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Contemporaneamente a quanto stava avvenendo nel campo ove erano imprigionati Naruto e Gaara, il maestro Yamato aveva appena finito di erigere una baita grazie alla sua arte del legno. Le assi di legno si incastravano perfettamente ed emanavano un leggero odore di resina fresca che riempiva l’aria.
I ninja furono più che felici di potersi finalmente stendere e recuperare le forze, sentendo il legno solido sotto i loro corpi e il peso della stanchezza scivolare lentamente via, ma non avrebbero mai potuto rilassarsi seriamente, sapendo che i loro amici erano stati rapiti e portati chissà dove.
«Non appena si risveglierà, la potrete interrogare».
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«Perfetto. Mi assicura quindi che il sigillo applicato, sarà in grado di resistere al suo chakra demoniaco?»**
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«Questi sigilli sono stati sviluppati dal sottoscritto, unicamente per contenere la forza dirompente delle mie bambine. A loro non è stato semplicemente impiantato un demone, si sono generate con esse e data la natura alternativa del chakra di Hime, tutti gli altri potrebbero essere deboli o inefficaci».**
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«L'ho constatato quando l'abbiamo intrappolata».**
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«Volevo che fosse sull'orlo di perdere il controllo, una forza portante diventa più forte ed allo stesso tempo più vulnerabile, perché la forza di volontà aiuta a controllare come dosare il chakra. In quel momento, stava solo emettendo, ma era anche una spugna ed è stato più facile fare in modo che il potere magico del sigillo venisse applicato».**
Ho era stata legata mani e piedi, anche lei con dei sigilli contenitivi. Le avevano lasciato la fascia ed il colletto tirato sul viso, Kojama aveva detto che era un'onta per un membro della confraternita venire smascherato. Così come rivelare il loro vero nome.
«Comunque sia, anche se l'abbiamo catturata, ha vinto lei. Ha fatto in modo di intrattenerci per tutto il tempo necessario affinché la sorella portasse via i nostri compagni». Osservò Yamato e Kojama glielo confermò.
«Solitamente svolgiamo compiti che oltre alla segretezza, viene richiesta rapidità, non ci cimentiamo in queste battaglie di logoramento. Ha fatto da diversivo.»
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«Si è quindi sacrificata per il gruppo?»** Chiese Kankuro.
«Sacrificata? Oh no, Toshiro non permetterebbe la morte di ognuna di loro, sono troppo preziose. Sa bene che prima o poi Ho troverà il modo di liberarsi e sarà allora che ci farà fuori tutti.»
Le parole di Kojama, dette in una maniera così tranquilla, raggelò tutti i presenti.
«Non sarà facile interrogarla, vero?» Disse Temari.
«Affatto». Confermò il ninja dai ricci rossi.
I presenti si scambiarono sguardi tesi, ognuno percependo il carico di responsabilità che incombeva su di loro e il pericolo latente che Ho rappresentava, nonostante fosse legata e apparentemente indifesa.
Andava avanti da mezz'ora e le uniche parole che si sentivano, erano le imprecazioni di Yamato, frustrato del fatto che Ho non aveva intenzione di aprire bocca. Il ticchettio del legno e lo stridio delle cerniere della baita accentuavano il silenzio tra un urlo e l’altro, rendendo la stanza ancora più opprimente.
Lui, Sai e Kojama, si erano rinchiusi nella baita con Ho dentro, per farla parlare, ma ella non emetteva nemmeno un suono, neanche quando iniziarono a strapparle le unghie.
Il maestro Kojama le aveva sciolto il sigillo del silenzio, ma grazie agli anni di allenamento a cui lei stesso l'aveva sottoposta, continuò a tacere. Non avrebbe tradito il capo stipite della terra, neanche per le richieste del suo maestro e quest'ultimo alla fine aveva consentito ad un interrogatorio più severo.
Sakura, ogni tanto entrava, per monitorare le sue condizioni fisiche e quando usciva, era sempre bianca in volto. Le mani tremanti tradivano la fatica fisica e il disagio per la scena a cui assisteva, mentre un filo di sudore le scendeva dalla tempia.
«Io non so come stia riuscendo a resistere». Balbettò.
«Quella è gente che piuttosto si suiciderebbe, anziché parlare». Disse Temari.
Kankuro invece era rimasto in silenzio, a braccia incrociate. Era di pessimo umore e le ragazze ne conclusero che era ancora arrabbiato per la distruzione delle sue marionette.
Per quella notte non ottennero nulla, e certo non volevano che morisse. Quando i tre giovani rientrarono, rimasero inorriditi. Anche se le avevano rimesso la maschera, il volto di Ho era coperto di sangue che scendeva dalla nuca e dalle dita. Accanto a lei c’era un secchio con un panno ancora zuppo: avevano provato persino con la tortura dell’acqua, ma non aveva funzionato.
Sakura cercò lo sguardo di Sai e Yamato, ma i due, mentre si pulivano le mani, guardavano altrove. I loro occhi erano pieni di terrore.
«Non datele da mangiare. Domani sarà più debole» dispose Kojama.
«Maestro, come avete potuto ridurla così? Non era come una figlia per voi?» protestò Sakura.
«E allora? Ora è il nemico. Ha rifiutato di arrendersi e ha continuato a sostenere quel traditore, permettendogli di rapire i vostri amici, persino il Kazekage. La mia missione è fermare tutto questo.»
La ragazza vagò allora con lo sguardo sugli altri compagni che, per quanto provati, sapevano non esserci altra scelta. «Sakura, devi dimenticare l’idea che lei possa essere come noi, perché non lo è» si limitò a dirle Sai. Da che pulpito, protestò Sakura dentro di sé.
«Non mi torna qualcosa» mormorò poi Sai al capitano Yamato, stando bene attento che Kojama non li udisse.
Si ritirarono a dormire, scambiandosi appena qualche parola, interrotta da lunghi silenzi e dal sommesso tossire della prigioniera. Nel cuore della notte, qualcuno si alzò per pulirle il viso.
«Puoi smetterla di portarci in giro come due sacchi della spazzatura, di grazia?» protestò Naruto, mentre, ancora nel sacco a pelo, lui e Gaara erano sospesi a mezz’aria. Kaze lo ignorò completamente.
«Per me ti devi scusare» gli suggerì Gaara a bassa voce. «Eh, e per cosa?» «Ripensa a ciò che hai detto ieri, non sei stato molto garbato». «Kazeuccia, va bene, ammetto che il cervello fa bene alla salute e che il ramen non lo è… ora, per favore, ci faresti camminare con le nostre gambe?»
Neanche questa volta la ragazza rispose, ma il sacco di Naruto iniziò lentamente ad abbassarsi. Il ragazzo sorrise soddisfatto, finché di colpo non venne scaraventato a terra: da bozzolo fluttuante divenne strisciante. «F… fuermha… sto manghanfo la ferra!» «Non mi riferivo a questo» disse Gaara, sospirando, quando il biondo, con tutta la faccia sporca, tornò in alto. «L’avevo intuito…»
Improvvisamente, dei fischi si udirono nell’aria. Sembravano a tratti versi di uccello, ma Kaze rispose con un fischio articolato e prolungato. Diversi minuti dopo, dalla cima di una roccia, spuntò un’altra ragazza in tuta nera. I capelli corvini, la figura identica al clone che qualche giorno prima Naruto e i suoi avevano affrontato.
«Novità?» chiese Kaze, una volta che l’altra fu abbastanza vicina.
«Dovremmo esserci quasi, ci sono diverse rovine, strati di rovine». Rispose Mizu, scendendo e mettendosi al suo fianco. Benché dovessero essere gemelle, Kaze era leggermente più alta e snella rispetto a Mizu, che aveva sì un corpo longilineo ma più atletico. Inoltre non avevano lo stesso colore di capelli, come la terza sorella del resto, che era anche più bassa di quasi una decina di centimetri, ma con forme più morbide e prosperose. A conferma del fatto che entrambe erano state cresciute in un ambiente rigido, in cui si dava poco spazio all’affetto e alla famiglia, la comunicazione tra loro era alquanto rigida: una semplice sottoposta che fa rapporto al suo capo squadra. Non c’era nient’altro tra le due.
La condusse verso Naruto e Gaara, che ora aveva posato a terra. Mizu si chinò e li prese entrambi per il mento per esaminarli.
«Sono incolumi».
«Grazie a me. Ho li aveva ridotti male».
«Dov’è ora?»
«L’avevo lasciata combattere con i compagni rimasti, ma non è ancora rientrata. Forse si sta ancora sfogando con i loro corpi».
«Che cosa!?» sbottò Naruto, incredulo per ciò che Kaze aveva osato dire.
«Vi sta prendendo in giro» lo rassicurò Mizu.
«Ho percepito un improvviso aumento e di colpo un’altrettanta improvvisa stroncatura del suo chakra demoniaco. Molto probabilmente è stata catturata».
«La cosa non vi preoccupa?» chiese Gaara, aggrottando la fronte.
Mizu incrociò il suo sguardo. Gaara giurò di aver colto una scintilla nei suoi occhi, ma fu qualcosa di rapido e appena percettibile. «Le possibilità sono due: o la uccidono, oppure la rilasciano, e in quel caso sarà lei a eliminarli. Il nostro maestro Toshiro ci ha dato ordini precisi: catturare voi due ed eliminare le zavorre» spiegò la kunoichi. «La prima eventualità è estremamente improbabile».
Si trovavano su una strada sterrata, in altura. Da lì era possibile osservare il bosco sottostante e, in lontananza, l’area in cui si era svolto il combattimento. Kaze doveva averli trasportati per tutta la notte per riuscire a coprire una simile distanza. Più in alto, rispetto al punto in cui si erano fermati per incontrarsi con Mizu, si intravedevano dei vecchi ruderi: la loro meta era ancora più avanti.
Kaze estrasse da una scarsella un tonico di chakra, così da ricostituirne un po' di quello che era stato perso.
«Lasciali camminare, hai applicato loro il sigillo di autodistruzione, se provano a scappare, no?» Chiese Mizu.
«Come sigillo di auto distruzione?» Chiese Naruto allarmato.
Kaze sorrise con gli occhi e sollevò le mani chiuse a pugno. «Boom!» Disse, aprendo le dita di scatto.
Camminarono per alcuni chilometri. Mizu in testa, Kaze in coda. Dalla sera prima, i ragazzi non avevano mangiato niente e lo stomaco di Naruto, in quel silenzio, interrotto solo dai cinguettii degli uccelli, si faceva sentire più che mai. C'era inoltre un'afa opprimente. Gaara, benché fosse un uomo del deserto, non beveva da diverso tempo e la sua carnagione così chiara non lo aiutava di certo. Un capogiro improvviso gli annebbiò la vista, costringendolo a barcollare: stava per cadere, ma Mizu riuscì a intercettarlo in tempo. Gli porse la borraccia e lo aiutò a bere.
Così vicino, Gaara poté osservarla meglio. I suoi occhi, pur così inespressivi, avevano qualcosa di familiare. Erano neri, lineari, armoniosi, senza alcun eccesso nelle proporzioni. Si chiese come sarebbe stato il resto del suo volto, se solo avesse potuto abbassarle il colletto. Quando staccò la borraccia dalle sue labbra, per un istante lei alzò lo sguardo verso di lui: un contatto fugace, probabilmente casuale, che però lo colpì.
«Ragazze, eccovi qua!»
La voce di un uomo, all’apparenza gentile ma che fece a Gaara e Naruto rizzare i peli della nuca, li raggiunse improvvisa. Su un muretto diroccato stava un uomo con i capelli a spazzola grigi e occhi dello stesso colore. Doveva avere circa cinquant’anni e sulla tuta aveva ricamato il kanji “terra”.
«Kazekage, che onore averla tra noi. E non di meno il famoso Naruto Uzumaki, colui che porta dentro di sé il demone della volpe a nove code» disse, scendendo e avvicinandosi al gruppo. «Vedo che Ho non è ancora rientrata.»
«Lo farà presto» rispose Kaze. «Lo spero per lei» replicò Toshiro con tono apatico.
«Presto arriveranno i nostri compagni a liberarci, bastardo!» sbottò Naruto.
«Mizu.»
«Sì, maestro.»
Mizu si avvicinò a Naruto, il volto immobile e inespressivo, senza alcun segno di emozione. Lo schiaffeggiò con tale forza da fargli uscire un rigolo di sangue dalla bocca, il suono secco dello schiaffo si disperse nell’aria quieta del campo. «Ringrazia che non sei un mio sottoposto, voi ninja della luce mancate totalmente di disciplina».
La guancia di Naruto pulsava sotto il contatto doloroso, ma era la rabbia verso quell’uomo a impedire che sentisse veramente il dolore.
«Perché ci avete catturato, che cosa volete da noi?» chiese Gaara, la voce ferma ma tesa.
«Lo scoprirete presto. Nel frattempo voglio che siate obbedienti o le mie shinigami vi faranno passare un brutto quarto d'ora» disse Mizu, i suoi occhi freddi fissavano i due come degli insetti insignificanti.
Toshiro si allontanò di nuovo. Aveva in mano una vecchia pergamena, il vento leggero ne faceva tremolare i bordi consumati, di cui i ragazzi ne ignorarono il contenuto ma che erano assolutamente sicuri fosse ciò che cercavano nella grotta.
«Fammi vedere.» Disse Kaze, prendendo per il mento Naruto.
«Niente di grave, sopravvivrai».
«Perché te ne prendi cura? Lascialo stare». Disse Mizu, ammonendo la sorella. La sua voce era netta, priva di emozione. «Naruto ci è indispensabile, deve rimanere incolume. La prossima volta che hai voglia di sfogarti, fallo su quest'altro».
Naruto aveva una gran voglia di dire la sua, come al solito, ma sapeva che quelle due non gli avrebbero dato un minimo d'importanza. Non erano altro che i fantocci di questa gente, lui e Gaara. Dovevano pazientare e trovare il modo di liberarsi alla prima occasione. Dalle parole di Kaze, lui era sì indispensabile, ma se Gaara non lo era, a che gli serviva?
Mizu diede il comando di proseguire la marcia, ma Kaze le disse di aspettare un attimo. Se avessero nuovamente evocato i cani ricognitori, avrebbero potuto scoprire il sentiero da loro intrapreso, perciò doveva coprire le tracce.
Si avvicinò al limite del promontorio e allargò le braccia, chiudendo gli occhi. Un silenzio improvviso calò sul gruppo, interrotto solo dal fruscio del vento tra le rocce e gli arbusti bassi. Emise un profondo respiro e li riaprì. L'iride non era più color pece, ma di un oro acceso e pulsante.
Si alzò il vento che la sollevò in aria. I pantaloni aderenti e le maniche della tuta fluttuavano, mentre piccole pietre venivano sollevate e roteavano attorno a lei. I suoi capelli svolazzavano da tutte le parti, ma la fascia rimase ben salda legata sulla testa.
I presenti dovettero distogliere lo sguardo e cercare di pararsi, per non farsi finire la polvere negli occhi. Una nube sottile si alzava dal terreno, striata di polvere e foglie secche, creando un piccolo turbine davanti ai loro occhi.
Il vortice si espanse e la terra si sollevò. I sassi e i rametti rotolavano via, cancellando ogni impronta e tracciato visibile. Le loro tracce, almeno per qualche chilometro, erano state disperse. Le ricerche dei compagni avrebbero subito una bella battuta d'arresto.
«Si alza il vento, portasse qualche nuvola di pioggia». Commentò Sakura, alzando lo sguardo verso la cima degli alberi. Una foglia sfiorò Kojama sull'orecchio ed egli annuì, sommessamente.
Come Kaze aveva bene intuito, Yamato rievocò la squadra dei cani ninja. Gli animali si muovevano con passo silenzioso tra l’erba alta, annusando l’aria e scrutando attentamente l’ambiente circostante. All'appello mancava solo Buch, che non aveva più modo di aiutarli, non era riuscito in quelle ore a liberarsi dal sigillo.
«Davvero non possiamo divertirci a mordicchiarla? Solo le gambe, tanto non le servono!»
Pakkun si era legato alla zampa il crudele attacco verso il suo compagno da parte di Ho verso di lui e soprattutto verso Buch, portandolo a un passo dalla morte.
«Fidati, abbiamo provato qualsiasi cosa, ma quella ragazza è un osso duro, non ti darebbe alcuna soddisfazione». Gli spiegò Kankuro. «Pensa che le unghie che le avevano strappato ieri sera, le sono già ricresciute».
«Almeno ora che l'avete intrappolata, sembra essersi data una calmata».
Ho era stata chiusa in una gabbia di legno mobile, da Yamato, che l'animava come fosse un'essere vivere. Sempre legata da capo a piedi, si limitava a starsene sul fondo in silenzio.
La luce del sole filtrava tra le doghe, disegnando giochi di ombre sul volto coperto della prigioniera. Ogni minimo movimento faceva scricchiolare il legno, ricordando a tutti quanto fosse rigida la gabbia che la tratteneva.
Improvvisamente i cani si dispersero, annusando il terreno e l’aria con crescente smarrimento.
«Che succede?» domandò Sakura, cogliendo il brusco cambio d’atteggiamento.
«Li abbiamo persi. Le tracce sono state disperse. Non c’è più modo di rintracciare Naruto e Gaara» rispose uno dei segugi.
«Come sarebbe a dire, non c’è modo?» insistette la ragazza. «Dove credi che possano essere andati?»
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«Non ne ho idea»** intervenne il bulldog francese, abbassando lo sguardo. «Forse hanno proseguito verso nord, oppure hanno lasciato false piste per poi deviare in tutt’altra direzione. Potrebbero essere già in viaggio verso il loro vero obiettivo.»
Per non perdere tempo, Sai fece scorrere il pennello sulla pergamena e l’inchiostro prese vita nella forma di un’aquila, che si librò in aria dirigendosi in avanscoperta.
Il bosco stava diradandosi e, poco più avanti, si innalzavano rilievi rocciosi: segno che il confine del Paese del Vento era ormai vicino, oltre il quale si stendeva il territorio del Fuoco.
Nessuna traccia fresca indicava la loro direzione. L’unico indizio rimanevano le ceneri di un falò trovato all’alba, celate in una piccola depressione che solo i ricognitori erano riusciti a fiutare. Almeno sapevano che qualcuno li aveva nutriti… ma non potevano avere certezza delle loro condizioni, non dopo l’esplosione che li aveva investiti in pieno.
«Vedi di parlare, bastarda!» esclamò Temari, in un moto di rabbia. Il dorso del ventaglio colpì con un tonfo secco le sbarre della gabbia, facendo vibrare il legno come se fosse un tamburo. «Dove state portando mio fratello?»
Kankuro dovette afferrarle il braccio e trascinarla indietro, mentre Ho, rannicchiata sul fondo, non batté ciglio. I suoi occhi restavano fissi, freddi, come se il colpo non fosse mai avvenuto.
«A che razza di addestramento li sottoponete, maestro Kojama?» domandò Yamato, scrutandola con attenzione. «Non ho mai visto una reazione… anzi, una non reazione così ferma.»
La voce di Kojama ruppe il silenzio, bassa e controllata, quasi priva di inflessioni. «Lo so, per voi è inconcepibile. Ma in quanto ANBU, sa bene quanto sia essenziale mantenere il controllo dei nervi, in qualsiasi circostanza. La squadra Shinigami, poi, era la migliore tra tutte le formazioni della loro generazione. Cosa vi sareste aspettati?»
Il crepitio lontano di qualche ramo secco, schiacciato sotto i passi del vento, accompagnò la risposta di Kankuro: «Se è impossibile farla parlare, allora tanto vale rimandarla alla vostra confraternita».
«Non è così facile.» Kojama scosse lentamente il capo. «Ho utilizzato un sigillo di teletrasporto, ma per tornare indietro ce ne vuole uno nel punto di ritorno. Io sono partito dall’accampamento dove siete stati anche voi, ma ora esso non c’è più. Temo dovremo portarla con noi ancora per un bel po’.»
Gli occhi di Ho si posarono ove Temari aveva precedentemente calciato la gabbia e lo sguardo si assottigliò.
«A proposito, non vi ho ancora chiesto che ci fate qui» cambiò argomento Yamato, fissando il maestro con aria sospettosa.
Kojama incrociò le braccia. «Da quando siete partiti, ho calcolato i giorni e il tempo che avreste potuto impiegare per portare a termine la missione, se Toshiro si fosse trovato davvero dove era stato individuato il passaggio. Ma superato quel limite ho iniziato a chiedermi cosa fosse accaduto. Forse eravate morti, o forse non era quello il luogo e avevate bisogno di più tempo. Poi mi teletrasporto e che cosa mi ritrovo davanti? Una palla di fuoco.» La sua voce si fece più grave. «Da lì ho capito che c’era bisogno del mio aiuto per proseguire questa missione.»
Yamato annuì, le sopracciglia aggrottate. «Aiuto più che apprezzato, maestro. Ammetto che ci troviamo in difficoltà. Lo stile di combattimento a cui abbiamo assistito è come una frana che ti travolge. Sembrano instancabili, indistruttibili.»
Kojama socchiuse gli occhi. «Sono audaci. Ma se non fosse per il loro Cercoterio, non sarebbero troppo differenti da qualsiasi altro ninja delle ombre.»
I cani ninja non sapevano proprio che pesci prendere e anche Sai continuava a girare in tondo, ma non riusciva neanche dall'alto a trovare alcun segno di passaggio.
Trovandosi di nuovo in una situazione di stallo, il gruppo decise di non sprecare ulteriori energie, ma l'amarezza era tanta. Il nemico aveva almeno un giorno di vantaggio e per qualche motivo aveva portato con sé Naruto e Gaara.
Yamato piantò la gabbia bene a terra, facendo affossare i paletti nel terreno. Quest'ultimo e Kojama si diressero in disparte, per decidere da farsi.
Sai proseguì con la ricognizione e Sakura, aiutata da Temari, si mise a preparare dei nuovi tonici. La kunoichi della sabbia, si impegnò molto per convincere la collega ad inserire più erbe aromatiche nel composto.
Kankuro ricevette così il compito di sorvegliare la gabbia, ma sicuro che tanto la ragazza non sarebbe potuta scappare, ne approfittò per ridipingere il suo viso con calma, tracciando linee nette e marcate. Se non fosse che si sentiva i suoi occhi addosso.
«Insomma, che vuoi?» chiese, irritato.
«Mi annoio».
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«Siete capaci di annoiarvi anche voi altri?»**
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«La noia non è un sentimento, è uno stato d'animo. Comunque perché lo fai?»**
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«Cosa, questo?»** chiese, sollevando l'indice destro dal vasetto di pittura poggiato a terra e, supportato da uno specchietto dalla mano sinistra, se lo passò sul mento per dipingere una riga verticale.
«Nel mio villaggio, è un'antica tradizione, soprattutto tra i marionettisti. Truccandoci in questo modo, il nemico vede solo il demone che lo porterà all'inferno, non più la persona».
«Un po' come la mia maschera. Non dobbiamo essere riconosciuti, ma i nostri occhi sono l'ultima cosa che vedranno, prima di esalare il loro ultimo respiro».
Kankuro si girò meglio verso di lei, per guardarla dritta negli occhi. Per un istante la guardò in silenzio, come a soppesare il suo sguardo. Erano grandi, con lunghe ciglia e gli occhi erano due pozze scure.
«Facevi più paura con gli occhi rossi, ora mi sembri una mocciosa qualsiasi».
«Perché ora no?» gli chiese, accostandosi ulteriormente alla gabbia, per avvicinarsi meglio.
«Perché tu...» non sapeva spiegarsi il perché, ma ora che si era calmata, emanava un'aura del tutto diversa. «Insomma, sono belli… ma credo tu non sappia nemmeno di che parlo. Magari il resto del volto è più terribile. Yamato ha detto che quando lo ha visto era… strano».
Ho sbatté velocemente le palpebre, come a voler comunicare stupore. «Come potrei sembrare più minacciosa, senza avvalermi sempre del mio demone? Tu che trucco applicheresti sui miei occhi?»
Kankurō si grattò la nuca. Guardò lei e poi la boccetta, poi di nuovo lei. Sollevò l’oggetto per la pittura e intinse il mignolo.
«Ecco, forse così…»
Le passò il colore agli angoli degli occhi, allungando il taglio con due codine. La pelle della ragazza, morbida al tatto, non ebbe un sussulto: con le palpebre socchiuse, si lasciava dipingere docilmente. Concluse premendo due punti sugli zigomi, ma quando Ho riaprì gli occhi, Kankurō dovette deglutire.
«Temo di averteli resi ancora più belli.»
«Davvero? Non c’è modo per rendermi più minacciosa?» chiese lei, con un’ombra di dispiacere.
«Per noi non esiste il concetto di bellezza, nessuno ha mai commentato il mio aspetto. Forse devi solo completare l’opera. Vuoi vedere il resto del mio viso?» La voce si era abbassata, quasi un bisbiglio, come a custodire la confidenza tra quelle sbarre.
«Non è un insulto per voi togliervi la maschera?» chiese lui, imitando d’istinto il tono discreto.
«Se la strappi con la forza, sì. Ma te lo sto chiedendo io. Non sei curioso? Chi non lo sarebbe.»
«Non lo nego… voglio vedere il tuo volto.»
Kankurō allungò il braccio tra le sbarre. Le dita sfiorarono la stoffa ed esitarono un istante. Gli occhi di Ho lo fissavano, profondi, quasi innocenti. Era davvero la stessa kunoichi con cui aveva combattuto poche ore prima?
«Ma… ma sei…» La voce gli si spense in gola, folgorato dall’immagine che stava scorgendo. Troppo a lungo.
Un guizzo improvviso del busto di Ho, e la sua bocca, libera per un attimo, affondò nel polso di Kankurō.
«Fermati!» Il ragazzo fu colto alla sprovvista. Il dolore esplose rapido, caldo. Con uno strattone violento, la giovane sfruttò il peso del suo corpo e la resistenza già incrinata della gabbia: una delle sbarre che era stata colpita precedentemente dal calcio di Temari, cedette, abbastanza perché lui precipitasse all’interno con lei.
Ora che era sdraiata sul fianco destro, senza mollare la morsa sul polso del ragazzo, si fece forza con le ginocchia per assestargli un colpo all'altezza della bocca dello stomaco. Kankuro perse di colpo l'aria dai polmoni, ritrovandosi stordito. Finalmente gli lasciò il braccio, ma quando fece per voltarsi a pancia su, per cercare di riprendere fiato, Ho si era già risollevata per affondare i denti sulla gola scoperta. Attirati dal trambusto, tutti gli altri corsero, proprio nel momento in cui la bocca della kunoichi era serrata sul collo di Kankuro. Quest'ultimo tento di togliersela di dosso, prendendola a pugni in testa, ma ella sopportava e spingeva con il suo corpo, per non farlo rialzare.
«Dannata, che hai intenzione di fare?» Disse Temari con rabbia, ma non appena provò ad avvicinarsi, Ho affondò con più forza, iniziando a fargli uscire il sangue.
«Fermi, non avvicinatevi, questo è un gesto disperato. Se proviamo ad attaccarla ora, potrebbe strappare via la giugulare al vostro amico!» Disse Kojama, allarmato. «Si sta facendo già del male da sola».
«Che intendi dire, Kojama?» Chiese Yamato ed il maestro si limitò ad indicare il fumo che iniziava ad uscire dal proprio corpo.
«Ma aveva detto di aver applicato un sigillo di contenimento, apposito per il suo demone!» Esclamò Sakura.
«L'ho detto, ma stiamo escludendo il fattore della forza di volontà. Ho si è stancata di essere una prigioniera e vuole liberarsi a qualsiasi costo. Anche al costo di morire».
Il maestro Kojama la conosceva bene e infatti la ragazza provò con tutte le sue forze a rompere il sigillo. I capillari delle sclere e del naso si ruppero e sangue iniziò a colare. Il chakra continuava a fumare dal suo corpo, così tanto che Kankuro sotto di sé iniziava a sudare copiosamente.
«Maestro Kojama, la fermi, facendo così sta uccidendo anche mio fratello!» Temari era paonazza in viso. Il ricordo di Kankuro in fin di vita, per mano di Sasori era ancora vivo in lei.
«Sta tranquilla». A lunghi passi, avanzò verso la gabbia. «Non rispondi più a me, ma anche io conosco la formula d'obbedienza. Speravo proprio di non doverla usare mai».
Una rapida successione di sigilli e Ho mollò la presa da Kankuro, il quale rapidamente rotolò via e in uno sforzo adrenalinico balzò fuori dalla gabbia. Sakura si avvicinò a lui, per prestargli immediate cure.
Mentre riprendeva fiato, seduto a terra e con la nuca appoggiata sul ventre di Sakura, mentre quest’ultima con le mani gli cingeva il collo per curarlo con il chakra, con orrore vide Ho piegare la schiena all’indietro, la bocca spalancata da cui sporgevano due canini appuntiti. Urlava ma non emetteva suono. Poi iniziò a divincolarsi finché non decise di sbattere più volte la fronte contro le sbarre.
Piangeva lacrime di sangue, mentre i capillari del viso esplodevano, arrossandole la pelle. Era una maschera di dolore ed agonia. Una scena pietosa e crudele.
«La smetta!» Kankuro si divincolò dalla presa di Sakura e con tutto il suo peso andò addosso a Kojama, sbilanciandolo e facendogli disgiungere le mani.
Finalmente l’agonia di Ho cessò, lasciando la ragazza esanime e tremante.
«Perché lo hai fermato?» Temari era incredula. «Ti stava uccidendo!»
«Non mi interessa, guarda là! Secondo te perché è diventata il mostro che è?» si rivolse poi di nuovo a Kojama e lo prese per il colletto del gilet. «Che cosa le stavi facendo?»
«Ho attivato il sigillo di ubbidienza. Ve ne avevo parlato, no? Non avrei potuto ucciderla, questa facoltà ce l’ha solo Toshiro, ma noi maestri siamo autorizzati a “punire” i nostri allievi, anche con metodi drastici. Tailin non si sarebbe fermata con te, se non fossi intervenuto». Forse per sbaglio o volutamente, Kojama aveva appena rivelato il nome di Ho.
«Non l’avete uccisa, ma sta malissimo» disse Sakura, che era entrata a controllare le condizioni della ragazza.
«È stata colpa sua, ha cercato di spezzare un sigillo fatto su misura per lei. Se non avessi agito così, si sarebbe uccisa. Stava risvegliando direttamente il suo demone, cosa da evitare, o avrebbe fatto la fine di Hime alla fine dei suoi giorni».
«Calmati Ho, calmati, è finito» provò a rassicurarla Sakura, mentre le carezzava la testa. La rossa tremava, il viso paonazzo.
«Sono una servitrice delle ombre, sono una servitrice delle ombre, sono una servitrice delle ombre…» disse, con tono delirante.
Si avvicinò al suo fianco anche Kankuro che con un fazzoletto cercò di pulirle il viso. «No, nemmeno così mi fai paura» mormorò a bassa voce, e Sakura si voltò verso di lui, senza capire cosa intendesse.
Vedendo la scena, Temari incrociò le braccia e se ne andò con passo pesante e deciso.
Sakura si era impuntata sul volere prendersi cura di Ho, ma alla fine decisero di applicarle un sigillo che la costringesse al sonno forzato. Purtroppo, a causa della sua resistenza innata, i sedativi comuni non avevano effetto.
«Dov’è Temari? Pakkun ed i suoi saranno qui tra poco con gli aggiornamenti sulla ricerca» chiese Yamato a Kankuro, che nel frattempo aveva notato anche lui l’assenza della sorella.
Era stato già curato e gli erano state applicate delle bende attorno al collo e al polso. La pressione subita alla gola lo aveva lasciato rauco: la voce gli usciva spezzata e priva di forza. Eppure, mosso da un istinto quasi irrazionale, seguì senza esitazione le stesse orme lasciate da Temari e, dopo una decina di minuti, la raggiunse.
Lei era di spalle, immobile al centro di un prato, con l’erba che arrivava fino alle ginocchia. «Temari».
La sorella si voltò lentamente: dai suoi occhi azzurro cielo scendevano lacrime ampie, pesanti, che scivolavano giù senza sosta.
Kankuro avanzò a passi cauti, le poggiò una mano sulla spalla, ma Temari si gettò subito contro di lui, stringendolo in un abbraccio spezzato dai singhiozzi e colpendolo con pugni rabbiosi sulla spalla. Non l’aveva mai vista così disperata, nemmeno da bambini.
«Perché fai così, Temari?» le chiese, incapace di comprenderla.
«Perché ho due fratelli che mi stanno facendo impazzire! Non fate altro che mettervi nei guai!» Si staccò da lui e lo afferrò per il colletto. «Ma lo capisci che io ho solo voi due? I nostri genitori sono morti e solo pochi mesi fa, per poco non vi avrei persi entrambi! Ed ora la stessa situazione si ripete! Dov’è Gaara? È vivo? Perché abbiamo permesso che il nostro Kazekage andasse in giro da solo?»
«Calmati…»
«Non dirmi di calmarmi, idiota! E tu… tu! Che stavi facendo con quella!? Credi che non abbia notato che aveva gli occhi truccati? Ti sei fatto fregare da quella incantatrice di serpenti, di’ la verità? Lo capisci che quella gente non è come noi? Non è interessata a te, ma solo alla sua missione maledetta!»
Kankuro strinse i denti e per un attimo lasciò le spalle della sorella, ma poi le posò nuovamente. «Hai ragione, mi sono fatto incantare… ma non è quello. C'è una parte di me che prova “empatia” per quella ragazza. C'è qualcosa in lei che mi dice che se non avesse vissuto la vita che ha, sarebbe stata diversa. Sarebbe stata un’altra persona».
«Tu devi essere sotto un suo genjutsu, non c'è altra spiegazione.»
«No, non lo sono… comunque te lo prometto e parlo anche a nome di Gaara, noi non ti lasceremo mai. Siamo ninja, mettiamo in pericolo la nostra vita ogni volta che indossiamo quel copri fronte, ma non per questo ad essa non ci teniamo. Soprattutto di questi tempi, che le nostre certezze sono appese a un filo. Ma di una cosa sono certo ed è che non c'è Cercoterio, Akatsuki o quel che sia che regga. Farò del mio meglio per proteggere i miei fratelli e la mia patria. Inoltre non sono ancora diventato un famoso marionettista. Voglio battere la fama di Sasori, perciò diciotto anni sono ancora troppo pochi per tirare le cuoia!» Nel pronunciare quest'ultime parole, fiamme di furore uscirono dagli occhi del ragazzo.
«Aaah ti ha morso ed ora sei diventato come quella tizia!» Esclamò Temari, facendo un salto indietro, con i peli tutti ritti come quelli di un gatto.
Entrambi scoppiarono in una risata di sfogo e così finalmente la kunoichi del deserto si calmò.
«Voglio fidarmi delle tue parole». Gli disse, prima di rientrare.
«Devi farlo».
«Perché? Perché? Perché?» Mizu batteva con forza i pugni contro la parete di roccia, così forte che il lato della mano aveva iniziato a sanguinarle.
«Sorella, fermati. Il maestro Toshiro sta tornando, non ti deve vedere in quello stato».
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«Sono una servitrice delle ombre, sono una servitrice delle ombre, sono una servitrice delle ombre...»** Anche la kunoichi dai capelli corvini aveva iniziato a delirare come la sorella a chilometri di distanza. Aveva percepito ogni singolo istante della sua sofferenza: dal momento in cui aveva tentato di risvegliare il suo demone, fino a quando Kojama aveva attivato il sigillo di obbedienza. Il dolore che provava, era anche il suo.
Naruto e Gaara osservavano la scena, del tutto impotenti e spiazzati.
Anche a Kaze stava iniziando a colare il sangue dal naso.
«Eheheh questo succede, quando si è fratelli gemelli! Ve l'hanno mai detto no, del loro strano istinto di empatia, no?» Cercò di sdrammatizzare la bionda.
Gli shinobi dal canto loro, però, non riuscivano a vederci proprio nulla di divertente. Mizu stava davvero soffrendo. Qualunque cosa stesse accadendo a Ho, lei la stava vivendo in tempo reale.
«Mizu, il maestro sta arrivando, riprenditi, presto». Kaze aveva un tono supplichevole, ma ella era devastata dai tremori e si portò istintivamente il pollice in bocca.
«Mizu, prendi un profondo respiro. Concentrati sul chakra che scorre dentro di te, non quello che ti arriva dall'esterno.» a parlare era stato Gaara, con tono calmo e sicuro. «Sentilo come un fiume che zampilla e si espande per tutto il corpo.»
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«Ascoltalo Mizu, fai come ti dice».** Le disse con tono caldo Kaze.
«È caldo ed è la linfa della tua vita. La percepisci la linfa della tua vita?»
Mizu si accasciò a terra e Kaze iniziò a carezzarle la testa, mentre con l'altra cercò delicatamente di toglierle il pollice di bocca.
«Pensa ad un luogo tranquillo, dove vorresti stare in questo momento. Dove vorresti essere?»
Mizu guardò dritto verso il Kazekage, lo penetrò con gli occhi e quest'ultimo ebbe di nuovo quella strana impressione di familiarità.
Lentamente, la ragazza si rimise in piedi, finalmente aveva ripreso il controllo di sé. Appena in tempo, perché Toshiro ritornasse, senza sospettare nulla.
«Che cosa hai fatto, Gaara?» Gli chiese Naruto, a bassa voce.
«È una tecnica che ho appreso, quando ero ancora preda del demone tasso, per cercare di lasciarmi sopraffare tutte le volte che voleva farmi del male. Alla fine, Mizu e le sorelle, non sono tanto dissimili da noi forze portanti "ordinarie"».
«Avete avuto notizie da vostra sorella?» Chiese l'uomo.
«Ho motivo di credere che si sia aggiunto alla spedizione anche il maestro Kojama. Ci sono state delle fluttuazioni anomale di chakra demoniaco, nessun altro della confraternita altrimenti si sarebbe messo in mezzo.»
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«Lo voglio ben vedere, dato che sto facendo loro un favore non da poco».**
Naruto alzò un sopracciglio, non capendo bene cosa intendesse.