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Naruto e Gaara si andarono automaticamente incontro, per salutarsi, poggiando l'uno le mani sulle spalle dell'altro. Gaara aveva finalmente imparato a sorridere, e anche se il suo sorriso era più contenuto rispetto a quello a trentadue denti dell’amico, trasmetteva calore e sicurezza, un riflesso della fiducia ritrovata in se stesso.
«È così bello rivederti, ma guardati, stai alla grande. Scommetto che ti stanno viziando per bene, ora che sei il Kazekage.»
«Ehi non è questo il modo di rivolgerti ad un capo villaggio!» Intervenne Temari, che sì, in quanto guardia del corpo del Kazekage, doveva far rispettare il suo ruolo, ma la sua attenzione era più protettiva che autoritaria: Gaara era il fratello più piccolo e lei non poteva fare a meno di vegliare su di lui con un misto di rigore e affetto.
«Ma no, Temari, quando sono con Naruto non voglio formalismi. Voglio che mi tratti alla pari, mi dispiacerebbe fosse il contrario.»
La ragazza non poté che scuotere il capo, per poi mandare un'occhiataccia a Naruto, come a voler rimproverare di mandare il fratello su di una cattiva strada.
«Pensavo che con voi sarebbe venuto anche il maestro Baki.» Commentò Yamato.
«È il capo del consiglio adesso e in vece di Gaara lo coordina.» Disse Kankuro, per poi aggiungere, abbassando la voce: «E anche per assicurarsi che nessuno di quelle vecchie mummie provi a fare i suoi comodi alle spalle del Kazekage. Purtroppo, ancora qualcuno non molla quell'osso sul passato di mio fratello, benché lui fosse la vittima.»
Il ninja con i rotoli ne estrasse uno, lo stese a terra e attivando un sigillo scritto lì sopra, richiamò delle tute e delle fasce, come le loro, perfettamente modellate e aderenti come un secondo strato di pelle.
«Indossatele.» Disse solo.
«Eh, e perché mai?» Disse sempre Kankuro, contrariato.
«Perché voi "ninja della luce", indossate abiti troppo stravaganti che attirano l'attenzione e non poco.»
«Questa è la divisa da jonin della Foglia, vuoi davvero me la tolga?» Ad essere perplesso era anche il capitano Yamato.
«Sì, datemi in consegna anche i vostri copri-fronte. Vi verranno riconsegnati a missione finita, se riuscirete a portarla a termine.»
«Oh beh, grazie della fiducia.» Sbuffò Naruto.
Fecero come ordinato. Maschi e femmine si divisero: la kunoichi della confraternita andò con Sakura e Temari, mentre gli altri tre rimasero con i restanti membri.
Appena indossata, la tuta rivelò la sua sorprendente flessibilità e leggerezza: aderente al corpo, permetteva movimenti fluidi e rapidi, come se non ci fosse nulla addosso. Il tessuto era opaco, ma traspirante così da non sudare immediatamente sotto il sole caldo della piena estate.
Oltre a kunai e shuriken d'ordinanza, nelle scarselle trovarono anche i blister dei tonici, con cui i "ninja della notte" si nutrivano. Sakura, come ninja medico, osservò attentamente la composizione, intuendo subito che quei tonici dovevano contenere nutrienti concentrati, sufficienti a mantenere energia e lucidità anche in missioni estenuanti. Poterono almeno mantenere le loro armi predilette, come il ventaglio per Temari o la sacca di sabbia per Gaara.
C’era una sensazione di disagio sottile, soprattutto tra le ragazze, per l’inedita aderenza della tuta e il contatto con il tessuto, così differente dai loro abiti abituali. Naruto commentò, dicendo che si sentiva come i due "sopracciglioni", riferendosi chiaramente a Rock Lee ed il maestro Gai.
Le tute avevano anche un colletto lungo ed aderente che avrebbero dovuto tirare su. Almeno così Naruto si sentiva un po’ come il maestro Kakashi, anche se avere il viso coperto a tal punto risultava fastidioso. Su questo, per Sai e Yamato non era un problema, loro invece ci erano abituati.
Infine, quando si legarono anche la fascia nera in fronte, non c'era più alcuna differenza tra loro e le loro guide. Forse una sì: la differenza di espressività tra i loro sguardi.
Le loro cose vennero a loro volta sigillate nel rotolo. Con quella tecnica di richiamo, avrebbero potuto ritrovarle alla loro base. L'abbigliamento come il loro, spiegarono, era necessario. Il viaggio richiedeva ancora diversi giorni e non potevano rischiare che qualcuno si facesse delle domande sul fatto che dei ninja ordinari se ne andassero in giro con quelli della confraternita, soprattutto considerando la presenza di spie di Akatsuki e di Orochimaru, sempre in agguato.
Attraversarono colline, fiumi, foreste e zone rocciose. Il paesaggio cambiava con una rapidità quasi disorientante: l’odore umido della vegetazione lasciava spazio alla polvere arida dei tratti rocciosi, mentre il vento, ora fresco e leggero, ora caldo e soffocante, accompagnava il loro passo. Presero sentieri segreti, che nessuna mappa comune riportava.
Come al solito, le guide non facevano sconti se qualcuno rallentava per la stanchezza, anche se non li avrebbero mai lasciati indietro. Due erano a capo della fila, mentre altri due la chiudevano. Le loro sagome si muovevano come ombre silenziose, sempre all’erta, lo sguardo che scandagliava ogni fronda e anfratto, pronti a reagire al minimo segnale di pericolo. Il percorso intrapreso non solo era sconosciuto, ma forse stava diventando anche più pericoloso, perché il livello di guardia di quei quattro aumentò sensibilmente. Le loro mani indugiavano più spesso vicino alle armi, e i passi, pur sempre rapidi, si fecero più misurati, come se ogni foglia calpestata potesse rivelare la loro posizione.
Non ne spiegarono il motivo, ma i guerrieri avevano ormai capito che chiedere sarebbe stato inutile.
«Non dovreste nutrirvi solo o principalmente di questi tonici, non fa bene al vostro corpo. Chi vi ha consigliato una cosa del genere?» Sbottò una sera Sakura. La frustrazione nella sua voce era amplificata dalla luce tremolante del fuoco, che illuminava i blister metallici come piccole reliquie fredde e impersonali. Ma la loro risposta inespressiva la lasciò più frustata della risposta stessa che le fornirono.
«I nostri medici sanno cosa fanno. Hanno affinato per secoli l'arte di alimentarsi, mantenendosi leggeri ed apportando allo stesso tempo il nutrimento essenziale. I nostri incarichi devono essere svolti in maniera rapida e furtiva, non ci è chiesto lo scontro aperto, salvo rare eccezioni. La rapidità di movimento è tutto e anche mangiare come voi fate, può costituire un ostacolo alla riuscita della missione.»
«Ma a lungo andare il corpo ne risentirà inevitabilmente. Non ditemi che somministrate la stessa dieta anche ai più giovani di voi!»
«Questo è tutto quello che abbiamo da dire, al riguardo.» La risposta decisa del ninja con l'arco, il capo gruppo, non lasciava spazio ad altra possibilità di conversazione. Il tono era fermo ma privo di ostilità, come se quella fosse una verità scolpita nella pietra, intoccabile da qualsiasi discussione.
Per tutto quel tempo, non li avevano mai visti in volto. Anche nei momenti di cura personale, semplicemente qualcuno spariva improvvisamente, per poi riapparire come se niente fosse. Una volta Naruto aveva suggerito di aspettare che uno di loro si addormentasse, per abbassargli la maschera, un lampo di curiosità infantile negli occhi, smorzato subito da un’espressione di colpa quando capì la gravità del pensiero. Il maestro Yamato e Sai, infatti, lo dissuasero: vedere i volti di un ninja delle forze speciali - dei villaggi o della confraternita - costituiva reato. Potevano essere persino autorizzati ad uccidere solo per questo, ma dato che loro erano stati richiesti appositamente per quella missione, non avrebbe escluso che avrebbero fatto "seppuko" come rimedio a questo oltraggio. Chiaramente il ragazzo non voleva alcun morto sulla coscienza.
Ancora una volta, la notte lasciò il passo al dì. Il cielo, ancora velato di sfumature rosate e dorate, sembrava aprirsi come un sipario su una nuova scena. Era una giornata calda ma ventilata. In serata erano giunti in una foresta di bambù e lì, non appena i raggi del sole fecero capolino da dietro le colline, il bosco si riempì di sottili lame di luce che filtravano tra i fusti, proiettando ombre lunghe e tremolanti sul terreno. Gli uccellini si ridestavano, punzecchiando l’aria con trilli vivaci, e il vento faceva sibilare le canne, come un coro antico che raccontava storie in una lingua dimenticata.
Lo scialacquio di un ruscello si udiva lì nelle vicinanze, un suono limpido e regolare.
Era un bel luogo dall'atmosfera quasi onirica. Perfino Naruto, di solito incapace di rimanere in silenzio per più di qualche secondo, si era ritrovato a rallentare il passo, quasi temesse di disturbare quel fragile equilibrio. Sarebbe stato persino un luogo di pace, se non fosse che i "ninja della luce" avevano costantemente l'impressione che diverse paia di occhi li stessero osservando. Ogni fruscìo tra le foglie, ogni ombra fugace tra i tronchi sottili pareva confermare quell’inquietudine sottile.
Quelli della notte si muovevano sicuri, passo dopo passo senza mai esitare, come se la mappa del sentiero fosse incisa nei loro pensieri. Non condividevano alcuna informazione con gli altri e tra di loro era come se si coordinassero col pensiero.
A un certo punto, la kunoichi delle ombre iniziò a fischiare, una sequenza di suoni brevi e modulati, perfettamente armonizzati con il respiro del vento tra le canne. A risponderle fu un altro fischio, più lungo, ricco di variazioni sottili, troppo complesso per sembrare naturale. Se i presenti non avessero assistito con i loro stessi occhi a questo scambio, non avrebbero mai detto che erano due esseri umani a comunicare. Non avrebbero potuto distinguere i fischi da quelli delle canne. Era come ascoltare due correnti d’aria che si rincorrevano tra i bambù.
«La via è libera. Possiamo procedere per l'ultima tratta.» Disse il ninja con l'arco, la voce piatta ma intrisa di un’autorità che non lasciava spazio a esitazioni. «Ciò che presto si parerà davanti ai vostri occhi sarà la nostra base. Inutile dire, ma è mio dovere raccomandarvi, di non cercare di curiosare in giro, di mantenervi sempre in gruppo e di non fare domande sulla nostra confraternita. Verrete convocati direttamente al cospetto dei nostri capi e solo con essi voi interloquirete. Nessun altro è autorizzato a farlo. Per rispetto dei Kage che ci hanno concesso i migliori e la gratitudine di aver prontamente risposto alla nostra richiesta, non vi applicheremo un sigillo che limita la memoria a ciò che vedrete. Non l'abbiamo specificato nei patti, come anche lei, Kazekage, sa, e non ce ne usciremo di certo ora con un'imposizione simile. Il nostro è un atto di fiducia e ci aspettiamo che tale venga ricambiata.»
«Ha la nostra parola che faremo come richiesto e che non riveleremo niente ai nostri superiori, se esso non è strettamente legato alla natura della missione stessa.»
Avevano raggiunto un accordo: nessuno di loro avrebbe cercato di rivelare ciò che non era loro concesso di sapere. Erano forti, ma anche valorosi e leali, seppur fino ad ora tutto ciò che concerneva la Confraternita delle Ombre costituiva un grande punto interrogativo.
Era ormai mezzogiorno quando finalmente la foresta di canne si aprì, rivelando uno stretto sentiero roccioso. Il cambio di paesaggio fu quasi improvviso: il verde fitto lasciò spazio al grigio e al marrone delle pietre, e l’aria fresca della foresta si fece più asciutta. Il sentiero era talmente stretto che a volte erano costretti a camminare di lato, sfiorando con le spalle la parete di roccia da un lato e il vuoto dall’altro.
Gradualmente il percorso diventava sempre più in salita, i muscoli delle gambe iniziavano a bruciare e ogni passo richiedeva più equilibrio. A un certo punto, dovettero persino incanalare il chakra sotto i loro piedi per rimanere stabili. Il rumore delle suole che aderivano saldamente alla pietra era l’unico suono che rompeva il silenzio, insieme al loro respiro sempre più pesante.
Faceva caldo e perle di sudore iniziavano a scendere lungo le loro tempie, ma per fortuna tutto questo si concluse nel giro di una mezz'ora. Si ritrovarono su una piattaforma di terreno erboso e poco più distante ecco pararsi davanti ai loro occhi un accampamento di legno, con paletti di legno appuntito a far da recinto. Il legno, scurito dal tempo e dalle intemperie, emanava un odore terroso e resinoso. All'interno di esso erano state montate delle strutture di legno, edifici a terra e persino sugli alberi, collegati da passerelle strette e corde tese che ondeggiavano leggermente al vento.
Da esso proveniva qualche sporadico clangore metallico, forse il suono di armi in manutenzione o di allenamenti lontani, ma a parte questo, c'era da chiedersi se la struttura fosse davvero abitata.
Due guardie - sempre in divisa completa - vennero loro incontro per interfacciarsi con le guide. I loro movimenti erano sincronizzati, come se fossero due copie dello stesso guerriero, e ogni passo misurato pareva calcolato.
Un paio di minuti dopo, il cancello si aprì, rivelando al suo interno un luogo tutt'altro che abbandonato. C'erano sicuramente più di un centinaio di guerrieri, di diverse età, intenti ad allenarsi nelle più svariate discipline note nel mondo ninja. Alcuni si muovevano come ombre, eseguendo kata silenziosi; altri facevano balenare armi lucenti alla luce del sole.
C'erano anche dei domestici o aiutanti, addetti a pulire, recuperare le armi o stendere il bucato, ma persino loro avevano il volto coperto da un colletto alto o da una fascia.
Il gruppo non aveva idea se tutto questo volersi coprire fosse una loro consuetudine o perché, sapendo che sarebbero arrivati loro, nessuno era autorizzato a farsi vedere in volto, persino i bambini.
«Mai avrei immaginato ci fosse una comune simile. Sembra un mondo a parte.» Commentò Kankuro, ad occhi sgranati.
«Sono coloro che non esistono ma che senza di essi molti conflitti non sarebbero stati stroncati sul nascere. Non hai idea di quante minacce sorgano ogni giorno. Akatsuki è semplicemente stato il gruppo più forte che è riuscito ad emergere.» Gli rispose Yamato.
Benché avessero promesso di non guardarsi attorno, l'occhio esperto da medico di Sakura constatò un inquietante fattore comune. Erano tutti troppo minuti e snelli. Forse coloro che dall'aspetto sembravano dei ragazzini, non lo erano affatto. Non erano rachitici, ma non era possibile che tutti avessero un aspetto simile. La domanda la punse come una spina: quante rinunce, quanti sacrifici iniziavano fin dalla culla?
Non c'erano inoltre episodi di vita quotidiana, così come la si potrebbe trovare in qualsiasi insediamento. Tutti avevano i loro compiti che svolgevano in maniera automatica e diligente. Perfino i gesti più semplici – sciacquare un panno, spostare un secchio – erano rapidi, privi di esitazione, come parte di una coreografia invisibile. Dai gruppi di allenamento, non si levavano grida di furore, i maestri non gridavano ordini. Erano lì, ma era come se non lo fossero. Coloro che non esistono, si ripeterono nella mente i ragazzi.
Percorrendo la via principale, arrivarono ben presto all'edificio ove risiedevano i capostipite della confraternita. All’esterno, la costruzione appariva sobria, squadrata, senza fronzoli: un’architettura pensata per essere smontata e riallestita in pochi giorni.
L'interno era arredato da drappi rossi, il tessuto spesso assorbiva il poco suono presente, smorzando ogni passo. Diverse porte scorrevoli fiancheggiavano i corridoi, tutte chiuse, apparendo come parte delle pareti stesse. Non c'erano ornamenti, se non qui e là qualche piedistallo sormontato da un kunai di argento o di bronzo, in onore di qualche loro vecchio caduto che si era distinto nel corso della sua vita.
Giunsero, infine, in un'ampia stanza, dove ai lati erano già seduti in ginocchio alcuni ufficiali. Dall'altro capo, c'era una tenda di canne di bambù, per ora completamente abbassata, che nascondeva quattro figure appena percepibili grazie alla luce calda e tremolante di una lampada posta alle loro spalle.
Le finestre erano coperte da tende pesanti: solo il bagliore giallo delle lampade illuminava la stanza, lasciando gran parte dell’ambiente in penombra. L’aria era ferma, quasi soffocante. Persino Naruto, solitamente il più rumoroso del gruppo, aveva trattenuto ogni parola, le mani strette sui fianchi come per controllarsi.
Il capogruppo si fece avanti, posizionandosi al centro della stanza, nella loro consueta posizione militaresca. La sua schiena era ben dritta, lo sguardo serio e penetrante fisso sulla tenda. Ogni gesto era calibrato, privo di esitazione, come parte di un rituale antico. Lentamente, il sipario di bambù iniziò a sollevarsi.
Incredibilmente, i quattro uomini erano a viso scoperto. Avevano superato la mezza età, ma sui loro volti era inciso il loro passato burrascoso, segnato da tante battaglie segrete. Uno di loro, quello più a sinistra, aveva persino una cicatrice che gli attraversava perpendicolarmente il viso e che gli aveva causato la perdita dell'occhio. A un altro mancava parte della bocca e si intravedevano alcuni denti dell'arcata inferiore. Indossavano un kimono nero e su di essi era ricamato un kanji ciascuno: Fuoco, Fulmine, Acqua, Aria. La Terra non era presente.
«Miei signori, il capogruppo, nonché sottoscritto, dello squadrone dei ricognitori, identificativo 1 6 7 8, che risponde al nome in codice di Ginta, vi comunica la riuscita della missione di reclutamento degli uomini migliori di Suna e Konoha e nella fattispecie della forza portante dell'ennacoda, nota come Naruto Uzumaki. I rispettivi capo villaggio hanno accettato di collaborare con noi e bene accolto la proposta d'intesa. Lo stesso Kazekage ha accettato di prendere parte all'impresa.»
«Benfatto, Ginta dello squadrone dei ricognitori. Tu ed i tuoi avete adempiuto al vostro dovere. Vi concediamo due giorni di licenza, prima che vi verrà assegnata una nuova missione.» Gli rispose il vecchio con la cicatrice e con il kanji del Fulmine.
«Le ombre vegliano e attendono, miei signori.» Rispose Ginta, per poi voltarsi verso il gruppo di Yamato, affinché si facessero avanti.
«Accogliamo con amicizia e gratitudine questi ninja della luce. I nostri ossequi più doverosi al Kazekage, Gaara del Deserto, i suoi nobili fratelli Temari e Kankuro. Il nostro caloroso benvenuto va al maestro che risponde al nome in codice di Yamato, Sai, Sakura Haruno e ultimo, ma non ultimo, la forza portante Naruto Uzumaki.» Disse l'uomo sulla destra centrale, con il simbolo del Fuoco, alzandosi in piedi.
A Naruto non piacque affatto quel continuo sottolineare che lui fosse una forza portante. Ogni volta che lo sentiva, era come un marchio che lo separava dagli altri, ricordandogli che non sarebbe mai stato semplicemente “uno del gruppo”.
I capitani si alzarono a loro volta in piedi e anche loro assunsero la posizione di ordinanza.
«Le ombre accolgono la vostra venuta.» Dissero in coro, con tono solenne.
«Vi ringraziamo per la vostra ospitalità, saggi signori della guerra.» rispose Yamato. «Avrei fatto volentieri le presentazioni, ma da quanto ho udito, conoscete già i nostri nomi e chi siamo.»
«Esattamente, maestro Yamato.» replicò l’uomo col simbolo del Fuoco. «La vostra posizione vi rende certamente consapevole che nessuno di voi è sconosciuto ai nostri archivi. I daimyō delle vostre terre ci autorizzano a documentare il vissuto di ogni ninja regolarmente registrato. Non vi è dunque alcuna necessità di presentazioni: già vi conosciamo.»
Poi il suo sguardo si posò su Sai.
«Tu fai parte della Radice, benché tu ora sia un membro fisso del "Team Kakashi". Con il maestro Danzo, la nostra confraternita ha una lunga storia di collaborazioni. Grazie alla nostra ispirazione, siamo certi che dalle vostre fila escano combattenti più che preparati.»
«Sì, bambini che vengono fatti crescere assieme come fratelli, per poi ordinare loro di uccidersi a vicenda. Bella ispirazione!» sbottò Naruto, incapace di trattenersi.
Il silenzio calò pesante, gelido, tanto che parve stringere la stanza. Lo sguardo dei presenti si fissò su di lui, e solo il crepitio lieve delle lampade sembrava muovere l’aria.
«Miei signori,» intervenne Yamato, piegandosi in ginocchio di fronte agli anziani. «È solo un ragazzo e non ha ancora imparato a frenare la lingua. Non voleva essere offensivo: il nostro Naruto ha un cuore grande e un’empatia rara.»
Gli altri “ninja della luce” rimasero sorpresi da quel gesto improvviso di sottomissione, mai visto prima da Yamato.
I quattro capi rimasero impassibili, finché l’uomo con il simbolo dell’Acqua — quello a cui mancava parte della bocca — non soffiò pesantemente dalle narici.
«Empatia... che parola sciocca. È proprio per questo che voi altri non sarete mai alla nostra altezza. Vi lasciate guidare da sentimenti che vi spingono a credere che la vita dei compagni conti più dell’esito della missione. E cosa vi ha portato questo? A conflitti senza fine… conflitti pagati col sangue dei nostri.»
Il suo sguardo si fece più cupo mentre continuava:
«Non ci piace che un ninja ordinario venga a conoscenza delle pratiche di formazione di un settore che dovrebbe restare segreto, come gli ANBU, e in particolare la fazione della Radice. Sai… siamo estremamente delusi da questa fuga di informazioni e non potremo esimerci dal farne rapporto ai tuoi superiori.»
«Potete farlo, sono pronto ad assumermi le mie responsabilità. Tuttavia, in quanto anche io porto un "sigillo del silenzio", devo far presente che esso non si è attivato quando ho rivelato al mio compagno questo fatto. Il mio maestro non ritiene che tale pratica sia da considerarsi un tabù, seppur sia chiaro che essa non possa essere confidata se non a qualcuno per cui si ripone grande fiducia e discrezione.»
«Non che il tuo compagno ne abbia dimostrata molta, di discrezione, intendo.» Commentò freddamente il capo con il kanji dell’Aria, inclinando appena il capo verso Naruto.
«È vero» ammise Yamato, ancora inginocchiato, senza esitazione «ma il suo spirito è forte e ruggente. Se per lui certe pratiche sono considerate al di fuori dei suoi principi morali, non riesce ad esimersi dal dire ciò che pensa. Ciò lo rende un grande amico ed alleato. Per voi il suo comportamento è da punire, ma per noi "ninja della luce" è più che apprezzato. Siamo profondamente costernati e spero che ciò non comprometta il nostro accordo.»
Gaara fece un passo avanti, il fruscio della sabbia che portava sempre con sé sembrò accompagnare il suo movimento. Si piegò in un profondo inchino.
«In quanto Kazekage, anch’io intervengo per garantire che le intenzioni di Naruto non fossero un attacco verso di voi, ma l’espressione di un pensiero differente, fondato su principi morali profondi, nati dal suo vissuto.»
Naruto rimase senza parole. I suoi amici non stavano sostenendo il suo pensiero: lo stavano giustificando. Si mortificavano per lui, quando lui non riteneva di aver detto nulla di sbagliato.
«In quanto chiave della riuscita della missione» intervenne l’uomo con la cicatrice, «siamo disposti a tollerare anche questo suo… entusiasmo. Tuttavia, ricordatevi che vi trovate nel nostro territorio, e che le nostre leggi e pratiche vanno rispettate. Non confermeremo né negheremo che il nostro metodo di allenamento dei giovani sia simile a quello di Danzō. Credo siate già stati informati che del nostro stile di vita… non vi deve interessare.»
«È così» replicò Yamato, senza sollevare lo sguardo. «E su questo non indugeremo oltre. Siamo qui perché abbiamo accolto la vostra richiesta, e d’ora in poi solo di questo parleremo.»
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«Abbiamo trovato un’intesa, allora»** concluse l’anziano. «Verrete ora scortati nei vostri alloggi, così che possiate rifocillarvi, e a mente lucida parleremo poi dei dettagli. Siete congedati.»
Il gruppo si inchinò con cortesia, anche se Naruto lo fece a denti stretti, sentendo crescere il disagio tra quelle mura.
«Maestro, perché si è prostrato in quella maniera, non è da lei!» Bisbigliò con rabbia il biondo mentre uscivano nel corridoio.
«Non ti sei accorto di nulla?» ribatté Yamato, mantenendo la voce bassa. «A causa delle tue parole, uno dei capitani era pronto a lanciare dei dardi mortali contro Sai per averti rivelato quelle cose. Se non fosse per il patto tra noi, a quest’ora, per colpa tua, lui sarebbe morto. Smettila di agire di pancia… qui non siamo tra amici.»