diede qualche pacca per togliergli la polvere di dosso.
«Sarà la prima volta senza la signorina Yoko» disse il maggiordomo, sorprendendosi da solo di averla nominata dopo così tanto tempo.
Le sopracciglia di Ryu ebbero un piccolo spasmo. «Secondo te... Pensi che lo farà lo stesso?»
«Accendere una lanterna?»
«Sì... Io l'accendevo per lei e lei per me. Dici che lo farà anche quest'anno? È anche il giorno del mio compleanno, del resto.»
Yamato lo guardò con aria sorpresa. Ryu aveva nello sguardo un'espressione quasi febbrile e sorridente. Possibile che sperasse davvero che quella ragazza, dopo tutto quello che lui stesso le aveva provocato, potesse davvero dedicargli una lanterna?
Sapeva che Ryu aveva in parte ereditato il potere di antistregoneria legato al retaggio della madre, ma questa avrebbe dovuto essere latente, ridotta ai minimi termini, quanto bastava per non cedere a Midori il totale controllo e poterle nascondere dei segreti. Possibile che, invece, fosse molto più forte di quanto si pensasse e stesse entrando in aperto conflitto con l'imprinting? Se così fosse stato, quello si sarebbe profilato come un caso più unico che raro, e Yamato non possedeva le prove certe per supportare una simile teoria... C'era forse qualcuno, tuttavia, che avrebbe potuto rispondere a questo quesito.
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Le note vibranti del Nohkan — il flauto traverso di bambù della tradizione classica giapponese — e le percussioni cadenzate dei tamburi cerimoniali accompagnavano la danza mistica della Sacerdotessa dei Draghi, designata in occasione del compleanno del giovane padrone e per la Festa del Mare, al fine di tributare il dovuto omaggio all'erede del clan. La melodia si dipanava assecondando una frequenza lenta, ricca di microscopiche e sottili sfumature timbriche, interamente consacrata all'adorazione del loro avo primordiale: il sovrano del lago Biwa, Ryūjin. I canti polifonici dei membri del clan celebravano la magnificenza e l'autorità dell'antico rettile divino; la Sacerdotessa rispondeva a quelle invocazioni manipolando la massa liquida e innalzando spruzzi e onde costanti, le quali andavano a modellare le fattezze di draghi marini che si contorcevano in spirali e "abbracciavano" la sacerdotessa. Quelle proiezioni elementali riproducevano l'essenza stessa del sommo drago e della sua stimata discendenza imperiale, tra le cui fila spiccava la principessa Otohime, la capostipite dei Kishinryū.
Sotto lo sguardo di una luna quasi interamente piena, tra le acque calme della risacca e la marea di lanterne galleggianti che oscillavano sulla superficie dello specchio d'acqua o presiedevano disposte lungo l'arenile, si compiva anche per quell'anno un evento di grande importanza la casata dei watatsumi.
Il capoclan, il figlio e la nuora erano in piedi in mezzo a tutti loro e ascoltavano con compostezza e regalità questo omaggio divino.
L'aria era satura del potere demoniaco della sacerdotessa e gli altri draghi rispondevano sprigionando anch'essi la loro energia spirituale.
A un certo punto la sacerdotessa, ancora sospesa sull'acqua, invitò con un gesto del braccio Ryu a raggiungerla. Il ragazzo quindi avanzò, con i piedi che affondavano appena nella sabbia, e poi sotto i suoi piedi si formarono dei piccoli vortici per tenerlo sospeso a pelo d'acqua.
Si aprì il kimono blu con i ricami di alghe verdi, mostrando il petto, e lì la sacerdotessa vi posò una mano. Uno scambio di energie a scopo purificatore e di buon auspicio.
Non era della stessa potenza e importanza di una benedizione data dal Dio Drago in persona, ma anche le figure dei signori di Biwa erano ugualmente importanti e potenti. E in risposta a quella benedizione Ryu poté, in quel frangente, fare ciò che altrimenti non avrebbe potuto fare per via delle leggi. In quel caso, neanche Midori poteva nulla al riguardo: il corpo di Ryu mutò in un drago marino completo. Lo fece prima immergendosi in acqua, poi l'acqua iniziò a bollire per l'energia demoniaca sprigionata e infine, come un'onda anomala, l'acqua si increspò e si infranse, fino a far emergere una creatura massiccia dalle affilate scaglie blu, due lunghi baffi e una cresta ben appuntita. Grazie al potere maggiorato nel trovare la Sposa, esso ora misurava venti metri e la sua circonferenza si era fatta ancora più larga. Ed essendo lui giovane, aveva ancora possibilità di miglioramento.
Nessuno aveva alcun dubbio: Ryu aveva ereditato il meglio di quel sangue divino. Si poteva affermare quasi con certezza che egli fosse la reincarnazione di Ryūjin stesso.
Le sue fauci lunghe e feroci, le corna spesse e i suoi occhi color acquamarina con pupille romboidali. La differenza stava solo nei suoi colori, in quanto l'originale aveva i capelli rossi, mentre lui li aveva blu.
E da un drago del genere poteva solo essere generato un essere di altrettanta potenza. Se non addirittura superiore, grazie alla fusione con il potere bianco degli Ichiryusai: colui che verrà chiamato Tawara, la reincarnazione dell'eroe Fujiwara no Hidesato.
... Tuttavia Yamato sapeva che tutta quella magnificenza che avrebbe dovuto appartenere di diritto al suo giovane padrone non fosse davvero sua; questo venne subito dimostrato quando il drago sovrastò tutti i presenti, i quali si inchinavano in segno di profondo rispetto. Tranne Tatsuo e Midori.
In seguito alla morte di Reina, per il capofamiglia era rimasto solo l'onore del clan e ormai il figlio era diventato un semplice mezzo per i suoi scopi, mentre Midori amava sadicamente sottomettere il drago.
Yamato sentì salire la bile quando, infatti, la giovane donna posò una mano sul muso del rettile e sorrise con perfida soddisfazione. Non provava la gioia di avere accanto a sé una creatura ancestrale così fiera e magnifica, ma la consapevolezza di avere come marito una creatura potente le cui facoltà fossero sotto il suo più completo controllo.
La cerimonia si concluse con il drago tornato uomo. Prese le mani di sua moglie e insieme sprigionarono un'ultima ondata di energia spirituale: quella di Ryu scura e densa della sua natura di Reiryoku, e quella chiara e pura dello Shinryoku. Insieme, fondendosi, ricreavano una perfetta unione spirituale yin e yang. Non poteva esserci davvero alcun dubbio sulla legittimità di quella unione predestinata.
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«Somma Kiyohime!» urlò Yamato al mare.
Erano trascorse alcune ore e ormai la famiglia si era ritirata per andare a dormire. Questo era il momento perfetto per allontanarsi e tornare alla spiaggia. Doveva cercare di approfondire la questione, voleva almeno cercare di dissipare i suoi dubbi. Se anche la Signora delle Spose non fosse stata in grado di rispondergli oppure gli avesse detto che così era e la cosa doveva essere accettata, avrebbe accantonato ogni dubbio.
«Somma Kiyohime!» urlò ancora il maggiordomo dei Kishinryū. «Ho bisogno di parlare con te. Ti prego, palesati! Riguarda un dubbio sulle Spose e solo tu puoi rispondere al mio quesito.»
In risposta a quel richiamo, ci fu solo la brezza fresca della notte e l'odore della salsedine.
C'erano ancora delle lanterne sulla spiaggia di cui piano, piano l'alta marea si stava appropriando per farle finire lontano, al largo. Qualcuna, però, era ancora accesa: dei lumini resistenti, così come la speranza di Yamato di poter aiutare Ryu affinché lui stesso non si spegnesse.
Abbassò lo sguardo e strinse i pugni. Forse la dragonessa non avrebbe risposto; del resto era una protettrice delle Spose, non un ufficio informazioni, non doveva dare alcuna spiegazione su misteri che tali sarebbero dovuti rimanere... Tuttavia, forse quella sera lei si sentiva magnanima o aveva riconosciuto la sua voce.
L'acqua del mare iniziò a ribollire e, tra le ombre e la luce argentea della luna, delle creste scure e appuntite emersero a sprazzi tra le onde, finché alla fine l'acqua non si sollevò e da essa comparve una creatura, anch'essa alta venti metri, ma dalla livrea rossa. L'energia demoniaca non lasciava alcun dubbio sul fatto che fosse un drago del fuoco, ma la somma creatura non si mostrava totalmente drago o totalmente donna. Essa si palesava in una fusione tra le due e, così come emanava un'aura di potenza e alto retaggio mesi prima, quando si era palesata a lui la prima volta per difendere Yoko, la stessa energia si sprigionava ancora una volta. La sua espressione era austera e interrogativa. Cosa mai poteva chiedere quel membro di una casata cadetta proprio a lei?

«Non ti indicherò chi sia la tua Sposa, piccolo drago. Il destino si compirà da solo e io stessa non posso dirtelo con precisione» disse la dragonessa.
Yamato le porse un solenne inchino, quale era richiesto dal suo rango verso una sua superiore.
«Somma Kiyohime, non mi interessa scoprirlo. Se accadrà, così sarà... Anche se, alla luce dei recenti avvenimenti, tremo al solo pensiero.»
Kiyohime restrinse leggermente lo sguardo e sporse appena il labbro inferiore. «Spiegati.»
Yamato allora contrasse le sopracciglia, cercando di pensare alle parole giuste. Non era un argomento semplice: forse mai nessuno aveva osato chiedere qualcosa del genere.
«Signora delle Spose... Ti prego... Dimmi... Che tu sappia... È possibile che la magia ancestrale delle Spose del Destino ogni tanto si sbagli?»
Gli occhi rossi di Kiyohime divennero infuocati. «Che blasfemie vai dicendo!?»
Yamato non indietreggiò, nemmeno quando lo investì un'aura incandescente che rispecchiava tutta l'indignazione della donna nell'udire queste parole così sacrileghe.
«Allora è possibile che un ayakashi sia in grado di resistere all'imprinting, se questo si compie con una donna meschina?»
«Nessun ayakashi può resistere a quella magia. Non è un'ipnosi: è un ritrovamento di due anime che una volta erano una sola. È come spezzare un oggetto a metà e poi riunirlo. Solo con esso l'incastro può avvenire; perciò, non c'è motivo per cui lo spirito di un ayakashi si ribelli a qualcosa che fa parte di sé, alla pari di un organo vitale.»
"A meno che non si sia dotati di antistregoneria" pensò Yamato.
«Quindi non è nemmeno possibile che un ayakashi sperimenti l'imprinting verso due persone? Oppure che sussista la possibilità di lasciare una Sposa per trovarne un'altra?»
«Vuoi farmi infuriare, piccolo drago? Mi hai richiamato affinché io ti incenerisca lì dove sei!?»
Questa volta l'energia spirituale lo fece cadere a terra e fu costretto a pararsi con il braccio per evitare che la sabbia gli finisse negli occhi, la quale comunque gli graffiava la pelle.
«Somma Kiyohime, mi dispiace, non è mia intenzione farti infuriare... Ma ti prego, io devo sapere! Per Ryu, per il mio giovane padrone. Ti prego, dammi la speranza che ci sia un modo di liberarlo da questa maledizione!»
«La Sposa del Destino non è una maledizione!» tuonò la donna, sollevando le braccia.
Yamato richiamò la sua energia spirituale per issare almeno una barriera contro i miasmi emanati dal drago di fuoco. Alcune lanterne di carta presero fuoco.
«Per Ryu lo è! Midori Ichiryusai è una donna spregevole... E io voglio bene a quel ragazzo, ti prego, aiutami!»
La furia di Kiyohime, così come si era sprigionata in quell'impeto di furore, si dissipò, ma delle scintille di fuoco continuavano ad aleggiare attorno al suo corpo.
«Gli Ichiryusai vennero benedetti dal Dio Drago; che Ryu abbia avuto l'imprinting con un esponente di quel casato è per il vostro una grande fortuna, e anche per noi, vostri cugini, lo è. Tuttavia, avere del sangue benedetto non rende automaticamente delle belle persone e, purtroppo, non è insolito che molte Spose, per sete di potere o per rancore, si ritrovino a essere le burattinaie dei propri ayakashi.»
Yamato cercò di rimettersi faticosamente in piedi mentre si dava delle pacche per togliersi la sabbia di dosso; i suoi capelli azzurri, ben pettinati all'indietro, ora erano tutti scompigliati.
«Perciò non esiste davvero modo affinché questa coppia si divida?»
Kiyohime fece un deciso segno di diniego. «A meno che il capofamiglia non decreti che quella persona sia totalmente indegna. A tal proposito ho sentito che all'ultimo raduno c'è stato un guaio diplomatico e Nadeshiko Kogetsu, la capoclan delle kitsune, ha ripudiato la Sposa di un suo sottoposto.»
Yamato confermò la voce.
«Quello è infatti l'unico modo. Ma si tratta solo di trattati che riguardano le alleanze. Lo yōkai Yota sarà per sempre legato alla sua Sposa Karin e ne soffrirà fino a impazzire: non avrà altri pensieri che per lei, anche quando gli sarà assegnato un matrimonio combinato con una sua simile.» Poi si accigliò, mentre il corpo serpentino scivolò leggermente sulle acque ribollenti. «Perché mi hai chiesto della possibilità di una doppia Sposa?»
Il maggiordomo allora si strinse nelle spalle e prese un profondo respiro. «Prima di conoscere Midori, Ryu considerava Yoko la sua Sposa, anche se non c'era stato imprinting... E considerando quanto stessero bene insieme...»
«Ti fermo subito. Ricordo quella fanciulla che tu volevi uccidere. E no. Al di là del fatto che andassero d'accordo, ti ripeto ancora una volta che i caratteri non centrano nulla con l'affinità spiritica. Midori è la Sposa di Ryu, per quanto abbia comportamenti deprecabili con lui. Yoko ha il potere delle Spose in lei ma, già come ti dissi allora, lei è destinata a un altro ayakashi.»
Quelle parole furono per Yamato qualcosa di struggente, al punto che non poté fare a meno di passarsi una mano sugli occhi. Aveva giurato lealtà al casato e, di conseguenza, Midori era sotto la sua protezione. Avrebbe dato la vita pur di difenderla. Ma come poteva anche essere lo scudo di Ryu, se una magia antica e misteriosa lo voleva schiavo di quella donna?
Forse avrebbe dovuto confidare a Kiyohime che in realtà Ryu aveva anche un potere che lo rendeva – seppur in minima parte – immune all'imprinting? No, non poteva. Il segreto sul retaggio del ragazzo era custodito solo tra i membri più stretti del casato dei draghi d'acqua. Kiyohime apparteneva a quelli di fuoco: ne sarebbe scaturita una faida interna se si fosse saputo.
«Il Dio Drago potrebbe annullare il potere» la voce giunse a sorpresa dalla dragonessa, che lo guardava dall'alto verso il basso facendo vibrare le scaglie del suo corpo draconico color rame.
«Come, mia signora?» Yamato sollevò lo sguardo lucido, tradendo una nota di speranza.
«Egli fu colui che benedisse la Prima Sposa. Colui che mi ha designata come Signora delle Spose. Solo lui potrebbe annullare l'imprinting.»
«Ma il divino Ryuusuke risponde solo al casato degli Ichiryusai...»
«È esatto» confermò la donna. «E deve essere volontà dello Sposo. Ma, per ovvie ragioni, chi è l'ayakashi che rinuncerebbe alla sua Sposa, che ama alla follia?»
«... E non esiste nemmeno il modo per cui il mio capoclan ripudi Midori, anche a scapito del figlio.»
«Tatsuo non si lascerà sfuggire l'occasione di far riavvicinare noi draghi al vero tempio del Dio Drago» concluse Kiyohime.
Un silenzio pesante e freddo aleggiò nel luogo. Le sopracciglia di Kiyohime si contrassero vedendo Yamato con lo sguardo basso e le spalle curve. Comprendeva che quel giovane drago fosse in cerca di risposte più speranzose. Ma la speranza, per quello che intendeva lui... Semplicemente non esisteva.
«Posso solo augurare al tuo giovane padrone che un giorno la sua Sposa possa imparare a volergli davvero bene. La Sposa di Tatsuo era nobile e gentile, e suo figlio ha ereditato quel carattere: è davvero un peccato che quell'umana calpesti un così bel fiore per puro capriccio... Non ho altro da dirti al riguardo... Addio.»
Detto questo, si voltò e si curvò all'indietro, così da rituffarsi nelle profonde acque marine, che ribollivano al suo contatto, per tornare alla sua dimora a Hidaka.
Sotto la luce fredda della luna di luglio, Yamato rimase quindi lì, in contemplazione su quanto appreso: per Ryu non c'era assolutamente nulla da fare.
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Quella notte Ryu aveva di nuovo fatto l'amore con sua moglie e ora la donna giaceva addormentata al suo fianco, con i respiri lenti.
Ryu ancora non riusciva a prendere sonno: aveva adempiuto al suo dovere come marito e come erede del clan anche per quella sera e, visto che era stato benedetto in nome del suo antenato, magari stavolta era la volta buona.
Tuttavia c'era una cosa che l'aveva turbato durante l'atto e, ora che tutto era finito, non poteva fare a meno di rimuginarci sopra: durante l'amplesso, tra i sussurri e i respiri profondi, Ryu ebbe un'allucinazione visiva e gli era parso, a un certo punto, di non vedere più il volto di Midori, bensì quello di Yoko... E non ne aveva provato ripudio; anzi, aveva premuto contro le sue labbra con più intensità, almeno finché, scostandosi, non si era di nuovo trovato di fronte il volto di sua moglie.
Di nuovo provò a chiedersi se per caso Yoko avesse acceso una lanterna per lui, ma ora che era di nuovo lucido, lui stesso escluse questa possibilità.
Nello stesso tempo in cui tutto questo avveniva, a chilometri di distanza, nella stanza di Yoko, la giovane era ormai addormentata da un pezzo. Aveva lasciato il cubo multicolore acceso, quello che Ryu le aveva regalato tempo prima per simulare i riflessi del mare. Quella era la prima volta che lo accendeva, da quando si erano lasciati.
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