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Capitolo 2 - Veglia
Nei giorni seguenti Fingon cercò davvero di riposare più a lungo.
Iniziò a ritirarsi presto la sera, evitando di attardarsi con i suoi capitani e di rispondere troppo spesso alle lettere meno importanti della sua corrispondenza.
Coricarsi presto però non significava dormire. Spesso rimaneva lì immobile nel buio, mentre altri restavano di guardia nel freddo della notte al suo posto. E quando si addormentava, lo faceva sempre con un senso chiaro di disagio sottopelle.
Il terzo giorno, mentre fissava il buio della sua stanza, i suoi pensieri tornarono alla disposizione delle pattuglie al confine nord.
Fingon sbuffò con irritazione.
Per qualche momento rimase immobile sul letto, con le mani appoggiate alle ginocchia, ad ascoltare il silenzio della stanza. Da qualche parte, nella fortezza, un rumore affrettato di passi segnò il cambio di turno delle guardie. Poi tutto tornò quieto.
Era ridicolo, si disse, mentre si metteva a sedere.
Aveva passato la giornata a ripetersi che avrebbe riposato, dopotutto i suoi capitani erano più che capaci di vegliare senza di lui. Eppure bastava chiudere gli occhi e quella decisione svaniva. Il senso del dovere tornava a bruciare sotto la pelle, mentre il silenzio della notte premeva attorno a lui.
Fingon borbottò qualcosa tra sé e sé e accese una candela, illuminando la stanza con una fiamma tremolante. Era meglio occupare il tempo piuttosto che restare lì a fissare il buio.
Dopo quella notte, Fingon tornò ai suoi doveri.
Le giornate ripresero presto il loro ritmo abituale. Allenamenti all’alba nel cortile della fortezza, il freddo delle montagne ancora nell’aria e il suono della spada che fendeva il silenzio; poi rapporti delle sentinelle, messaggeri degli Edain e lunghe ore piegato sulle mappe insieme ai suoi capitani.
Quando poteva, cavalcava lungo i confini di Mithrim. Il vento delle Ered Wethrin gli scompigliava i capelli e, verso nord, l’ombra lontana di Angband gli ricordava che la guerra non concedeva tregua.
Le giornate passavano così, piene di doveri e decisioni.
E la stanchezza che aveva cercato di evitare coricandosi prima si intensificava, lasciandolo spesso esausto quando il giorno finiva.
***
Qualche settimana più tardi, piegato sulle mappe insieme ai suoi capitani, Fingon si accorse di aver perso il filo della discussione.
Le parole quel giorno sembravano scivolargli addosso come pioggia.
«…se aumentassimo le pattuglie lungo il versante occidentale?»
Fingon batté lentamente le palpebre e sollevò lo sguardo. I suoi capitani lo osservavano in silenzio, in attesa della sua risposta.
Per un istante fissò le linee tracciate sulla mappa senza riconoscerle davvero. Poi inspirò piano e si costrinse a concentrarsi.
«No.» disse infine, con voce più ferma di quanto si sentisse. «Se spostiamo uomini da est, lasciamo troppo scoperto il passo.»
Dopo l’ultima frase nessuno parlò per un momento. Poi uno dei capitani annuì lentamente.
«Come desiderate, mio signore.»
Le mappe vennero arrotolate e gli uomini si dispersero nella sala, discutendo a bassa voce dei nuovi ordini. Fingon rimase qualche istante dov’era, con le mani appoggiate al tavolo.
Quando la porta si chiuse dietro l’ultimo di loro, il silenzio tornò nella stanza.
Solo allora si accorse che le linee della mappa davanti a lui tremavano leggermente.
Fingon sbatté le palpebre.
Il mondo sembrò inclinarsi per un istante.
Poi tutto divenne nero.