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← La leggenda di Hime: la reliquia della Terra

Creato il 24/06/2026, 22:40 · Aggiornato il 24/06/2026, 22:40

Capitolo 8: La nascita delle shinigami. Parte 1

@ladyele1991LadyEle1991
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  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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«La tua ex allieva si sta riprendendo, ma ciò che le ha fatto è stato devastante. Il viso è rimasto contratto, le guance arrossate e leggermente tumefatte, il respiro ancora irregolare». Disse Sakura, uscendo dalla baita edificata poco fa da Yamato.

«Lo so, purtroppo il sigillo fa questo effetto, è come una belva che morde il cervello e manda in crisi il flusso di sangue, è come trovarsi a centinaia di metri sul fondo dell'acqua, ma tra poco tornerà al suo solito colorito».

**
«Maestro Kojama, tutto ciò è inconcepibile. Non si può andare avanti così».** Continuò lei, agitando leggermente le mani e aggrottando la fronte.

«Cosa intendi dire?»

**
«Intendo dire che per quanto io stia cercando di rispettare il vostro stile di vita, in quanto medico ma anche come essere umano, non posso accettare tutto questo.»**

In quel momento, attirati dalla voce alta di Sakura, si avvicinarono tutti gli altri. Erano rientrati anche Sai ed i cani, ma nessun di loro con buone notizie.

«Con l'occasione, ho esaminato il corpo della ragazza e sono rimasta inorridita dal numero di cicatrici che ella riporta. Alcune sembrano vecchie, altre più recenti, la pelle ancora dolorante al tatto»

**
«Quando si fa una vita come la nostra, è più che normale averne».**

**
«Nemmeno un macellaio ridurrebbe così un corpo!»**

Kojama iniziò a massaggiarsi lo spazio tra le sopracciglia. «Ve lo ripeto ancora una volta, voi ninja della luce...»

**
«Mi sono stancato di queste definizioni. Ninja della notte, ninja del giorno, siamo tutti esseri umani!»** Esclamò Kankuro, con un tremito di rabbia, indicando con stizza l'entrata della baita. «Lì dentro c'è o non c'è sua figlia? Non l'ho vista provarci nemmeno una volta, sinceramente, a farla desistere dall'attaccarci. Piuttosto si è divertito a provocarla e appena ne ha avuto l'occasione, ha applicato metodi sadici sul suo corpo. Anche io ho avuto un padre di merda, perciò ne so riconoscere uno della stessa pasta!»

**
«Kankuro...»** Sussurrò Temari, stringendo i pugni ai lati del corpo e abbassando lo sguardo, visibilmente turbata.

Il ragazzo si diresse nella stanza, trovando Ho sdraiata su una pedana di legno, con solo uno grande asciugamano. Il suo viso era ancora arrossato. Sulla sua fronte era attaccato un sigillo di carta "dormire".

Il corpo era adagiato, molle, i muscoli rilassati e privi di tensione, i lunghi capelli scendevano verso il basso. Forse in altre circostanze sarebbero apparsi fluenti e morbidi, ma ora erano secchi, crespi e annodati, segno di un corpo trascurato e provato.

La prese in braccio e si accorse di quanto fosse leggera, che sembrava quasi svanire tra le braccia. Eppure quando poco prima l'aveva attaccato, aveva dimostrato una forza straordinaria.

Quando uscì e si posizionò di nuovo accanto a Sakura, quest'ultima gli diede indicazioni di girarla in modo da farle mostrare la schiena. Dopodiché aprì l'asciugamano, rivelando profondi tagli, cicatrici. Era come se la sua pelle custodisse un registro di violenze passate, inciso a fuoco per non dimenticare.

«E questa è solo la schiena. Alcune di queste ferite sono così vecchie che risalgono ad almeno una decina di anni fa».

Calò il silenzio, ma la faccia dei presenti non nascose la propria indignazione: mani serrate a pugno, sopracciglia corrugate e un senso di sconcerto che aleggiava nell’aria.

«Vi ripeto che posso comprendere la vostra indignazione, ma ciò non c'entra niente con l'obiettivo della missione».

**
«Io mi rifiuto di prestare ancora servizio per un ordine che riduce così i propri figli. Se la signorina Tsunade avesse saputo di stare lavorando con certi farabutti, ve l'avrebbe strappato in faccia quel contratto».** Sakura era fuori di sé, il volto arrossato, le mani tremanti.

«Lo stesso vale per mio fratello». Aggiunse Kankuro.

«I ninja della confraternita delle ombre non sono esseri umani. Abbiamo rinunciato alla nostra umanità da generazioni e Ho e le sorelle sono ancora peggio. Come potete provare pietà per esseri del genere».

«Non è vero! Loro sono esseri umani!» Sorprendentemente, a parlare questa volta era stata Temari, la voce tremante e carica di emozione. «Mio fratello una volta era considerato un mostro. Nessuno gli dava una possibilità, noi stessi fratelli portiamo quest'onta. E alla fine finì per crederci lui stesso». Le lacrime iniziarono a rigarle il viso, scendendo veloci. «Ma quando finalmente qualcuno si accorse di lui, gli disse che non era lui quello sbagliato, ma gli altri, allora poté rinascere a nuova vita. Prima non ci riuscivo, ma adesso ho capito ciò che intendeva Kankuro. Questa ragazza, anche lei non ha conosciuto altro che odio e morte, pur senza volerlo. Per questo non è riuscita ad odiarla, né quando gli ha distrutto le marionette, né quando ha tentato di ucciderlo».

Kojama socchiuse la bocca e con stupore si guardò attorno, gli occhi spalancati e le labbra che tremavano leggermente.

«Anche io so cosa si prova a venire privati dell'amore e dei sentimenti in generale». disse Sai con tono fermo ma velato di amarezza. «Grazie a Naruto e Sakura, dopo anni di repressione, ho finalmente aperto gli occhi e non tornerei mai indietro. Le mie mani sono sporche di sangue, anche di innocenti e sul mio corpo porto anche io delle cicatrici, testimonianza di una vita tra le ombre, ma mi sono dato una seconda possibilità».

«Voi… voi dareste a lei e alle sue sorelle… voi dareste ad ognuno di noi una seconda possibilità?»

Lo sguardo deciso dei presenti, fisso e intenso, confermò le sue domande senza bisogno di parole. L’aria stessa sembrava vibrare per la tensione emotiva.

Con mano tremante, Kojama si tolse gli occhiali da sole, rivelando i suoi occhi color paglierino lucidi di lacrime. Il gesto spiazzò i presenti.

«Grazie». Mormorò, piegandosi sulle ginocchia come se il peso di anni di dolore gli gravasse sulle spalle. «Grazie. Da anni aspettavo che queste parole venissero pronunciate nei confronti delle mie figlie»

«Mmh? Cosa intende dire, maestro?» chiese Yamato, con la voce incerta e lo sguardo attento a cogliere ogni minima sfumatura del volto di Kojama.

«Non potevo ancora fidarmi» rispose lui, con tono grave. «Sapevo che eravate brave persone, ma noi ninja della notte siamo abituati al distacco. È più sicuro così. Eppure… voi avete mostrato compassione. L’avete mostrata a Tailin, nonostante tutto ciò che vi ha fatto. Dovevo essere sicuro di potermi fidare di voi.»

«Non la seguo» mormorò Sakura.

Kojama fece un passo avanti, rivolgendosi a Kankurō: «Passala a me. Devo fare una cosa.» Allungò il braccio verso di loro.

Fu allora che un ringhio improvviso squarciò il silenzio. Un segugio sbucò dall’ombra e gli serrò le fauci sull’avambraccio. Un istante dopo, un intero branco di cani ninja gli fu addosso, abbattendolo a terra.

Kojama spalancò gli occhi: «Che state facendo?!» gridò, lottando invano contro le zampe e i morsi.

Sai, già con il pennello in mano, tracciò rapide linee: corde d’inchiostro si attorcigliarono alle gambe di Kojama, bloccandone i movimenti.

Yamato avanzò, lo sguardo duro, la voce tesa. «Ci perdoni, maestro Kojama. Ma adesso… siamo noi a non fidarci più di lei.»

«Benché fosse bizzarra questa richiesta della confraternita, della richiesta di supporto da parte di due villaggi ordinari, su qualcosa che doveva rimanere assolutamente segreta, avete cercato di coprire la cosa facendoci gola con favori militari che gli altri villaggi si sognano e di cui saremmo rimasti estremamente indignati se la cosa fosse trapelata». Disse Yamato, avanzando verso di lui, per guardarlo dritto negli occhi. «C'è inoltre il fatto che, anziché aiutarci fin da subito, avete voluto darci una mappa e mandarci per la sua strada. Inoltre, se non bastasse, il nemico — già avvantaggiato da giorni — ci è venuto incontro. Come se già sapesse tutto, e non ha cercato di ucciderci tutti, ha puntato proprio su Naruto e Gaara, una forza portante e un ex forza portante. Tutto ciò è alquanto sospettoso, non concorda?»

Kojama schiuse le labbra per rispondere, ma il capitano non aveva ancora finito di parlare.

«Poi la vostra comparsa improvvisa, subito dopo, distraendoci e facendoci concentrare sull'interrogare qualcuno che già sapete che non avrebbe mai parlato. Qualcuno a cui avete applicato un sigillo che dicevate essere apposito per fermarlo, ma che si è rivelato inefficace.» Il tono era molto duro ed accusatorio. «Dite la verità, una volta ottenuto gli ostaggi, noi altri eravamo zavorra e volevate farci fuori, con uno dei vostri inganni, non è vero?»

Kojama abbassò il capo e la frangia gli andò a nascondere gli occhi. Il respiro era lento, quasi trattenuto, e le spalle tremavano lievemente per l’agitazione, mentre l’aria fresca del prato sembrava carica di tensione.

«Non lo nego. È come dice lei, capitano Yamato».

«Del resto amicizia, commozione, non sono altro che un gioco di simulazione per voi». Concluse Yamato, la voce ferma ma con un tremito appena percettibile che tradiva la tensione sotto la calma apparente.

«No, non lo sono per me!» Sbottò il maestro, sollevando di colpo il capo e mostrando un'espressione mista a rabbia e frustrazione che i presenti stentarono a credere potesse essere finta anche quella.

«Non potete provare emozioni, lo ha detto lei stesso e ci ha tenuto a ricordarlo più di una volta».

«È così, ma non per me. Una volta anche noi provavamo sentimenti, sapete? Riuscivamo ad essere diligenti, anche amando, ridendo, piangendo. Junko e Yan non erano due automi, ma due persone che si amavano sinceramente». Il tono si fece più dolce, quasi malinconico, con un leggero tremito nella voce e un sospiro che lasciava percepire la nostalgia dei tempi passati.

«I genitori delle gemelle?» Chiese Kankuro, con la fronte corrugata e un’espressione che tradiva curiosità e un filo di sorpresa, avendo appena fatto mente locale.

«Proprio loro. I sigilli di ubbidienza sono qualcosa di recente, sorta con la terza grande guerra ninja. I migliori di noi erano caduti, eravamo rimasti in pochi e quei pochi rimasti erano a pezzi. I damiyo continuavano a riempirci di comande e non potevamo rifiutarci o ci avrebbero abbandonati e si sarebbero rivolti solo ai villaggi. Non conoscevamo altro che quella vita e il nostro ordine, votato a servire la luce vivendo tra le ombre, dopo secoli di onorato servizio, stava per venire spazzato via. Schiacciato dalla concorrenza, schiacciato dai sentimenti.

Così ai nostri anziani venne un'idea folle. D'ora in poi, ci saremo tolti la zavorra di dosso. Ogni pensiero umano doveva essere domato, ogni emozione una minaccia da spegnere.

Non fu semplice, non per noi che eravamo già grandi, adattarci a rinunciare a qualcosa che faceva parte del nostro essere, ma eravamo costretti o il sigillo si sarebbe stretto al nostro cervello e ci avrebbe fatto morire di emorragia celebrale. Con i bambini fu più semplice, loro si adattarono meglio a questa non umanità e così per anni abbiamo vissuto in questo modo ed il nostro ordine è sopravvissuto.

Tuttavia questo non era sufficiente per i nostri capostipite…

VENTI ANNI FA.
ULTIMI GIORNI DELLA TERZA GRANDE GUERRA NINJA

«Rilassate la mente e sentite il chakra che confluisce in voi. Essa è la vostra linfa vitale, un albero di energia unico e personale. Accettate che esso scorra fluentemente».

L'insegnante camminava tra i ninja, con passo leggero, quasi fluttuante, senza emettere alcuno suono.

Nella stanza c'erano una ventina di persone vestite con tute nere, il colletto abbassato, e i volti concentrati ma rilassati. Erano tutti amici, almeno in quell'occasione non c'era motivo di tenere celata la propria identità.

Un giovane Kojama era tra le prime file e accanto a lui c'erano una donna dai capelli corvini e un uomo con i capelli biondi e lunghi, tenuti in una coda con una stringa. Il silenzio era rotto solo dal respiro uniforme degli allievi e dal lieve fruscio dei vestiti mentre si muovevano lentamente.

«Percepite il sigillo nella vostra mente?»

«Sì, lo sentiamo». Risposero in coro, con gli occhi chiusi e le mani poggiate sulle ginocchia, i palmi rivolti verso l’alto, come se cercassero di sentire l’energia fluire.

«Concentratevi su di esso, fate defluire il chakra verso di esso. Abbandonate ogni pensiero.»

I respiri degli allievi si fecero più profondi, come onde che si infrangono lentamente su una riva calma.

«Ora dovete concentrarvi su un pensiero che vi ha fatto provare profonda tristezza in passato. Cercate di riviverlo, attimo per attimo, seppur doloroso. La pellicola si muove avanti e indietro, su blocca sul punto cruciale che vi ha scatenato quella emozione».

A qualcuno scese inevitabilmente una lacrima, che si fece strada lungo il viso teso e le guance contratte dalla sofferenza.

«Ora riguardatelo con occhi diversi. Quell'episodio non vi appartiene, voi siete solo degli spettatori. Guardate gli occhi di quella persona che sta morendo e accettate il fatto che non fosse voi. Disconoscetene i lineamenti, riconoscetelo per quello che è, se non un pezzo di carne. La vostra ennesima vittima o semplicemente qualcuno che non è stato capace di salvarsi, perché incapace. Non ha portato a termine la missione, l'ha ostacolata. Era una zavorra che ha fatto bene a togliersi di torno.»

Un mugolio di dolore si levò da uno degli allievi, il corpo tremava impercettibilmente e le mani si serravano a pugno.

«Reprimi il tuo sentimento». La voce della guida non era mutata, nemmeno di fronte alla sofferenza evidente di una compagna; lo sguardo era apatico, quasi metallico. Le lasciò qualche attimo per riprendersi e infine la kunoichi si riprese da sola. Qualcosa nella sua espressione era cambiato, come se una parte di lei fosse stata domata.

«Passiamo all'amore. Dovete pensare a coloro che amate. Incidetevela bene nella mente. Ed ora di lei dovete annullare ogni cosa.»

Yan emise un urlo di dolore, le vene del collo tese e le mani che si contorcevano sul pavimento. Nessuno si mosse ad aiutarlo; persino Junko rimase impassibile, ma una lacrima non poté non rigargli il viso.

«Dottore». Vedendo che l'uomo non si riprendeva, la guida si trovò costretta a chiamare qualcuno che lo portasse via, consapevole che altrimenti la seduta sarebbe stata compromessa.

Al termine di essa, Kojama e Junko accorsero in infermieria. Yan giaceva su un lettino, sedato, con delle bende avvolte attorno alla fronte e le labbra leggermente increspate dal dolore.

«Come stai?» Gli chiese la giovane donna, delicatamente la mano e sfiorandogli il polso con un gesto rassicurante.

«Non potevo. Non potevo annullare quello che provo per te al semplice comando. Non è naturale, capisci?» Disse lui, affannato e con gli occhi ancora lucidi per lo sforzo emotivo.

«Dobbiamo farcelo andare bene. Almeno per ora. Hai visto quanto sono aumentate le nostre prestazioni? Le richieste sono triplicate, la nostra comune ha ripreso a prosperare, sia lodata Hime».

«Sempre sia lodata». Rispose Yan, con un filo di sorriso debole, ma sincero.

Notando che l'amico non stava così male, Kojama ne approfittò per avvicinarsi alla finestra e inspirare profondamente l’aria fresca, sentendo il vento che gli carezzava il viso.

Sotto di loro, nella spiazzo, file ordinate di bambini stavano imparando l'uso dei nunchaku. I loro movimenti erano così simili tra loro, quasi meccanici, che sembravano automi perfettamente sincronizzati.

«Guardali, che bravi soldatini. Alla loro età non eravamo così displicati. Il sigillo ha fatto in modo che non ci fosse spazio a distrazioni»

"Al tempo, vedevo solo il bene nel sigillo di ubbidienza, lo accoglievo, perché ci aveva salvato dalla rovina".

«Avete saputo che vogliono abbassare l'età? Vogliono applicarlo ai bambini di sei anni». Disse Yan, con tono grave e le sopracciglia corrugate. Lui invece non era affatto favorevole, ma non poteva opporsi alle decisioni dall'alto.

«Ancora? Perché non applicarlo direttamente ai neonati a questo punto. Vedi poi che cosa viene su». Anche Junko si opponeva a questo, il volto contratto e le mani che si stringevano mentre pensava alle implicazioni mediche e cognitive di privare così presto i bambini delle emozioni.

«Per questo hanno già disposto delle classi di comportamento. La gente di fuori ha bisogno di interloquire con gente empatica e più si sentirà in sintonia con la persona che interloquisce, più sarà facile ingannarla. I nostri ninja, avendo una tabula rasa sulla personalità, avranno migliori doti di adattamento nel trasformarsi in quello che non sono».

Le parole di Kojama, che si aspettava un supporto, ottennero solo uno sguardo bieco e un silenzio carico di dissenso da parte dei suoi amici.

"Loro non capivano, ma una volta imparati a domare i sentimenti come si deve, non si sarebbero più sentiti a disagio. Era solo questione di tempo."

«Maestro Kojama, presto, il soggetto sta avendo un rigetto. Dobbiamo estrarre la reliquia del fuoco!»

In men che non si dica, l'uomo corse alla grotta dove avevano incatenato il soggetto. Il corpo del ragazzo sembrava bruciare dall’interno: gli occhi erano diventati due sfere bianche e le palpebre si erano ritratte, esponendo i bulbi oculari che emanavano un calore intenso, soffocante, come se ci si trovasse all’interno di una fornace.

«Non riusciamo a gettargli nemmeno l'acqua addosso, essa evapora non appena arriva in sua prossimità». Spiegò la guardia che era venuto a chiamarlo, la voce tremante per lo sforzo di resistere al calore.

«Che succede qua?» Toshiro e gli altri capostipiti erano accorsi e con loro altri esperti di sigilli. «Dannazione, un ennesimo rigetto. Presto, dobbiamo estrarre la reliquia dal corpo. Kojama!»

Non se lo fece ripetere due volte: il maestro si sbrigò a coordinare gli altri esperti di sigilli attorno al soggetto, un ragazzo di circa quindici anni, le catene che gli stringevano i polsi e le caviglie scintillavano alla luce rossa emanata dal corpo in fiamme.

Per puro miracolo, i ninja non collassarono dal calore e fecero del loro meglio per rimanere seduti e concentrati. I sigilli emettevano bagliori neri e pulsanti, come vene di ombra che si intrecciavano attorno al corpo, serrandosi a catena soprattutto attorno al volto del ragazzo.

«Procedo con l'estrazione». Disse Kojama, avvicinandosi con una scatola di legno, le mani ferme ma il cuore che batteva forte per la tensione. Allungò la mano destra e la posò sugli occhi dello sventurato.

«Scimmia, serpente, cavallo...» pronunciò a voce la sequenza necessaria, le parole vibravano nell’aria calda e viscida della grotta. Dopo qualche minuto, in un bagliore bianco accecante, tutto ebbe termine. Il silenzio calò improvviso, rotto solo dal respiro affannoso dei presenti, mentre la vita del soggetto si spegneva, lasciando solo il corpo immobile e freddo.

«Un altro esperimento fallito. Non avremmo mai dovuto cercare di impiantare gli organi di Hime in semplici esseri umani qualsiasi. Questa è stata la nostra punizione per una blasfemia simile» Protestò il capostipite dell'aria, il volto infuocato, le vene del collo in rilievo dalla collera, le mani strette a pugno.

«Giroi, fidati, non mi arrenderò la soluzione deve esistere. Se è stato possibile trasferire i Cercoteri dell'Eremita delle Sei Vie della Trasmigrazione, è possibile con anche quelli della figlia.» La voce di Toshiro era ferma ma vibrava di determinazione, mentre gli occhi brillavano per l’intensità del pensiero.

«E come? Abbiamo provato con adulti, con bambini. Gente con qualsiasi caratteristica possibile, ma tutti che sia in pochi giorni o pochi mesi, sono stati rigettati».

«Abbiamo mai pensato alla possibilità che forse sono gli organi di Hime ad essere talmente divini, da impedire ai Cercoteri di stabilizzarsi in un nuovo corpo?» Il silenzio calò nella sala, rotto solo dal crepitio delle torce e dal respiro pesante dei presenti.

Kojama, che stava ascoltando tutto, rimase irrigidito, le mani tremanti appena percettibili e lo sguardo fisso sul tavolo davanti a sé. Nella sala delle udienze, il capostipite della terra, Toshiro, stava proponendo qualcosa di nuovo ma terribile.

«No, non possiamo, è qualcosa di ancora peggiore tutto questo!» Protestò il capostipite del fuoco, la fronte imperlata di sudore, la voce carica di rabbia e incredulità, che al tempo era presieduto da un’altra persona. A parte Giroi e Toshiro, altri al tempo coprivano la carica della rappresentazione degli altri elementi, le mani incrociate o nervosamente sfregate.

Ne seguì una lunga discussione, le voci che si sovrapponevano, il rumore di passi inquieti sul pavimento di pietra, la quale culminò nella decisione che la cosa sarebbe andata ai voti, ma non subito.

Prendere una decisione del genere non era facile ed eccezionalmente per la questione vennero coinvolti tutti i membri della confraternita. Si trattava di un atto senza precedenti, carico di tensione e incertezza, dove ogni scelta avrebbe potuto cambiare per sempre il destino dell’ordine.

Si andarono a creare tre fazioni: chi era favorevole all'impianto del demone nello stesso metodo già applicato con i Cercoteri classici; chi sosteneva di continuare ad impiantare gli organi della somma Hime, una pratica che finora aveva portato risultati scarsi e spesso catastrofici; e chi, infine, proponeva di abbandonare del tutto la questione.

La disputa generò spiacevoli circostanze, tra tentativi di corruzione, depistaggio e persino tentati omicidi, con corridoi e stanze in cui si sussurrava paura e sospetto. Gli uomini e le donne più vicini ai capi stipite facevano da portavoce, spostandosi tra gli accampamenti con passo furtivo e sguardi inquieti, cercando di convincere gli altri ad abbracciare la propria causa. Una piccola comunità, in cui tutti si conoscevano, si trasformò in un bacino di malumori, diffidenza e tensione palpabile.

Quando politica e religione si mischiano, i risultati sono spesso imprevedibili e pericolosi. Alcuni capi stipite sparirono persino dalla circolazione, alcuni ritrovati morti in circostanze misteriose, altri accusati senza prove, con la paura che serpeggiava tra le mura come un’ombra in agguato. In quel caos, ad avere la meglio fu la pratica del sigillo di obbedienza: grazie alla sua applicazione, non si arrivò mai a una rivolta vera e propria, e il pensiero razionale, freddo e metodico, prevalse su quello emotivo; anche i suoi detrattori cominciarono lentamente ad accettarlo.

Infine, giunse il giorno del voto e la maggioranza optò per l'estrazione dei demoni dalle reliquie, un verdetto che pose fine a settimane di tensione e che segnò l’inizio di un nuovo capitolo per la confraternita.

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