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Il resto della giornata per Ryu si trascinò lento, molto lento. Il suo spirito era in subbuglio: ciò che aveva fatto lo aveva dovuto fare perché il suo istinto innato primario era di proteggere la sua Sposa. Ma quello era stato anche la ragione della sua rovina: aveva eseguito qualcosa che non voleva davvero fare e così si ritrovò persino a pensare che forse anche Yota Kogetsu si fosse ritrovato nella medesima situazione, solo ventiquattro ore prima. Non lo conosceva molto bene, non frequentavano la stessa scuola, si vedevano giusto ai raduni annuali, e aveva sempre notato quella forte simbiosi tra lui e Karin, la sorella minore di Yuzu. Senza esitare, aveva persino ferito malamente quest'ultima per un semplice schiaffo, senza immaginare che il suo gesto avrebbe contribuito a compiere il destino dell'incontro della ragazza con il sommo Reiya. E anche dopo che Yuzu, appunto, era diventata la Sposa della Prima Famiglia, lui aveva comunque agito sconsideratamente per eseguire la richiesta di Karin.
Lo sguardo terrorizzato di Yoko, quello colmo di risentimento di Nyankichi, gli occhi increduli di Touko e Yuzu e quelli colmi di sdegno di Reiya si affacciarono tutti alla sua mente come qualcosa di doloroso e pungente.
Con la scusa di dover ricaricare le proprie energie, si chiuse in camera così da poter stare un po' da solo e lì si era rannicchiato nel letto in posizione fetale. In realtà, il suo istinto smaniava per tornare da Midori, cercare le sue carezze e le sue labbra, un vizio che gli faceva tremare il corpo in quanto non ancora appagato. Ma c'era un lato di sé che, allo stesso tempo, lo supplicava di rimanere lì dov'era, di starle lontano almeno per un po' per cercare di fare mente locale su quanto avvenuto. Quella parte di sé sperava anche, essendo domani lunedì, di poter parlare con i suoi amici per scusarsi... Ma sapeva che ormai quella nave era salpata. Aveva passato il segno.
Martedì pomeriggio, invece, ci sarebbe stato l'ultimo giorno del raduno e lì lui avrebbe dovuto partecipare con Midori; probabilmente qualcuno lo avrebbe persino sfidato, non era insolito tra i giovani ayakashi volerlo fare durante quell'evento e i più anziani se ne compiacevano, perché così segretamente testavano la forza degli eredi.
Lì, allora, forse avrebbe potuto parlare di nuovo con Nyankichi almeno, e provare a risolvere la situazione con lui.
«Aaaahh!» Si alzò come attraversato da una scarica elettrica e strinse i pugni, si piegò sulle ginocchia e iniziò a colpire il pavimento di marmo con rabbia, ancora e ancora, con una ferocia tale che il pavimento iniziò a scheggiarsi; quando si fermò per riprendere fiato, sollevando lo sguardo, vide attraverso lo specchio a parete che per la foga si era parzialmente mutato.
Il suo sguardo tremò e si riempì di lacrime. «Non sono che un mostro» si disse, per poi chinarsi di nuovo, esausto e singhiozzando lì dove si trovava, nella solitudine del suo dolore.
«Ryu, posso entrare?» La voce soave di Midori, che bussò alla sua porta qualche ora più tardi, ormai passata l'ora di cena, gli fece ruotare lentamente gli occhi da rettile.
Era sdraiato a terra a quattro di bastoni e stava fissando il soffitto. Ingoiò saliva, ma poi si sollevò sui gomiti e la invitò a entrare.
Midori si era cambiata: ora indossava una vestaglia di seta azzurra con ricami argentati che mettevano in risalto le sue forme sinuose, mentre i capelli ricadevano come una cascata lungo le spalle e la schiena. Nella penombra della stanza, con solo l'argento della luna che filtrava dalla finestra, la bellezza di quell'umana, il cui sangue era stato benedetto dal Dio Drago Ryuusuke in persona, la faceva apparire quasi come una divinità.
«Il letto era troppo scomodo stasera?» chiese lei, quasi divertita, per poi accigliarsi leggermente notando che ai piedi del letto stesso il pavimento era rovinato. «Il mio drago non dovrebbe sentirsi in colpa per quanto accaduto oggi; anzi, dovrebbe esserne orgoglioso. Io lo sono» aggiunse, per poi inginocchiarsi accanto a lui.
«Dopodomani parlerò con Nyankichi, non posso perdere anche lui» rispose stancamente Ryu.
Midori gli accarezzò i morbidi capelli blu. «Se siete veri amici, gli passerà. Tra qualche mese frequenterete insieme la Kakuriyo Gakuen, giusto? Se non l'ha ancora capito, allora glielo insegneranno lì per cosa sia giusto battersi o meno. E oggi lui non avrebbe dovuto farlo, nemmeno per la vostra amica.»
«Ma davvero volevi che io uccidessi Yoko!?» sbottò allora rauco Ryu. «Volevi che mi macchiassi di un'onta simile?»
Lo sguardo di Midori, nella penombra, divenne cupo. «No, stai tranquillo. Se Toukichi non fosse intervenuto, ti avrei interrotto io. Non ci serve quella ragazza sulla coscienza, ma doveva capire che ha chiuso con te; non si sarebbe mai arresa altrimenti.»
Ryu restrinse lo sguardo e fece un sospiro secco. «Direi che dopo oggi... Ci siamo riusciti.»
Midori non aggiunse altro, ma scivolò in avanti, fino a mettersi a cavalcioni su di lui.
Ryu deglutì, sentendo come il suo corpo reagisse naturalmente a quel contatto provocante della sua fidanzata. Era davvero un tutt'uno con lei, e unirsi a lei era come trovare quel senso di riposo che si ha dopo una lunga fatica, premiandosi con un bagno caldo.
«Sai... Quando mi dissero che sarei diventata la tua promessa sposa, mi sono sentita sollevata» gli disse, facendo scorrere un paio di dita lungo l'incavo del suo collo. «I Draghi dell'Acqua sono i più vicini al Dio Drago, rispetto agli altri.»
Il ragazzo sbatté lentamente le palpebre. «Ci sono anche i Draghi dello Spirito.»
Midori rise. «Quei vecchi matusalemme rinchiusi nelle loro preghiere? Per carità, che continuino pure a incrociarsi tra loro.» Si sporse in avanti e gli baciò delicatamente le labbra. «Il Dio Drago è prima di tutto un Drago dell'Acqua e la leggenda narra che egli sia anche Ryūjin, tuo antenato e di cui porti il nome. A sua volta, il nostro amato Ōwatatsumi è figlio di Izanagi e Izanami, e il tuo clan deriva da uno dei suoi quattro figli: Otohime.»
Con calma iniziò a sciogliere il nodo della vestaglia, mostrando al ragazzo che sotto non portasse nulla; alla vista di quei bei seni giovani e sodi, lo sguardo di lui iniziò a pulsare di desiderio.
«Perciò, amore mio, capisci l'importanza del tuo retaggio e capisci quale onore sia per me non solo esserti stata promessa, ma addirittura ho avuto la fortuna di essere proprio io la tua Sposa di sangue? Essendo il mio casato benedetto dal tuo avo ed essendo sempre il mio casato ad aver generato la Prima Sposa, è come un cerchio che si chiude.»
Le movenze del bacino della giovane, mentre gli diceva tutto questo, sortirono il loro effetto e il watatsumi si sollevò di colpo per afferrarle i fianchi. Le narici si allargarono, respirando il suo odore, e le iridi iniziarono a brillare nell'oscurità. Per quanto al mattino lei gli avesse ordinato una cosa terribile, non poteva resistere troppo a lungo, non più di così.
Quando si chinò per baciare le spalle e il collo, lei iniziò ad accarezzargli i capelli. «Mi ami, Ryu? Desideri trascorrere tutta la vita insieme a me?»
Ryu, ormai nel pieno del flusso di quell'atto, ringhiò sommesso. «S-sì, ti amo...» sussurrò infine.
Midori sorrise sottilmente.
«Fammi tua allora, mio signore. Sfoga su di me tutto ciò che trattieni e io ti ricompenserò con tutto l'amore che nutro per te.»
I gorgoglii e gli spruzzi delle fontane, uniti all'ordine tassativo del capoclan che di notte quell'ala del castello non venisse attraversata dalla servitù, fecero sì che nessuno potesse udire quell'intenso atto di possessione reciproca che faceva ardere la candela, ma che allo stesso tempo la consumava.
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Il giorno successivo, Ryu si avviò verso scuola; imboccò il solito incrocio dove una volta si vedeva con Yoko, ma non la trovò, e questa volta si disse che fosse un bene. Probabilmente, ormai la ragazza sarebbe fuggita alla sua vista.
In classe non andò meglio. Yuzu, Touko e Nyankichi non gli rivolsero la parola, non incrociavano nemmeno il suo sguardo e i piccoli shikigami della Sposa dell'orco lo fissarono persino male per tutto il tempo. Anche se sembravano delle bamboline, Ryu avvertì chiaramente la loro potente energia demoniaca, figlia dello stesso Reiya, che ribolliva, pronta a sfogarsi qualora lui si fosse avvicinato troppo.
Yoko non c'era e il motivo venne presto annunciato dal professore, il quale, con aria dispiaciuta, comunicò che, a causa di un incidente, la ragazza non avrebbe più frequentato le lezioni in presenza. Non specificò quale, forse non gli era stato nemmeno riferito, ma nell'apprendere questa notizia, quello spillo nel petto riprese a fargli male.
Gli altri amici, invece, non se ne stupirono: probabilmente lo sapevano già, ma neanche loro si misero a dare spiegazioni alla classe. Alla fine, quanto avvenuto rimaneva nella sfera privata delle faccende tra ayakashi.
La giornata quindi trascorse lenta e monotona, in una convivenza di tolleranza reciproca, in quanto quello non era il luogo e il momento per fare altre scenate.
Una volta rientrati alla tenuta, Yamato avvisò il ragazzo che il padre voleva vederlo e così egli si diresse nell'ala d'inverno, dove si trovavano gli alloggi del genitore.
Il signor Kishinryū lo aspettava in una sala raccolta, inginocchiato su un cuscino di velluto blu, con la sua solita espressione austera.
«Padre, eccomi» disse Ryu, porgendogli un rispettoso inchino, quale lo si doveva al capoclan.
«Accomodati pure, Ryūjin» rispose il vecchio drago.
La parete laterale era aperta e da essa entrava una luce calda, ma essendo ancora a febbraio, non troppo forte. Il giardino zen era stato appena raschiato dai giardinieri e un uccellino si era poggiato su una delle rocce centrali, facendosi sentire con il suo cinguettio.
«Ho saputo di quanto successo ieri, mentre ero via.»
Ryu chinò il capo. «Mi dispiace.»
«Per cosa? Per aver protetto la tua Sposa o per esserti battuto col figlio di un amico di vecchia data?»
«Io, beh...»
«Se è per la lotta, è chiaro che sia stato Toukichi a iniziare. Tu ti sei solo difeso. Se è per la prima, ovviamente non c'è nemmeno da discutere: hai fatto il tuo dovere.»
«Anche se ho fatto del male a Yoko?»
Il signor Kishinryū restrinse lo sguardo. «Mi sembra ovvio.»
«Come puoi approvare le mie azioni? Ho scatenato i miei poteri su un essere umano che non avrebbe mai potuto fare davvero del male a Midori e, se non bastasse, su una cara amica!» Ryu si sentiva incredulo nel constatare che nemmeno il padre provasse minimamente ad ammonirlo.
«Evidentemente l'aver frequentato le scuole umane ti ha fatto credere che siamo alla pari con quella razza. Ma è solo una facciata per poterci insinuare tra loro e non essere costantemente in conflitto. Non è perciò questione se Yoko potesse effettivamente o meno far del male a Midori: è proprio il principio che un'umana comune non avrebbe dovuto osare nemmeno sfiorarti. Potrai farti tutti gli amici umani che vuoi, ma rimane sempre il fatto che loro siano esseri terreni e corrotti, che nulla hanno a che fare con noi spiriti generati dalla natura stessa.» Lo guardò dritto negli occhi, intensificando lo sguardo. «E poi sai bene cosa potrebbe divenire un essere umano pieno di risentimento. Se Yoko avesse avuto anche lei una qualche sorta di potere spirituale, sarebbe potuta diventare un oni.»
Ryu scosse il capo, pur non dicendo ad alta voce che considerava tutto quello un'esagerazione. Era vero, gli oni nella gerarchia degli ayakashi non solo erano i più forti e potenti, ma le loro origini avevano persino basi differenti. Draghi, kitsune, tengu e quant'altro erano creature sovrannaturali, manifestazioni della natura che nei secoli avevano preso coscienza e forma. Mentre gli oni erano qualcosa di totalmente diverso: la manifestazione di quella scimmia che nei millenni si era evoluta fino a divenire consapevole di sé, di ragionare e, perciò, allo stesso tempo, di odiare, provare invidia e un ossessivo senso del potere. Portati all'estremo, quei sentimenti negativi avevano corrotto l'anima e così erano nati i primi oni, più potenti di tutti gli yōkai messi insieme.
Tuttavia, anche se Yoko avesse potuto manifestare rabbia, risentimento e persino gelosia, stentava a credere che il suo animo avrebbe mai potuto corrompersi. Non a caso, il suo personaggio preferito nei giochi di ruolo era sempre stato il paladino.
«Posso assicurarti, padre, che Yoko non varcherà più queste porte, e non perché io glielo impedirò, ma perché ormai... Mi odia.»
Il signor Kishinryū si accigliò, notando che, nel pronunciare quelle ultime parole, il potere spirituale di Ryu si era contorto, come se avesse subito una ferita proprio in quel momento. Ma la cosa non era possibile, perché appunto per lei non poteva esistere più niente.
«Meglio così... Comunque ieri ho parlato con il padre di Toukichi e abbiamo concordato che domani vi farete le vostre scuse reciproche. Non spezzeremo un'alleanza decennale solo perché due ragazzini hanno fatto a botte. Ma chiaramente la cosa non deve più ripetersi e mi raccomando che tu non sia mai colui che prenderà l'iniziativa. Non devi deludermi, Ryūjin.»
Il giovane watatsumi sapeva che ora il padre si aspettava una risposta da lui, ma la sua mente era attanagliata dai pensieri. Allora il padre emanò con forza la sua aura, così che l'oppressione potesse di nuovo catturare la sua attenzione.
«Va bene, padre... Te lo prometto. Anche io desidero riappacificarmi con il mio amico.»
«Ottimo... E spero che così la faccenda sia chiusa. Basta corrucciarsi per ieri. Ora i tuoi pensieri devono solo essere proiettati al diploma e, soprattutto... Al tuo matrimonio.» Si alzò in piedi. «E a tal proposito, seguimi: ti devo mostrare alcune cose.»
«Che cosa, padre?»
«Tutto ciò che devi sapere sulla nostra famiglia. Una volta sposato, ho intenzione di mettermi da parte. Sarò ancora il capoclan, ma è tempo che tu assuma un ruolo più rilevante nella nostra famiglia. Presto sarai il padre della nuova generazione dei draghi dell'acqua.»
Il capoclan condusse il figlio nella sala dedicata alle memorie di famiglia: lì un paio di sacerdotesse drago facevano oscillare il portaincenso di fronte alla statua di cristallo della principessa Otohime, e le pareti erano tappezzate di arazzi che raffiguravano le leggende più famose legate al loro palazzo d'origine, come la storia di Urashima Tarō o l'impresa dell'eroe Fujiwara no Hidesato.
Le due sacerdotesse, all'arrivo del capoclan e di suo figlio, si alzarono in un cortese inchino di benvenuto, per poi riprendere le loro funzioni.
In quel luogo Ryu c'era stato pochissime volte, se non per funzioni commemorative. In quell'ambiente si respiravano sacralità e antichità.
«Ripetimi le nostre origini.»
«Siamo discendenti della principessa Otohime, la nostra capostipite, figlia del re del lago Biwa, Ryūjin.»
«E poi?»
Ryu si strinse nelle spalle, cercando di fare mente locale. «Lei si sposò con il dio cacciatore Hoori, nipote della dea del sole Amaterasu. Ma la loro unione non durò molto perché, quando partorì il loro primo e unico figlio, egli infranse la promessa di non guardarla durante il travaglio; così, quando scoprì che per farlo si era trasformata nella sua forma originale, la principessa per la vergogna scappò, lasciando indietro il figlio Ugayafukiaezu.»
«Che così venne allevato dalla zia materna che, in seguito, divenne anche sua moglie: Tamayori-hime.»
Il signor Kishinryū lo fece avvicinare quindi a quattro statuine di cristallo disposte su un altare, con degli incensi.
«Prosegui pure. Vediamo se almeno in questo hai memoria, a differenza delle tue interrogazioni a scuola.»
Ryu incassò la testa tra le spalle. Al genitore bruciava ancora l'esito dell'ultima pagella presentata.
«La loro unione generò quattro figli: Hikoitsuse, il guerriero morto in battaglia da cui discesero i draghi del fuoco e dei fulmini; Inahi, da cui discendiamo noi, essendosi voluto ricongiungere al mare; Mikenu, da cui derivano i draghi dello spirito, avendo scelto l'oltretomba; e Kamu-yamato Iware-biko che era legato alla terra, noto anche come Jimmu, che divenne imperatore.»
«E a quest'ultimo sono legati gli Ichiryusai.»
Ryu si morse il labbro. «Come ha detto anche Midori, con la nostra unione è come un cerchio che si chiude, quindi.»
«È esatto. Anche se siamo figli di secondi e quarti geniti, noi siamo coloro che hanno mantenuto la linea di sangue originale, e la loro è stata benedetta dal Dio Drago anche grazie a questa discendenza. Sono umani, ma con una componente divina che raccoglie la medesima eredità dei draghi, mista a quella dei poteri esorcistici volti a schiacciarci. A loro scelta, quindi, possono essere i nostri preziosi alleati o i nostri carnefici.»
«Perciò era davvero destino che Midori divenisse la mia sposa» concluse Ryu con un sussurro, mentre prendeva in mano la statuetta di Jimmu per osservarla attentamente.
«Sì, e c'è anche un altro motivo per cui credo che i tempi siano stati quelli giusti.»
Ryu sollevò lo sguardo, cercando quello del padre.
«Questo segreto è sempre rimasto confinato all'interno del nostro nucleo, perché, se lo avessero saputo gli altri clan, persino i nostri cugini avrebbero cercato di rapire Reina.»
«Che c'entra la mamma?» chiese Ryu, aggrottando immediatamente la fronte.
«Fujiwara no Hidesato salvò il palazzo e il re dall'attacco del gigantesco Ōmukade. Intrise una freccia con la sua stessa saliva, poiché era l'unica in grado di penetrare la spessa corazza del millepiedi gigante, e divenne così amico dei draghi. Il sommo Ryūjin lo ricompensò con un generoso banchetto ed ebbe così per sempre la nostra gratitudine. Ma sai chi lo trovò e come?»
Ryu corrugò la fronte e incrociò le braccia, diventando pensieroso.
«Ryu?»
Un brivido freddo corse lungo la schiena del ragazzo, sentendo già gli occhi fiammeggianti del padre per la sua esitazione nel ricordarsi quelle che erano le origini sacre della loro famiglia.
«Lo... Lo trovò Otohime stessa, mutata nella sua forma originale: lei bloccò il passaggio sul ponte Seta no Karashi. Non per ostilità, ma perché aveva bisogno di aiuto per salvare il padre e il castello dalla minaccia del millepiedi. Così, solo chi aveva il coraggio di passare, nonostante la sua presenza, sarebbe stato il guerriero adatto. Il destino volle che quindi quel giorno, nella provincia di Ōmi, si avventurasse proprio l'eroe Fujiwara no Hidesato che, per nulla spaventato, scavalcò il corpo della principessa per passare. Non per follia, ma perché in lui c'era un potere innato di antistregoneria che quindi lo rendeva immune alla pressione spirituale demoniaca e poteva incanalare questo potere, come nella sua saliva ad esempio, e così anche generare una sorta di esorcismo fisico.»
«Era il campione perfetto per risolvere la situazione.»
Ryu strinse le labbra. «Mi vuoi dire che...?»
Il signor Kishinryū annuì, lieto di capire che suo figlio ci fosse arrivato da solo. «Reina era una sua diretta discendente, quella con la linea di sangue più forte. Il palazzo non ha mai perso i contatti con la discendenza principale e il destino volle che io in lei trovassi la mia Sposa.»
«P-perché doveva rimanere un segreto?» Ryu dovette appoggiarsi alla colonna per stare in piedi.
Il capoclan fece un cenno alle due sacerdotesse, intimando loro di uscire, e quelle a capo chino abbandonarono la stanza, per poi richiudersi la doppia porta in legno massello alle loro spalle.
«Perché Reina aveva ereditato il potere di antistregoneria. Ed essendone immune al Reiryoku, questo non solo costituiva un vantaggio per una discendenza quindi altamente resistente ai poteri dei rivali, ma gettava le basi per un piano di eredità che ci avrebbe permesso di essere noi coloro che avrebbero riportato lo spirito di Ryuusuke tra i loro simili.»
«Mi stai dicendo che quindi per metà sono un esorcista?» Il cuore del giovane drago iniziò ad accelerare.
«Non proprio, tu sei comunque un demone puro e in te scorre solo la Reiryoku, rendendoti debole alla Shinryoku; ma ne hai una componente latente che, quindi, unita a quella attiva di Midori, tornerà a essere attiva in tuo figlio o in tua figlia.»
Il ragazzo si passò una mano tra i capelli, con aria esterrefatta. «Quindi questo matrimonio combinato era una mossa strategica.»
Lo sguardo del padre si accese. «Originariamente. Ma poi tu hai avuto l'imprinting con Midori e questo ha dimostrato che i nostri casati dovevano riunirsi.» Iniziò a camminare per la stanza con le mani dietro la schiena. «Ovviamente, pur non sapendo delle origini di Reina, si sono ben avveduti nell'offrirci Midori anziché Mikoto, la figlia del loro capoclan. Dare a noi l'erede sarebbe stato come consegnarci Ryuusuke e loro non vogliono condividere il suo tempio con noi, oltre al fatto che ci ritengono di rango inferiore. Si vocifera infatti che la loro intenzione fosse quella di darla a Reiya ma, al di là che lui fosse già promesso, ora ha una Sposa e direi che sia una fortuna: stiamo parlando di esseri umani divini che si andrebbero a unire a esseri ex-umani demoniaci... Comprendi il problema? Rinforzerebbero la linea di sangue originale e acquisirebbero ancora più potere, opprimendo noi vassalli.»
Quello che Ryu stava apprendendo quasi lo spaventava. Si sentiva una pedina inerme in un gioco di dinastie iniziato ben prima della sua nascita.
«Se quindi il controllo di Ryuusuke ce l'ha Mamoru, che cosa potrebbe mai fare mio figlio?»
Il capoclan sollevò il mento in un gesto solenne. «Egli sarà colui che se lo riprenderà.»
Ryu lo guardò interrogativo e attese che proseguisse.
«Lo chiamerai Tawara, andrai a Biwa e lì suonerai la campana di bronzo sacra. Emergerà una tartaruga gigante, che altri non è che la nostra ava Otohime, e a lei annuncerai che quello è tuo figlio e il vero benedetto dai draghi.»
«È ancora viva?» chiese incredulo Ryu.
«Certo, è una divinità e attende il ritorno del padre, ma lei ormai si tiene lontana dalla sua discendenza, soprattutto in questi tempi moderni in cui noi stessi ayakashi sembriamo diventati esseri umani.»
«E... E che cosa succederà dopo?»
«Lei lo riconoscerà come suo discendente e come discendente del nostro amico; così, il bambino nella benedizione troverà il giusto equilibrio spirituale. Poi lo crescerai come se niente fosse, ma in segreto gli insegnerai a chi veramente appartenga Ryuusuke, e lui spezzerà i sigilli che il Dio Drago stesso si è imposto per non essere rapito dagli ayakashi e creare squilibrio nel mondo.»
«Vuoi quindi generare il caos, padre?» sbottò Ryu, incredulo.
«No, figlio mio, che ti viene in mente? Ma non è nemmeno giusto che questo equilibrio si basi sulla minaccia di sventura dei casati, soprattutto il nostro, se offendiamo gli Ichiryusai. Sono passati i tempi della follia: umani e ayakashi sono ormai tutti ben impiantati in tempi moderni dove si utilizza prima la diplomazia e gli accordi commerciali, piuttosto che zanne e lame. E proprio per questo, i tempi sono maturi per una revisione del contratto. Se ci deve essere davvero un equilibrio tra noi e loro, allora Ryuusuke deve mostrarsi a entrambi, non deve essere una loro esclusiva.»
Gli incensi ancora accesi entrarono dritti nelle narici di Ryu: quell'odore speziato era l'unica cosa che lo aiutasse a non crollare a terra per la quantità di rivelazioni che stava ricevendo.
«Padre... La benedizione di Ryuusuke ha reso gli Ichiryusai a pari merito con i Kiryuin, ma se la nostra famiglia dovesse davvero riuscire a ottenere di nuovo i favori del Dio Drago...»
«Diventeremo noi la Prima Famiglia.»
Giochi di potere, astuzie. Suo padre non era un criminale, tra tutti gli ayakashi non aveva mai sparso il sangue, ma dopo queste rivelazioni il ragazzo comprese che egli lo stesse manipolando. Del resto, una simile potere magico effettivamente esisteva nella rosa dei loro poteri, ma era talmente complessa che solo un capoclan era in grado di evocarla.
E lui era il tramite di questo suo obiettivo. Attraverso lui sarebbe nato colui che, per gli occhi dei draghi, sarebbe stato il loro salvatore e anche colui che avrebbe portato immenso potere alla stirpe.
«Gli Ichiryusai...» proseguì il padre «... Hanno acconsentito a questo matrimonio proprio perché non sanno che in te scorra questo retaggio. Anzi, pensando che così possano tenerci d'occhio, dato che in passato avevamo provato a riprenderci comunque il Dio e io sono stato colui che ha guidato l'organizzazione, hanno interpretato l'offrire il mio unico figlio come un tentativo di riappacificazione... Ma, invece, si sono appena gettati addosso una serpe in seno.» Scosse il capo. «Anzi, no... Hanno fatto compiere il destino.»
«Ma padre... Io non so se ne sarò in grado...» ammise Ryu, col volto cereo.
Il padre si accigliò immediatamente. «Mio figlio non sarebbe in grado di mettere incinta la sua consorte!?»
Ryu ingogliò la saliva. «Sì, ma... Io temo che le cose non andranno come tu vuoi. Perché, se anche generassi questo figlio, chi ci assicura che questa non sia la scintilla per far ritornare tutto a come era una volta? Pensi forse che i Kiryuin non si ribelleranno nel vedersi spodestati?»
«A quel punto noi, con la benedizione del Dio Drago, saremo praticamente immuni e, se i Kiryuin avranno qualcosa da ridire, potranno stringere accordi con noi o soccombere alla maledizione del nostro signore.»
Ryu scosse il capo. Avrebbe dovuto dimostrarsi leale a tutto questo, appoggiare questi piani dinastici. Eppure, c'era una sorta di etica interiore che lo faceva desistere.
«Non credi poi che gli altri casati dei draghi siano arrivati alla stessa conclusione?» provò allora a dire. «Se anche loro avessero una Sposa che discende dall'eroe...»
«È proprio per questo che il fatto che noi discendiamo da un secondogenito è del tutto irrilevante. Hikoitsuse è morto in battaglia e i suoi figli non hanno mai mantenuto i rapporti con gli abissi marini. Anzi, avendo ereditato lo spirito guerriero del padre, sono diventati i nostri opposti persino nella natura. E Mikenu scelse di recarsi nel Tokoyo no Kuni - il Mondo Eterno - e, di conseguenza, i suoi discendenti si sono completamente estraniati, non hanno alcun interesse in queste faccende.» Fece una breve pausa. «Di conseguenza, solo noi siamo rimasti in contatto con la linea principale dell'eroe. È possibile che ci sia anche qualche altro loro discendente, ovviamente. Ma, in quel caso, sarebbero tutti figli di figli, con un potere latente o nullo.»
Il capoclan quindi si avvicinò e appoggiò una mano sulla spalla del figlio, assumendo un'espressione più comprensiva. «Di' la verità. Ora che sei consapevole di tutto questo, ti senti in colpa perché credi di tradire la tua Sposa, non è vero?»
Ryu si strinse nelle spalle.
«Preferiresti che non te lo dicessi? Avresti preferito che mantenessi tutto segreto fino alla nascita di tuo figlio?»
«Io, beh...»
Il signor Kishinryū aggrottò la fronte e strinse di più la spalla del figlio. «Io non ho cresciuto né un codardo né un burattino. Anche se ci sei finito in mezzo, ti sto dando la possibilità di prendere parte a tutto questo coscientemente. Voglio credere che tu non scapperesti, con Midori al seguito, per evitare tutto questo... Se c'è una cosa che ho apprezzato nella storia con Yoko è che sei stato disposto persino a sfidare il sottoscritto per far valere le tue ragioni. Perciò voglio credere che la tua indole non sia questa.»
Ryu allora corrugò la fronte a sua volta, contraendo i muscoli, punto nell'orgoglio. «No che non lo sono... Sono solo preoccupato che...»
«Non dovrai far nient'altro che spargere il seme, come vogliono le tradizioni, e da esso nascerà la pianta del nostro futuro. Non è un compito difficile e, quali che siano le tue preoccupazioni, una volta che sarai al cospetto del Dio Drago, capirai perché era importante. Tu sei nato in tempi in cui voi ragazzi siete distratti dai videogiochi e da altre frivolezze moderne, ma ricordati che non sarai mai un tipo comune. Sei l'erede dei Kishinryū e ad esso devi lealtà, anche più che alla tua Sposa.»
«E se lei lo intuisse e mi chiedesse di raccontare i nostri segreti?»
«Le mentirai» sentenziò lui.
«E come? Se me lo ordinasse lo sai che...»
«Hai il sangue di tua madre, e Yamato mi ha detto che ieri, a un certo punto, l'hai respinta dopo quanto era accaduto. Questo mi ha dato una certezza...»
Ryu deglutì, mentre aspettava la rivelazione.
«... Una scintilla di antistregoneria è attiva anche in te. Ciò ti dà una piccola finestra per opporti alla soggezione dell'imprinting. Non tanto per non seguire i suoi ordini quando si è trattato di attaccare persino la tua amica d'infanzia, ma quanto basta per tenerle dei segreti.»
Ryu a questo punto socchiuse gli occhi. Ripensò a tutto quello che era accaduto fino ad ora. A ciò che aveva provato nel primo istante in cui aveva posato gli occhi su Midori e al ripudio che aveva sperimentato, in ben due occasioni, nei suoi confronti. Quindi, inconsciamente si stava ribellando all'imprinting, perché quella dannata magia ancestrale aveva allontanato da lui l'unica persona a cui teneva davvero? Doveva a Midori assoluta e cieca fedeltà, doveva pendere dalle sue labbra e, pur di proteggerla e renderla felice, il suo istinto lo costringeva a sottomettersi al suo volere... Ma ora che il padre gli aveva raccontato tutto questo, una sorta di consapevolezza si era fatta spazio. La amava, ma riconosceva l'indole manipolatrice di lei: l'eredità innata dell'antistregoneria glielo faceva percepire chiaramente. Non poteva fare a meno di lei, ogni fibra del suo essere la voleva costantemente, ma questo non gli impediva di vederla per quello che era e quindi... Perché esserle leale?
Lui era cresciuto con il precetto del benevolo Dio Drago e ne era il diretto discendente. Sarà che il padre aveva fiducia in lui, sarà perché non avrebbe mai accettato di passare per codardo... Forse, dei segreti, quindi, poteva anche mantenerli.
Desiderava un figlio dalla sua Sposa, avvertiva il bisogno ancestrale di spargere il seme, ma quella che sarebbe stata la sorte di suo figlio stesso lo avrebbe deciso sul momento. Non per forza doveva seguire la volontà del padre fino in fondo. Al momento opportuno avrebbe compiuto la sua scelta... Ma lo tenne per sé, perché discutere con quell'uomo così convinto delle sue decisioni sarebbe stato perfettamente inutile.
«Va bene, padre. Manterrò il segreto. Gli Ichiryusai non sapranno mai del mio retaggio e di che cosa abbiano contribuito a fare, offrendo la loro figlia.»
Il capoclan sorrise e annuì. «Ero certo di poter contare su di te.» Si voltò e, a braccia larghe, si diresse verso la statua di Otohime. «Oh, somma Madre, presto il tuo campione ritornerà e ancora una volta egli salverà il nostro casato. Solo un altro po' di pazienza.»
Ryu, nella penombra, osservò la devozione del padre con espressione cupa. Proprio perché non era un burattino, non avrebbe mai seguito ciecamente quell'uomo.