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Una nebbia leggera si levò, lenta e densa, avvolgendo la scena come un sipario che cala alla fine di un atto.
Naruto, Gaara, Kankuro e le sorelle Shinigami sapevano ormai cosa significava: un frammento di passato stava svanendo, pronto a lasciare spazio al capitolo successivo.
Man mano che le immagini del ricordo si dissolvevano, ognuno di loro rimase assorto, in silenzio.
Quello che avevano visto — le origini, le ferite, i legami spezzati e rinati — era qualcosa che nessuno aveva mai potuto tramandare. Secoli di storia cancellati dalle guerre, distorti dalle versioni di chi aveva vinto.
Eppure, grazie a Hime, quelle verità smarrite stavano riaffiorando.
Naruto fissava lo spazio vuoto da cui lentamente stava emergendo l'ennesimo ricordo. Il suo sguardo era serio e riflessivo.
Attraverso gli occhi di Hime — prima dea e poi spirito, ma sempre profondamente umana — aveva compreso qualcosa che nessun maestro gli aveva mai insegnato davvero: che ogni guerra nasce dall’orgoglio, ogni odio dall’incomprensione, e ogni vendetta dal rifiuto di ascoltare.
Non esistevano mostri, solo uomini accecati dalle proprie ferite e dalle verità che avevano scelto di credere.
Il chakra del Serpente Yang della Terra li avvolgeva, caldo, vibrante, pieno di vita.
Un soffio di ciò che Hime era stata: armonia e purezza.
Naruto sentì una stretta al petto e sfiorò le dita di Kaze accanto a lui.
Lei si voltò appena, i capelli mossi da una lieve brezza, e lo guardò.
Per un istante, i loro occhi si incontrarono e compresero, senza bisogno di parole.
Avevano avuto lo stesso pensiero.
Una nuova scena prese forma tra le pieghe della nebbia, limpida e malinconica: il covo degli Accoliti di Hime.
Il fuoco del falò crepitava nel centro della sala, proiettando ombre danzanti sulle pareti di pietra. Il tempo era trascorso, ed era ormai il mese entro cui Koyama avrebbe dovuto far ritorno era scaduto. Ma di lui, ancora nessuna traccia.
L’attesa stava logorando tutti. La speranza e l’inquietudine si mescolavano in un silenzio teso, rotto solo dal tintinnare delle stoviglie e dal soffio del vento che filtrava dalle fessure.
«Basta! Io vado a trascinarlo fuori da quel palazzo!» sbottò Ho, alzandosi di scatto, gli occhi pieni di rabbia. «Che ci dia almeno notizie! Ce lo deve! Lo deve a nostro padre, suo nonno!»
«Calmati, fratello,» lo ammonì Tsuchi, con voce ferma ma gentile. «Koyama sta venendo addestrato dall’Eremita in persona. Non deve essere facile. Se in lui hanno scorto delle potenzialità, la sua preparazione non può esaurirsi in un solo mese.»
Ho scosse il capo, l’espressione indurita. «Addestrato, sì, ma in favore di chi? Una volta assaporati gli agi del palazzo degli Otsutsuki, sfido che preferisca i loro letti di piume ai nostri giacigli di paglia!»
«Silenzio, Ho!» tuonò Rai, battendo un pugno sul tavolo. «Da te non potevo aspettarmi parole più velenose! Continui a chiamarlo “jama”, come quando era bambino. Ma Koyama è cresciuto con valori puri, e non tradirà ciò in cui crede. Non lo conosci affatto se pensi che si sia lasciato ammaliare dal lusso!»
Togo rimase in silenzio. Fissava la sua ciotola di zuppa ormai fredda, le mani tremanti. Negli ultimi tempi si era molto indebolito: il peso degli anni e dei ricordi lo avevano piegato più della vecchiaia.
«Rai e Tsuchi hanno ragione,» mormorò infine, con voce velata di tristezza. «Ma lui… ha ritrovato un padre. Forse anche una madre. Per quanto sia un guerriero, resta un ragazzo. Il desiderio di una famiglia può essere più forte di qualsiasi giuramento.»
Tsuchi si chinò accanto a lui, gli sistemò la coperta sulle spalle e gli rivolse un sorriso pieno di dolcezza. «Anche noi siamo la sua famiglia, padre. Sta sicuro che non ci ha dimenticato.»
Poi, nei suoi occhi, passò un lampo di determinazione. Si alzò, e la luce del fuoco le si rifletté negli iridi color paglierino, rendendole più intense.
«Andrò io al palazzo e parlerò con nostro nipote.»
Tutti si voltarono a guardarla, stupiti. Sotto la veste, il gonfiore della gravidanza cominciava a farsi evidente. Il marito si affrettò a sorreggerla, ma lei lo fermò con un gesto deciso.
«Non mi affaticherò, tranquillo,» disse con calma. «Per me Koyama è sempre stato come un figlio. Nei suoi occhi ho sempre rivisto la nostra amata Kaze, e per lui darei la vita. Sono certa che i miei sentimenti siano ricambiati. Non mi negherà un’udienza.»
«Ma la strada è lunga,» osservò Togo, preoccupato.
«L’accompagnerò io,» intervenne Mizu, alzandosi a sua volta. «È il figlio della mia gemella perduta. Per me, in un certo senso, è come se fosse anche mio.»
Ho li fissò, scettico. «E una volta lì? Che cosa sperate di ottenere? Lo riporterete indietro a forza?»
Mizu incrociò le braccia. «La speranza è quella, ma se ci dirà che deve restare, non lo costringeremo. Voglio solo assicurarmi che abbia ancora fede in Hime, e che non abbia rinnegato chi è davvero.»
«Verrò anch’io,» disse infine Togo, la voce roca ma decisa. «Voglio guardare negli occhi quella gente.»
«No, padre,» lo fermò Tsuchi con fermezza. «Per te rivederli sarebbe troppo doloroso. Non vogliamo riaprire ferite che non si sono mai rimarginate. Ashura si è risposato, ha altri figli… davvero vuoi vederlo felice con una nuova famiglia, mentre di tua figlia non rimane che cenere?»
Alle sue parole, Togo abbassò lo sguardo. Il ricordo della fuga, della piccola creatura stretta tra le braccia, del corpo di Kaze che non avevano potuto riportare con sé… tutto gli tornò alla mente come un’ondata di dolore.
«Resta qui, padre,» disse infine Mizu, poggiandogli una mano sulla spalla. «Coordina le missioni con Ho e Rai. Al resto penseremo io e Tsuchi.»
Togo non rispose subito. Poi annuì lentamente, il volto segnato dalla rassegnazione.
«Andate, allora,» mormorò. «E che Hime vegli su di voi.»
Il viaggio non fu lungo. Da quando avevano deciso di stabilirsi più vicino al palazzo degli Otsutsuki, per stare vicino al nipote, gli Accoliti di Hime avevano scelto un rifugio sicuro, nascosto tra i boschi e le colline innevate. Un luogo segreto, che nemmeno Indra Otsutsuki — ancora impegnato a dar loro la caccia per puro odio — era ancora riuscito a scoprire.
Fortunatamente, proprio in quei giorni, Indra era ripartito per una missione lontana. Mizu e Tsuchi sapevano bene che, con lui nei paraggi, la possibilità di un dialogo sarebbe stata nulla.
La neve si era sciolta da poco, ma il freddo non dava tregua. L’aria pungeva, e il cielo, d’un grigio perlaceo, preannunciava che l’inverno non aveva ancora finito di reclamare la terra. I primi germogli dormivano ancora nei rami.
I due fratelli raggiunsero il palazzo al calare della sera, avvolti in lunghi mantelli scuri. I cappucci tirati fino agli occhi, le sciarpe a coprire il volto. Avanzarono con passo fermo, ma misurato, fino al varco sorvegliato da due sentinelle.
«Chi siete?» chiese una voce dura, nel silenzio gelido della notte.
Tsuchi fece un passo avanti. «Terra e Acqua richiedono udienza al Figlio del Vento.»
Le guardie si scambiarono uno sguardo incerto, poi si inchinarono e si allontanarono per riferire il messaggio.
Quando la notizia giunse all’interno del palazzo, Koyama stava cenando con la famiglia. Le parole della sentinella lo fecero alzare di scatto. Il suo sguardo cambiò, si fece vigile, lucido.
«I tuoi zii hanno avuto il coraggio di bussare alla nostra porta?» chiese Haruki, sbalordito, la palla di riso sospesa a mezz’aria tra le bacchette.
Koyama serrò le mani, trattenendo un moto di emozione. «Non potevo aspettarmi altrimenti. È stata una mia mancanza non averli avvisati prima.»
In un mese, era cambiato profondamente. Il tempo era trascorso in fretta, colmo di lezioni e di riflessioni, e lui — ancora più che un guerriero — era diventato un uomo. Gli insegnamenti di Hagoromo e Ashura avevano risvegliato capacità che nemmeno sospettava di avere.
Lo spirito di Hime continuava a vegliare su di lui, guidandolo silenziosamente: gli aveva insegnato a dominare il chakra, a dosarlo, a non lasciarsi travolgere dal suo flusso.
Sebbene non fosse di sangue puro, in lui scorreva un’energia sorprendente, densa, viva, divina.
Aveva scoperto una naturale affinità con i sigilli, una disciplina che lo affascinava più di qualsiasi altra. Studiava, sperimentava, annotava formule e incantesimi su un diario personale, tentando di creare nuove combinazioni di fūinjutsu.
Grazie al precettore del palazzo, aveva anche affinato la logica e la scrittura, comprendendo quanto il disegno dei simboli, la precisione dei tratti e l’armonia delle proporzioni avessero la stessa importanza della forza stessa del chakra.
Ora, mentre si preparava a incontrare coloro che erano stati la sua famiglia per diciassette anni, Koyama sapeva di essere cambiato.
Non era più il ragazzo che agiva nell’ombra.
Era un ponte — tra due mondi, due verità, due amori inconciliabili.
A maggior riprova del suo cambiamento, ci fu lo sguardo attonito di Mizu e Tsuchi.
Fisicamente, Koyama era rimasto lo stesso — lo stesso ragazzo dai tratti fieri, gli occhi color paglierino e la chioma di fuoco interrotta da ciocche candide — ma nello spirito, qualcosa in lui era mutato in modo profondo. La compostezza dei suoi gesti, la calma con cui si muoveva, persino il modo in cui respirava, tradivano un equilibrio nuovo e più maturo.
Quando li vide, il giovane si mosse con passo deciso verso di loro. Nessuna esitazione, nessun turbamento, solo la forza dolce di chi sa riconoscere le proprie radici.
Si strinse al collo dello zio Mizu in un abbraccio sincero, poi si chinò su Tsuchi, baciandole la fronte. Le posò una mano sul ventre, accarezzandolo con un gesto colmo di rispetto e tenerezza.
«Come stai, zia? Ti sei affaticata per il viaggio?» chiese con voce quieta, attenta.
Tsuchi, visibilmente commossa, scosse il capo con un sorriso lieve. Mizu, alle sue spalle, cercava di celare l’emozione dietro la solita fermezza, ma i suoi occhi tradivano orgoglio.
Dietro Koyama, Ashura e la sua famiglia osservavano la scena da sotto il porticato del palazzo, mantenendo un silenzio carico di tensione.
Quando gli sguardi delle due fazioni si incrociarono, l’atmosfera si fece improvvisamente rigida: il gelo che attraversò il cortile non aveva nulla a che vedere con la brezza serale.
Fu Kanna, a rompere quell’equilibrio precario. Con grazia, si fece avanti, il passo lento, la voce calda ma ferma. Il suo sguardo non era di diffidenza, ma di sincera accoglienza.
«Prego, entrate a rifocillarvi,» disse, piegando leggermente il capo. «C’è una zuppa calda che vi aspetta.»
Il tono era gentile, ma nei suoi occhi brillava anche una lucida consapevolezza: dietro quell’incontro di cortesia, si stava consumando un momento che avrebbe potuto cambiare il destino di due famiglie.
La sala era accogliente e rischiarata da una luce calda delle torce e delle candele, riflessa sulle pareti di legno laccato e sui piatti di ceramica fumanti. I servi si affrettarono ad aggiungere due posti in fondo alla tavolata, muovendosi in silenzio, con la compostezza tipica delle grandi case.
Il profumo della zuppa di miso e del tè appena versato si mescolava al crepitio del braciere, riempiendo l’ambiente di un senso di pace apparente.
Quando Mizu e Tsuchi entrarono, gli sguardi si incrociarono con quello di Hagoromo, seduto a capo tavola, che li osservava in silenzio, severo ma non ostile. Dopo un istante d’incertezza, i due si inchinarono profondamente.
«Vi ringraziamo per esservi presi cura del nostro Koyama,» disse Tsuchi, con voce rispettosa ma ferma, chinandosi poi verso Kanna e gli altri commensali.
«Koyama è anche un nostro figlio,» rispose Kanna con un lieve sorriso, «e con grande gioia lo abbiamo accolto. Devo ammettere, tuttavia, che all’inizio fu considerato… un prigioniero.»
Mizu serrò la mascella, ma mantenne il controllo. «Non potevate fare altrimenti. Dal vostro punto di vista, era venuto a rubare, e benché consanguineo, non avevate modo di sapere chi fosse davvero.»
Ashura intervenne, distendendo l’atmosfera. «Uno spirito nobile non ha bisogno di molte prove. La diffidenza è caduta quasi subito,» disse, sorridendo.
I suoi occhi si posarono su Mizu — il fratello gemello di Kaze — e un velo di malinconia gli attraversò il volto. Quella somiglianza era come un pugno allo stomaco, ma anche un conforto. Poi notò il gesto di Tsuchi, che si accarezzava la pancia con dolcezza, e il suo sorriso si fece più largo.
«Ora hai un altro motivo per dover fare pipì!»
La donna arrossì di colpo, mentre tutti si voltarono verso di lei, confusi.
«Vedo che l’età non ti ha reso più maturo!» ribatté Tsuchi, stringendo il pugno e con un nervo che le pulsava sulla tempia.
Ashura rise di gusto, e subito dopo lo fece anche Hagoromo, contagiando gli altri.
La risata si diffuse leggera, sciogliendo la tensione.
Fu allora che Mizu e Tsuchi notarono qualcosa che li lasciò senza parole: anche Koyama rideva.
Non un sorriso di circostanza, ma una risata piena, sincera. In quel momento sembrava davvero felice, circondato dai fratelli minori che lo guardavano con affetto e ammirazione.
«Tuo nonno Togo sarà lieto di sapere che stai bene e in salute,» disse Tsuchi, portandosi alle labbra una tazza di tè.
Koyama abbassò lo sguardo, un’ombra di colpa a velargli gli occhi.
«Mi dispiace non avervi mandato notizie…» mormorò. «Ma sto imparando molto. Non solo come guerriero, ma anche come uomo. Sto crescendo per la mia famiglia… per entrambe le mie famiglie.»
Mizu lo fissò con sguardo penetrante. «Quindi non tornerai, almeno per ora?»
Koyama scosse piano il capo. «Non vi ho dimenticato, non temete. Ma qui ho la possibilità di sviluppare al meglio le mie capacità.»
«Al servizio di chi?» chiese Mizu, diretto, con un tono che fece calare di nuovo il silenzio sulla tavola.
L’aria si fece densa, tesa. Tsuchi e Mizu non erano venuti lì per cortesia, ma per avere risposte — e non avrebbero atteso oltre.
Koyama sollevò lo sguardo, la voce ferma, il volto attraversato da una luce di determinazione nuova.
«Al servizio della giustizia e dell’equilibrio di queste terre,» rispose senza esitare. «Zii, ve lo chiedo in nome della nostra amata Hime: vogliamo davvero continuare queste divergenze? Voi siete la mia famiglia, come lo sono loro. Gli Accoliti di Hime e gli Otsutsuki sono due facce della mia stessa medaglia. Sono cresciuto grazie agli insegnamenti di nonno Togo, ma quelli di nonno Hagoromo e di mio padre erano la parte che mi mancava. Non sarei mai stato completo, se non li avessi conosciuti.»
Hagoromo — il grande Eremita — chinò appena il capo, come in segno di approvazione.
«Almeno non hai dimenticato la nostra amata Hime» disse Mizu con tono composto. «Non hai smesso di pregarla e di compiere i riti.»
Lo sguardo illuminato di Koyama destò la curiosità degli zii.
«Non solo» rispose. «Io ci parlo anche.»
La tazza scivolò dalle mani di Tsuchi e il tè si rovesciò sul tavolo di legno, macchiando la superficie lucida.
«Che vuoi dire?» chiese lei, esterrefatta.
Kanna le posò una mano sulla spalla, invitandola con un gesto calmo a contenere l’emozione, consapevole del suo stato.
«Hime ha scelto Koyama come suo portavoce» spiegò Ashura. «È stato benedetto dal suo spirito. In un’occasione lo ha persino protetto dalla furia di Indra.»
Gli occhi dei fratelli si illuminarono, colmi di commozione. Sollevarono le braccia in un gesto di gratitudine e resero grazie alla dea per la sua benevolenza.
«Lo spirito di Koyama ha risvegliato quello di Hime» proseguì Hagoromo. «Ora si manifesta attraverso di lui. Noi non possiamo vederla, ma le reliquie mostrano un’attività più intensa che mai. A lui ha affidato una missione: riportare equilibrio… e pace tra le nostre famiglie.»
Tsuchi e Mizu si scambiarono uno sguardo esitante. Erano stati cresciuti con la convinzione che l’Eremita fosse un demone ingannatore, e sentire quelle parole proprio da lui li lasciò confusi. Era possibile che Koyama fosse stato plagiato?
Il ragazzo colse subito il loro turbamento. Si alzò da tavola e li fissò con calma determinazione.
«Ve lo dimostrerò stasera stessa. Volete seguirmi in cortile?»
La sala si svuotò in fretta e in ordine; i servi si affrettarono a portare coperte e torce, per proteggere i nobili signori dall'umidità della notte.
Nel cortile, davanti al tempietto, Koyama si fermò al centro della pietra circolare. I presenti si avvicinarono silenziosi, formando un semicerchio rispettoso: Tsuchi e Mizu in prima fila, Ashura e Kanna a lato con i figli, Hagoromo col bastone dietro di loro. Anche i servitori si raccolsero, qualche anziano si tolse il cappello, gli ospiti trattennero il respiro.
Koyama chiuse gli occhi per un istante, inspirò profondo e posò le mani sul petto. Un respiro, lento; poi, come guidato da qualcosa di più antico, portò le mani in avanti a formare un piccolo sigillo, un gesto semplice che aveva imparato nelle notti di conversazione con lo spirito. Dal suo palmo, prima impercettibile, si sollevò una corrente d’aria che profumava di erba bagnata e di resina — un odore che tutti in cortile riconobbero come il segno di Hime.
All’improvviso una figura eterea apparve, fluttuando sopra il bordo del tempietto: capelli argentati, stoffe larghe che danzavano senza vento, occhi che parevano catturare e riflettere la luna. Non potevano vederla nitidamente come Koyama, ma chi aveva già udito parlare di Hime ne avvertì la presenza in modo profondo, quasi materno.
Tsuchi, Mizu e gli altri trattennero un singhiozzo. Alcuni servitori si inginocchiarono all’istante, bussando la fronte sulla pietra in un atto di devozione spontanea.
Hagoromo osservò con gli occhi lucidi.
«È la benedizione di Hime» mormorò Ashura, voce rotta dall’emozione.
Qualche servitore, preso dalla commozione, si alzò e si gettò ai piedi di Koyama, stringendogli le ginocchia con le mani sporche di fango. «Proteggici, signore» sussurrò, la voce spezzata. Altri seguirono, una piccola onda di devozione che si propagò attorno al ragazzo. Koyama si sentì oppresso: non desiderava che lo venerassero, ma vedeva nei loro volti sollievo, speranza. In nome di Hime, raccolse quell’onere con un gesto composto.
La corte rimase in silenzio per un lungo istante. Hime, immateriale, inclinò appena il capo verso Koyama, come se con quel gesto gli affidasse il compito che aveva già annunciato. Koyama si inginocchiò davanti al tempietto, la luna che ne delineava la sagoma, e rinnovò nel suo cuore la promessa fatta.
Tsuchi e Mizu si avvicinarono ai fianchi del ragazzo e lo abbracciarono con affetto. Egli aveva raccolto non solo le veci della madre ma era riuscito a diventare il vero tramite con la loro dea.
«Se tuo nonno fosse stato qui, non sai quanto sarebbe stato felice di sentire al suo fianco anche lui la sua amata... mi pento di avergli detto di non partire,» confessò Tsuchi con rammarico.
«Ritengo invece che tu abbia fatto bene,» rispose Koyama, con voce calma e matura. «Non è ancora il momento che nonno Togo si ricongiunga ad Hime. Prima deve ritrovare la pace nel suo cuore. Deve cessare le ostilità con la famiglia Otsutsuki: solo allora lo spirito di sua moglie sarà felice di accoglierlo di nuovo tra le sue braccia.»
Koyama parlava con una saggezza che lasciò gli zii increduli. In lui non vedevano più il ragazzo impetuoso di un tempo, ma un giovane dall’animo profondo e risoluto. Nei suoi tratti riconoscevano persino qualcosa dell’altro loro nonno: quella stessa espressione austera e piena di discernimento. Quel mese lo aveva cambiato davvero.
Più tardi, i due fratelli vennero accompagnati in una stanza elegante ma semplice, dove li attendevano due futon perfettamente distesi. L’aria odorava di legno fresco e di pulito; i letti, morbidi come non ne avevano mai provati, invitavano al riposo.
«Mizu, a cosa pensi?» chiese Tsuchi dopo un po’, notando che il fratello fissava il soffitto, assorto.
«Penso... beh, temo che ciò che penso non piacerà alla nostra famiglia,» rispose lui, dopo un attimo.
Tsuchi lo guardò e parve comprenderlo subito, perché anche il suo volto assunse un’espressione grave.
«Ma Koyama è bene che resti qui. Può imparare molto da questa gente… e sì, forse può davvero porre fine a questa rivalità.»
«Temo però che la nostra gente non accetterà mai una tregua,» replicò Mizu. «Come potremo ottenerla? Anche se Koyama è praticamente il nuovo sacerdote della somma Hime, molti di noi continueranno a pretendere la proprietà esclusiva delle reliquie. Nostro padre stesso è convinto che la moglie sia prigioniera dei demoni!»
«Papà ha sofferto troppo,» rispose Tsuchi con voce bassa, rivolgendo lo sguardo verso la finestra di carta di riso. La luna, velata dalle nuvole, gettava una luce lattiginosa che scivolava sulle assi del pavimento. «Ha perso tutto: la moglie, la figlia, e poi quasi anche il nipote. È rimasto intrappolato nel dolore, e da lì non riesce più a vedere la verità.»
Mizu si voltò sul fianco, il viso immerso in quella penombra morbida. «E se Koyama fosse proprio il segno che aspettavamo? Forse è lui la prova che Hime non ci ha mai abbandonati. E attraverso lui la sua voce è rinata per farci capire che i nostri vecchi dissapori hanno perso di significato da tempo.»
Tsuchi sorrise appena, accennando un gesto di assenso. «È così che la penso anch’io. Hime lo ha scelto, lo ha guidato, e lo ha reso il ponte tra le nostre famiglie. Non possiamo continuare a combattere in suo nome, se lei stessa vuole solo pace.»
Un silenzio sereno cadde tra i due. Dalla corte arrivava il suono lieve dell’acqua che scorreva nella fontana di pietra.
«Sai,» riprese Mizu dopo un lungo momento, «nonostante tutto quello che ci hanno raccontato sugli Otsutsuki… qui non ho visto mostri, né tiranni. Ho visto gente semplice, che prega, che lavora, che ride come noi. Forse anche noi siamo stati accecati dall’odio.»
Tsuchi chiuse gli occhi, accarezzandosi il ventre con un gesto distratto. «Koyama ha ragione. La pace comincia quando qualcuno decide di smettere di odiare, anche se gli altri non sono pronti a farlo. Forse quel compito è toccato a lui… ma anche a noi.»
Mizu annuì piano, e per la prima volta dopo molti anni, i due fratelli si addormentarono con il cuore più leggero.
Fuori, la luna riprese a brillare piena sopra i tetti del palazzo, come se anche lei, in silenzio, vegliasse su di loro.
I due fratelli si alzarono di buon mattino, dichiarando che ciò che avevano visto era già più che sufficiente. Se Koyama avesse voluto, avrebbe potuto tornare con loro al covo, ma entrambi convennero che non fosse ancora il momento.
«Vi ringraziamo per la vostra comprensione. È stato un piacere avervi come ospiti,» disse Kanna, poggiando delicatamente le mani sulle spalle di Tsuchi, come a raccomandarle di prendersi cura di sé.
«Il piacere è stato nostro. Avete trattato Koyama con grande riguardo… direi che ha persino messo su un po’ di peso!» rispose Tsuchi, lanciando poi un’occhiata di sottecchi verso Ashura, con finta severità. «Purché tu non lo faccia diventare un pervertito come te.»
Ashura si grattò la nuca, ridacchiando in modo imbarazzato. «Non mi perdonerai mai per quell’episodio, vero?»
«Mai!» ribatté lei con tono deciso, prima di scoppiare in una risata sincera.
«Zii, aspettate,» li richiamò Koyama, posando una mano dietro la schiena di entrambi. «Vorrei mostrarvi alcuni dei miei progressi, prima che partiate.»
Mizu inarcò un sopracciglio, incuriosito. «Davvero? Bene, ci piacerebbe molto vederli.»
Il campo d’addestramento era immerso in una luce chiara e fredda. L’aria del mattino profumava di resina e di terra smossa; i dischi di legno, le aste di bambù e i fantocci di paglia erano schierati in fila, ancora intatti. Tsuchi e Mizu si erano sistemati poco distanti, al margine del terreno, mentre Ashura, Kanna e Hagoromo osservavano con attenzione discreta.
Koyama si fermò al centro dello spiazzo, la katana in pugno. La lama scintillava come argento appena forgiato, e quando lui ne regolò il respiro, un sottile sibilo tagliò il silenzio.
In un solo, rapido movimento, estrasse la spada e compì un arco elegante: un’onda invisibile si sprigionò, fendendo l’aria con un suono simile a un tuono trattenuto. I fantocci di paglia vennero squarciati di netto, come se un vento tagliente li avesse divorati. I frammenti si dispersero tutt’intorno, sollevando una nuvola di polvere e fili spezzati.
Koyama rinfoderò e subito estrasse, ripetendo il colpo più volte, variando l’intensità del chakra: ora le lame di vento si allungavano in falci, ora si disperdevano in vortici più sottili. «È una derivazione del mio chakra elementale,» spiegò, senza voltarsi. «Concentro la pressione dell’aria lungo il filo della lama e la proietto all’esterno. Serve precisione, ma se riesco a controllarla… può diventare mortale anche a distanza.»
Poi fece un passo indietro, impugnò alcuni kunai e shuriken dal fodero laterale. Con un gesto fluido li lanciò in aria, imprimendo chakra del vento alle armi in rotazione. Il fischio divenne un sibilo acuto e penetrante: i kunai tranciarono i bersagli di bambù, mentre gli shuriken si infilarono nella paglia come se fosse burro. Alcuni fantocci furono spazzati via dalla forza d’impatto, rovesciandosi nella polvere.
Mizu trattenne un’esclamazione di stupore, mentre Tsuchi si portò una mano al ventre, come se quel fragore avesse risuonato dentro di lei.
Koyama si inginocchiò poi sul terreno, respirando più lentamente. «E questa,» disse con tono più serio**, «è una tecnica che sto ancora studiando.»**
Posò la mano a terra: da sotto le dita, linee luminose iniziarono a espandersi in cerchi concentrici, disegnando sigilli che s’intrecciavano in una geometria complessa. Le rune erano nere come la pece e pulsavano come vene di chakra.
Dopo qualche istante, una lieve vibrazione attraversò il suolo. Un kunai apparve al centro del cerchio, seguito da una seconda lama, ma poi il disegno si incrinò e la luce si spense di colpo, terminando con lo sbuffo di una nuvoletta. Koyama abbassò il capo, un sorriso appena accennato sulle labbra. «Non è ancora stabile. Il richiamo funziona solo con piccoli oggetti e per brevi distanze… ma sto migliorando. Presto potrò evocare tutto ciò che mi serve, anche in pieno combattimento.»
Hagoromo annuì, compiaciuto, mentre Ashura lo guardava con orgoglio sincero.
Tsuchi e Mizu si scambiarono uno sguardo carico d’emozione.
«Quando Togo saprà tutto questo,» disse Mizu, «sarà più che entusiasta. Come anche tutti gli altri.»
Koyama si accigliò leggermente. «Mi fa piacere, ma precisategli che le mie abilità non saranno mai rivolte contro la famiglia Otsutsuki. Combatterò soltanto in nome della giustizia e della pace.»
Mizu contrasse la mascella a quella risposta, ma poi annuì, consapevole. «Non lo nego… non sarà facile farlo accettare.»
«Mizu, Tsuchi. Se sarà necessario, parlerò io con vostro padre,» disse Ashura, facendo un passo avanti.
«No, sarò io a farlo,» intervenne a sorpresa Hagoromo. «È con me che Togo nutre il rancore più profondo.»
«Temo che lo provi per entrambi,» spiegò Tsuchi. «Verso colui che gli ha strappato la moglie… e verso colui che gli ha strappato la figlia.»
Ashura aggrottò lo sguardo, la voce tesa. «Ma noi non abbiamo colpe, in nessuna delle due vicende.»
«Per Togo, però, è diverso,» intervenne Hagoromo, con tono grave. «Quando un uomo sceglie di vedere solo la propria verità, accecato dal dolore e dalla paura, trova conforto nel piegare gli eventi al proprio rancore. È un modo per sopravvivere a se stesso.»
«Koyama… e ora anche Mizu e Tsuchi, hanno compreso che voi siete innocenti,» disse Kanna, con voce gentile ma ferma. «Forse, col tempo, anche la loro gente lo capirà.»
Mizu scosse lentamente il capo. «Temo non sarà così semplice. Io e mia sorella siamo simili a Kaze, abbiamo imparato a guardarvi con occhi diversi… ma Ho, Rai e molti altri credono ancora ciecamente nella vostra natura malvagia. E gli atti osceni di Kaguya, di cui il mondo parla ancora, non hanno certo contribuito a cambiare quell’immagine. Siamo in pochi, troppo pochi per fare davvero la differenza.»
Koyama rimase in silenzio per qualche istante, poi si fece avanti, portando una mano sul petto. Il suo sguardo era fermo, ma vibrava di una determinazione nuova, maturata in quelle settimane.
«Allora sarò io a impegnarmi perché tutto questo cambi,» disse, la voce piena e controllata. «Prometto che farò di tutto per ristabilire l’armonia tra le nostre famiglie. Non permetterò che le menzogne e il rancore cancellino la verità. Hime mi ha insegnato che la pace non nasce dalla forza, ma dalla comprensione, e io seguirò quel principio, anche se dovrò camminare da solo.»
Fece una pausa, lasciando che quelle parole si sedimentassero nei cuori dei presenti. Poi il tono gli si addolcì, pur restando deciso:
«Ashura Otsutsuki è la prova vivente che il potere può unirsi alla bontà. Mio padre non chiede obbedienza, ma fiducia; non pretende sottomissione, ma cammina accanto a chi sceglie di seguirlo. È per questo che i suoi uomini lo rispettano davvero: perché li fa sentire parte di qualcosa, non strumenti. Io voglio fare lo stesso. Voglio costruire un ponte tra chi comanda e chi serve, tra chi combatte e chi prega, tra i figli del cielo e quelli della terra. Solo così la nostra gente potrà dirsi libera.»
Lo sguardo di Koyama si spostò poi verso Hagoromo, che lo osservava con una luce nuova negli occhi, quasi orgogliosa.
«In futuro verranno conflitti più grandi di quanto possiamo immaginare,» proseguì il giovane. «E se da una parte la famiglia Otsutsuki è potente nel ninshu e nell’arte spirituale, anche il clan Togo ha un valore che non può essere ignorato: noi abbiamo affinato l’arte dello spionaggio, della strategia silenziosa, delle missioni segrete. Sappiamo muoverci nell’ombra, ascoltare dove gli altri parlano, vedere dove gli altri non guardano. E questo, per mantenere la stabilità, sarà fondamentale. Nessuna grande potenza può sopravvivere senza chi veglia alle sue spalle.»
Poi chinò il capo, umile ma risoluto. «Perciò userò tutto ciò che so, tutto ciò che sono, per unire ciò che è stato diviso. Non smetterò finché Hime non potrà finalmente riposare sapendo che i suoi figli hanno trovato pace.»
Nel silenzio che seguì, persino il vento sembrò placarsi, come in ascolto.
Ashura si voltò verso di lui con un sorriso colmo d’orgoglio paterno, e persino Hagoromo — il vecchio saggio dagli occhi severi — annuì lentamente, riconoscendo in quel discorso la voce di un erede che non apparteneva più a un solo lignaggio, ma all’intera umanità.
Più tardi, gli zii di Koyama erano finalmente pronti a partire. La neve, sciolta a metà, rifletteva bagliori dorati che parevano dissolvere ogni ombra della notte.
Tsuchi e Mizu, avvolti nei loro mantelli, si prepararono alla partenza. Kanna, con la sua consueta gentilezza, li salutò sollevando appena il braccio; Ashura, invece, mantenne il tono pratico e caldo di chi non ama gli addii.
«Il sentiero verso valle è sgombro. Se partite ora, raggiungerete il bosco prima che il sole sia alto,» disse, stringendo la mano a Mizu.
«Lo faremo,» rispose l’uomo, ricambiando la stretta. «Ma ti confesso che questa volta parto con un peso diverso sul cuore… più leggero, direi. Forse, dopo tanti anni, vediamo finalmente una luce all’orizzonte.»
Tsuchi annuì, il mantello che ondeggiava appena sotto la brezza mattutina. «Se Koyama riuscirà davvero a unire le nostre famiglie, forse anche la nostra gente troverà la pace. Sono stanca di tramandare ai nostri figli storie di odio e di vendetta. È tempo che nostro clan ricordi chi di una volta era il fedele alleato.»
Koyama le si avvicinò e la abbracciò con delicatezza, come si abbraccia una madre. Poi fece lo stesso con Mizu, stringendolo a sé in silenzio.
«Portate i miei saluti a nonno Togo,» disse infine. «Ditegli che non ho dimenticato la nostra gente e che presto, quando sarà il momento, tornerò anch’io.»
Mizu annuì, con un sorriso appena accennato. «Glielo diremo. E forse, quando lo rivedrai, il suo cuore sarà pronto ad ascoltare.»
I due fratelli si incamminarono lungo il sentiero che costeggiava i giardini innevati del palazzo. Alle loro spalle, il suono dei passi svanì tra i rami e il fruscio dell’aria fredda.
Per un momento, Tsuchi si voltò a guardare il tetto del palazzo degli Otsutsuki, le tegole che brillavano come squame dorate al sole nascente. «Sai, Mizu,» mormorò, «forse anche noi potremo finalmente tornare a casa. Non più in rifugi di fortuna… ma in un posto dove non serva più nascondersi.»
Mizu le sorrise con dolcezza. «Già. È da troppo che viviamo da esuli, lontani da quella che un tempo fu la nostra dimora. Se la pace tra le famiglie sarà davvero possibile, forse anche la nostra famiglia potrà smettere di fuggire e rimettere radici.»
La strada verso nord li accolse silenziosa, mentre il sole saliva lentamente oltre i monti.
I due fratelli di Kaze, nel viaggio di ritorno, portavano con sé il seme di una pace che, forse, un giorno avrebbe davvero posto fine a tutto quel dolore.
Quel che Mizu aveva temuto, però, si rivelò veritiero. Non appena i due fratelli fecero ritorno al covo e riferirono il motivo per cui Koyama non era con loro, l’intera sala si accese come un braciere. Le parole caddero pesanti, come pietre in uno stagno: bastò dire che il ragazzo non stava affinando le proprie abilità per combattere gli Otsutsuki, ma per collaborare con loro, perché il silenzio si spezzasse in un tumulto di voci, sdegno e incredulità.
«Come può pensare — come ha potuto anche solo immaginare — che potremmo mai riappacificarci con quei mostri?» gridò Ho, il volto contratto dall’ira. «Gli hanno fatto il lavaggio del cervello, non ci sono altre spiegazioni!»
Altri accoliti annuirono e mormorarono parole di approvazione, la rabbia montava come un’onda pronta a travolgere ogni ragione. Le torce appese ai muri tremolavano al ritmo del frastuono, proiettando ombre deformate sui volti accesi.
Tsuchi cercò di parlare, ma la sua voce si perse nel clamore. Mizu invece rimase in silenzio, osservando la scena con amarezza. Aveva previsto quella reazione, eppure sperava di essersi sbagliato.
Solo Togo non disse nulla. Sedeva immobile, il volto scavato, lo sguardo basso. La fiamma della torcia più vicina gli illuminava metà del viso, lasciando l’altra metà immersa nell’ombra. Nelle pupille scure non c’era sorpresa, solo un dolore antico che covava da anni e che ora sembrava riaffiorare, più cupo di prima.
Quando finalmente sollevò gli occhi, nel suo silenzio pesava la furia di un uomo che non sapeva più se sentirsi tradito… o semplicemente stanco che gli Otsutsuki gli avevano ancora tolto qualcosa a lui caro.
La notte era senza luna, e un vento gelido correva tra i corridoi del palazzo degli Otsutsuki.
Improvvisamente dal bosco circostante emerse un gruppo silenzioso, compatto, come un’ombra collettiva.
Gli Accoliti di Hime.
Avanzavano in fila serrata, una ventina di figure interamente vestite di nero, il volto coperto da maschere di tessuto scuro che lasciavano intravedere solo lo sguardo. I loro capelli — tinti di bianco come neve — spiccavano nel buio, un segno distintivo, un voto di appartenenza e memoria verso la dea che veneravano.
Non un suono usciva dalle loro bocche: solo il fruscio dei mantelli e lo scricchiolio della neve gelata sotto i sandali.
Quando raggiunsero il portale d’ingresso, la sentinella fece appena in tempo ad allertare il palazzo che una voce profonda, ovattata dalla maschera, parlò:
«Fate uscire la famiglia Otsutsuki. Fate uscire Koyama. Pretendiamo che ribadisca le sue intenzioni davanti ai nostri occhi.»
Le guardie arretrarono d’istinto. La tensione era densa, quasi palpabile. Alcuni guerrieri interni corsero a richiamare Ashura e Hagoromo, mentre dai corridoi laterali giunsero passi affrettati e il suono di armi sfoderate.
I torii di legno rosso, che di giorno apparivano maestosi, nella penombra sembravano presagi di sangue. Il respiro degli Accoliti era sincronizzato, quasi rituale.
Uno di loro, il più alto — forse Rai, riconoscibile solo per il tono della voce — fece un passo avanti e puntò un dito guantato verso l’ingresso del palazzo:
«Vogliamo la verità da lui, non dalle vostre bocche. Se Koyama ha scelto la via dell’alleanza con i nostri nemici, che abbia il coraggio di dirlo davanti ai figli di Hime. E che lo spirito di nostra dea decida se dovrà essere perdonato… o giudicato.»
Le parole riecheggiarono nel cortile, tagliando l’aria come una lama.
Dall’interno del palazzo, le porte scorrevoli di legno si aprirono lentamente, mostrando il corridoio aperto con i banchi chiusi del mercato. Sagome iniziarono a delinearsi nell’apertura: Ashura, Haruki e infine Koyama, il cui volto era calmo, ma gli occhi rivelavano la consapevolezza del momento, oltre che alcuni guerrieri di fiducia.
La notte trattenne il fiato.
Due mondi, due eredità, si fronteggiavano di nuovo — questa volta non sul campo di battaglia, ma su quella sottile linea d’ombra che separava la fede dalla ragione.
A guidare gli Accoliti c'erano Ho, Rai e Mizu, i primi due con sguardo duro, pronti a fronteggiare qualunque cosa fosse successa da lì a poco.
Fu Ho a parlare per primo, la voce ferma e piena di rancore represso.
«Koyama, hai dimenticato chi sei. Non siamo venuti a supplicarti, ma a chiederti chiarezza. Davanti a tutti, ribadisci la tua scelta: sei con noi o con loro?»
Ashura fece un passo avanti, ma Koyama gli posò una mano sul braccio, chiedendogli di lasciar parlare.
«Non sono contro nessuno. Combatto solo per la pace.»
Un brusio attraversò le file degli Accoliti. Rai sputò a terra, le mani serrate sui pugnali.
«La pace non esiste con chi ha distrutto la nostra famiglia! Con chi ha sottratto alla nostra dea la vita stessa!»
«Basta, Rai,» intervenne Mizu, pur con voce incrinata dall’emozione. «Lasciamolo parlare.»
Koyama serrò la mascella. Non fece in tempo a rispondere, perché dal fondo della folla emerse un uomo che camminava lentamente.
Il silenzio cadde improvviso, come un colpo di vento: Togo.
Il patriarca degli Accoliti. Il suo mantello scuro si mosse piano, il volto scavato dal tempo e dal rancore, ma lo sguardo ancora tagliente come la lama di un kunai.
«Parli di pace,» disse con tono grave, «ma la pace con chi ha distrutto ciò che avevamo di più caro non esiste. Quelle reliquie appartenevano a noi, a tua madre, e solo noi abbiamo diritto di custodirle. Gli Otsutsuki non hanno più diritto su di esse.»
Un mormorio d’assenso percorse le file degli Accoliti.
«Hai ragione, Togo… e tuttavia, non sei l’unico ad aver sofferto per la perdita di Hime. Anch’io ho perso una figlia, e se oggi siamo qui, è solo perché lei ci guarda e si dispera per questo odio che ci lacera ancora dopo decenni.»
La voce che risuonò subito dopo, profonda e roca, fece voltare tutti.
Sull’alto terrazzo del palazzo, avvolto in una veste chiara che rifletteva la luce delle torce, apparve Hagoromo Otsutsuki.
Grazie alla tecnica del teletrasporto, in un istante si trovò tra il figlio ed il nipote.
«Togo,» disse con tono stanco ma solenne, «hai ragione tu. Non ho fatto abbastanza. Troppo preso dal mio cammino, ho trascurato mia figlia. Non l’ho capita, non l’ho protetta, e non l’ho salvata da sé stessa. Ma non è togliendoci a vicenda la pace che potremo onorarla.»
Le parole dell’Eremita attraversarono il cortile, ammutolendo i presenti.
Ma Ho fece un passo avanti, estraendo lentamente il kunai.
«Belle parole, vecchio. Ma noi non siamo venuti a commuoverci. Siamo venuti a reclamare ciò che è nostro. Le reliquie devono tornare alla vera famiglia di Hime!»
L’acciaio scintillò sotto la luce delle torce.
Le guardie Otsutsuki si mossero istintivamente, e in un istante, la tensione esplose. Alcuni Accoliti fecero per balzare avanti, pronti a colpire.
Fu allora che Koyama si frappose tra i due schieramenti, le braccia spalancate.
«Fermatevi!» gridò, la voce che vibrò come un tuono**. «Se davvero credete in Hime, allora crederete alle sue parole!»**
Il giovane si inginocchiò al centro del cortile, le mani premute sul terreno gelido.
Dal piccolo tempietto alle spalle del palazzo — lo stesso che custodiva le reliquie — cominciò a diffondersi un bagliore tenue, come il respiro di qualcosa che si stava risvegliando.
Due fasci di luce emersero improvvisi: uno giallo, uno verde, che si alzarono in volute spiraliformi verso il cielo, per poi congiungersi a mezz’aria, fondendosi in un unico fascio bianco purissimo.
Un silenzio irreale cadde su tutti.
Dal centro di quella luce, una figura prese forma: Hime Otsutsuki, eterea, luminosa, i capelli d’argento che fluttuavano come sospinti da un vento sacro.
La sua presenza irradiò un’aura pacifica ma irresistibile, e gli animi infiammati si spensero come fiamme sotto la pioggia.
Koyama rimase immobile, al suo fianco, la luce che lo avvolgeva a metà, come se l’essenza della dea fluisse attraverso di lui.
Tutti — Otsutsuki e Accoliti — caddero in ginocchio, col cuore stretto dall’incredulità e dalla devozione.
Solo Hime parlò, la sua voce chiara come cristallo e ferma come la terra stessa:
«Basta, figli miei. Il sangue ed il veleno che avete versato in mio nome non mi ha mai reso onore. Non vi ho mai chiesto di combattere per me, ma di comprendervi tra voi.»
Il cortile intero rimase sospeso nel silenzio.
E in quel momento, per la prima volta dopo decenni, le due famiglie si ritrovarono unite… nell’ascoltare la stessa voce.
Togo avanzò lentamente, come se ogni passo gli costasse un secolo. Le dita gli tremavano, il passo incerto: era l’emozione a scuoterlo, quella che gli serrava la gola e gli velava gli occhi.
Davanti a sé, a pochi passi, c’era lei — la donna che aveva amato più di qualsiasi altra cosa, la dea che un tempo era stata sua moglie, e che ora brillava in un’aura di luce bianca.
Le lacrime gli scesero senza vergogna lungo il volto segnato.
«Mi sei tanto mancata…» sussurrò, la voce incrinata dal dolore e dalla meraviglia.
Hime lo guardò con dolcezza infinita. I suoi tratti erano sereni, quasi umani, eppure emanavano un calore che nessuna carne poteva contenere.
«Io veglio da sempre su tutti voi, Togo,» rispose con voce lieve, che sembrava vibrare nell’aria più che attraversarla. «Anche su di te. Il tuo cuore non si è mai dimenticato di me, e anche il mio rimarrà per sempre legato al tuo.»
Togo fece un passo ancora, tese la mano verso di lei, ma la luce che la circondava gli impedì di toccarla. Rimase così, con la mano sospesa a pochi centimetri da quel volto d’eterea perfezione.
«Allora… perché non sei mai venuta a me?» chiese infine, in un soffio. «Perché non mi hai parlato, non mi hai consolato, non hai placato questo dolore che mi divora da quando ti ho persa?»
Hime chinò il capo, e per un istante la sua luce si fece più tenue.
«Perché il tuo odio mi respingeva, Togo,» disse con dolcezza, ma con una punta di tristezza nella voce. «Anche se non era rivolto verso di me, il tuo cuore era chiuso. La rabbia ti ha avvolto come una nebbia, e io non ho potuto attraversarla. Mio padre non ha mai avuto colpe, e nemmeno Ashura con Kaze. E Koyama…» — i suoi occhi si posarono sul ragazzo, immobile accanto a lei, illuminato dal riflesso della sua luce — «…non è altri che la rappresentazione di ciò che noi due avremmo potuto costruire.»
Poi la voce di Hime si incrinò leggermente.
«Ma… non sono stata abbastanza forte.»
Il silenzio che seguì fu assoluto.
Solo il suono del vento — o forse del suo respiro — riempiva il cortile.
«Ho permesso,» disse Hime, la voce fragile come un filo di seta, «che l’influenza malvagia di Kaguya attecchisse in me, nutrendo e amplificando quel lato oscuro che scorre nel sangue di tutti gli Otsutsuki. Una brama cieca di potere, capace di prosciugare la vita di chiunque ci circondi — uomini, piante, animali, perfino la Terra stessa. E così, accecata dal terrore di diventare come lei, ho compiuto il gesto più estremo. Non sarei mai diventata l’arma finale di mia nonna, il suo Fiore Divino in forma carnale.»
Lo spirito chinò il capo, e per un istante la luce che la circondava si fece tremula, come se anche quella luminosa essenza tremasse di commozione.
«Se solo avessi condiviso tutto questo con chi mi amava,» continuò piano, «se solo avessi avuto il coraggio di aprire la porta invece di chiudermela alle spalle…»
Togo mosse un passo avanti, il respiro corto. Tentò d’afferrarle le mani, ma le dita attraversarono la luce, toccando solo aria calda. Rimase così, con le mani tese e vuote, mentre le lacrime cadevano lente sul selciato.
«Anche io…» sussurrò con voce spezzata, «anche io avrei dovuto essere più deciso. Non lasciare che ti consumassi da sola, non voltarmi dall’altra parte. Ho creduto di difenderti, ma in realtà ti ho solo lasciata andare. Sì… alla fine credo che per tutti questi anni io abbia proiettato le colpe sugli altri per non vedere la mia.»
Le sue spalle si piegarono, la figura del capo degli Accoliti si fece piccola, fragile davanti allo splendore di quella donna che aveva amato.
Hime, pur senza toccarlo, gli posò lo sguardo addosso come una carezza.
«Riconoscerlo è il primo passo verso la pace, Togo. Io non ho bisogno del tuo pentimento… ma della tua serenità.»
«Che cosa vuoi che faccia, amore mio?» mormorò Togo, il volto sollevato verso quello spirito che era stato il centro della sua vita. Cercava i suoi occhi come un uomo che cerca la strada di casa dopo anni di buio.
Hime gli restituì uno dei suoi sorrisi più dolci, quello che lo aveva fatto innamorare quando erano entrambi giovani.
«Metti da parte questi dissapori con mio padre,» disse con una voce che sembrava fatta di luce. «Tornate ad essere amici, come un tempo. Proteggete insieme queste terre dai tumulti presenti e futuri.»
Quelle parole però furono come un’esca gettata nel fuoco.
«No! Noi non saremo mai amici degli Otsutsuki!» urlò Ho, la voce rotta da anni di odio sedimentato. Il suo grido fu seguito da un coro di proteste, ringhi soffocati dietro le maschere nere. Gli occhi, visibili solo nelle fessure del tessuto, ardevano come carboni.
Per Ho, quella non era solo una questione di fede: era personale. Era cresciuto credendo che gli Otsutsuki fossero incarnazioni del male. Le atrocità di Kaguya gli avevano dato ragione. Le crudeltà di Indra avevano confermato ogni sua paura. E sua sorella… sua sorella era morta lì, tra quelle mura.
Nemmeno l’apparizione della dea che venerava fin da bambino riusciva a scalfire quelle convinzioni, radicate nella carne come cicatrici vecchie di anni.
All’improvviso, scattò in avanti. Fu un movimento istintivo, selvaggio. Una scia nera che si lanciò verso la linea degli Otsutsuki, seguito da altri Accoliti che condivisero il suo impulso.
Rai, più lento ma più massiccio, lo affiancò in un solo passo. Era un colosso, nonostante fosse il fratello più piccolo: braccia grosse come tronchi, spalle larghe, mani capaci di frantumare ceppi senza nemmeno sforzarsi. Quando estrasse la katana e avanzò, le guardie degli Otsutsuki fecero un mezzo passo indietro, tremando nonostante l’addestramento.
Il clangore delle armi sfoderate si diffuse nel cortile come un lampo sonoro.
La tensione esplose.
La lama di Rai brillò sotto il chiarore delle fiaccole, pronta a colpire.
Le guardie alzarono le proprie armi, il respiro in gola.
«No, fermi!» gridò Ashura.
Ma le sue parole si dispersero come foglie nel vento. In pochi battiti di cuore, la piazza del mercato si trasformò in un campo di battaglia. Katane sguainate, passi rabbiosi, il clangore del metallo che spezzava l’aria.
Hagoromo, Haruki, Togo e Mizu rimasero attoniti. L’apparizione di Hime, la sua voce, le sue parole di pace… nulla era bastato a frenare l’odio sedimentato in anni di rancori.
Quegli uomini non ascoltavano più: erano preda dell’istinto, della paura, delle ferite mai guarite.
Koyama serrò i pugni finché le nocche divennero bianche.
«Ricordati ciò che ti ho detto…» mormorò Hime, con un tono che non lasciava spazio all’incertezza.
Koyama annuì appena. Non servivano domande.
«Ti prego, somma Hime… prestami la tua forza.»
Lo spirito chinò il capo, il suo corpo etereo si dissolse in una scia di luce lunare, e in un solo respiro si riversò dentro di lui.
Koyama trattenne un gemito.
Una potenza colossale — bruciante, pura, antica — gli esplose nelle vene come un fiume in piena. Il chakra vibrò nel suo corpo con un’intensità che non aveva mai provato.
È questo… il potere della somma Hime? pensò, quasi stordito.
La voce della dea gli rispose da dentro, limpida come un eco nella neve:
«Solo una piccola parte. Il tuo corpo non sopporterebbe una delle mie reliquie… ti consumerebbe. Ma ciò che ti ho dato è sufficiente. Fermali, Koyama. Non deve scorrere sangue in questa notte.»
Koyama chiuse gli occhi e portò le mani nel sigillo della capra, concentrando ogni frammento di volontà. Doveva ignorare il clangore delle spade, il passo dei combattenti, il respiro del caos.
Inspirò lento. Espirò.
Quando riaprì gli occhi, uno brillava di un giallo caldo, l’altro di un verde vivo: i due serpenti, aria e terra, in perfetta armonia.
Un boato di chakra esplose sotto i piedi.
Un vortice di vento si innalzò al centro della piazza, così improvviso e violento che i guerrieri — Accoltiti e guardie degli Otsutsuki — furono costretti a pararsi il viso con le braccia, arretrando, spalancando gli occhi. La tecnica del Vortice del Vento sollevò polvere, neve, lembi di stoffa.
Poi, dal suolo, come risvegliate da un richiamo divino, emersero radici spesse e nodose.
Si avvolsero alle caviglie, ai polsi, alle braccia dei combattenti, serrando la presa con una forza che non era né di Koyama né degli Otsutsuki… ma della Terra stessa.
In un battito, tutti furono immobilizzati.
Spade sospese a mezza altezza, passi interrotti, fiati strozzati.
La battaglia si era spenta.
E nel silenzio che seguì, si udiva solo il suono del vento — il vento di Hime — che ancora turbinava attorno al giovane al centro della piazza, trasformato in un faro di luce bicolore.
«Kojama, maledetto, lasciaci andare!» urlò Ho, contorcendosi come una bestia in trappola. Le radici lo tenevano fermo come morsa d’acciaio; accanto a lui, persino Rai riusciva solo a far vibrare i rami, senza riuscire a liberarli.
«Mi chiamo KoYama.»
La voce del ragazzo risuonò limpida nel silenzio sospeso della piazza. Una brezza leggera gli sollevava ancora le ciocche rosse e bianche. «E no, non libererò nessuno finché non capirete l’assurdità di questa battaglia. Accoliti o Otsutsuki, tutti desideriamo la stessa cosa: pace, protezione per queste terre… e amiamo la somma Hime.»
Il suo sguardo si mosse lungo la fila di volti tesi, rabbiosi, confusi. «Basta. È Hime stessa che ce lo chiede.»
Poi girò il volto verso Togo. «Non mi ascolteranno, non davvero… non finché colui che guida gli Accoliti non ammetterà che questo odio deve finire.»
Togo fissò il volto del nipote — e nello scintillio di quell’aura di chakra divino riconobbe la luce della donna che aveva amato per tutta la vita. Hime aveva scelto lui. Lui.
Per anni aveva creduto di seguirne la volontà, proteggendo le reliquie dagli “esseri delle stelle”. Per anni aveva alimentato rancore, convinzioni dure come pietra. Ora, invece, il peso della verità gli precipitò addosso come un macigno.
Il respiro gli si spezzò in gola. Una mano gli volò al petto, le gambe cedettero. Hagoromo fu più rapido: lo afferrò per un braccio e lo sorresse prima che cadesse. Per un istante i due uomini si fissarono negli occhi. E Togo vide finalmente, limpido, quel dolore specchiarsi nel volto dell’ex-suocero lo stesso dolore che da anni portava nel cuore anche lui.
«Padre!» Mizu gli fu accanto in un attimo. «Che cos’hai?»
«Lasciate che controlli.»
Ashura si inginocchiò accanto a lui. Il suo tono era deciso, ma gentile. «Ho studiato per anni le arti mediche… in nome di Kaze.»
Togo esitò appena, poi annuì.
Ashura unì le mani a conca e un bagliore verde, morbido e pulsante, si diffuse dalle sue dita. La luce avvolse il petto dell’uomo, scorrendo sotto la pelle come acqua tiepida. Tutti trattennero il fiato.
Dopo qualche istante, Ashura rilassò le spalle e sorrise piano. «Non è nulla di grave. Solo… troppa emozione.»
E in quello sguardo, Togo colse finalmente che non era circondato da demoni.
Ma da uomini.
Da una famiglia.
Quando i tre uomini si scostarono per lasciargli spazio, Koyama avanzò lentamente. Si fermò a un passo da Togo, senza parlare: lo guardava soltanto, in attesa della sua risposta.
Togo, con le mani che ancora tremavano, se le portò lentamente alla testa, intrecciando le dita tra i capelli. Inspirò, una volta. Due volte. Come un uomo che riemerge dalla profondità di un fiume, dopo anni passati a trattenere il fiato.
E allora i ricordi lo travolsero.
Gli tornò alla mente il giorno in cui, da ragazzo, gli fu affidata la sua missione. Era nell’antica sala delle udienze, la madre alle sue spalle; davanti a lui, quella bambina dai lunghi capelli argentati, raccolti in un’acconciatura complessa. Indossava un piccolo kimono bianco, decorato con tomoe dipinti a mano. I suoi occhi — bianchi, profondi, misteriosi — lo fissavano in silenzio.
«Lei è madamigella Hime» gli aveva detto sua madre, posandogli una mano sulla spalla. «D’ora in poi, dovrai proteggerla con la tua stessa vita.»
A Togo era quasi parso un scherzo: quella creatura sembrava una bambola costosa, non una bambina. Eppure, quando Hime gli sorrise — un sorriso così puro da illuminare la stanza — capì quello sarebbe stato il compito della sua vita.
E, nonostante avesse dato tutto, nonostante l’avesse seguita in ogni guaio, in ogni avventura...
… alla fine aveva fallito.
Questo pensiero lo colpì al petto. Chine le spalle, la fronte corrugata per il peso di un dolore mai elaborato, Togo sollevò lentamente lo sguardo su Koyama — quel ragazzo che portava negli occhi l’eredità di tutto ciò che lui aveva amato e perduto.
E per la prima volta, vide l’unico legame rimasto con la donna che non aveva mai smesso di amare.
«Koyama… mio amato nipote» disse Togo, la voce roca, ma limpida. «Ti ringrazio. Grazie a te l’ho rivista… e ho udito ancora una volta la sua voce. Tu mi hai ricordato i suoi insegnamenti, quelli che nel tempo, lentamente e inesorabilmente, avevo lasciato scivolare via.»
Si voltò, guardò gli Accoliti uno per uno, con uno sguardo che non avevano mai visto prima.
Poi alzò il tono, solenne:
«Che tutti noi abbiamo dimenticato.»
Ci fu un mormorio. Ho serrò i pugni, Rai digrignò i denti, altri accoliti si scambiarono sguardi increduli. Ma Togo non si lasciò scalfire: avanzò di un passo e si inginocchiò davanti a Hagoromo, abbassando la fronte verso il suolo, ai piedi dell'Eremita.
«Il mio clan,» dichiarò, con una voce che rimbombò nella piazza, «fin dai tempi della discesa di Kaguya sulla Terra, ha servito la casata Otsutsuki. Abbiamo giurato di proteggerla. Ora io, Togo, capo del clan, rinnovo quella promessa.»
Un’onda di proteste esplose tra gli Accoliti, ma Hagoromo rimase impassibile a quegli schiamazzi.
Con gesto lento, posò la mano destra sulla spalla dell’uomo inginocchiato.
«Alzati, Togo» disse con una calma che tagliò il clamore. «Accolgo la tua richiesta… e ti riaccolgo con gioia nella famiglia Otsutsuki. Il tuo clan ritorna oggi al posto che gli spetta.»
Poi, nel silenzio assoluto che seguì, pronunciò le parole che nessuno si sarebbe mai immaginato di udire:
«E in quanto nostre antiche e fidate guardie del corpo… ti affido le reliquie di Hime. Custoditele voi, in vece nostra. Questa volta, con il nostro benestare.»
Chi era rimasto fedele a Togo esplose in un grido di gioia: mani al cielo, lacrime di sollievo e preghiere mormorate alla dea. Gli altri, invece, si dibatterono con foga crescente, tentando di liberarsi dalla stretta dei rami. Ma più si contorcevano, più quelle radici serravano la presa, come per ammonirli.
Koyama avanzò al centro dello spiazzo, la sua sagoma illuminata dalle fiamme tremolanti delle torce.
«Togo si è pronunciato» dichiarò con voce ferma, che rimbalzò contro le pareti del mercato. «E gli Otsutsuki hanno accolto la sua decisione. Da oggi, gli Accoliti di Hime torneranno ad essere i custodi ufficiali delle reliquie. Hagoromo, pur temendo che quanto rimane della figlia potesse cadere nelle mani sbagliate, ha compiuto un gesto di fiducia. E Togo ha messo da parte orgoglio e rabbia per ricostruire il ponte che un tempo univa le nostre famiglie. Ora basta. Smettetela di agitarvi.»
«Altrimenti cosa, KoJama?» sputò Ho, gli occhi che brillavano di furore. «Ci ucciderai? Ci consegnerai ai demoni?»
Koyama respirò appena, ma la ferita emotiva si lesse chiaramente nel suo sguardo. Ho e Rai erano sangue del suo sangue, e vedere nei loro occhi solo odio gli serrò il petto.
«Non desidero questo, e lo sapete bene» rispose, la voce bassa ma vibrante. «Ma se non rispettate la decisione di vostro padre, allora non siete degni dei Doni della Somma Hime. Lei si è mostrata davanti ai vostri occhi… e non avete voluto ascoltarla. Per questo, ora siete fuori dalla sua Grazia.»
Molte voci si affievolirono, ma non quelle dei due zii.
«Molto bene…» mormorò Ho, la voce profonda come una minaccia trattenuta. «…non ho alcuna intenzione di restare un minuto in più accanto a questa famiglia. Lasciaci andare. Torneremo al covo e porterò con me tutti coloro che non accetteranno mai questa follia.»
«Sono con te, fratello» aggiunse Rai, annuendo cupamente.
Koyama esitò per un momento, ma sentiva che dicevano il vero. Tuttavia, lo spirito di Hime non lo lasciò, finché effettivamente Ho, Rai e gli accoliti schierati con loro non attraversarono il cancello, scomparendo nel buio della notte. Una scelta definitiva. Un addio senza ritorno.
«Torneranno» disse Togo, con voce bassa e pesante, mentre Mizu gli cingeva le spalle per sostenerlo. «Torneranno per reclamare le reliquie. Ora che hanno visto con i loro occhi quale potere custodiscono… non accetteranno di esserne esclusi.»
«Hai ragione» rispose Hagoromo, lo sguardo teso. «Ma non renderemo loro la strada semplice.»
Ashura fece un passo avanti. «Dividiamole.»
Indicò il tempietto. «Sono quattro reliquie. Le porteremo in quattro luoghi diversi, lontani tra loro.»
«Sono d'accordo» disse Koyama. «Ma dove portarle?»
Hagoromo inclinò il capo verso Togo.
«Decidi tu. Tu, più di chiunque altro, conoscevi Hime. Quali erano i luoghi che amava davvero?»
Lo sguardo di Togo si accese.
«Fidatevi di me» rispose con fare sicuro di sé.
La nebbia avvolse ancora una volta Naruto, Gaara, Kankuro e le gemelle, mentre il Serpente della Terra — nella forma innocente di Hime bambina — accelerò il flusso dei ricordi. Le immagini scorrevano veloci, troppo dense per essere mostrate una a una, ma incisive.
Gli anni passarono, e alla fine anche Hagoromo spirò.
Come molti avevano previsto, la sua morte fece crollare quel fragile equilibrio. Contro ogni aspettativa di Indra, fu Ashura a ereditare il ruolo di successore, e la frattura tra i due fratelli esplose in una guerra intestina che presto dilagò, incendiando villaggi e seminando paura ovunque.
Eppure, la famiglia di Togo e gli Accoliti avevano mantenuto la promessa.
Grazie ai ricordi del guardiano, Hagoromo — con le sue ultime forze — aveva sigillato le reliquie nei luoghi più amati da Hime. Solo chi possedeva lo stesso chakra divino avrebbe potuto spezzare quei sigilli. All’epoca, Indra e Ashura erano ancora alleati: insieme avevano disegnato trappole e protezioni che, grazie alla loro natura sacra, sarebbero sopravvissute per secoli.
Quando però i due fratelli finirono per scontrarsi, entrambi inviarono richieste di sostegno agli Accoliti. Ma la scelta fu immediata: il cuore degli Accoliti era sempre appartenuto ad Ashura.
La conferma definitiva giunse quando Hime stessa si manifestò nuovamente attraverso Koyama, rivelando ciò che aveva taciuto troppo a lungo, di cui era stata testimone al tempio: la tortura inflitta da Indra a Kaze, fino a costringerla a tagliarsi le vene.
Indra, già corroso dall’odio, iniziò allora a covare un nuovo desiderio: impadronirsi delle reliquie della sorella. Chiunque le avesse ottenute avrebbe avuto un vantaggio schiacciante.
Ma Koyama gli si oppose. Come aveva promesso, avrebbe combattuto al fianco del padre e non avrebbe permesso che la memoria di Hime venisse profanata.
Le sue abilità da spadaccino e nelle arti magiche, erano cresciute molto in quegli anni. La tecnica del Richiamo, divenne più efficace; sviluppò nuovi sigilli, nuove formule. Ma era nel Vento che brillava: i suoi vortici travolgevano interi campi di battaglia, piegando l’erba e spegnendo fiamme nemiche come se la natura stessa rispondesse alla sua voce.
Hime, però, non gli concesse mai più la sua forza. Quella al mercato era stata una benedizione temporanea, una grazia concessa per impedire uno spargimento di sangue. La sua volontà era chiara: i Doni divini non dovevano ferire, ma proteggere. L'Arte del Legno, con cui aveva fermato i guerrieri, era infatti un Dono concesso. A lui apparteneva esclusivamente quella del Vento, che grazie ad Hime si era amplificata.
Così, da quel giorno, Koyama combatté solo con le proprie forze, rifiutando la rabbia e cercando sempre di evitare la morte, se gli era possibile.
La sua fama crebbe.
Da “Shinigami”, il ragazzo venne conosciuto come "Koyama Uzumaki", e in segno di sfida — e di identità nuova — fece ricamare sul proprio kimono un vortice: una spirale che ricordava lo sharingan di Indra, come se dicesse un occhio contro un altro, un destino contro un altro.
Un vortice contro un vortice.
Un ideale contro un’ombra.
Passarono così altri vent’anni.
Anni in cui le terre ninja non conobbero mai una vera tregua, nonostante l’impegno costante di Ashura e dei suoi figli. La pace, come l’acqua, scivolava via tra le dita appena si tentava di afferrarla.
In uno di quei giorni di quiete apparente, Koyama fece ritorno al luogo dove Tsuchi e Togo avevano scelto di stabilirsi: il villaggio originario del clan, finalmente riedificato e di nuovo vivo. Era lì che riposava la reliquia del Serpente della Terra, custodita in un santuario scavato nella montagna.
Tsuchi, che ormai aveva raggiunto la mezza età, con lo stesso sorriso gentile di sempre, lo accolse sulla soglia.
«È nel solito posto» gli disse, con voce morbida. «Soprattutto ora che sente avvicinarsi la fine dei suoi giorni… vuole restare vicino alla sua amata.»
Koyama annuì con gratitudine e si incamminò verso la Roccia del Drago, la sporgenza che dominava il fiumiciattolo limpido e scintillante. Da quando la reliquia della Terra era tornata in quel luogo, tutto era cambiato: il terreno era tornato fertile, l’erba più verde, gli alberi più robusti. Grazie alle cure pazienti degli Accoliti, quel luogo era diventato una piccola oasi di pace, uno dei pochi rifugi rimasti in un mondo scosso dai tumulti.
Trovò Togo seduto lì, davanti a un basso tavolino, intento a scrivere versi su una pergamena.
Il vento gli muoveva la barba imbiancata, e la luce che filtrava tra le foglie lo avvolgeva in un’aura quasi sacrale.
«Koyama, caro…» disse alzando lo sguardo, un sorriso che gli illuminava gli occhi stanchi. «Che cosa meravigliosa rivederti. Sei diventato un uomo fatto e finito.»
«Anche per me è una gioia rivederti, nonno» rispose Koyama, inginocchiandosi accanto a lui. «Finalmente ho trovato un momento per prendere fiato. Era da anni che non accadeva… avevo bisogno di udire la voce della somma Hime.» Abbassò lo sguardo, con dolcezza. «E del mio caro nonno.»
Poi lo sguardo di Koyama scivolò sulle pergamene stese davanti al nonno e si aggrottò in un’espressione tesa.
«Hai disegnato una mappa?» chiese, avvicinando il foglio. «Indichi i luoghi dove sono custodite le reliquie?»
Togo, colto in flagrante, corrugò a sua volta la fronte. «So cosa ti passa per la mente… ma no, nipote mio. Non permetterò che Hime venga dimenticata. Ci sarà sempre qualcuno che cercherà conforto nella nostra dea, e deve rimanere almeno una testimonianza della sua esistenza.»
Koyama serrò le labbra, sollevando la pergamena alla luce.
«Potrebbe finire nelle mani sbagliate. Questa—» picchiettò con l’indice «—indica perfino la posizione del villaggio.»
«Indra sa benissimo dove ci troviamo, non è questo il pericolo.»
Koyama abbassò lo sguardo, il volto che si fece più duro. «Non parlavo di lui…» fece un passo indietro, come a prendere fiato. «Sai bene chi si aggira ancora nelle ombre. Adesso si fanno chiamare Confraternita delle Ombre.»
Togo, per un istante, rimase immobile. «Ho e Rai non si sono mai avvicinati a noi.»
«Perché stanno aspettando, nonno.» La voce di Koyama era bassa, grave**. «È una cosa che tu stesso gli hai insegnato: pazienza. Aspetteranno che tu attraversi l’altro mondo… e se lasci anche solo una briciola, un indizio, stai sicuro che loro lo troveranno.»**
Togo strinse le labbra, ma nel suo sguardo c’era una quieta determinazione. «Ed è per questo che ci sei tu. Sarai tu a proteggere Hime.»
Koyama abbassò il capo, quasi ferito da quella fiducia assoluta. «Non sono eterno, nonno. E anche se ora ho dei figli, non significa che nei secoli a venire ci sarà sempre un custode pronto a raccogliere l’eredità.»
«Ci sarà sempre.» La voce di Togo, pur stanca, non tremò. «Finché anche una sola persona desidererà ardentemente la pace, un custode si ergerà. Ma anche se così fosse…» sfiorò la pergamena con un dito tremante «…il suo nome potrebbe essere dimenticato. E no, questo non dev’essere.»
Sollevò lo sguardo verso Koyama. «E se mi permetti… credo sia anche una sua volontà. Perché mai dovrebbe nascondersi a chi vuole fare del bene?»
Koyama esitò un momento, poi volse lo sguardo verso quella che, a un occhio inesperto, poteva sembrare una normale parete di roccia. Ma lui sapeva cosa celava: un sigillo appena visibile, inciso nella pietra. Dietro quel velo, dimorava una parte dell’essenza di Hime, il suo cuore.
La sua presenza era costante, silenziosa, come una sentinella gentile che vegliava su quel luogo sacro.
Era davvero giusto che una creatura come lei venisse dimenticata?
Togo, che parve leggere i pensieri del nipote, sorrise con dolcezza.
«Le nasconderesti per me, nei luoghi che ti indicherò?» disse con voce lieve. «Io non ho più la forza di viaggiare… questa è l’ultima cosa che ti chiedo. Ti prego.»
Koyama inspirò profondamente. In cuor suo sentiva che non era solo una richiesta: era l’ultimo desiderio dell’uomo che lo aveva cresciuto. Così annuì, con rispetto, senza aggiungere altro.
Quando poi Togo rimase solo, un improvviso peso gli scese sulle spalle: non era dolore, ma una nostalgia dolce che lo chiamava.
Si avvicinò lentamente all’ingresso del tempio, sfiorando con una mano tremante il sigillo sulla roccia.
«Mia dolce fanciulla dai capelli argentati…» sussurrò, con la voce incrinata dall’emozione. «Tu che ormai mi sei proibita… non rivedrò mai più il tuo sorriso? Le nostre anime sono destinate a restare separate per sempre?»
«I nostri cuori non lo saranno mai più.»
La voce che gli rispose era lieve come un soffio di vento, eppure reale. «Ora che il tuo cuore ha ritrovato la pace, può tornare a unirsi al mio. Ti ho aspettato… per così tanto tempo.»
Davanti agli occhi velati dell’uomo, la figura di Hime prese forma. Non era più un’apparizione eterea: era viva, luminosa, avvolta in un’aura divina, identica a come lui la ricordava nei giorni della loro giovinezza.
Togo si sollevò e questa volta—finalmente —riuscì davvero a prenderle le mani. Le sue dita non erano più quelle di un vecchio stanco: erano tornate giovani, salde, come se il tempo avesse restituito ciò che gli aveva tolto.
Si chinò verso di lei, e i due si scambiarono un bacio intenso, colmo di tutti gli anni rubati, di tutto ciò che non avevano potuto vivere.
Erano di nuovo insieme.
Circa un’ora dopo, non vedendo il padre tornare nonostante il calare del sole, Tsuchi si avviò verso la Roccia del Drago.
Quando lo trovò, si portò le mani al volto, sopraffatta dall’emozione. Il corpo senza vita dell’anziano era seduto accanto all’ingresso del tempio, la schiena appoggiata alla roccia. Il suo sguardo era sereno.