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← La mia adorata sposa

Creato il 24/08/2026, 12:40 · Aggiornato il 24/08/2026, 12:40

Capitolo 15: Capitolo 14

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Morte
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Nel preciso istante in cui Yamato annunciò l'arrivo della delegazione degli Ichiryusai, Ryu era ancora in fermento. Era pronto a dichiarare con orgoglio, anche davanti a loro, che Ryujin Kishinryū aveva già una Sposa e il suo nome era Yoko Otose, e che dopo il diploma i due si sarebbero fidanzati ufficialmente e successivamente sposati.

Tutto però prese una piega imprevista quando i suoi occhi acquamarina incrociarono quelli color ghiaccio di Midori. Fu come sentirsi sospesi, confusi.

Inizialmente nella sua mente apparve una scena di lui e Yoko nella loro spiaggia dell'infanzia, in una giornata qualsiasi. Si vedeva dall'esterno: lui stava mangiando distrattamente un ghiacciolo, mentre Yoko si era addormentata, appoggiata alla sua spalla. Avevano all'epoca dodici o tredici anni. Si sentivano le cicale di sottofondo.

Quel ricordo aveva i contorni sfumati, i colori sbiaditi e, man mano che cercava di metterlo a fuoco, più l'immagine si rovinava, fino a diventare bianca; infine bruciò, come se qualcuno la stesse bruciando in più punti con un accendino.

Una voce lontana provò a farlo desistere, ma come si poteva darle ascolto quando di fronte a sé aveva letteralmente l'universo? Il suo cuore iniziò a martellargli nel petto, il sangue a pompare con più intensità in tutto il corpo. Un forte calore, un senso di protezione... Possessione. E l'origine di quell'estasi aveva un solo nome, un solo volto: Midori Ichiryusai.

Non appena le corse incontro, a stento si trattenne dal ghermirla in un forte abbraccio. Voleva baciarla, voleva accarezzarla, voleva fare l'amore con lei... E nessuno, assolutamente nessuno avrebbe dovuto avvicinarsi, anche solo per salutarla. Perché lei era, senza ombra di dubbio... La sua Sposa.

Un applauso giunse dai consiglieri e dalla delegazione alleata. Ken e Toshi si avvicinarono al giovane drago per stringergli la mano. Nel frattempo si era avvicinato anche il signor Kishinryū con un sorriso luminoso. Quella era assolutamente una bellissima sorpresa: Midori era stata inviata come promessa sposa e si era rivelata essere proprio la Sposa del Destino di Ryu.

Midori sorrise timidamente, imporporando le guance e abbassando lo sguardo.

Ryu allora glielo sollevò dolcemente, regalandole un bel sorriso. Il sorriso che fino a cinque minuti prima era stato solo per Yoko.

Quest'ultima continuò a rimanere ferma e immobile, con le mani congiunte all'altezza del ventre. Non riusciva a pensare a niente; nelle sue orecchie passava solo un fischio acuto e ciò che osservava lo viveva con assoluto distacco.

C'erano voci, c'erano risate, e vorticavano tutte intorno a lei come una danza indifferente al fatto che lei fosse lì.

«Vogliamo recarci in sala da pranzo?» propose il capofamiglia. «Il nostro cuoco oggi ha dato il meglio di sé.»

La proposta venne accolta con grande entusiasmo.

Il signor Kishinryū fece da apripista, seguito dai consiglieri e poi da Ken e Toshi Ichiryusai, sfilando accanto alla ragazza e superandola come se non la vedessero, mentre si recavano verso una stanza secondaria. Infine arrivarono anche Ryu e Midori.

«Ryu!» riuscì solo a dire lei, aggrappandosi al suo braccio.

Ryu la guardò interrogativo, mentre lo sguardo di lei era smarrito e confuso. Rimase a fissarla in silenzio per un paio di secondi, finché alla fine il ragazzo le sorrise allegramente.

«Accidenti, hai ragione!» Si voltò verso Midori. «Cara, ti presento Yoko: è... La mia migliore amica!»

Quelle parole caddero su Yoko come se una valanga le fosse appena franata addosso.

Non seppe nemmeno lei come trovò la forza di ricambiare la stretta di mano, mentre Midori si presentava cordialmente. E quando alla fine si sbloccò, pronta a dire qualcosa di più, la coppia era già andata avanti.

Appena la porta si chiuse alle loro spalle, nella testa di Yoko risuonò come un boato.

«Sembra che alla fine si sia risolto tutto da solo» disse Yamato, mettendosi al suo fianco.

Yoko sussultò, trattenendo un singhiozzo. «Ma... Perché?»

«Perché vi siete persi in una favola. Avete creduto che l'amore tra due ragazzini potesse essere più forte di misteri di cui noi ayakashi stessi ignoriamo l'origine.»

Yoko abbassò il capo, fino a nascondere lo sguardo sotto la frangia.

«Vedila così: meglio ora che dopo» le disse, posando una mano sulla sua spalla. «Ryu ha già rischiato tanto e avrebbe potuto perdere tutto per qualcuno che avrebbe dimenticato comunque, in qualsiasi altra occasione. Dopo l'ufficializzazione di solito si organizza una festa per presentare i futuri sposi agli altri clan. Midori si sarebbe potuta presentare in quell'occasione. L'umiliazione sarebbe stata anche più grande, non credi?»

Delle lacrime scivolarono sul naso di Yoko e poi si staccarono fino a cadere a terra.

«Ma tu rimani una Sposa» aggiunse il maggiordomo con maggiore vigore. «Kiyohime su queste cose non si sbaglia mai. Se ha visto in te questo, allora vuol dire che da qualche parte c'è davvero qualcuno per te... Ma quel qualcuno non è Ryu.»

Yamato guardò verso la porta che poco prima padroni ed ospiti avevano varcato. «Vuoi che dica a Ryu che non ti senti bene e ti riaccompagno a casa?»

Yoko rimase immobile ancora per qualche istante, poi annuì. «Grazie.»

Quando Ryu aveva appreso che Yamato aveva attaccato Yoko, si dannò con tutto se stesso per non aver avvertito neanche la benché minima vibrazione. Ma quando poco prima aveva combattuto per lei e dopo si era unito carnalmente, lui non aveva avuto il minimo dubbio che, anche senza imprinting, loro fossero destinati a stare insieme.

Yoko stava soffrendo, e molto anche in quel momento, ma Ryu non sentì nulla: nella sua mente c'era spazio solo per il dolce viso di Midori.

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Per tutta la domenica, Nyankichi, Touko e Yuzu non avevano ricevuto alcun aggiornamento da parte di nessuno dei due amici. Al punto da temere che il padre di Ryu potesse aver incenerito lui e Yoko. Perciò tirarono un sospiro di sollievo quando all'ingresso della scuola, il giorno dopo, videro arrivare Ryu raggiante, anche se stranamente Yoko non era al suo fianco come al solito.

«Ehi, gattaccio!» esclamò Ryu rivolto al suo amico nekomata. «Passato un bel fine settimana?»

«Io sì» rispose Nyankichi con le sopracciglia sollevate, «tu piuttosto ci devi raccontare come è andata!»

«È andata benissimo!»

Un'esclamazione di puro stupore e gioia passò tra i tre, guardandosi tra di loro e poi guardando il loro amico.

«Quindi tuo padre non è andato su tutte le furie?»

«E perché? È stato lui a organizzare tutto.»

Dall'esultanza i tre passarono a uno sguardo confuso.

«Lo avete dimenticato? Il matrimonio combinato con Midori Ichiryusai.»

«Scusa, ma che c'entra quello? E Yoko?» chiese Nyankichi più serio, facendo un passo avanti.

Ryu sospirò. «Mi dispiace, l'ho scomodata per niente. Volevo anche scusarmi, ma Yamato mi ha detto che non stava bene. Magari, appena posso, passo da lei.»

Nyankichi ringhiò di rabbia e lo afferrò per le spalle. «Si può sapere di che diavolo vai blaterando? Non dovevi affrontare tuo padre e dirgli chiaro e tondo chi fosse la tua vera Sposa di sangue?»

Ryu si accigliò. «Certo che l'ho affrontato, e l'ho ringraziato, perché da ieri accanto a me c'è la mia adorata Sposa.»

Yuzu divenne pallida, colta da un tremendo dubbio. «Ryu! Chi è la tua Sposa!?»

Ryu la guardò, come se la risposta fosse ovvia. «Midori Ichiryusai.»

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Quella stessa sera, Nyankichi si mise a fissare i due portachiavi a forma di coniglietto e il peluche a forma di gatto che avevano contribuito a conquistare la sua Sposa. Dentro il letto, con il corpo ancora caldo e umido, stretta nel suo abbraccio c'era proprio la sua amata Touko.

Lo sguardo del nekomata tremò: ma era davvero sua? L'amava davvero? O era solo il frutto di una magia ancestrale che aveva deciso che i geni della ragazza fossero compatibili con i suoi per generare, un domani, altri nekomata?

Ryu amava davvero Yoko, aveva persino avuto il coraggio di sfidare un oni pur di difenderla. Ma era bastato uno sguardo, solo uno, per rendere vano tutto questo. Se quindi l'imprinting aveva avuto la capacità di soppiantare un amore sincero come quello, come poteva essere certo che il suo fosse reale?

Una fitta al cuore lo punse come uno spillo, guardando il profilo beato e sereno della sua fidanzata: e se lei si stesse fidando di un demone che aveva il solo obiettivo di insidiarla per riprodursi? Se inconsciamente la stesse ingannando?

Touko avrebbe potuto rifiutarsi, certo, ma era stato anche per le insistenze di lui che alla fine aveva ceduto e, prima che lui le piombasse letteralmente alle spalle dichiarando che fosse la sua Sposa, nemmeno si conoscevano.

In quel momento la ragazza si mosse sotto le coperte, cercando anche nel sonno il calore del suo fidanzato. Nyankichi respirò a fondo l'odore dei suoi capelli che lo inebriava all'inverosimile.

«Sei sveglia?» domandò il giovane demone gatto, modulando il tono della voce in un soffio quasi impercettibile.

Touko emise un sommesso e indistinto mugugno di assenso nel sonno.

Nyankichi deglutì a vuoto, avvertendo un nodo alla gola. «Dimmi... Sei felice?»

«Mhm... Di che cosa stai parlando?» biascicò la fanciulla con tono assonnato, preservando le palpebre saldamente serrate.

Il nekomata strinse i denti, compiendo uno sforzo titanico pur di governare il tumulto delle proprie emozioni interiori. «Ecco... Intendo chiederti se tu sia genuinamente felice al mio fianco. Di questa nostra esistenza condivisa.»

A quelle sillabe, Touko dischiuse finalmente gli occhi, focalizzando su di lui uno sguardo intriso di un'assoluta, lucida serietà. «Questa tua improvvisa inquietudine... è legata a quanto è accaduto alla tenuta dei Draghi?»

Nyankichi ebbe un sussulto involontario del torace. «Io...»

Touko gli adagiò delicatamente la punta di due dita contro le labbra, imponendogli il silenzio, per poi accorciare le distanze sul materasso e aderire al suo petto. Il ragazzo avvertì il proprio battito cardiaco accelerare in modo vertiginoso nel percepire la pressione calda e morbida del corpo di lei contro il proprio.

«Non è intervenuto alcun sortilegio ancestrale o condizionamento biologico a costringere i miei sentimenti ad amarti, Nyankichi. Mi hai conquistata giorno dopo giorno per l'interezza di ciò che sei, e la mia anima non custodisce il benché minimo accenno di dubbio sulla purezza del tuo cuore. Non ho alcun dubbio che, persino in assenza di questo "incantesimo", avremmo finito per amarci allo stesso identico modo.»

Privato di ogni difesa, il nekomata si arrese alla commozione, lasciandosi sfuggire un sommesso singhiozzo. «Io... io ti amo da morire, Touko...»

«E io amo te» replicò lei, stringendolo in un abbraccio protettivo e attirandolo dolcemente a sé pur di iniziare a cullarlo con ritmo lento e cadenzato. «Tu sei il mio adorato Nyankichi, e questa è una certezza.» Infine, gli impresse un tenero bacio sulla fronte.

Il giovane affondò interamente il viso nell'incavo del suo collo, aspirando a pieni polmoni quella fragranza intima che lo inebriava. L'impulso viscerale di fondersi e diventare un tutt'uno con la compagna fiorì in modo del tutto spontaneo e genuino, e Touko si dimostrò più che entusiasta di accogliere l'interezza delle sue carezze.

Ciò nonostante, nel retro della mente del nekomata, quegli oscuri e destabilizzanti dubbi etici continuarono a riverberare in silenzio.

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Yoko non si fece vedere nemmeno per i giorni successivi, cosa che impensierì Yuzu e gli altri due amici. La madre aveva riferito che non stava bene e che si era fatta fare un certificato medico per non frequentare qualche giorno di lezione. Ma la cosa che più li stupì fu che a Ryu sembrasse non importare; non più di quanto avrebbe fatto per un'amica qualsiasi. Piuttosto, aveva iniziato a parlare molto spesso di Midori e di quanto fosse intelligente e spigliata. Ne parlava come se prima di lei non fosse mai esistito nessuno di così importante.

All'ennesimo giorno di assenza, però, Yuzu espresse il desiderio di potersi vedere con l'amica e Reiya acconsentì, al patto di farsi dare il solito bacio sulla guancia.

Con la scusa, quindi, di portarle i compiti in arretrato, Yuzu si presentò alla casa degli Otose.

La signora Otose fu grata alla giovane di esserla andata a trovare. Anche lei era sconvolta per quanto accaduto: quel ragazzo che aveva frequentato la loro casa per anni era diventato completamente un estraneo.

Quando Yuzu salì gli scalini per raggiungere la camera di Yoko, il suo passo era lento e incerto. Gli scalini di legno scricchiolavano appena sotto il suo peso. Non riusciva a immaginare in che stato potesse essere: la sua amica era stata umiliata ed abbandonata come un oggetto di poco conto.

«Yoko, c'è Yuzuko qui» disse la madre, mentre reggeva un vassoio con tè e biscotti per far fare loro merenda.

«Yoko, per favore, posso entrare?» si aggregò Yuzu con voce tremante, non ricevendo subito risposta.

«Ok.»

Quella singola sillaba fece tirare un sospiro di sollievo alla Sposa dell'orco.

Si fece consegnare dalla signora Otose il vassoio e con discrezione varcò la porta.

Credeva di trovarla rannicchiata sul letto, nella più profonda depressione e con fazzoletti sparsi ovunque; invece, quello che si ritrovò davanti le fece fare un passo indietro: la camera era tappezzata di fogli stampati e articoli di giornale, e Yoko era china sul computer, presissima da quello che stava facendo.

Yuzu spostò con cura qualche foglio e posò il vassoio sul tavolino basso al centro della camera.

Yoko la salutò alzando la mano; non si voltò, presa com'era dal battere i tasti e dalle sue ricerche. Aveva la stessa maglia e lo stesso pantaloncino da giorni, a giudicare dalle macchie, e i capelli erano raccolti in uno chignon arruffato.

Yuzu la guardò in silenzio, compostamente inginocchiata al tavolino, con un'espressione interrogativa e a disagio al contempo.

«Yoko... Perdonami... Ma cosa...?»

Improvvisamente Yoko girò di scatto la sedia con le rotelle e si alzò, slanciandosi verso di lei con uno sguardo accigliato e urgente.

«Hai sentito una specie di ipnosi, quando è successo? Il tuo metabolismo è cambiato?»

«Cosa...?»

«Reiya aveva degli hobby a cui ha rinunciato per te? Aveva delle tendenze e poi quelle sono state soppresse?»

«Non... Non ti seguo, Yoko» balbettò Yuzu, ritraendosi con la schiena per non ritrovarsi a un palmo dal viso dell'amica, che sembrava stesse cercando di leggerle l'anima.

«Ryu è cambiato di punto in bianco. Non era più lui, capisci?» Prese il thermos con il tè e si riempì una tazza che bevve tutto d'un sorso. «Un attimo prima era pronto a scannarsi con il padre e quello dopo non aveva che occhi per quella donna. È inconfutabile che quella magia agisca come una sorta d'ipnosi.» La prese per le spalle, scuotendola leggermente. «Io devo salvarlo, capisci? Devo trovare una soluzione!»

Yuzu sgranò lo sguardo, colpita dalla luce che attraversava quello della sua amica. Era davvero determinata a cercare di trovare un modo per far tornare Ryu quello di una volta. Se non avesse saputo nulla di loro due, probabilmente non si sarebbe mai posta questo quesito, ma era vero: Ryu era cambiato, e non poteva biasimare la ragazza che voleva cercare di riprenderselo.

Si portò una mano al cuore e sospirò. Come aveva potuto credere che Yoko si sarebbe semplicemente arresa così? Lei stessa, comunque, cercava ancora di capire quella situazione che per lei era corrisposta alla salvezza, mentre per altri era una condanna.

«Yoko, vieni a casa mia!» esclamò allora la giovane, prendendo le mani di Yoko con trasporto. «Parla con Reiya: lui è l'erede dei Kiryuin, potrebbero sapere qualcosa. Anche lui sarà dispiaciutissimo per la piega degli eventi!»

Ora fu il turno di Yoko di mostrarsi colta alla sprovvista. Lo sguardo di Yuzu non lasciava spazio a dubbi.

Circa una mezz'ora più tardi, Takamichi arrivò con una berlina nera a prelevare la Sposa del suo capo e inarcò un sopracciglio quando vide salire anche Yoko – che per l'occasione si era finalmente decisa a cambiarsi e a indossare una camicetta avana e un paio di jeans a zampa d'elefante.

«Non è un problema, spero?» disse Yuzu, stringendosi nelle spalle.

L'uomo di fiducia di Reiya si limitò a socchiudere lo sguardo. «Se la Sposa del mio signore desidera invitare a casa un'amica, quest'ultima sarà più che benvenuta.»

Ancora una volta, così come otto anni prima, Yoko si ritrovò con la mascella a terra alla vista della sfarzosità della villa in stile classico giapponese dei Kiryuin. Era un complesso di edifici, ognuno con zone specifiche: dalla zona dedicata ai ricevimenti a quella effettivamente abitata per il quotidiano, fino a quella per gli allenamenti e così via, mentre un nutrito schieramento di domestici faceva avanti e indietro, indaffarato nelle proprie faccende. Ma proprio questi ultimi si riunirono come un unico flusso quando la Sposa del loro padrone tornò a casa, per darle il benvenuto.

«Il signor Reiya è a casa che l'aspetta con una sorpresa» disse sorridendo la domestica personale di Yuzu.

Yoko sbatté velocemente le palpebre con aria interrogativa, vedendo che in tutta risposta Yuzu aveva contratto il viso in un sorriso stiracchiato.

Ma il quesito ricevette immediata risposta non appena, entrata nella camera dell'amica – che Yoko confermò assomigliasse davvero a una casa delle bambole –, trovò sul tavolo buste e bustine colme di regali. E non oggetti qualsiasi, ma luxury brand ed edizioni limitate: dalla gioielleria all'abbigliamento, fino alla videoludica.

Non appena, infatti, Yoko vide emergere da una di esse il cofanetto di un videogioco dalla copertina dorata, corse a prenderlo immediatamente con entrambe le mani e lo sollevò in aria come se avesse appena messo le mani sul tesoro dei pirati.

«L'edizione ultra-limitata della Fede del Sicario! Con la skin inclusa che, acquistata da sola, costa centinaia di dollari! Esistono solo venti copie al mondo!»

Yuzu si strinse nelle spalle. «Mi dispiace, non so di cosa tu stia parlando... Lo sai che non sono esperta di videogiochi come te.»

«Perle ai porci!» ringhiò Yoko, sinceramente indignata, cosa che fece ridere nervosamente l'altra.

Reiya le trovò sedute sul letto, intente a divertirsi e a scherzare mentre scartavano i regali uno a uno. Per quanto il suo istinto primario fosse quello di mettere almeno due metri di distanza tra Yuzu e la sua amica, gli tornarono in mente in quel momento le parole di Nyankichi, che anche lui si era sforzato di "lasciare libera" la sua Sposa di divertirsi con la sua amica. Essendo un oni, il suo senso di possessione era ancora più acuto, ma sapeva anche che Yuzu era ancora spaventata da tutto questo e avere una reazione negativa in quel momento avrebbe potuto produrre un effetto deleterio.

«Una vista gradevole, in questo tardo pomeriggio di febbraio» commentò il giovane uomo, avanzando nella stanza.

«Reiya, non dovevi, per me è troppo!» esclamò Yuzu, andandogli incontro completamente rossa in viso. «Io non posso accettare tutti questi regali.»

«Devi, invece» rispose lui con tono affabile. «Sei la mia preziosa Sposa e per te comprerei il mondo intero, se me lo chiedessi.»

Yoko osservò lo sguardo di Reiya che accompagnava le sue parole e per un attimo ne rimase sinceramente colpita... Almeno finché l'oni non richiese il solito dazio del bacio sulla guancia. Ma questa volta le sembrò che Yuzu lo facesse con più spontaneità, seppur mantenendo un atteggiamento timido. Sindrome di Stoccolma oppure...?

In quel momento, come un'ondata violenta, un lato di sé, quello più irrazionale, si disse che anche lei avrebbe tanto voluto che Ryu l'avesse viziata a quel modo. Se Midori non fosse piombata nelle loro vite, forse a quest'ora sarebbe stata immersa in una sessione di D&D con il suo Sposo, invece di lottare contro se stessa per non crollare. E magari l'avrebbe riempita di regali, e anche lei avrebbe avuto la sua copia limitata di quel videogioco, che avrebbe saputo senz'altro apprezzare.

«Yoko? Che ti succede, parlami!»

«Che?»

Yoko non si era nemmeno accorta di aver iniziato a piangere, stringendosi al petto un peluche a forma di pesciolino azzurro.

Yuzu comprese che quello che aveva visto poco prima, tutta quella dedizione mista a ossessione, non era altro che un tentativo di autoprotezione dell'amica per non disperarsi, ma che ora, alla vista di quello scambio di tenerezze con Reiya, qualcosa si era incrinato e si era messo a nudo.

Quando Reiya apprese che cosa fosse avvenuto, la sua reazione sembrava sfiorare l'indifferenza, ma lo tradì una vena che ora gli solcava le sopracciglia.

«Quindi capisce, signor Reiya? Io devo capire... Devo capire se c'è un modo per far regredire questo stato o quantomeno comprenderne il meccanismo» disse infine Yoko, inginocchiata al tavolino con una tazza di tè tra le mani. Le spalle le tremavano, cercando di contenere l'emozione. «Io non rinuncerò a Ryu solo perché qualcosa di astratto ha decretato che la sua Sposa debba essere qualcuno che ha appena guardato in faccia, riesce a capirmi?!» Si alzò persino in piedi, al culmine del suo discorso.

Reiya la osservò per un lungo momento e Yoko poté solo immaginare cosa gli passasse per la testa: dubitare di quel prodigio significava mettere in discussione anche il suo rapporto con Yuzu.

«Venite con me» si limitò a dire alla fine, alzandosi a sua volta.

Yuzu e Yoko si scambiarono una rapida occhiata, prima di seguire il magnate dove voleva condurle.

Il corridoio era ampio e ben illuminato, arredato come il resto della casa con oggetti antichi e pregiati; tuttavia, Yuzu in quell'ala della casa non era ancora mai passata. Vivendo principalmente in camera sua di ritorno da lavoro o da scuola, e poiché la villa era molto grande, c'erano ancora alcuni punti inesplorati e questo era uno di quelli. Doveva però essere una zona importante e riservata perché, quando Takamichi e i domestici seppero dove il capofamiglia volesse portare le due umane, assunsero un'aria alquanto interdetta. Tuttavia non opposero resistenza, visto che l'uomo era apparso sicuro di sé.

Arrivarono fino a una porta chiusa da due ante scorrevoli di legno con la parte superiore tondeggiante, ma attraverso la carta di riso non era possibile neanche intravedere cosa ci fosse al di là. La cosa però che colpì prima di tutto furono le parole di Reiya, quando le ragazze chiesero cosa le aspettasse dall'altra parte.

«Già solo il fatto che possiate vedere la porta significa che avete assorbito abbastanza energia spirituale da poterla scorgere.»

C'era una cosa che però Reiya non disse ad alta voce: per Yuzu era più che normale, in quanto Sposa e vivendo sotto il suo stesso tetto, avere questa capacità. Ma Yoko non era la Sposa di nessuno e ormai erano giorni che non frequentava nemmeno la casa di Ryu: avrebbe dovuto vederla appena, o per niente. La capacità di assorbire e trattenere era qualcosa legata a chi possedeva le doti di una Sposa stessa.

«Ti dispiace che Takamichi posi una mano sulla tua spalla, Yoko?» chiese Reiya, cosa che fece arrossire leggermente la giovane, anche se poi annuì. «Stiamo per varcare il confine con il mondo degli spiriti, un luogo precluso a voi umani tranne che alle Spose; potresti finire nell'oblio, se non vieni schermata dal nostro influsso demoniaco.»

«Ho capito» si limitò a dire la giovane, per poi scambiarsi un'occhiata con il segretario di Reiya, il quale a sua volta restrinse lo sguardo non appena toccò Yoko e andò immediatamente a guardare il suo padrone, cogliendo il fatto che anche Reiya avesse avuto la stessa intuizione.

Le due liceali si lasciarono immediatamente andare a un'esclamazione di stupore non appena le porte si aprirono da sole. All'apparenza sembrava un corridoio come quello già attraversato, ma aveva qualcosa di diverso: trasudava un'energia particolare, seppur invisibile, e una leggera nebbiolina rossastra attraversava i locali.

Senza dire nulla, si limitarono a seguire i due oni, superando alcune porte di legno pregiato, come era del resto l'intera villa, finché non si arrestarono di fronte a un'altra porta scorrevole come quella dell'ingresso.

«Dove stiamo per entrare è conservata la memoria ancestrale della nostra famiglia e, in generale, della storia degli ayakashi. Un luogo che i Kiryuin consultano solo se strettamente necessario. Sarà perciò un grande privilegio per voi varcare questa soglia» spiegò con calma Reiya, guardando Yuzu come a volerla confortare con lo sguardo.

Non appena le porte si aprirono, si ritrovarono all'interno di una biblioteca che non sembrava avere confini, tra scaffali, scale e camminamenti, illuminata da una luce violacea proveniente da pietre sospese a mezza aria di diversa dimensione. Ma non solo libri: anche cataste di pergamene, oggetti antichi e armi. Sembrava di essere entrati fisicamente in un libro del folklore giapponese.

Reiya avanzò a passo sicuro, prendendo una strada precisa, attraversata da spirali di energia demoniaca rossastra. Quel luogo doveva essere davvero diverso da tutti, perché più volte l'oni si voltò verso Yuzu e le posò una mano sulla spalla per alimentare ulteriormente la protezione della sua Sposa, come per assicurarsi che non subisse nemmeno un capogiro.

Non osarono chiedere dove le stesse conducendo; le due ragazze si limitarono a seguirlo finché non furono davanti a un tempietto in stile classico giapponese, laccato d'oro, con due shinshi di pietra a protezione.

Yoko si chiese che cosa stessero custodendo le statue: da quello che sapeva, quelle erano statue shintoiste che dovevano proteggere i templi dagli spiriti maligni. Originariamente gli ayakashi erano proprio questo, eppure quel tempio custodiva qualcosa per cui gli shinshi e gli ayakashi avevano suggellato un patto.

Reiya e gli altri tre salirono senza alcun problema i pochi gradini che li separavano dalla porta d'ingresso, porta che l'oni aprì limitandosi a spingere con entrambe le mani, illuminandole di rosso.

All'interno l'aria era fresca e l'ambiente raccolto. C'erano vasi colmi di monete d'oro, le famose koban della leggenda, gemme, coralli, stoffe pregiate e kanabō. Lì, in sostanza, era conservato il tesoro privato degli oni. Non quello ottenuto integrandosi nella società umana – nessuna cambiale, diamanti di qualche gioielleria d'alta moda o possedimenti terreni: quello era il tesoro originario della stirpe degli orchi, emerso alla storia sotto forma di leggenda con il mito di Momotaro. Riguardo a questo, Reiya ammise che era un racconto diffuso dagli oni stessi per distogliere l'attenzione da loro: quei tesori dovevano figurare come non più nelle loro mani, affinché gli umani non continuassero a perseguitarli per cercare di ottenerli. E così Yoko e Yuzu li videro: il cappello dell'invisibilità, conosciuto anche come Kakuremino, un mantello magico dallo stesso potere e infine la Uchide no Kozuchi, un maglio che si diceva potesse esaudire ogni desiderio.

Fu proprio su quest'ultimo oggetto che il gruppo si fermò a contemplare.

Il prezioso oggetto aveva una forma arrotondata e tozza. La parte battente aveva una forma cilindrica a botte, con le due facce laterali leggermente convesse, ricche di decorazioni simboliche che richiamavano l'abbondanza. L'impugnatura era corta, robusta e sagomata, fatta per adattarsi perfettamente alla mano della divinità Daikokuten. Alla base del manico si trovava, infine, un foro da cui pendeva un lungo ed elegante cordone cerimoniale di seta che terminava con una nappa di colore rosso vivo e oro, come simbolo di buona sorte.

«Sapete cosa sia in grado di fare?» chiese l'oni, mentre ne sfiorava la superficie.

Yoko deglutì. «Esaudisce ogni desiderio.»

«Nei limiti del possibile. Basta agitarlo e questo potrà esaudire il desiderio di ricchezza o persino mutare le dimensioni di una persona. Fa parte dei tesori che...» si umettò le labbra «... Hanno contribuito al nostro successo per essere accettati nel vostro mondo.»

Dalla tensione nella sua voce era chiaro che probabilmente Reiya stesse violando un mucchio di regole, rivelando loro quel segreto. Probabilmente, se suo padre avesse saputo che suo figlio aveva mostrato quei tesori a un'umana qualsiasi e alla sua Sposa che ancora non era ufficialmente sua moglie, la punizione sarebbe stata severa.

«Tu vuoi scoprire il segreto che si cela dietro il nostro istinto di scegliere una Sposa invece che un'altra, anche se fino a poco prima quell'ayakashi era legato a qualcuno senza l'imprinting, no?»

Con un gesto della mano, la invitò ad avvicinarsi.

«Prova a chiedere, ma ti avverto che potrebbe non funzionare e di certo non ha il potere di annullare niente. Quella magia è più antica della forgiatura di questo utensile. Tuttavia, se il tuo sentimento è così forte, una risposta potrebbe dartela.»

«Perché mi stai aiutando fino a questo punto?» chiese allora Yoko, aggrottando la fronte. «Non sono che un essere umano qualsiasi ai tuoi occhi. Nemmeno mi vedresti, se non fossi amica di Yuzu.»

Reiya le posò una mano sulla spalla e sorrise lievemente. «Ma lo sei, al punto che ho visto il suo grande dolore quando ha temuto che vi avessi uccisi.» Si accigliò lievemente. «E ho visto la foga di Ryu nel cercare di proteggerti, osando sfidare persino un oni. Anche io stento a credere che ti abbia completamente dimenticato così di punto in bianco.» Restrinse ancora di più lo sguardo, vedendo come l'aura cerulea del demone drago dell'acqua fosse ancora ancorata al suo essere come se l'avesse assorbita. «Perciò, tanto vale fare un tentativo. Male che vada, il maglio semplicemente non si attiverà e, se vorrai continuare a studiare questo fenomeno, dovrai farlo con mezzi umani. Tuttavia, ti avverto che questo significa immischiarsi in affari che non ti concernono. Finché non costituirai un ostacolo tra me e la mia Sposa, se tutto questo avrà solo uno sviluppo accademico che potrà essere di interesse scientifico anche a noi ayakashi, allora non sarai in pericolo di vita.»

Yoko deglutì di nuovo, chiedendosi sinceramente se Reiya le avesse voluto dare un consiglio o un avvertimento. Anche se ora l'oni appariva calmo e controllato, lei stessa aveva assistito alla sua furia... E quella furia era stata persino simulata!

Comunque neanche quello bastò per farla desistere. Prima di afferrare il maglio, si mise a fissarlo intensamente. Di lì a poco avrebbe toccato un oggetto sacro agli ayakashi e dai poteri misteriosi. Lei, un semplice essere umano, stava per compiere un gesto così grande, forse quasi blasfemo.

Chiuse gli occhi allora e i suoi pensieri si posarono immediatamente sul ricordo del suo amato Ryu: il suo sorriso dolce, i suoi occhi chiari e vispi... E i suoi baci, che ogni volta era come essere cullati dalle onde del mare in un giorno di calma, mentre ci si abbandona a esso. Forse si era davvero innamorato di Midori, forse davvero all'ultimo l'aveva sinceramente guardata e aveva concluso che per lei non ne valesse la pena. Eppure, una piccola e ostinata speranza non si arrendeva a quella nuova realtà.

Prese il maglio e lo agitò.

«Desidero sapere come liberare Ryu, desidero sapere come liberarlo dalla maledizione della Sposa. Voglio che Ryu ritorni da me.»

In quel momento una luce bianca la investì all'improvviso. La spinse lontana e le sembrò come essere travolta da un'onda, per poi finire alla mercé di acque invisibili. Provò a gridare, ma non le usciva fiato. Si guardò attorno, ma non c'erano più né Yuzu né i due oni. La mano era ben salda attorno al manico della reliquia, senza che potesse aprirla.

Di nuovo allora si aggrappò al nome di Ryu, al suo drago che con il suo potente corpo draconico l'avrebbe avvolta e portata lontano dalla tristezza e dalla paura. E così un'onda più potente la investì, stordendola.

Quando riprese coscienza, si accorse di essere sdraiata sulla sabbia bianca, lambita dolcemente dalle onde. Riaprì lentamente gli occhi e vide che ancora stringeva il maglio.

A fatica si risollevò, mentre l'aria pulita di salsedine le entrava nelle narici.

Non appena mise a fuoco, si rese conto di essere su una spiaggia esotica, di quelle che le riviste mettevano in prima copertina. L'acqua era azzurrissima e trasparente, la vegetazione rigogliosa. Sembrava un luogo paradisiaco e fuori dal tempo.

Abbassò per un attimo lo sguardo e vide che ai suoi piedi, parzialmente affondata, c'era la conchiglia che aveva trovato quella volta sull'isola. Non seppe perché, ma una strana sensazione la colse, indecifrabile.

Si fece coraggio e decise di andare in esplorazione di quel luogo.

Avanzando non le parve di vedere alcuna forma di civilizzazione, neanche un cartello. Era tutto talmente incontaminato e rigoglioso che alla giovane venne in mente il nome di quel luogo, come se lo conoscesse da sempre: Tokoyo-no-kuni, la Terra Eterna oltre i confini del mare.

Certo, ritrovarsi in un luogo del genere era semplicemente impossibile, ma era pur vero che se era finita là era perché aveva semplicemente agitato un antico martelletto di legno cerimoniale. Cosa c'era davvero di razionale in tutto questo?

Improvvisamente sentì un fruscio e le venne quasi istintivo nascondersi tra il fogliame per non essere vista.

Dapprima avvertì delle risate, poi vide delle sagome umanoidi rincorrersi, ma non avevano fattezze distinte: sembravano fatte di pura luce. Erano davvero così o lei non aveva la capacità di distinguerle? Tuttavia, la loro vista le provocò una profonda nostalgia.

Un'altra particolarità però la colpì: l'archetipo delle loro energie. Quella che aveva le fattezze maschili emanava un'energia volta a disperdere e a consumare, per questo cercava quasi disperatamente il contatto con la figura femminile, che era invece più interiorizzata e dal flusso ciclico, nutriva il suo amante e accoglieva ciò che lui espelleva. Erano in perfetto equilibrio e quelle due anime, nel loro abbraccio, sembravano vivere di un incastro perfetto.

Poi avvenne qualcosa di ancora più incredibile: il maschio si alzò e condusse per mano la sua compagna verso la riva del mare. Yoko continuò a seguirli, cercando di non farsi vedere.

Il maschio immerse i piedi nell'acqua e l'acqua rispose a esso come se ne facesse parte, come se quella fosse la sua vera sostanza; e poi avvenne: il maschio mutò in un drago acquatico. Grande, fiero, maestoso. Si tuffò in acqua e scomparve tra i flutti. Forse per sempre, forse solo finché non fosse tornata la necessità di ricongiungersi con la sua compagna e ripetere quello scambio vitale.

Poi all'improvviso lo scenario cambiò in un bagliore di luce e ora non era più in quella eterna e beata terra, ma su un campo di battaglia. Il gigantesco Ōmukade minacciava il Re Ryūjin e la sua prole, confinandoli nel loro stesso palazzo. Ma improvvisamente, dalle guglie di marmo bianco, comparve l'eroe umano Fujiwara no Hidesato che, con la sua freccia intrisa di saliva del re, colpì in pieno petto il tremendo millepiedi. Al fianco dell'umano c'era una dragonessa, figlia di Ryūjin, colei che era andata a chiamarlo per compiere l'impresa. In questo caso, Yoko era osservatrice e allo stesso tempo lo stesso Fujiwara, cosa che la lasciò sospesa e senza parole.

Infine si ritrovò di nuovo su una spiaggia e la riconobbe subito: quella della loro infanzia. Ryu era proprio lì che guardava nella sua direzione con un bel sorriso: la stava aspettando. Sembrava sereno e libero, quindi il maglio aveva esaudito il suo desiderio, dopotutto! Non ci pensò un attimo a correre verso di lui: lo voleva abbracciare e allo stesso tempo picchiare per tutte le tribolazioni, ma soprattutto voleva stringerlo a sé e non lasciarlo più. Ma qualcosa di enorme e di imponente si oppose al suo desiderio: un drago mastodontico, persino più grande di Ryu nella sua forma dragonica. Dalla livrea argentea e gli occhi luminosi, la fissava minacciosamente e, anche senza pronunciare una parola, sentiva che non l'avrebbe fatta avanzare più di così, se non voleva essere divorata. Rimase paralizzata dalla paura, ma fu proprio in quell'esitazione che qualcun altro la superò e il drago non le impedì di passare: Midori corse tra le braccia di Ryu, ed egli si aggrappò a lei. Lei era la sua fonte vitale, colei con cui compiere quello scambio antico e unico che con nessun altro era possibile fare... Perché lei era la sua Sposa di sangue.

Tutto si ripiegò su se stesso e divenne buio.

«Yoko! Yoko!» la voce di Yuzu sembrò arrivare da lontano.

Yoko riprese coscienza poco a poco, finché non si rese conto di dove si trovasse davvero.

«La pupilla ora reagisce» disse Takamichi, passandole una piccola torcia davanti agli occhi. «Ovunque lei sia stata, ora è tornata tra noi.»

Yoko sbatté le palpebre un paio di volte prima di ritrovare la piena consapevolezza. Abbassò gli occhi sul maglio: ora finalmente era di nuovo in grado di aprire la mano e lasciarlo andare.

«Ti senti bene? Sei pallida, che cosa hai visto?» chiese Yuzu, passandole un braccio attorno alle spalle per sostenerla. «Ha esaudito il tuo desiderio?»

«Che cosa hai chiesto?» incalzò Reiya, che tradì una vena sporgente sulla tempia destra.

Yoko si morse il labbro prima di rispondere. «Forse ho un'idea sul ruolo delle Spose e, per quanto riguarda il desiderio... Ho chiesto che Ryu fosse libero... Ma non c'era bisogno di alcuna magia, perché lui lo è già» sorrise malinconicamente, come fosse attraversata da una nuova consapevolezza, «e quella libertà gliel'ha data Midori, liberandolo dalla morsa di un amore sbagliato che persino il Dio Drago e il capoclan, suo padre, hanno sempre aborrito.»

Quelle parole caddero con pesantezza tra i presenti. Yoko non aveva nemmeno più lacrime per piangere. Se ne stava semplicemente in ginocchio, mentre la sua mente cercava ancora di elaborare ciò che aveva appena vissuto.

«Dopo quello che hai scoperto, che cosa hai intenzione di fare?» le chiese Reiya con tono basso.

Yoko sospirò. «Credo che mi debba sforzare e accettare che con Ryu ci debba essere solo un rapporto di amicizia. Sono giorni che mi manda messaggi, non capendo perché sia scomparsa; vuole farmi conoscere Midori, visto che sono la sua migliore amica.»

«E per la tua associazione?»

Yoko restrinse lo sguardo. «Penso che sia ancora necessaria la sua esistenza. Almeno come supporto morale per chi ha dovuto recidere dei legami per colpa di questa condizione e per chi sta intraprendendo questo percorso. Le persone non possono andare semplicemente a vivere nel vostro palazzo aspettando che si innamorino di voi.»

Reiya corrugò la fronte, soprattutto quando la ragazza pronunciò quelle ultime parole, ma alla fine si limitò ad annuire.

«Credo che anche questo faccia parte dei "tempi moderni", dopotutto» ne concluse l'uomo.

Più tardi, mentre Yoko, nella camera di Yuzu, stava cercando di insegnare a quest'ultima come si giocasse al gioco in edizione limitata, Reiya e Takamichi si limitarono a osservare le due giovani, mantenendosi discretamente sulla soglia della porta. In particolare, la loro attenzione si concentrava su Yoko.

«Credi che ne dovrei parlare con mio padre?» si chiese il magnate, incrociando le braccia al petto.

«È insolito, ma non credo che vostro padre possa fare molto» rispose l'altro, poi si umettò le labbra. «Forse si era trattato solo di una grande affinità, per questo il suo spirito sembrava compatibile. Ma la scelta della Sposa non si sbaglia: anche se la signorina Yoko aveva effettivamente assorbito l'energia spirituale dei Kishinryū, deve essere stato solo per i lunghi anni trascorsi insieme. Persino il sommo Ryuusuke, a quanto pare, è contrario a questa unione.»

«Se persino il nostro maglio non ha potuto esaudire il suo desiderio, allora è senz'altro così. Può dispiacere, ma questa è la vita» concluse, socchiudendo gli occhi.

Le voci alte delle due giovani arrivarono alle sue orecchie. Poteva vedere chiaramente l'aura sanguigna che emanava la sua Yuzu, l'energia che lui stesso aveva depositato su di lei, ma poteva vedere anche quella cerulea di Ryu su Yoko, anche se ora si stava affievolendo. La faccenda non gli avrebbe dovuto interessare più di tanto, ma il mistero lo affascinava.

Fu poco prima che la giovane se ne andasse che Reiya volle parlarle un'ultima volta, nel cortile della villa, subito dopo che Yuzu fu rientrata in casa. Prese improvvisamente Yoko per una spalla, invitandola a voltarsi.

«Posso chiederti d'ora in poi che cosa farai, alla luce di ciò che hai visto?»

Yoko abbassò lo sguardo e sorrise amaramente. «Sono io l'intrusa. Credo che possa solo accettarlo e andare avanti. Forse un giorno riuscirò a perdonarlo.»

«Fai bene. Se la sposa designata di Ryūjin Kishinryū è Midori Ichiryusai, allora non vi è alcun dubbio che sia così.»

Per quanto dovessero essere sorprendenti quelle parole, Yoko non provò alcuna emozione. Come aveva detto poco prima: poteva solo accettarlo. Tuttavia continuò a guardarlo, perché aveva capito che Reiya non volesse semplicemente mettere il dito nella piaga.

Reiya sbatté le palpebre prima di proseguire. «Devi sapere che la Prima Sposa proveniva proprio dalla famiglia Ichiryusai. Lei si legò alla mia famiglia e da lì iniziò la tradizione delle Spose. L'unione con essa garantisce non solo una prole forte, ma fa crescere lo stesso potere spirituale dello Sposo.» Sollevò leggermente il mento e guardò oltre lei, come se stesse ricordando qualcosa. «Per questo nel nome della nostra famiglia è incluso anche l'ideogramma del drago.»

Yoko corrugò la fronte e annuì, segno che avesse compreso.

«Il clan di Ryu è un diretto discendente del Dio Drago. Di conseguenza, anche esso ha una forte affinità con gli Ichiryusai. Sia il mio clan che la stirpe dei draghi hanno quindi un legame millenario con la loro casata, e non è insolito trovare nella loro discendenza la nostra Sposa.»

«Quindi non c'è mai stata speranza» concluse Yoko, distogliendo lo sguardo.

«Se può sollevarti, ti sei risparmiata un mucchio di problemi, invero.»

«Ah, sì?»

Reiya annuì. «Vedi, anche essere una Sposa non garantisce comunque la certezza di poter sposare il proprio ayakashi. Avere al fianco una Sposa garantisce tutto quello che ti ho appena elencato, ma ai nostri tempi c'è forse qualcosa di ancora più potente di quella antica magia.»

«E cosa?» chiese lei, stringendo leggermente le palpebre.

Reiya fece la stessa espressione. «Gli affari. Rinnovare la parentela con gli Ichiryusai fortifica anche la protezione del Dio Drago, che per millenni ha garantito fortuna e ricchezza al loro clan e portato sventura nei rivali.» Incrociò le braccia al petto. «Alcuni anni fa, gli Ichiryusai e gli altri clan dei draghi ebbero una disputa sulla collocazione del tempio di Ryuusuke e su chi dovesse eseguire i riti. In quanto discendenti, si sentivano estromessi e a capo di queste tensioni c'era proprio il padre di Ryu. Purtroppo, in quello stesso periodo, Reina Kishinryū venne a mancare, il lutto fiaccò il capoclan e le tensioni semplicemente scemarono. Far sposare suo figlio con una esponente degli Ichiryusai, anche se Midori non è la figlia del capoclan, è un modo per suggellare ufficialmente la ripresa dei loro rapporti.»

«Perciò, se io fossi stata la Sposa di Ryu, sarei stata comunque surclassata da questo?»

Reiya annuì. «Anche se un erede trova una Sposa, la parola finale va pur sempre al capoclan che la deve riconoscere e accogliere. Non so chi abbia fatto la prima mossa nel proporre il matrimonio, ma anche se dovesse avvenire il miracolo che speri, ormai... È semplicemente troppo tardi.»

Yoko si lasciò andare a una risata amara. «Allora mi hai permesso di accedere al tuo tesoro supersegreto sapendo perfettamente cosa avrei desiderato e che l'impossibilità delle mie speranze mi sarebbe stata sbattuta in faccia.»

«Mi dispiace, ma alla luce di ciò che ho potuto vedere io stesso, era necessario che ti venisse mostrato tutto chiaramente, per non continuare a sperare in qualcosa che non potrebbe accadere mai.»

Yoko si asciugò una lacrima, continuando a sorridere. «Voi ayakashi siete davvero dei bastardi.»

«Eppure mi sei grata, vero?» ne concluse lui senza scomporsi. «Sei giovane e stai per concludere gli studi. Sono certo che ti saprai rifare una vita, anche se in questo il tuo sogno non è incluso.»

Yoko strinse i denti e tirò su con il naso. «Una cosa che Ryu mi ha sempre riconosciuto è che sono testarda e poi... Proprio perché sono anni che vivo nel segreto... Ho imparato a fare buon viso a cattivo gioco.»

Reiya non sorrise, ma solo perché era nella sua indole sorridere veramente solo al cospetto della sua amata Yuzu; per tutti gli altri non era molto differente da una statua di cera. Tuttavia, lo sguardo tradì una certa luce. «Allora diplomati, trova un buon lavoro e vai avanti. Io credo che in te ci sia qualcosa di speciale. Non so cosa sia, ma essa ti porterà sulla strada giusta.»

Yoko lo guardò con un'espressione grata, seppur non ebbe parole per replicare. Si congedò dall'oni con un cortese inchino, prima di seguire Takamichi verso l'auto che l'avrebbe riportata a casa. Un attimo prima, però, di sparire dietro la portiera, Yoko disse qualcosa che Reiya intimamente considerò alla stregua di una benedizione: «Forse Yuzu ha fatto davvero jackpot con te.»

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