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Il processo di estrazione si rivelò tutt’altro che semplice: si trattava di un’arte antica, ormai dimenticata dal tempo. Per loro fortuna, proprio in quegli anni, alcuni sopravvissuti allo sterminio del clan Uzumaki avevano trovato rifugio nella confraternita, portando con sé le profonde conoscenze nel campo del fūinjutsu. Fu grazie a loro che il progetto poté compiere un primo, importante passo avanti.
Quando gli organi di Hime vennero privati del loro ospite, il risultato fu sconvolgente: nel giro di pochi istanti si seccarono, riducendosi in polvere come se la vita stessa li avesse abbandonati. «Hime si è sacrificata ancora una volta per noi…» mormorò qualcuno, con un velo di amara reverenza.
Ma la speranza si infranse presto. Fin dall’inizio, infatti, il nuovo metodo mostrò la sua debolezza: il chakra dei Cercoteri continuava a respingere i corpi ospitanti e, ora che nulla lo tratteneva, l’istinto di liberarsi divenne persino più feroce.
Le accuse non tardarono a ricadere su Toshiro. Molti lo ritenevano responsabile della rovina dell’Ordine e dell’aver scatenato una minaccia capace di sconvolgere ancora una volta il mondo. Eppure, nonostante il clima di ostilità, egli mantenne il suo ruolo di capostipite della Terra.
Infine passarono quattro anni. Anni trascorsi a studiare, a perfezionare l’arte dei sigilli, a indurire i membri della confraternita con un addestramento che li rendeva sempre più spietati e insensibili.
Junko, insieme ad altri ninja medici, era riuscito a bloccare l’applicazione del sigillo di obbedienza alla soglia dei sei anni, quando almeno un bambino diventa cosciente di sé. In compenso, però, fu loro imposto di sviluppare un metodo per migliorare le prestazioni fisiche: nacquero così dei tonici capaci di sostituire i pasti, fornendo comunque i nutrienti necessari.
Da sempre, l’addestramento mirava a costruire corpi agili e leggeri, ideali per infiltrarsi senza farsi notare. I tonici permisero anche di controllare la crescita, evitando che i ragazzi sviluppassero tratti troppo marcati. Il risultato era un fisico minuto, androgino, funzionale persino alle missioni in cui la seduzione diventava un’arma. Molti daimyo e uomini di potere, infatti, nutrivano inclinazioni perverse verso certe fasce d’età . La confraternita fece leva proprio su questa debolezza: grazie all’arte della recitazione, alla cura del volto e all’aspetto "innocente", un ventenne poteva tranquillamente sembrare un adolescente di tredici o quattordici anni. Più di una missione riuscì proprio grazie a questa finzione.
A differenza dei ninja dei villaggi, che preferivano lo scontro aperto, la confraternita praticava tutto ciò che la società considerava disonorevole o inaccettabile. Macchine da guerra prive di personalità, votate soltanto alla riuscita della missione, avvolte dai loro segreti. La gente comune spesso ignorava persino la loro esistenza; chi li conosceva li guardava con diffidenza.
Erano allo stesso tempo salvatori e flagello delle terre ninja: il simbolo estremo di ciò che un uomo può diventare, se rinuncia alla propria umanità.
SEDICI ANNI FA, la confraternita viveva un periodo di prosperità, grazie ai nuovi metodi applicati, ma ancora non era sufficiente. Dopo la grande Terza Guerra Ninja, si vociferava ancora di un possibile ritorno di fiamma, e il compito dell’ordine era spegnere ogni scintilla alla nascita. Le richieste dei daimyo aumentavano costantemente, arrivando persino al punto che coloro che un tempo erano i committenti diventavano a loro volta gli obiettivi.
La confraternita, in quanto ordine neutrale, si limitava semplicemente a rispondere al migliore offerente. A quel tempo, i semi dell’avidità erano già stati piantati da tempo, e nessuno più si preoccupava del destino dei Paesi. Avevano ucciso per una seconda volta la loro guida e non erano stati puniti; cosa poteva impedire loro di ottenere finalmente la loro fetta di potere?
Kojama continuava ad essere un sostenitore del sigillo dell’ubbidienza, ma anche lui iniziò a nutrire delle titubanze. In quegli anni, molti bambini perivano perché incapaci di sopprimere le proprie emozioni, e quelli che ci riuscivano diventavano violenti e spietati; i maestri non intervenivano per mitigare la cosa. Se già in tenera età erano capaci di uccidere, significava che avevano più sicari da inviare nelle corti, magari per eliminare qualche figlioletto del signore di turno.
Questa maturità precoce portò anche alla decisione di abbassare l’età dei ninja inviati nelle missioni di seduzione, passando da diciotto a quindici anni, aumentando così la facilità di ingannare le vittime.
Con la personalità annichilita, i capostipite — gli unici esenti dall’applicazione del sigillo — potevano disporre completamente dei loro sottoposti, sicuri che chiunque avesse osato opporsi avrebbe rischiato un’emorragia cerebrale. Inoltre, chi ancora resisteva veniva mandato in missioni spesso troppo pericolose, da cui non tornava più.
I più astuti decisero dunque di fare buon viso a cattivo gioco, cercando di vigilare come potevano, almeno sui bambini.
Un giorno Kojama, Yan e Toshiro, una loro coetaneo, vennero inviati in una missione di spionaggio a Suna. Si vociferava che il quarto Kazekage avesse intenzione di impiantare lo Shukaku nel suo ultimo figlio, ancora nel grembo materno, poiché la moglie era appena entrata nel sesto mese di gravidanza. La missione doveva essere semplice: osservare come i maestri avrebbero proceduto per impiantare il demone nel feto.
Grazie alla loro esperienza, nessuna delle guardie a presidio delle alte mura, disposte a semicerchio intorno agli edifici, si accorse della loro entrata nel villaggio. Raggiunto il palazzo del Kazekage, i tre seguirono Karura, la moglie del capo villaggio, scortata da Rasa e dal fratello Yashamaru, verso il palazzo dei saggi fratelli Chiyo ed Ebizo.
Utilizzando la tecnica dell’invisibilità, i tre ninja assistettero al rito di possessione, che apparve loro estremamente cruento. Karura era sdraiata al centro della stanza su un piedistallo, urlando e stringendo con forza dei paletti di legno, mentre il suo ventre scoperto si agitava. Il sigillo dello Shukaku stava penetrando in lei e, di conseguenza, nel figlio.
Rasa osservava la scena a braccia incrociate, senza reagire nemmeno allo sguardo supplichevole della moglie, che cercava conforto in lui. Yashamaru, forse perché fratello, sembrava condividere la sofferenza della gemella, tanto da quasi svenire.
La formula utilizzata doveva essere molto antica, pronunciata da Chiyo in una lingua ormai desueta… e i ninja della notte presero scrupolosamente appunti.
Il processo culminò in uno spasmo di Karura: i suoi occhi divennero come quelli dello Shukaku e, come per liberare l’energia accumulata, sollevò le braccia. La sabbia presente nella stanza si sollevò con essa, manipolata senza l’uso dei sigilli né del chakra, ma in quantità considerevole. La donna emise un ruggito e la sabbia schizzò ovunque, raggiungendo persino il trio, che perse il controllo della tecnica.
Non appena le guardie presenti li notarono, scattò l’allarme e furono costretti a fuggire. Degli sconosciuti avevano assistito e documentato un rito segreto di un villaggio ninja, e per questo dovevano essere fermati.
Furono inseguiti per chilometri; essendo soli e in tre contro tutto Suna, non poterono fare altro che difendersi come meglio potevano. Dovevano assolutamente portare le informazioni alla loro confraternita, a qualunque costo.
Perle di sudore scendevano lungo le tempie di Kojama. Con un gesto rapido, mentre era ancora a mezz’aria, estrasse un kunai con bomba carta allegata e lo scagliò contro il gruppo di inseguitori, ma questo non ne diminuì il numero.
Il confine del villaggio era ormai a poche centinaia di metri: se fossero riusciti a resistere ancora un po’, grazie ai numerosi nascondigli offerti dal deserto, sarebbero stati salvi.
Purtroppo vennero intercettati da una squadra ANBU, le cui tecniche di combattimento erano sofisticate e perfezionate anche nello scontro diretto. Yan, Toshi e Kojama ci misero tutto sé stessi, ma i loro avversari erano altrettanto esperti nelle strategie elusive.
Yan, brandendo la katana, attaccava con la furia di un leone. Toshi, maestro delle tecniche della terra, scagliava colonne di roccia contro i nemici, mentre Kojama sfruttava le sue conoscenze mediche per colpire con precisione i punti critici del corpo, immobilizzando gli avversari attraverso le giunture.
Ancora una volta riuscirono a divincolarsi dallo sbarramento, ma questa volta Yan rimase gravemente ferito. Riuscirono a portarlo in un punto appartato, ma non ci avrebbero messo molto a trovarli: per loro sarebbe stata la fine.
«Dobbiamo lasciarlo qui». Disse Toshi.
«Non lo lasceremo qui». Protestò Kojama.
«Dobbiamo assolutamente portare queste informazioni alla confraternita e grazie a lui potrebbe esserci una possibilità. Tanto ormai è spacciato».
Yan ansimava, e il sangue zampillava dal suo fianco, nonostante l’impegno di Kojama di chiudere la ferita con il suo chakra.
«Toshi, siamo cresciuti assieme. Davvero vuoi lasciare qui un tuo compagno?» Ma nel pronunciare quelle parole, avvertì delle fitte fastidiose alla testa.
«Viviamo nell’ombra e tra di esse periamo. Noi non siamo niente, la missione è tutto». Recitò Toshi, impassibile alle parole di Kojama. «Se vuoi rimanere con lui, sei libero, ma in quel caso ti sarà richiesto un sacrificio estremo. Ne basta uno per portare un messaggio».
«Kojama, ti prego, ascolta». Con voce flebile, Yan richiamò la sua attenzione. «Devi vivere, amico mio. Non puoi lasciare Junko da sola.»
«Ma avete appena scoperto di aspettare un bambino, non puoi sacrificarti!» Il sigillo di obbedienza intensificava le fitte, accompagnando il dolore che stava provando. Voleva provare tutto, il suo più caro amico stava morendo, e non poteva semplicemente lasciarlo lì come se fosse un oggetto. Tutto questo era crudele, ingiusto.
Le voci dei ninja del Villaggio della Sabbia si facevano sempre più vicine.
«Kojama, dobbiamo andare». Disse Toshi, con un kunai già impugnato. Se il compagno non si fosse mosso, avrebbe lasciato anche lui lì a fare da esca: non stava scherzando.
«Va’ con lui. Io sono un confratello delle ombre e so bene quale è il mio dovere e il mio destino. Cospargete il mio corpo di bombe carta e permettetemi di farvi fuggire». Disse Yan, dando una manata a Kojama per farlo smettere di curarlo.
Preso un profondo respiro, Kojama si alzò in piedi. «Muori tra le ombre, ma vivrai nei nostri cuori, eroe della Confraternita delle Ombre».
Quando infine le guardie e gli ANBU raggiunsero il rifugio, davanti a loro si trovò solo un uomo moribondo, ma in piedi. «Kai!»
La grossa esplosione ostacolò le ricerche, concedendo il tempo necessario affinché due ombre si mescolassero con quelle della notte e sparissero insieme a esse.
Il sacrificio di Yan non fu vano, ma per chi gli voleva bene fu un colpo durissimo. Non poter esprimere il proprio dolore lo rese ancora più insopportabile.
Quello fu il primo episodio in cui Kojama provò odio verso il sigillo di obbedienza: era innaturale pensare che la morte di un compagno potesse essere solo un evento da mettere in conto, qualcosa da accettare come se nulla fosse.
Con quell’uomo lui e Junko erano cresciuti; insieme avevano imparato a diventare ninja, a stringere i denti, a esultare per ogni piccolo successo. Davvero dovevano limitarsi a prendere atto della sua morte e basta?
Toshiro esaminò attentamente il filmato che i suoi sottoposti avevano riportato.
«Perciò è possibile anche con dei feti. L’idea non è male. Un bambino, essendo ancora in formazione, potrebbe adattarsi meglio al mutamento genetico rispetto a una persona già formata, che come abbiamo documentato, rischia autocombustione, perdita di spugnosità polmonare o esplosione dei liquidi». La sua voce tradiva una scintilla di eccitazione negli occhi.
«Sì, mio signore, ma avete visto la reazione finale della madre?» intervenne Kojama. «Ascolti la mia esperienza da medico: questa procedura non porterà alcun beneficio. Nei prossimi giorni, la moglie del Kazekage potrebbe subire un aborto spontaneo. Il chakra demoniaco dei Cercoteri è una forza enorme, e la sua fusione con l’uomo normalmente non dovrebbe esistere».
«Tuttavia, ad oggi, esistono i portatori. Mi risulta che l’Ottacoda e Killer Bee del Villaggio della Nuvola abbiano raggiunto un rapporto di sintonia».
«Questo è vero, ma sapete come è finito il precedente portatore. Per un feto potrebbe essere troppo».
«Kojama. Ci conosciamo da anni e, grazie alla tua famiglia d’origine, la confraternita ha un debito con te. Sei un ottimo shinobi e ninja medico, e tengo molto in considerazione le tue osservazioni. Voglio dunque parlarti con sincerità. La decisione di separare gli organi di Hime dai demoni serpenti è sull’orlo del fallimento, e il giorno in cui non riusciremo più a contenerli potrebbe non essere lontano. Nessuno, nelle sette terre ninja né i nostri committenti, sa che possediamo una tale forza. Potrebbero dichiararci banditi, cancellare il nostro ordine… e tu non vuoi questo, vero? Non vuoi che la tua famiglia venga giustiziata».
«Certo che non lo voglio».
«Allora devi aiutarmi con quest’ultimo tentativo. Forse hai ragione tu: forse un feto già di sei mesi è troppo sviluppato. Avevi detto, giusto? A quel punto ha già un sesso definito e gli organi quasi del tutto formati. La gravidanza deve essere molto più recente, di poche settimane al massimo. Dici che così le possibilità di riuscita potrebbero aumentare?»
«Potrebbe portare a un aborto spontaneo e/o la madre potrebbe morire».
«Ma se madre e figlio venissero seguiti costantemente, non solo dai medici ma anche dai maestri del fūinjutsu per tenere sotto controllo la potenza demoniaca?»
«In quel caso – ma è solo una teoria – è possibile che almeno il figlio sopravviva. Non ho idea, però, di cosa potrebbe nascere a questo punto. Sarà davvero un essere umano?»
«A noi interessa che egli sia in grado di contenere il Cercoterio assegnato. Che nasca con le corna o con due paia di occhi non ci deve importare. L’importante è che sia in salute e che sopravviva».
«E che serva i capostipiti con diligenza».
«Che serva la confraternita e faccia il suo dovere». Lo corresse Toshiro, aggrottando la fronte. «Hai già qualcuna che potrebbe fare al caso nostro?»
«Dovrei consultare gli archivi. Ma siete certi che la madre acconsentirà?»
«È un suo dovere. In quanto consorella, se il suo grembo verrà scelto per questo esperimento, non potrà che provarne immensa gioia». Lo sguardo di Toshiro tradiva una scintilla di follia. «Allora vai a consultare gli archivi e torna con quelle che potrebbero essere le più idonee».
Kojama acconsentì, ma non appena uscì dalla stanza dovette poggiarsi contro la parete e portare una mano alla bocca per trattenersi.
La confraternita contava qualche centinaio di membri: non era una comunità grande, e in quanto ninja medico, Kojama sapeva già chi era in stato interessante e a che punto della gravidanza si trovava. Attualmente c’era una sola persona appena all’inizio della gestazione.
Junko non espresse né gioia né tristezza quando le comunicarono che era stata scelta per l’esperimento. Forse erano stati i lunghi anni di addestramento a reprimere i suoi sentimenti, o forse, dopo la morte di Yan, anche una parte di lei se n’era andata con lui. Quando varcò la soglia della sala in cui si sarebbe compiuto il rito, si mosse come un automa, eseguendo ogni gesto senza esitazione.
Ad attenderla vi erano i più grandi maestri di fūinjutsu, tutti discendenti diretti del clan Uzumaki, affiancati da un’équipe medica altamente specializzata. Tra loro c’era anche Kojama.
Dietro un velo, silenziosi e composti, i cinque capostipiti degli elementi osservavano la scena, allineati come statue.
Le tre scatole che custodivano i demoni presentavano profonde crepe, e dalle fessure filtrava una luce pulsante, inquieta. Kojama aveva suggerito di tentare con un solo serpente, ma Toshiro obiettò che i contenitori erano ormai compromessi: tanto valeva provare con tutti e tre insieme. Se l’esperimento non fosse riuscito, in futuro li avrebbero testati singolarmente.
Furono così composti i sigilli d’incubazione e, uno ad uno, i Cercoteri si riversarono fuori dalle prigioni. Dopo secoli di separazione, tornavano a fondersi in un unico essere.
All’epoca possedevano già la pergamena della quarta testa, ma era ancora in fase di studio e nessun indizio concreto era emerso: nella conoscenza comune, i serpenti di Hime erano soltanto tre. Se l’esperimento fosse riuscito, avrebbero potuto finalmente ridare vita alla loro nuova Hime.
Il corpo di Junko si inarcò e si contorse mentre le entità striscianti penetravano nel suo ombelico, attraversavano l’utero e si insinuavano nelle cellule embrionali in formazione. Il monitor segnalò un picco cardiaco spaventoso, e per un istante Kojama temette che il cuore dell’amica potesse esplodere sotto lo shock.
Furono momenti concitati: i maestri di sigilli spinsero ogni conoscenza al limite, affinché l’esperimento non fallisse.
E ci riuscirono.