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← La leggenda di Hime: la reliquia della Terra

Creato il 05/07/2026, 11:18 · Aggiornato il 05/07/2026, 11:18

Capitolo 10: La nascita delle shinigami. Parte 3

@ladyele1991LadyEle1991
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Nei giorni successivi, Junko fu costantemente seguita dai migliori medici. Kojama non la lasciava un attimo. Non avevano alcuna certezza sul futuro: il corpo di Junko poteva rigettare i Cercoteri in qualsiasi momento, e camminavano letteralmente nel buio.

La situazione cambiò all’ecografia di controllo: la sacca cellulare in formazione non era più una, ma si era divisa in tre. Tutti rimasero stupefatti. La comparsa di gemelli omozigoti non era insolita, ma il numero insolito fece sorgere molti interrogativi.

Nei mesi successivi, con lo sviluppo degli embrioni, i medici cominciarono a captare, insieme ai primi battiti, le prime pulsazioni di chakra. Un tipo di chakra che la confraternita conosceva fin troppo bene.

Nel frattempo arrivò la notizia della nascita prematura di Gaara, figlio del Kazekage. La tragedia colpì subito: Karura non sopravvisse al parto. La sorte del bambino era incerta; il monocoda poteva rigettare il corpo in qualsiasi momento.

Kojama fu profondamente inquieto, ma il sigillo di obbedienza gli impedì di lasciar trapelare alcun sentimento. Ogni paura e preoccupazione doveva essere soffocata: doveva affrontare la vicenda con distacco, mantenendo una razionalità fredda e implacabile.

I mesi passarono e il ventre di Junko si ingrossò sempre più. Da embrioni, i bambini divennero feti, e si scoprì che erano tutte femmine.

Infine arrivò il giorno del parto. Junko fu condotta nella stessa sala dove, nove mesi prima, le erano stati impiantati i tre demoni: lì tutte le speranze della confraternita si concentrarono. Se tutto fosse andato bene, le gemelle sarebbero state la nuova incarnazione di Hime.

Per un istinto di sopravvivenza naturale, ciò che doveva essere uno divenne trino. I serpenti demoniaci erano troppo potenti per dei comuni esseri umani; solo chi portava sangue divino nelle vene avrebbe potuto contenerli, e quell’unica persona non aveva superato i venti anni.

Come tutti gli altri membri della confraternita, anche Junko era minuta e il parto naturale sarebbe stato impossibile: fu necessario un cesareo.

Le bambine nacquero già avvolte dal chakra dei demoni, con occhi che riflettevano il fuoco, l’aria e l’acqua dei serpenti. Miracolosamente, la madre sopravvisse e poté prendersi cura di loro nei primi anni di vita, mentre la confraternita osservava in silenzio, consapevole che qualcosa di mai visto prima era appena venuto al mondo.

Le bambine, nei loro primi anni, non sembravano diverse da qualunque altro neonato. L’unica difficoltà era che erano tre.

In quel periodo, per prendersi cura delle figlie al meglio, a Junko venne soppresso il sigillo d’obbedienza. Per lei fu come rinascere: finalmente libera di piangere la perdita del suo amato, finalmente libera di amare con intensità quelle piccole, i cui volti le ricordavano tanto quello del padre.

Kojama la supportò come poteva. Quante volte il suo sigillo si attivò per “punirlo”, per aver provato affetto, per aver cercato di essere la figura paterna che le tre erano state private di avere.

Ma lui non era parte di quella famiglia. Era un ninja della notte. Lui non esisteva davvero. Non aveva famiglia. Non era umano.

E il tempo passò, portando nuove notizie dai villaggi.

Il villaggio di Konoha era stato attaccato dal demone Volpe, e il Quarto Hokage, Minato Namikaze, si era sacrificato con sua moglie Kushina Uzumaki per proteggere gli abitanti. In punto di morte, con un gesto estremo, erano riusciti a sigillare il demone nel loro primogenito, Naruto.

La tecnica utilizzata era un sigillo sviluppato dall’antico clan Uzumaki, potente e raffinato.

Il figlio del Quarto Kazekage era sopravvissuto, superando i primi mesi critici, ma la sua costituzione fragile non era bastata a domare completamente il monocoda. Pare che più volte avesse preso “libertà pericolose”, arrivando persino a uccidere alcune balie, schiacciandole nella morsa della sabbia.

Di Naruto non giunsero segnalazioni di ribellioni particolari; il sigillo su di lui, grazie alla qualità superiore dell’antica famiglia Uzumaki, manteneva il demone dormiente. Tuttavia, il bambino era sotto costante sorveglianza, sebbene pochi si prendessero davvero cura di lui.

Per la confraternita, entrambi i bambini divennero oggetto di studio, per capire come applicare tali conoscenze alle proprie gemelle. Nei primi cinque anni di vita, le bambine non mostrarono segni di squilibrio: i demoni serpente sembravano dormienti, parte integrante del loro stesso DNA, della loro natura.

Purtroppo, questa calma non durò. L’esperimento aveva un costo invisibile: Junko stessa perse la vita, e all’età di appena sei anni, quando le bambine iniziarono a sviluppare una coscienza di sé, i demoni serpente si risvegliarono.

In punto di morte, Junko fece promettere a Kojama che avrebbe sempre vegliato su di loro, che le avrebbe protette. Kojama giurò, ma quel giorno il sigillo dell’ubbidienza si manifestò nel modo più crudele: lo afferrarono per i capelli e per giorni rimase incosciente a letto.

Al suo risveglio, le bambine avevano già il sigillo applicato, e il loro calvario ebbe inizio. La loro straordinaria potenza doveva essere interamente al servizio della confraternita, ma i demoni erano esseri nutriti dalle emozioni, e privar loro di sentimenti causò non pochi episodi di manifestazioni distruttive.

Vana fu ogni richiesta di rimuovere la costrizione: le bambine, un giorno adulte, avrebbero potuto ribellarsi, mentre in quel momento dovevano rimanere strumenti. Pazienza se qualche volta comparivano effetti collaterali.

Si fecero studi approfonditi e si sviluppò un metodo d’addestramento affinché potessero usare il chakra demoniaco senza esserne sopraffatte. Così, tra duri allenamenti, privazioni e un’infanzia rubata, nacque la squadra Shinigami: l’élite dell’élite. Coloro a cui venivano affidati gli incarichi più suicidi, sfruttate fin da bambine per uccidere coetanei e adulti, sgominare organizzazioni nascenti e sorvegliare criminali come Orochimaru o altri ninja destinati a diventare membri di Akatsuki.

Kojama, in quanto loro maestro, cercò di fare il possibile: istruirle, e soprattutto mantenere viva in loro quella scintilla di umanità che i suoi superiori cercavano di annichilire costantemente.

Un giorno, trovandole nel mezzo di una carneficina, coperte di sangue e uniche sopravvissute, dovette trattenersi per non porre fine a quelle vite ormai miserabili. Nei loro occhi non c’era traccia di pentimento. Avevano semplicemente portato a termine l’ennesimo incarico.

Quando Kojama terminò il suo racconto, tutti lo fissarono atterriti.

«Ora capite?» disse con voce ferma. «Io non sono qui per supportare la confraternita. Ma per smascherarla, privandoli una volta per tutte del loro fiore all’occhiello».

«Si spieghi meglio» disse Yamato, assumendo un’espressione più comprensiva.

«Come detto prima, lo ammetto. Toshiro e la squadra Shinigami non sono mai stati dei traditori».

«Come sarebbe a dire che non lo sono mai stati?» esclamò Temari. «Perché allora…»

«Per poter accedere alla reliquia del cuore, è necessario il chakra di Hagoromo Ootsutsuki. Ma essendo lui ormai trapassato da secoli, gli unici con cui è possibile entrare nei templi nascosti sono i Cercoteri del Juubi. Ogni volta che i siti venivano scoperti, ci avvalevamo di uno di loro. Chiaramente, essendo tutte persone legate ai rispettivi villaggi, poi non potevano girare liberamente a raccontarlo.»

«E quindi?» intervenne Kankuro, in attesa di chiarimenti.

«Finalmente siamo riusciti a trovare gli indizi che ci hanno portato alla reliquia della terra» continuò Kojama. «Ma i controlli oggi sono diventati più serrati, soprattutto a causa dell’avvento di Akatsuki. E se non bastasse, questi ultimi stanno persino rapendo i Cercoteri. Gli unici rimasti in circolazione sono l’ottacoda, ma egli risiede nel Paese delle Nuvole, è un uomo adulto, molto seguito, e per non parlare del fratello, il Raikage, che sarebbe stato tutt’altro che accogliente.»

I ninja rimasero col fiato sospeso, sui loro visi passò un’espressione nervosa.

«Non poteva che essere un ragazzino con un’immensa voglia di affermarsi, che risiedesse nelle vicinanze il nostro obiettivo» continuò il ninja. «Coinvolgendo Suna, avremmo anche depistato ogni sospetto riguardo alla nostra richiesta rivolta solo a Konoha. Che il Kazekage abbia poi voluto unirsi, non è altro che un vantaggio per noi, perché avremmo avuto un maggiore consenso anche dal quinto Hokage. Per non parlare che la Radice ci ha sempre utilizzati come modello: sapevamo che, in caso, avremmo avuto anche l’appoggio di Danzo per convincere Tsunade a supportarci. Ma non c’è stato bisogno di rivolgerci anche a lui».

«Quindi siamo caduti nella vostra trappola e, quando ci avete mandato in missione, in realtà eravamo noi gli obiettivi della vostra» concluse Yamato, e Kojama annuì.

«Grazie a Naruto, una volta raggiunto il luogo di sepoltura del cuore, avremo finalmente accesso al quarto Cercoterio. La Confraternita delle Ombre otterrà un’enorme posizione di vantaggio e non dovrà più servire nessuno».

«Magari alleandovi anche con Akatsuki» disse Kankuro, a denti stretti.

«Non ho accesso a questa informazione, ma potete scommetterci che l’organizzazione non sarà il vostro unico problema».

«Se sei sincero, ce lo stai confessando perché non vuoi che questo accada, ma sono anche informazioni riservate… come mai il sigillo del silenzio non si è attivato?» chiese Sai, aggrottando lo sguardo.

Kojama sorrise soddisfatto. «Perché non c’è sigillo che regga, per un discendente degli Uzumaki!»

La bocca dei presenti si spalancò all’unisono formando una grande O.

«Sei un Uzumaki?» balbettò Sakura. «Sei parente di Naruto?»

«Non suo consanguineo, ma abbiamo antenati comuni, sì. Dopo una serie di catastrofi che compromisero la casata principale, molti di noi si dispersero e alcuni trovarono una nuova dimora nella Confraternita delle Ombre. In cambio di protezione, loro avrebbero rivelato tutti i loro segreti nel campo del fūinjutsu.

Fu uno di loro, quindi, a perfezionare il sigillo di ubbidienza. Quando finalmente ho compreso le mostruosità che comportava l’annullamento di ogni sentimento, per anni ho cercato un modo per togliermelo da solo e ci sono riuscito. Non è stato facile, ma ora sono di nuovo libero e ho la possibilità di piangere e ridere.

Quando ci siamo conosciuti la prima volta, all’accampamento… no, non stavo simulando alcun gesto cordiale: ero sinceramente felice di vedervi e di fare la vostra conoscenza.

Chiaramente, tolto quello, è stato facile rimuovere anche i vincoli che mi impedivano di rivelare ciò che desidero».

«Perché allora non lo hai fatto anche con le "tue bambine"? E perché ti sei comportato in questo modo con Ho?» chiese ancora una volta Kankuro, mettendosi di fronte a Kojama per mostrargli meglio il corpo inerme della ragazza.

Le labbra dell’uomo tremarono. «Non è ovvio? Sono costantemente sorvegliate e monitorate. Se qualcuno si fosse accorto del loro cambiamento, avrebbero indagato e, se avessero scoperto che non avevano più il sigillo, chiaramente mi avrebbero puntato il dito contro ed io per loro non avrei più potuto fare nulla».

«Non hai risposto alla mia domanda su Ho. Perché ci hai permesso di torturarla e ti sei anche unito? Perché hai fatto in modo che fossi costretto ad attivare il sigillo d’ubbidienza?»

«Perché dovevo essere certo di lavorare con qualcuno che la riconoscesse come un essere umano!» sbottò lui. «Se alle mie sevizie sul suo corpo non foste stati minimamente turbati, nonostante il vostro vissuto vi renda persone empatiche ed altruiste… allora… allora per questo mondo non ci sarebbe stato veramente nulla da fare. E a quel punto, perché dovreste essere rimasti in vita?» Scosse il capo. «È vero, alla fine anche io ho sfruttato una delle mie allieve per i miei obiettivi, rifacendomi sulla sua pelle; alla fine, sono degno del mio ordine… ma non me ne pento. Grazie, Kankuro, Sakura e tutti voi. Grazie di aver provato a vedere Tailin oltre il velo della sua maschera».

Non sembrava esserci menzogna nel tono della sua voce né nelle lacrime che le rigavano il volto, ma i ninja di Konoha e di Suna dovettero prendersi qualche istante per assorbire la realtà prima di decidere il da farsi.

Kojama venne nel frattempo preso sotto custodia, Kankuro si offrì lui stesso di sorvegliare la gabbia (anche se questa volta a debita distanza). Aveva evocato le sue marionette e dividendole in diversi parti, le aveva distribuite attorno alla gabbia. Se Kojama avesse fatto una mossa falsa, sarebbe perito trafitto o avvelenato.

Ho, il cui vero nome era Tailin, stava finalmente tornando a un colorito normale. Il pallore del suo viso si attenuava sotto la luce filtrata dalle fessure delle pareti e la rigidità del corpo lasciava spazio a movimenti più naturali. I capelli le cadevano sulle spalle, mossi appena da un alito di vento che passava dalle finestrelle, e il respiro affannoso diventava più regolare.

«È proprio vero, ha sedici anni, ma è così minuta che si stenta a crederci». Commentò Temari, scrutandola con incredulità e preoccupazione, le mani che sfioravano il bordo della panca mentre il legno scricchiolava leggermente.

«Tutto questo è disgustoso sotto diversi punti di vista». Disse Sakura, stringendo i lembi del mantello attorno a sé, i denti serrati per la rabbia. «Hai visto come ha incantato con facilità Kankuro? Mi chiedo quante volte sia stata costretta a fare una cosa del genere, per soddisfare gli obiettivi della confraternita».

«Non farmici pensare, Temari. Non voglio nemmeno immaginarlo». La ragazza dai capelli rosa scosse la testa.

«Te lo giuro, Sakura, se riusciremo a porre fine a questa vicenda, farò personalmente un’indagine interna sui nostri alti funzionari. Una cosa la confraternita ha ragione: c’è “domanda” tra certi signori di potere e loro hanno semplicemente sfruttato questa debolezza. Li scoprirò uno ad uno e li farò gettare dalle mura di Suna». La voce di Temari era ferma, ma la tensione si avvertiva nell’aria calda e densa della baita, che sembrava amplificare ogni parola.

«Ragazzo, ehi ragazzo». Disse Kojama ad un certo punto, la voce leggermente rauca. «Che c’è?» Chiese Kankuro, con distacco. «Se devi urinare fallo pure, non mi scandalizzo, non c’è bisogno di farti uscire». «Eheh! No, non volevo chiedertelo. Volevo chiederti di più sulla dinamica di prima, con Tailin. Come ha fatto a prenderti?»

Kankuro distolse lo sguardo e soffiò con le narici, facendo un leggero scricchiolio con la giuntura del braccio. «Non sono affari tuoi». «L’hai vista in volto prima che esso mutasse nel demone serpente… come ti è sembrato?»

«Perché me lo chiede? Lei non l’ha mai vista in faccia?»

«Ahah! Io le cambiavo i pannolini, certo che conosco il suo viso! Se non fosse che non potevo lasciarmi andare, le avrei strizzato quelle guanciotte per tutto il giorno. Ma tu sei un ragazzo, non un vecchio pervertito. Mi interessava sapere la tua reazione».

Kankuro si strinse nelle spalle e iniziò a grattare l’erba secca sotto il tallone destro. «Aveva un visetto a cuore, labbra rosee e con quei suoi occhi neri, la pelle bianca e liscia… mi pareva una bambolina di porcellana».

«Che altro, cosa hai provato?»

«Beh, non che avessi avuto il tempo di esplorare le mie emozioni…» Disse ironico, sollevando il polso fasciato. «Ma in quel momento non riuscivo a vedere l’assassina che sapevo fosse».

«La vedevi come una ragazza?»

«Esatto… oh, ma insomma, perché me lo chiede?»

Kojama sospirò, il fiato visibile nell’aria fresca. «Perché ho paura che non potrò proteggerle ancora a lungo».

«Perché dice questo? Non ha promesso alla madre di fare tutto il possibile?»

«Sì, ma ormai sono uscito allo scoperto. Non c'è più un luogo per me dove tornare e se riuscirò a liberarle come auspico, neanche loro lo avranno. Dubito che vorranno rimanere alla confraternita, quando scopriranno il mondo ed il senso di libertà.Suna le proteggerebbe? Ti prenderesti cura di Tailin?»

Il marionettista non rispose subito. Con la mente tornò a quegli attimi in cui aveva incrociato lo sguardo con la ragazza. Aveva sfiorato il suo viso, sentito il calore del suo respiro così vicino al suo, e per un istante il mondo sembrava essersi fermato. Ma non poteva essere solo una questione di aspetto: sarebbe stato un sentimento troppo superficiale. C’era qualcosa di più, qualcosa che era scattato in quel momento. Forse era solo un’illusione delle sue conoscenze nelle arti dell’ammaliamento, ma se così non fosse stato?Solo il pensiero di Gaara, chissà dove e nelle mani del nemico, superava di gran lunga qualsiasi emozione stesse provando in quel momento.

«Io… io non so se ne sarò in grado. Ma se è come dici… beh, Suna… io… ci proverò».

Era ormai sera inoltrata quando il gruppo finalmente comunicò la propria decisione. L’aria era fredda e ferma, e la luce fioca delle torce creava lunghe ombre sul terreno. Avevano ancora delle riserve, ma per ora volevano dare fiducia a Kojama, avendo con lui un debito di vita per essere stati salvati dall’attacco di Ho. In altre circostanze sarebbero state avviate indagini interne, ma ora si trovavano soli, e Naruto e Gaara erano in mano al nemico, chissà dove. Dovevano aggrapparsi a qualsiasi speranza, pur di ritrovarli.

«Bene maestro, è di nuovo libero». Disse il capitano Yamato, la voce ferma ma intrisa di sollievo. «Ci dica ora cosa ha intenzione di fare».

«Ho intenzione di liberare Tailin dai suoi sigilli che la costringono ad essere fedele alla confraternita». Rispose immediatamente l’uomo, con lo sguardo che non tradiva esitazione.

«Siete certo che, nonostante questo, ella vi darà retta?»

«Lo spero e spero che voi mi darete una mano». Così dicendo, Kojama rivolse una rapida occhiata a Kankuro, i muscoli della mascella tesi.

«Senza i sigilli di obbedienza e di silenzio, potrebbe dirci che strada stanno facendo o aiutarci a individuare le sorelle». Affermò Sai, con lo sguardo attento e calcolatore, e Kojama annuì.

«Sono riuscito a rimuovere il sigillo da solo, ma solo perché lo volevo. Per rimuoverlo, mi servirà che sia cosciente, e a quel punto potrebbe tentare di scatenarsi di nuovo».

«Faremo del nostro meglio per trattenerla. Il fatto di essere il maestro sostituto di Naruto mi ha dato una certa esperienza in merito». Disse Yamato, mentre il vento serale faceva frusciare le foglie attorno a loro.

«Anche io». Disse Sakura, la voce più dolce ma decisa.

«Anche noi ne abbiamo». Aggiunse Temari, indicando se stessa e il fratello.

«Sakura, rimuovi il sigillo del dormiente».

Ho aprì lentamente gli occhi. Il corpo le era ormai del tutto ripreso, e la testa aveva smesso di pulsarle dolorosamente. L’aria all’interno della radura era calda e ferma, e l’odore del legno bruciacchiato dei paletti riempiva le narici. Quando mise a fuoco, intorno a sé c’erano i membri di Konoha e di Suna, e persino il suo maestro, che per qualche inspiegabile motivo non li aveva ancora eliminati tutti, come prevedeva il piano della missione.

«Maestro, che significa tutto questo?» Disse, notando subito i paletti che la immobilizzavano, chiudendosi a raggiera attorno al corpo. Erano stati resi ignifughi da un sigillo d’isolamento, e il fatto di essere a viso scoperto davanti a tutti la irritò non poco.

«Tailin, mi dispiace, ma è per il tuo bene». Rispose Kojama, con un tono sinceramente dispiaciuto, mentre l’aria intorno a lui vibrava leggermente per la concentrazione del chakra.

La kunoichi dai capelli rossi non riusciva a credere alle sue orecchie: l’aveva chiamata col suo vero nome davanti a tutti quei ninja della luce.

«Maestro, lei è un traditore!»

Gli occhi della ragazza divennero rossi e un calore intenso si sprigionò dalle sue mani, facendola sobbalzare. Il chakra, ardente come lava, si diffuse in lingue di fuoco che costrinsero tutti i presenti a indietreggiare, facendo brillare le scintille sui paletti metallici.

«Non sono un traditore, non lo sono mai stato nei tuoi confronti, ed ora ti libererò, dovesse costarmi la vita!»

Kojama strinse i denti per resistere al calore che gli scottava le mani e il viso. La pelle si arrossì e cominciarono a comparire piccole vesciche sulle mani e sugli avambracci.

«Maestro Yamato, cerchi di contenere la furia di Ho, non vede che sta ustionando gravemente il maestro?» Disse Sakura, mentre il suo respiro si faceva più rapido e affannato.

«Ci sto provando, ha una forza dirompente. Non è assolutamente un chakra simile a quello della Volpe a Nove Code!»

Kojama avanzò lentamente verso di lei, il corpo teso e i muscoli contratti, mentre le lingue di chakra sfuggite al controllo del sigillo di Yamato lo frustavano, facendogli scottare la pelle e pizzicare ogni nervo.

La sua grande forza di volontà, però, lo mantenne saldo. Infine riuscì a poggiare una mano sulla testa della ragazza, sentendo il calore ardente del chakra ribelle vibrare contro la sua carne e i muscoli tesi.

«Scimmia, cavallo, serpente, serpente». Come gli aveva insegnato l’addestramento fin da bambino, Kojama si distaccò dal dolore delle ustioni, concentrandosi unicamente sul suo obiettivo, con il respiro lento e controllato, mentre le scintille di chakra si riflettevano negli occhi infuocati di Ho.

Il suo corpo in quel momento non aveva importanza, se non come sostegno per mantenerlo in piedi e come veicolo per incanalare il chakra necessario a spezzare il sigillo.

Era un mantra lungo, un filo di suoni che si intrecciava con il respiro e il battito del cuore di Kojama, ma per tutto quel tempo non vacillò.

Gli occhi di Ho ruotarono all’indietro, e persino il flusso di chakra che emanava sembrò arretrare, come se una corrente invisibile la respingesse. La sua mente era offuscata, e il corpo paralizzato dalla forza che le stava attraversando.

Per la kunoichi fu come nuotare in acque oscure, profonde e viscide, dove da troppo tempo aveva perso la percezione delle proprie braccia e gambe, o se esistessero ancora. Ogni movimento era confuso, come se fosse solo una particella sospesa in un mare di energia.

Poi, improvvisamente, una colonna di luce le trapassò la vista: brillante, argentata, come la superficie di un lago sotto la luna piena. Il cuore le saltò in petto: doveva seguirla, era un istinto primordiale, essenziale, quasi vitale. Finalmente, una sensazione pura e antica le fece comprendere che la libertà era a portata di mano.

Quando Tailin riaprì gli occhi, sentì un tepore insolito sulla pelle. Il sole stava appena spuntando tra le colline, e un raggio mattutino le accarezzava il viso, riscaldandole la guancia con delicatezza.

Un fringuello si posò sul davanzale della finestrella, inclinando la testolina a scatti e agitando la coda con curiosità. La osservava attentamente, e Tailin lo trovava incredibilmente grazioso.

Scostò le lenzuola e i suoi lunghi capelli rossi le scivolarono lungo la schiena, ondeggiando ad ogni passo come fiamme leggere. Il fringuello volò via, ma ormai non la interessava più: il suo sguardo era catturato dal boschetto davanti a lei. Alcuni alberi erano carichi di frutti, e qua e là, tra le foglie, si intravedevano piccoli animaletti che saltellavano e cinguettavano.

Non sapeva perché, ma si sentiva leggera, come non le era mai successo prima. Si guardò intorno: era sola. Un’onda di gioia la travolse e le venne una voglia irrefrenabile di danzare. Roteò su sé stessa, alzò le braccia e lasciò uscire risate sincere. Saltellava, girava, sentendo ogni muscolo sciolto e leggero.

Il colletto della tuta le dava fastidio, stretto attorno al collo, così abbassò lentamente la zip fino a poco sotto le clavicole, lasciando che il petto respirasse liberamente.

Improvvisamente, la porta si aprì, forse attratto dalle risate e dai piedi che sbattevano sul pavimento di legno. Kankuro comparve sulla soglia, e il suo volto diventò rosso come i capelli di Tailin. Fece appena in tempo a chiudere la porta dietro di sé, mentre uno sgabello rischiava di colpirlo.

«Cosa è successo?» chiese Temari, entrando subito dopo e mostrando un’espressione sbalordita.

«S-si è svegliata…» balbettò Kankuro, ancora visibilmente sconvolto.

Dopo la riuscita del rito, Sakura aveva passato tutta la notte a curare le ferite di Kojama. Ma così com’era ridotto, non c’era molto che potesse fare: era come se l’uomo si fosse tuffato in una fornace.

La pelle bruciata, le bende intrise di sangue e sudore, il respiro affannoso… ormai gli restava poco.

Tailin uscì dalla baita e si guardò attorno. L’aria fresca del mattino le accarezzava la pelle, ma lei era completamente disarmata. Almeno, pensò, aveva ancora le sue tecniche innate del fuoco.

«Ti prego, prima che tu faccia qualsiasi cosa, ascoltami». Disse Yamato, con le mani aperte davanti a sé, la voce ferma ma carica di urgenza. «Ti ricordi cosa è successo ieri sera?»

La ragazza aggrottò la fronte. «Non proprio».

«Il tuo maestro ti ha liberato dalla maledizione, anche se questo ora gli sta costando la vita». Disse Sai, con tono grave.

«Di che state parlando?»

«Ti abbiamo rimosso il sigillo di costrizione e poi anche quello del silenzio». Spiegò Yamato. «Ma per il primo, il maestro Kojama ha messo in gioco la sua stessa vita. Lo hai ferito gravemente e non c’è molto che possiamo fare per lui».

«Non ci credo, il maestro non muore neanche se l’ammazzi, è uno degli shinobi migliori su piazza!»

«Anche il migliore di noi non è immortale». Rispose Yamato, con un filo di amarezza. «Vuoi vederlo?»

Tailin esitò un istante, lo sguardo incerto, poi decise di seguirlo verso una seconda baracca che Yamato aveva allestito come infermeria.

Sdraiato su un letto, respirando a fatica, avvolto da bende sporche e intrise di sangue, giaceva un uomo il cui volto era quasi irriconoscibile. Solo quegli occhi color paglierino, lucidi e vigili nonostante tutto, tradivano la sua identità: era Kojama.

«Ragazzina…» sussurrò lui, la voce debole e rotta dal dolore, come un filo di vento tra le fessure della baracca.

«Sei veramente tu, maestro?» Tailin stava al suo cospetto, con un’espressione indecifrabile. Il cuore le batteva così forte che sentiva quasi il martellare nelle tempie, un ritmo frenetico e incontrollabile.

«Non sentirti in colpa. Non è stata colpa tua ed io me lo merito».

«Dicono che mi hai rimosso il sigillo di obbedienza, ma io non mi sento diversa».

«No, non ti senti diversa? Perché allora stai piangendo?»

Si toccò le guance e si accorse delle lacrime calde che le rigavano il viso. Non se ne era nemmeno accorta.

«Perché lo hai fatto? Quale follia ti ha spinto a fare una cosa del genere, maestro? Perché hai tradito la confraternita?» Chiese, la voce rotta e tremante, carica di disperazione.

«La confraternita ci ha tradito, molti anni fa. A noi, ai tuoi genitori, alle tue sorelle, a tutti i loro membri. Non era più una famiglia, ma un serpente con sette teste, i nostri capostipite e la loro avidità di potere. Noi eravamo meri strumenti, e se non bastasse hanno persino profanato la memoria di Hime». Digrignò i denti, la voce carica di rabbia. «E io gliel’ho permesso. Ma ora basta. Basta».

Sakura accorse al suo capezzale, il chakra curativo scivolò come un leggero calore sulle ferite, cercando di alleviare il dolore, anche se ormai poteva essere solo un palliativo.

«Capitano Yamato, per favore, prendetevi cura della mia piccola Tailin».

«Certo, conta su di noi». Lo rassicurò il capitano, con tono fermo e protettivo.

«Maestro, non puoi morire… che dirò alle mie sorelle!?»

«Di loro che me ne vado serenamente, sapendole libere, e che sono certo farete tutto il possibile per liberare anche i vostri altri confratelli». Tossì, un suono rauco che le strappò un brivido. «Me lo prometti?»

«Io… la mia mente… non so perché, ma ora mi sembra di vedere nuovi colori… è come essermi ridestata da un sonno. Queste nuove sensazioni che si riversano nella mia mente come un fiume in piena… le ho mai avute? Forse sì… ricordo un viso dolce, dei sorrisi, un abbraccio… e finalmente ne ricordo la sensazione. Erano anni che mi chiedevo cosa fossero e cosa provassi per essi».

«Sei un essere umano, provare amore, felicità, tristezza, imbarazzo, rabbia è naturale. Ora che sei libera, finalmente, questi sentimenti si stanno risvegliando».

«Te lo prometto, maestro. Se Hime mi ha scelto come sua erede, è mio dovere onorarla liberando i miei fratelli e le mie sorelle da questa spirale di oscurità. Lei, che tanto bene aveva portato a questo mondo nel poco tempo che le è stato concesso, non avrebbe mai voluto tutto questo».

Tailin parlò stringendo i pugni, e la sua forza d’animo accese lo sguardo. Persino i capelli sembravano elettrici, tanto il suo chakra era in fermento, suggello della promessa.

«Mi fa piacere… Sakura, ti autorizzo a esaminare il mio corpo per carpire ogni informazione utile alla riuscita di questa missione».

«Grazie maestro, ma come faremo a liberare le altre ragazze?» chiese Yamato, pensieroso. «Abbiamo visto il rituale, ma le nostre capacità con il fūinjutsu non sono così elevate».

L’uomo provò a tirarsi su, ma fu costretto ad appoggiarsi a Sakura per restare dritto con la schiena.

«In realtà, c’è un’altra cosa che devo dirvi. Tailin non è stata la prima che ho liberato».

Finalmente, dopo giorni di sole e umidità, quella notte — la notte in cui Kojama si sacrificò per la liberazione di Tailin — il cielo aveva deciso di piangere. Mizu avvertì di nuovo la fluttuazione del chakra della sorella dai capelli rossi, e Kaze l’accompagnò fuori dalla grotta in cui si erano riparati, per aiutarla a riprendersi. All’improvviso, quest’ultima si alzò in piedi e raggiunse il limite del promontorio, poi si sollevò in aria.

«Kaze, hai visto qualcosa?»

La ragazza dai lunghi capelli biondi, i cui occhi gialli del demone brillavano come due stelle nel buio, si voltò appena. «Niente d’importante».

Tornò a fissare l’orizzonte, mentre le lacrime si confondevano con le gocce di pioggia.

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