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← La mia adorata sposa

Creato il 01/09/2026, 14:11 · Aggiornato il 03/09/2026, 23:14

Capitolo 17: Capitolo 16

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Morte
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Non appena gli sportelli della berlina si chiusero e il signor Yamato si ritrovò di nuovo Yoko in macchina, questa volta non disse nulla. Si limitò a indurire lo sguardo.

L'auto quindi procedette ad andatura tranquilla e, quando raggiunsero il castello dei draghi dell'acqua, anche in quel frangente il maggiordomo si limitò a guardare dritto davanti a sé.


Yoko, nel varcare quei cancelli, provò un profondo disagio. Quel luogo che frequentava assiduamente da otto anni era come se fosse divenuto d'un tratto sconosciuto. Lo stesso ragazzo che ora le stava tenendo l'ombrello per non bagnarsi le era ormai estraneo. Eppure, il suo istinto l'aveva fatta di nuovo cedere e dargli una possibilità, almeno come amico. Forse quella Midori aveva davvero bisogno del supporto di qualcuno che potesse esserle vicino, un'umana come lei che, tra l'altro, conosceva bene quella casa.


La servitù li accolse come sempre con tutti gli onori, porgendo loro un solenne inchino all'entrata; ma anche i domestici, appena il trio li superò, si scambiarono degli sguardi perplessi.


I passi rimbombarono nelle orecchie di Yoko; la fontana nell'androne, con l'imponente muro di marmo, emetteva un suono frastornante. Sentiva il bisogno viscerale di cercare protezione tra le braccia di Ryu, ma era proprio lui la fonte del suo malessere.


Raggiunto poi il corridoio centrale, lì dove le vetrate laterali facevano entrare a fasci i morenti raggi di sole, altri passi si unirono ai loro e nella penombra emerse la figura bellissima di Midori Ichiryusai, nel suo sontuoso e pregiato kimono che era un omaggio al Dio Drago Ryuusuke, protettore del suo casato fin da quando venne designato quale clan dell'equilibrio e da esso nacque la primissima Sposa degli ayakashi. Il suo splendore, dunque, era emanato non solo da una bellezza frutto di anni di cure fin dalla nascita per essere uno dei gioielli degli Ichiryusai, ma soprattutto da quel potere ancestrale che la rendeva Sposa tra le Spose. Qualcosa di ambito... E quel trofeo era finito tra le mani del clan Kishinryū.


Yoko irrigidì le spalle: quella ragazza era colei che le aveva portato via il suo amato con quel maledetto incantesimo antico. Una parte di lei desiderava che non fosse mai esistita... Ma dall'altra, non poté ignorare come lo sguardo di Ryu si accese non appena la vide. Lo stesso che aveva con lei... Una volta. Anzi, persino più intenso, perché per Ryu, Midori era il suo universo.


«Cara, ti presento la mia amica, Yoko Otose. Spero possiate andare d'accordo» disse il ragazzo, con una certa emozione nel cuore.


Yoko non poté fare a meno di chiedersi se veramente le stesse presentando un'amica o un cucciolo da compagnia per la sua fidanzata. Del resto, il suo stesso padre l'aveva sempre ritenuta tale, come se fosse sempre stata solo un capriccio del figlio... E forse era vero.


Midori avanzò con calma, con un sorriso composto dipinto sul viso. Sembrava una di quelle bambole che si esponevano alla Hinamatsuri. Il fermaglio pregiato tra i lunghi e setosi capelli blu ondeggiò appena, a ogni suo passo.


«Yoko Otose» disse la donna con un inaspettato tono dolce. «Finalmente abbiamo modo di conoscerci.» Tese le mani per prendere delicatamente quelle di Yoko. Il tocco era delicato, ma quest'ultima non poté fare a meno di notare che le sue mani fossero freddissime.


«P-piacere mio» disse Yoko, ingoiando la saliva e drizzando la schiena.


Midori era leggermente più alta di Yoko, quindi, per guardarla dritta nei suoi occhi color ghiaccio, dovette alzare lo sguardo. Non poté fare a meno di notare che il suo aspetto somigliasse a quello di Ryu: forse anche quella era una prova inconfutabile che fosse Midori la donna giusta per il giovane erede dei Kishinryū.


Midori si portò una mano alla guancia e sospirò, leggermente arrossita. «Ah, finalmente una ragazza che mi è quasi coetanea. Ti prego, dimmi che resterai qui tutto il pomeriggio. Il caro Ryu ha anche l'allenamento oggi e in questa grande casa io ancora mi perdo.»


Yoko sbatté velocemente le palpebre. «Beh, non è difficile in realtà: basta ricordarsi il mito del castello di Ryūgū-jō, la dimora sottomarina del Re Ryūjin e della principessa sua figlia, Otohime. Esso si divide in quattro lati che corrispondono alle quattro stagioni (primavera, estate, autunno, inverno). I domestici, inoltre, sono assegnati a ognuno dei quattro lati. Infatti, se ci hai fatto caso, a seconda dell'ala in cui ti trovi, ognuno ha ricamato sul proprio kimono un elemento che si rifà sempre al racconto: i Banchi di pesci colorati sono coloro che si occupano dell'ala della primavera, i Vortici d'Acqua dell'estate, le Tartarughe Giganti dell'autunno e le Alghe Luminose dell'inverno. Se vuoi ti spiego anche il perché, ma non vorrei tediarti troppo... Tuttavia, parti da questo. Basati su chi incontri e sugli ornamenti del castello, e saprai quantomeno in quale ala ti trovi.»


La spiegazione, data in modo così preciso e sicuro, lasciò a bocca aperta i presenti. Ma non più di tanto: dopo otto anni, quel luogo Yoko lo conosceva come le sue tasche.


«Quindi le mie stanze e quelle di Ryu sono nell'ala estiva» concluse Midori, annuendo.


«Sì, perché Ryu è nato il 21 luglio.»


«Ma quest'anno si celebra l'Umi no Hi proprio il 21 luglio!» esclamò Midori con entusiasmo. «Allora andremo a mettere insieme le lanterne sulla spiaggia quest'anno.»


Ryu drizzò le spalle, leggermente imbarazzato, al punto da nascondersi dietro Yoko e afferrandola per le spalle. «Certo! Lo facciamo ogni anno. Le insegnerai anche questo, giusto?»


Yoko lo guardò con espressione accigliata. Perché ora questa reazione improvvisa? Comunque, poi la mutò in un'occhiata annoiata. «Credo che almeno le lanterne le sappia fabbricare da sola, no? Almeno quello lo saprà fare.»


Midori mantenne il sorriso, ma stavolta era decisamente più stiracchiato. «Perché? Cosa non saprei fare?»


La risposta arrivò poco più tardi, quando tutti e tre si riunirono nella stanza di Ryu, inginocchiati su comodi cuscini velluto blu, e il ragazzo accese la console collegata al suo schermo gigante a parete.


«Non dirmi che lo hai comprato!» esclamò Yoko, inarcando le sopracciglia. 


«Secondo te mi faccio sfuggire il Day One?» Detto questo, Ryu mostrò alle due ragazze la scatola di un videogioco in stile GDR e, tra le funzioni, c'era anche la modalità party offline, così che un gruppo di amici potesse riunirsi e affrontare insieme i vari dungeon, ognuno con il proprio controller.


Gli occhi di Yoko si illuminarono all'istante, mentre Midori, posta sull'altro lato di Ryu, teneva il suo controller stringendone appena i manici e assumendo un'aria confusa.


«Decidiamo le classi... Io ovviamente voglio essere la Paladina!»


«Eh, ma sempre tu? Ma se per come combatti sembri un Barbaro!»


«No, mi piace quel ruolo! E tu, scommetto che farai il Ranger.»


«No, stavolta voglio essere uno Stregone.»


«Certo, perché nasce imparato, senza bisogno di studiare, eh?»


Ryu rise nervosamente, per poi voltarsi verso Midori e porgerle un dolce sorriso. «Tu chi vuoi essere, invece?»


«Non ho idea di quello di cui state parlando» disse lei, leggermente seccata.


«Per me potresti essere un Chierico, sarai la nostra guaritrice» intervenne Yoko, sporgendosi in avanti.


«Va bene...» si limitò a rispondere, per poi osservare la schermata per selezionare appunto le classi. Non aveva dimestichezza con i tasti, quindi provò a fare come facevano gli altri due, ma andò troppo di corsa e alla fine, invece di selezionare il Chierico, finì per creare l'avatar di un Warlock. 


Anche se il Warlock era altrettanto un essere dotato di poteri magici, non era quello che serviva loro. Il Warlock di quel gioco era un incantatore, ma erano incantesimi oscuri, ottenuti grazie a un patto ancestrale con una creatura demoniaca, e non era affatto in grado di castare magie di guarigione.

Venne quindi aiutata a rifare il personaggio e così poterono iniziare a giocare.


Il videogioco rispondeva egregiamente alle aspettative dei due nerd incalliti che, quindi, più andavano avanti, più vedevano riemergere il loro antico affiatamento nei videogiochi.

Midori si stupì della marea di epiteti che potevano uscire da quei due. Si erano davvero infervorati, al punto che ogni tanto si alzavano in piedi e, se non insultavano la televisione, si insultavano tra loro. La giovane donna cercò di stare al passo, lanciando gli incantesimi di guarigione ogni volta che glielo ordinavano, ma in realtà più la questione andava avanti e più la irritava. 

Il culmine venne raggiunto quando giunsero ad affrontare il primo boss finale di una quest che, per il livello finora raggiunto, era davvero difficile da sconfiggere; questo li infervorò talmente tanto che Yoko mise letteralmente un piede in faccia a Ryu per spingerlo a darsi una mossa con gli incantesimi trappola, perché le erano rimasti pochi HP.


Del giorno in cui venne presentata alla famiglia dei Kishinryū, il fatto che Yoko fosse lì e che poi se ne fosse andata era rimasto nebuloso. Il capoclan non si era lasciato andare a spiegazioni e i due delegati che l'avevano accompagnata si interessarono ben presto agli accordi commerciali... Ma ora che vedeva quei due insieme, comprendeva appieno le parole pronunciate quella mattina dalla domestica.


Infine, tutti coloro che transitavano nel corridoio fuori dalla stanza di Ryu seppero che avevano vinto dalle esultanze dei due ragazzi. 

Per Yoko e Ryu era stato come tornare alla solita routine, tant'è che venne loro spontaneo darsi il cinque mentre sullo schermo gigante passavano le statistiche della vittoria. Tuttavia, quella routine era stata perduta per sempre, e Midori non mancò di ricordarglielo. Quando Ryu si voltò per dare anche a lei il cinque, Midori si sporse in avanti, gli prese il viso tra le mani e gli diede un bacio intenso.


Il tempo si fermò e il cuore di Yoko e di Ryu iniziò a battere forte, ma per motivi diversi.

Il controller scricchiolò leggermente sotto la stretta di Yoko, che nascose il volto sotto la frangia.


Midori accarezzò dolcemente i lisci capelli del suo promesso, sorridendo compiaciuta. Se era come credeva, aveva appena messo in chiaro i confini territoriali.


Ryu però la scostò dolcemente. «Devo... Devo andare agli allenamenti ora, il sensei mi starà aspettando. Voi restate qui a giocare.» Si voltò poi verso Yoko e, quando ne scorse il profilo, deglutì. Tuttavia non disse niente perché la dolce carezza che Midori gli passò sulla guancia il momento dopo lo inebriò come un assetato in un deserto, facendogli cadere del tutto in secondo piano il dispiacimento per il dolore che Yoko poteva provare in quel momento.


«Vorrei assistere anche io agli allenamenti, a dire il vero. Voglio assistere alla forza sprigionata dal mio drago» disse Midori, con una dolcezza struggente.


Ryu posò la fronte contro la sua e socchiuse gli occhi. «Come vuoi tu, mia Sposa.»


Yoko diede fondo a tutto il proprio autocontrollo. Ryu le aveva chiesto di venire lì perché credeva così di far sentire Midori più a suo agio, conoscendo una nuova amica, ma era chiaro che lì lei stesse facendo solo il terzo incomodo.


«Forse è meglio che io vada, invece» disse, mentre faceva l'atto di alzarsi.


«Di già?» disse Midori, con tono dispiaciuto. «Ti prego, resta ancora un altro po'. Vorrei che diventassimo amiche.» 


Yoko la guardò con due occhi che erano diventati due fessure. 


«Tu... Tu almeno sei umana come me e conosci bene il castello. Se ti abbiamo messa a disagio, mi scuso» si ritrasse da Ryu, come se si fosse resa conto solo ora che forse quei secondi di effusione potessero mettere in imbarazzo la loro ospite, e le porse un profondo e composto inchino.


Yoko strinse i pugni. Se ora avesse insistito nel volersene andare a ogni costo, avrebbe fatto la figura della maleducata e della gelosa. Ai suoi occhi, del resto, quella Midori sembrava davvero una ragazza che si sentiva smarrita in qualcosa che era avvenuto tutto troppo in fretta.


Ryu invece sentiva una specie di fitta che, con il trascorrere delle ore, si era fatta più intensa. Era divenuto pallido. C'era qualcosa che non andava dentro di sé, lo avvertiva chiaramente: una specie di conflitto che lo faceva star male.


«S-sì, per favore, resta» disse anche lui, quasi boccheggiando, mentre si alzava in maniera un po' incerta. Si avvicinò allo stipite della porta, appoggiandosi a esso e dando loro le spalle. «Io vi anticipo che mi devo cambiare. Voi raggiungeteci pure con calma... Yoko sa dove si trova il dojo.»


Detto questo, girò l'angolo e cominciò a camminare, quasi strusciando la parete. Forse aveva fatto un terribile errore invitando lì Yoko, chiedendo aiuto proprio a lei. Da quando il suo sguardo aveva incrociato quello di Midori, tutto il suo essere aveva iniziato a orbitare intorno a lei e, restando solo con lei, l'appagamento era totale. Perché allora, con Yoko vicino, per cui tecnicamente non doveva provare più niente, sentiva quel forte squilibrio spirituale? Che cosa gli stava succedendo?


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Il sensei Seiryū lo aspettava a braccia incrociate al centro del dojo. I capelli bianchi erano legati in una coda di cavallo e il kimono nero era ben stirato.


L'uomo alzò un sopracciglio quando vide entrare Ryu nel suo kimono blu. «Ti senti bene, ragazzo?»


«S-sì, sensei.»


Seiryū lo fissò per un lungo momento, in silenzio, ma Ryu volle mettersi in posizione di combattimento ugualmente, tenendo per sé tutto quello che sentiva.

In quel momento sopraggiunsero anche Yoko e Midori, che si diressero verso una panca laterale sotto le finestre.


«Vedo che oggi abbiamo delle ospiti» disse l'insegnante con un lieve sorriso. «Dobbiamo fare bella figura, allora.»


Ryu sorrise debolmente, voltandosi verso le due ragazze. «Dimostrerò alla mia Sposa la mia forza.»


«E la devi dimostrare anche a me» rispose l'altro, facendolo voltare di nuovo. «Tra pochi giorni ci sarà il raduno annuale delle famiglie ayakashi e tuo padre si aspetta che tu sia un degno rappresentante della tua famiglia. Non devi apparire debole, ci siamo intesi?»


Ryu indurì la mascella. Apparire forte. Anche se in quel momento sentiva come se non avesse più ossa nelle gambe. Ma no, non doveva crollare. Qualunque cosa lo stesse attraversando in quel momento, doveva sopprimerla con forza. Il raduno annuale degli ayakashi non consisteva solo in giornate di gala e gozzoviglie, ma in una silenziosa lotta tra famiglie in cui si testavano le risorse e le forze spirituali. Se qualcuno come la famiglia Ōmukade fosse stato presente in quel momento, probabilmente si sarebbe fatto beffe di lui, se non addirittura iniziando a pensare seriamente di rapirgli la Sposa, poiché essa era la fonte di forza ma anche il punto più vulnerabile di un ayakashi. 


«Farò del mio meglio, sensei.»


Il sensei lo studiò ancora per un attimo, ma stavolta Ryu finalmente sollevò lo sguardo e i suoi occhi acquamarina pulsarono della forza spirituale che Seiryū si aspettava da lui. Qualunque cosa stesse subendo fino a pochi istanti prima, era passata.


«Visto che abbiamo l'onorevole Sposa con noi e la signorina Yoko, sfrutta l'occasione per dosare al meglio il potere demoniaco. Quando siamo solo noi due hai tutto il campo a disposizione, ma in uno scontro aperto ci sono ostacoli che non dovrebbero essere toccati. Le ragazze non dovranno bagnarsi nemmeno con una goccia d'acqua, siamo intesi?»


«Sì, sensei!»


«Molto bene, iniziamo allora...»


«Tu l'hai mai visto combattere prima d'ora?» chiese Midori, sporgendosi verso la studentessa con un lieve sorriso divertito.


"Oh sì che l'ho visto" si disse Yoko tra sé e sé. Ma chiaramente non poteva dirle che Ryu lo aveva fatto per proteggerla, che aveva sfidato persino un oni. Per un ayakashi non era normale sfidare addirittura l'erede della Prima Famiglia solo per difendere un'umana qualsiasi.


«Ho assistito a qualche suo allenamento» si limitò così a rispondere, cercando di non far trapelare niente.


Il duello ebbe inizio con un fulmineo scatto cinetico da parte del sensei Seiryū, che accorciò la distanza con un passo perentorio. Unendo energia spirituale e mosse di karate, scagliò un micidiale Oi-Tsuki diretto al plesso solare di Ryu. Il giovane drago, illuminato dall'alto dai potenti faretti alogeni che proiettavano ombre lunghe sul pavimento di legno, reagì d'istinto: arretrò nel fulmineo gioco di gambe dello Zenkutsu-Dachi ed eseguì un perfetto Gedan-Barai, deviando il pugno del maestro con un impatto secco che risuonò tra le colonne.


Nello stesso istante, facendo leva sulla propria Reiryoku, Ryu richiamò a sé l'elemento naturale. Sulla parete destra del dojo, l'acqua contenuta nella grande vasca laterale rispose alla sua pressione spirituale: dai condotti delle fontanelle si sprigionarono all'istante sei dardi liquidi pressurizzati, che saettarono a mezz'aria come frecce azzurre.


Con una fluida torsione del bacino, Ryu incanalò quella massa fluida ruotando le braccia in un arco perfetto, tipico del bloccaggio Shuto-Uke. L'acqua si compattò attorno ai suoi avambracci, creando due scudi rotanti a forma di spirale che intercettarono la successiva combinazione di calci circolari, i potentissimi Mawashi-Geri scagliati dal maestro. Le onde generate dall'impatto esplosero in una miriade di microscopiche particelle lucenti sotto i riflettori, ma la traiettoria barometrica calcolata da Ryu fu chirurgica: l'intera massa liquida venne deviata verso il soffitto e verso il centro della palestra, senza che una sola goccia d'acqua osasse sfiorare la panca laterale dove sedevano Yoko e Midori, rispettando alla lettera il vincolo imposto dal sensei.


Seiryū sorrise, sinceramente compiaciuto da quel controllo millimetrico, ma non gli concesse tregua. Sfruttando il vapore come barriera visiva, l'uomo di mezza età si abbassò eseguendo uno spazzata bassa e inflessibile. Ryu saltò per schivare il colpo, ma a mezz'aria si ritrovò scoperto. Fu in quel millesimo di secondo che il giovane watatsumi decise di rischiare: con un movimento perentorio delle dita, ghermì l'interezza dell'acqua residua rimasta nella vasca a parete, sollevandola in un'unica, monumentale onda a mo' di falce.


Mentre ricadeva sul pavimento stendendo le braccia nella posa del Kiba-Dachi, la posizione del cavaliere, Ryu scagliò un doppio pugno frontale, un devastante Morote-Tsuki, proiettando la massa fluida contro Seiryū. L'acqua non si mosse in modo caotico, ma si condensò assumendo le fattezze araldiche e ringhianti delle fauci di un drago marino, che investì il centro del dojo con la potenza di una diga infranta.


Il maestro sollevò i palmi, incendiando il proprio kimono nero di un'aura barometrica d'acciaio e bloccando l'impatto ravvicinato con un ruggito furente. Il muro liquido si infranse contro la sua barriera, collassando sul parquet in un deflusso calmo che andò a bagnare unicamente i piedi dei due combattenti. L'aria della palestra era satura di fumo spirituale, vapore e risonanze elementali, ma la zona sotto le finestre era rimasta perfettamente asciutta e inviolata.


Ryu rimase in posizione, il respiro aspro e ansimante, ma i suoi occhi acquamarina brillavano di una forza d'acciaio sotto i faretti. Stava dimostrando davvero di che pasta era fatto.


Yoko e Midori osservarono tutto questo in un misto di ammirazione.

Quando Ryu aveva affrontato Reiya, non c'era stata partita, in quanto l'oni era superiore persino allo stesso capoclan. Ma lì, in quel luogo, con la possibilità di affrontare qualcuno più o meno alla pari, Ryu stava avendo davvero la possibilità di dimostrare le sue capacità. 


Il sensei Seiryū non concesse a Ryu nemmeno il tempo di riprendere fiato. Sfruttando il deflusso dell'attacco precedente, il maestro tese i palmi in avanti e richiamò a sé l'interezza della massa liquida sparsa sul pavimento. Con un movimento circolare e perentorio delle braccia, l'acqua si sollevò e si compattò all'istante attorno al giovane drago, intrappolandolo all'interno di una colossale sfera fluida sospesa a mezz'aria.


In un millesimo di secondo, Seiryū impresse una spaventosa rotazione elementale alla massa liquida, trasformandola in una vera e propria centrifuga impazzita che prese a far vorticare Ryu a velocità supersonica.


Questa dinamica estrema si era già verificata in un sessione di addestramento passata. Ryu, bloccato in quell'apnea forzata, comprese al volo le intenzioni del maestro: si trattava del test definitivo. Seiryū voleva verificare se adesso, ora che il suo nucleo biologico era stato potenziato dall'incontro con la sua vera Sposa, fosse diventato abbastanza forte da mantenere il controllo assoluto delle proprie fattezze umane, o se invece, come l'altra volta, l'urgenza e il panico di liberarsi lo avrebbero costretto a capitolare, mutando parzialmente in semi-drago.


Purtroppo, a causa della spaventosa forza centrifuga e della pressione idrica che gli schiacciava i polmoni, il disallineamento spirituale che lo aveva fatto star male poco prima ritornò in superficie con la violenza di un uragano.


All'interno della sfera d'acqua, la sua coscienza terrena andò incontro a un totale cortocircuito energetico e Ryu venne investito da una visione divinatoria nitida e spietata. Vide danzare, avvolta in una specie di chiarore bianco, purissimo e accecante, la medesima fanciulla con l'abito da sposa tradizionale giapponese emersa nel sogno del mattino; il suo volto sorridente, tuttavia, permaneva spaventosamente celato e inaccessibile al di sotto del tessuto dello tsunokakushi. Nelle orecchie, a perforare il fragore della centrifuga, gli parve di intercettare il canto melodioso di sua madre Reina Kishinryū. Poi, in una frazione di secondo, l'ipnosi biologica andò in frantumi: come in una sequenza di flash nevrotici e allucinatori, i volti di Yoko e Midori presero a sovrapporsi e a scambiarsi freneticamente nella sua mente, l'uno sull'altro, ancora e ancora, in un conflitto di frequenze energetiche intollerabile.


La mente di Ryu esplose. Sopraffatto, il giovane drago perse completamente il controllo del proprio aspetto umano.


L'istinto arcaico di conservazione ebbe la meglio: la sfera d'acqua esplose dall'interno con un boato profondo, poiché Ryu si era liberato scatenando la mutazione. Ma la foga della trasformazione fu talmente incontrollabile che l'onda d'urto idrica si propagò lungo l'intera cubatura del dojo, violando la regola imposta dal maestro. La spaventosa deflagrazione liquida investì in pieno petto Yoko e Midori, che vennero travolte dalla massa d'acqua e caddero violentemente all'indietro insieme alla panca di legno, rovinando sul pavimento.


L'aria della palestra era satura di fumo spirituale, vapore e frammenti di ghiaccio e acqua, mentre Ryu presiedeva al centro della stanza, la sua fisionomia alterata dalla mutazione parziale e il respiro spezzato dal cortocircuito interiore.


Ryu si voltò, rendendosi conto di che cosa avesse appena fatto, e rapidamente corse a prestare aiuto alle due ragazze.


«Dannazione, scusate» disse a denti stretti, sinceramente mortificato per quel bagno certo non desiderato.


Midori e Yoko erano completamente fradicie.


Ryu tese la mano a entrambe per aiutarle a rialzarsi ma, se Yoko l'afferrò senza alcuna esitazione, Midori invece gliela schiaffò via con disprezzo. «Non osare toccarmi con quei palmi viscidi!» sbottò la ragazza dai capelli blu con indignazione. «Gli ayakashi non devono mostrarsi a noi umani in queste fattezze. Avete fatto un patto!»


Ryu fece un passo indietro, guardandosi le mani, per poi far scorrere lo sguardo lungo le braccia, vedendo le sue scaglie e le sue membrane. Si abbracciò, in un gesto di profonda vergogna.


«Ho deluso la mia Sposa» sospirò.


«Sì, lo hai fatto. Togliti dalla mia vista finché non sarai tornato normale.»


«Te l'ho detto un'infinità di volte, Ryu, di stare attento» gli disse il sensei Seiryū, che però non mostrava una vera accusa nella voce. Sembrava più un monito da parte di qualcuno che ormai quella regola la conosceva fin troppo bene.


«Non essere così dura con lui!» sbottò Yoko. «Che cos'ha che non va?»


Midori vide come, senza pensarci, Yoko si fosse posta di fronte al drago con fare protettivo. Assottigliò appena lo sguardo, ma mantenne la calma. «Si tratta di un patto di equilibrio suggellato tra umani e ayakashi, quando il Dio Drago fece da giudice. Gli ayakashi sono stati per secoli i predatori degli umani, ci avevano quasi portati sull'orlo dell'estinzione per le loro scorrerie e malvagità» drizzò la schiena. «Ma grazie al sacrificio della mia famiglia, siamo riusciti a ribaltare le cose. Ora siamo alleati in affari, ma gli ayakashi non devono mai dimenticare che la loro fortuna dipende unicamente dagli Ichiryusai e dal loro patto con il sommo Ryuusuke. Tra queste regole c'è il fatto che siano gli ayakashi a doversi adattare. Il loro vero aspetto è un incubo vivente e, nei tempi moderni, quando ormai l'uomo ha persino dimenticato cosa siano davvero, trasgressioni come queste non sono ammissibili.»


«Ma addirittura farti schifo...» balbettò Yoko.


«Si tratta pur sempre di un demone, e io sono la sua Sposa e non gradisco le cose viscide.» Alzò lo sguardo oltre la spalla di Yoko per guardare Ryu. «Il mio ayakashi non vuole forse farmi contenta? Vuole che la sua Sposa sia spaventata da lui?» Il tono con cui lo disse era gelidezza pura.


Yoko si voltò verso Ryu. Si aspettava che ora lui le sbraitasse contro: non era il tipo che se ne stava zitto se c'era qualcosa che lo indispettisse, anche per questo faceva parte del comitato scolastico. Invece si sentì atterrita quando vide lo sguardo di Ryu tremare, per poi fare uno sforzo quasi sovrumano pur di costringere la sua mutazione a ritirarsi il prima possibile.

Tornato così umano, con i capelli ora anch'essi fradici, le porse un solenne inchino. «Chiedo scusa alla mia Sposa.»


A Yoko salì il vomito.


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«Spero tornerai a trovarci» disse inaspettatamente Midori quando per Yoko arrivò il momento di tornare a casa, dopo essersi asciugata, prendendole le mani con dolcezza. «Al di là di qualche momento di tensione, io mi sono trovata bene con te e ho davvero bisogno di un'amica tra queste mura.»


I lampioni esterni del cortile, accesi per la sera, illuminavano le figure di Ryu, Midori, Yoko e Yamato.

Anche Ryu si era cambiato, indossando ora un semplice completo della tuta blu con sopra la stampa di un drago.


Nemmeno Yoko seppe come riuscì a mantenersi calma. Quella donna non le piaceva per niente: aveva osato umiliare Ryu con il suo retaggio aristocratico, e Ryu glielo aveva permesso e si era pure prostrato. Non fece una scenata lì davanti a tutti solo perché se ne voleva andare da quella cloaca il prima possibile. 


«Hai finito di farti del male da sola?» le disse poi Yamato, una volta salita in macchina con lui.


Yoko sorrise amaramente. «Signor Yamato, lei che ne pensa di Midori?» gli chiese, non rispondendo così alla domanda del maggiordomo.


«È una nobile fanciulla di alto retaggio.»


«Ma al di là di questo, non sembra molto allineata con Ryu.»


«Molte Spose odiano il proprio ayakashi, se è questo che ti turba. Fa parte dello scotto del fatto che noi ayakashi subiamo un imprinting e gli umani no. Molte Spose non fuggono perché, nel momento in cui finiscono sotto l'ala delle famiglie, gli stessi genitori ricevono un mantenimento a vita. E nel caso di Midori, lei è la figlia del casato nostro alleato: spezzare quel patto perché non si sente attratta dal signorino potrebbe compromettere i rapporti negli affari.»


Yoko sospirò. «Che dovrei fare io al riguardo?»


Yamato alzò un sopracciglio. «Assolutamente niente. Non sono affari che ti riguardano e credo ti sia stato dimostrato esplicitamente molte volte» si umettò le labbra. «Che l'onorevole Sposa ti voglia come amica, buon per te: potrebbe riempirti di regali costosi. Ma se ti immischierai nel loro rapporto...» Lo sguardo si fece ferino. «Dimenticherò che la somma Kiyohime ti ha salvata perché tu sei una Sposa del Destino di qualcuno, anche se ancora non si è scoperto chi.»


Yoko sapeva che il maggiordomo non scherzava. Anche se l'aveva vista crescere, l'ordine primario dell'uomo rimaneva proteggere il nome della famiglia d'appartenenza.


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Non appena Yoko se ne fu andata, la coppia di promessi sposi si diresse alla sala da pranzo per cenare con il padre di Ryu. Midori e il signor Kishinryū conversarono in maniera tranquilla e affabile, ma senza menzionare l'incidente del dojo. Ryu, invece, rimase ammutolito per tutto il tempo... E questo a Midori non sfuggì affatto.


Ryu stava sdraiato nel suo letto a baldacchino, con draghi a spirale che facevano da colonne al tettino, e stava giocando a una console portatile quando sentì bussare.

Gli occhi color acquamarina, illuminati dal piccolo schermo del dispositivo, si spostarono verso la porta.


«Chi è?» chiese senza troppo entusiasmo, con la bocca già impastata per il sonno.


Una voce dolce e timida si udì dall'altra parte. «Sono Midori.»


Ryu si sollevò immediatamente con aria allarmata. Andò alla porta e le aprì. «Hai bisogno di qualcosa? Vuoi che ti chiami qualcuno per aiutarti?» 


Midori scosse il capo. «In realtà, spero di poterti aiutare io... A risollevarti il morale.» Si strinse nelle spalle. «La reazione della tua amica Yoko di oggi mi ha dato molto da pensare. Lei ci tiene davvero molto a te, vero?»


Ryu si strinse nelle spalle. «È la mia migliore amica.»


«E non prova disgusto per il tuo vero aspetto.»


Ryu ingoiò la saliva e poi annuì.


Lo sguardo azzurro di Midori si fece più intenso. Alle sue spalle, dall'alta vetrata, si intravedevano i tre quarti di luna che, con la sua luce argentea, illuminavano le spalle e i capelli blu della ragazza, come avvolgendola in un'aura divina. Il suo sorriso era dolce.

Improvvisamente una lacrima le rigò il viso. «Sai, Ryu, sono tanto spaventata... Da tutto questo... Io non so come comportarmi. Io non ti odio, se vuoi saperlo.» Sospirò. «Perciò ti chiedo scusa per il mio comportamento di oggi. Sono stata davvero un'ingrata nei tuoi confronti, tu che sei sempre tanto gentile con me.»


Ryu la prese immediatamente per le spalle e cercò il suo sguardo. «Non ti devi scusare. Questa cosa è più grande di noi e tu ti sei ritrovata in mezzo a tutto questo. Per oggi... Dimenticalo! Non preoccuparti per ciò che è successo!»


Midori sospirò. «Quindi non sei arrabbiato perché ti ho detto che mi fai schifo?»


Ryu scosse il capo. «Stai tranquilla... Torna pure a dormire. Domani ci sveglieremo tutti più sereni.»


Ma, in tutta risposta, Midori gli poggiò una mano sul petto e spinse. Ryu allora iniziò a camminare all'indietro, esterrefatto, e Midori continuò ad avanzare mantenendo quel sorriso dolce. Fecero così finché Ryu non cadde, sedendosi sul letto.


«Ti sei chiesto perché io, che non sono nata in estate, sia nella tua stessa ala e vicino alla tua camera?»


«Per vedere almeno un volto amico al mattino» disse lui, esitante.


Midori gettò indietro la testa, ridendo di gusto. «Certo che sei proprio innocente!» Assottigliò lo sguardo. «O forse lo sai benissimo il perché, ma sei troppo cavaliere per esprimere certe osservazioni ad alta voce.»

La ragazza si sporse verso di lui, fino a fargli sentire il suo respiro caldo vicino all'orecchio. «Siamo fidanzati, mio dolce drago azzurro. E, quando ti diplomerai, diverremo marito e moglie. E sicuramente tu desideri una moglie che ti ami per quello che sei, dico bene?»


Ryu sentì il corpo irrigidirsi. Midori era una donna composta e dalle buone maniere; ma lì, nella penombra di quella stanza in cui erano solo loro due, lei non doveva più mostrare alcuna etichetta, libera di seguire i propri istinti.


«Voglio dimostrarti che non provo alcun ripudio per te. Siamo destinati a generare una prole forte di watatsumi, perciò sono pronta ad adempiere ai miei doveri fin da subito» proseguì lei, con tono più basso e sensuale.


«Non devi... Non devi adempiere a nessun dovere se non vuoi, Midori. Anche se siamo fidanzati, non ti devi sentire costretta a fare nulla» rispose lui, mettendosi meglio seduto e guardandola con aria seria.


Midori si avvicinò e lo baciò con passione, cercando di solleticargli le labbra con la lingua, come a invitarlo a schiudere la bocca. Le loro lingue si sfiorarono. Poi si ritrasse e sorrise. «Nessuna costrizione, sta' tranquillo. Voglio solo rendere felice il mio drago, come so che lui renderà felice me, esaudendo ogni mio volere.»

Si chinò e iniziò a baciargli lentamente il collo, mentre la mano sinistra scivolò senza alcuna esitazione sul cavallo dei pantaloni della tuta del ragazzo. Quest'ultimo si lasciò immediatamente attraversare da un profondo respiro di piacere. Midori non lo aveva mai sfiorato prima, ma lui si chiese se anche appagare sessualmente il proprio ayakashi facesse parte delle pratiche che si insegnavano nei clan, nella segretezza delle stanze delle donne, considerando il modo esperto in cui si muoveva.


La ragazza poi sorrise maliziosamente e scese verso il basso; le mani indugiarono sull'elastico del bordo dei pantaloni e fece per abbassarglieli, mentre si metteva in ginocchio.

Fu in quel momento che qualcosa in Ryu scattò: un violento senso di ripudio. Quella umana stava osando mettergli le mani addosso?


«Stai ferma!» esclamò con rabbia, allontanandola. Il cuore gli stava battendo all'impazzata e la testa iniziò a vorticargli. Se la prese tra le mani e il suo sguardo iniziò a tremare senza una direzione precisa. «Tu non puoi... Non puoi...»


Midori si alzò in piedi e lo fissò, seria come una statua di marmo per un lungo momento.


«Vieni con me» disse infine, afferrandolo per un polso.


Ryu, che si sentiva completamente rintontito, non capì lucidamente come Midori riuscisse a farlo sollevare dal letto e a trascinarlo fuori dal castello, per condurlo nel cortile e portarlo verso il tempio cerimoniale dedicato al Dio Drago. Era come se un'energia pura sopprimesse la sua forza demoniaca.


Il tempio non era che un luogo di raccoglimento per la preghiera, non essendo il padre di Ryu riuscito ad ottenere il permesso dagli Ichiryusai di depositare lì il suo spirito. Ma Midori pensò che quel posto era sufficiente, essendo comunque un luogo di culto.


Gli arazzi rappresentati Ryuusuke e le sue straordinarie imprese, i piedistalli, gli incensi sull'altare, ogni cosa trasudava una devozione cieca per il Dio Drago.


Ryu barcollò, cercando di stare in piedi. «Che... che mi sta succedendo?» si chiese, tenendosi la testa con una mano.


«Nulla di cui devi preoccuparti, amore mio. Semplicemente devi ancora stabilizzare il tuo imprinting» disse Midori, con calma.


«C-credevo, fosse una cosa istantanea.»


«Oh beh normalmente lo è... ma tu sei speciale... molto speciale.» si avvicinò e con tono dolce aggiunse: «Dammi le mani, ti aiuterò a ritrovare l'equilibrio e vedrai che dopo questo non ci sarà... alcun pentimento.»



Non appena i palmi di entrambi i ragazzi si toccarono, un'energia ascensionale bianca e magnifica partì dal basso, agitando istantaneamente le loro vesti e le loro lunghe chiome. 


«È il potere dello Shinryoku, vero?» chiese Ryu con voce leggermente tremante e con gli occhi sgranati, mentre sentiva quella scarica di energia avvolgere come delle spire la Reiryoku demoniaca. «Che cosa... Cosa mi stai facendo?»


«Sto solo purificando il tuo animo in tumulto... Sei molto confuso, amore mio, non è vero? Affidati completamente a me, mi prenderò cura di te» rispose lei, sorridendo affabile.


Ryu non seppe perché, ma più il processo andava avanti e quell'energia che aveva avvolto di bianco il circondario lo circondava, più gli veniva da piangere. Ma allo stesso tempo, più avanzava il processo e più il suo cuore vedeva solo ed esclusivamente Midori. La sua Midori. La sua amatissima Midori. La futura madre dei suoi figli... La sua vera ed unica Sposa.


Il drago ruggì, attraversato da quel potere sacro, mentre la statua di Ryuusuke sembrava osservare con particolare intensità quel rito che doveva avere lo scopo di guarire Ryu dal suo malanno.


Quando improvvisamente la luce si ritirò, Ryu fece diversi passi indietro finché, rimasto boccheggiante, non si appoggiò a una colonna di marmo bianco.


«Come ti senti, amore mio?» chiese subito Midori. «È tutto il giorno, da quando sei tornato da scuola, che non facevo che avvertire il tuo stato alterato. Ora però è tornato tutto in ordine, vero?»


Ryu sollevò i suoi occhi color acquamarina e, nel momento in cui vide la bellissima figura della sua fidanzata, le sue iridi romboidali pulsarono di qualcosa di antico e primordiale.


Midori sorrise con soddisfazione, per poi sciogliere l'obi del suo kimono e lasciando scivolare dolcemente le vesti a terra, rimanendo con una sola veste sottile bianca che faceva intravedere il coordinato di pizzo bianco e un corpo sinuoso e seducente, proprio così come la sua famiglia di origine le aveva modellato. Allargò le braccia e chinò la testa di lato. «E ora, mio bel drago, sanciamo questa unione sacra. Dimenticati del resto. Il tuo universo sono solo ed esclusivamente io.»


Un ringhio sommesso e gutturale fece vibrare il corpo del drago, prima di slanciarsi in avanti e ghermire con forza la ragazza, con uno slancio che quasi la investì. 


Quella notte, l'ayakashi e la sua Sposa si unirono per la prima volta, ripetendo un rituale che si tramandava da generazioni.


Quella notte, Yoko si svegliò nel cuore della notte piangendo, afflitta da una dolorosa fitta al petto.

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