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Il nuovo giorno portò con sé una consapevolezza diversa.
Dopo la conversazione con Hime, Koyama si svegliò come se avesse attraversato una soglia invisibile.
Non sapeva se il suo nuovo scopo avrebbe davvero scongiurato il conflitto tra Ashura e Indra, ma almeno avrebbe potuto spezzare la catena di rancore che da decenni legava due famiglie incapaci di comprendere che, in fondo, avevano solo amato troppo.
E se un giorno fosse stato chiamato a combattere per impedire guerre logoranti tra fratelli, l’avrebbe scoperto solo vivendo.
Nel frattempo si allenava. Era suo nonno Hagoromo a svolgere il ruolo di sensei, ormai ritiratosi dagli affari di famiglia e dedito unicamente ai nipoti.
Tra tutti, Koyama continuava a essere il più dotato, ma i fratellastri non erano da meno: a loro mancava soltanto l’esperienza maturata da lui durante le missioni segrete.
Haruki dominava l’arte del legno, i gemelli eccellevano nelle tecniche mediche, mentre Koyama si distingueva per la sua padronanza generale del chakra, pur restando la spada la sua estensione più naturale.
Tra le donne del palazzo, la sua fama cresceva silenziosamente: ogni volta che si allenava nel cortile, non mancava mai qualche servetta che fingesse di avere qualcosa da fare solo per restare a guardarlo più a lungo, mentre la luce del mattino faceva brillare la lama nei suoi affondi.
«Fratello,» scherzò una volta Haruki, appoggiandosi al manico di una katana di legno, «alla fine di questo mese tornerai alla tua altra famiglia persino con una moglie.»
Koyama sospirò, senza interrompere il movimento. «Preferirei tornare con una delle tue abilità, piuttosto. L’arte della manipolazione del legno è straordinaria.»
Haruki rise, fiero. «Sono pur sempre figlio di mio padre! Ma anche tu lo sei. Vedrai, c’è di certo un’abilità del ninshu per cui sei nato, anche se le tue capacità da samurai già compensano la differenza.»
«Questo è un ottimo argomento,» intervenne allora Hagoromo, entrando nel dojo. Le assi scricchiolarono leggermente sotto il suo passo, accompagnato dal tocco ritmico del bastone da Eremita ed il tintinnio sull'estremità superiore. Il suo sguardo, severo ma colmo d’affetto.
Entrambi porsero un cortese inchino all’entrata del nonno.
«C’è una cosa che ancora non abbiamo fatto con te, Koyama,» disse l’anziano, poggiando il bastone accanto a sé. La voce, profonda e lenta, sembrava colmare l’intero ambiente. «Dobbiamo capire quale sia la tua affinità con gli elementi.»
Koyama sollevò lo sguardo. «Sì? E come si scopre?»
Con un gesto fluido, Hagoromo estrasse dalla manica del kimono un piccolo foglietto di pergamena.
«Devi imprimere il tuo chakra in questo foglio,» spiegò. «In base a come reagirà, capiremo il tuo legame naturale. Haruki, ad esempio, ha affinità con terra e acqua, ed è per questo che riesce a generare il legno.»
Glielo porse.
Koyama lo prese con entrambe le mani, chiuse gli occhi, inspirò profondamente e lasciò che il suo chakra scorresse attraverso i palmi, fluendo nel foglio.
Per un istante non accadde nulla. Poi, un sussurro, simile a un respiro. La pergamena si gonfiò lievemente, vibrò — e all’improvviso si divise in due parti nette, tagliate da una lama invisibile.
Un brivido attraversò l’aria.
Haruki fece un passo indietro, mentre Hagoromo osservava in silenzio, con lo sguardo che si addolciva lentamente.
«Sei affine al vento,» mormorò infine. «Proprio come lo era tua madre. Nel clan di Togo era considerata la capostipite del vento.»
Hagoromo osservò a lungo il foglietto diviso in due, poi tornò con lo sguardo su Koyama.
«Il vento…» mormorò, quasi fosse una preghiera. «È l’elemento più libero e più instabile tra tutti. Non puoi contenerlo, né prevederne il corso. Ma proprio per questo è anche il più puro: non si lascia dominare, segue la sua via, eppure tocca ogni cosa che incontra.»
Fece qualche passo nel dojo, mentre la luce del mattino filtrava dalle assi del soffitto.
«Nel pensiero antico, il vento rappresenta l’anima che si muove tra il cielo e la terra. È il respiro della vita, ma anche la voce invisibile del cambiamento. Chi ne porta l’affinità non può restare fermo: è destinato a mutare, a spostarsi, a unire ciò che è lontano. Il vento non ha confini, e così non ne avrai neppure tu.»
Koyama ascoltava in silenzio, lo sguardo abbassato.
Il bastone di Hagoromo toccò leggermente il pavimento, scandendo le sue ultime parole:
«Ricorda, ragazzo: il vento può essere carezza o tempesta. Sta a te scegliere se soffiare per distruggere o per far germogliare ciò che è pronto a rinascere.»
Hagoromo si voltò appena, accennando un sorriso.
«Forse Hime aveva già visto tutto questo in te, prima ancora che tu lo capissi.»
Koyama strabuzzò gli occhi, mentre Haruki sembrava non aver udito quelle ultime parole. L’uomo le aveva pronunciate come un sussurro, eppure per Koyama furono un tuono. Aveva davvero nominato Hime?
Nel tardo pomeriggio di quel giorno, la voce della guardia risuonò nel cortile, annunciando il ritorno dell’onorevole Indra.
Hagoromo, Ashura e la sua famiglia si presentarono all’ingresso dell’antico palazzo in stile feudale per accoglierlo. A quel tempo, Indra era ancora considerato il naturale successore del padre, e Ashura gli rese omaggio come si conveniva al proprio fratello maggiore.
Anche Koyama fu invitato a presenziare; Ashura quasi lo supplicò, e il giovane si unì a loro, schierandosi accanto ai fratelli.
Indra salutò la famiglia secondo il rigido cerimoniale, chinandosi egli stesso di fronte al padre e porgendogli un prezioso cofanetto colmo di doni. Poi sollevò lo sguardo sul resto dei presenti, tradendo una lieve sorpresa nel vedere un volto sconosciuto: un giovane dai capelli rossi con ciocche bianche e gli occhi color del grano maturo.
«Chi sei?» domandò Indra, aggrottando appena la fronte.
«È mio figlio, Koyama» rispose Ashura al suo posto. «Finalmente l’ho ritrovato.»
«Ne sei certo? Per quanto ne sappiamo, tuo figlio è morto quand’era ancora in fasce.»
«È lui, ti dico. Io e nostro padre lo abbiamo riconosciuto. E poi guardalo… è la copia sputata di Kaze.»
Gli sguardi di Indra e Koyama si incrociarono, fermi, misurati. Fu ostilità al primo sguardo, nascosta sotto la maschera della compostezza. Entrambi sapevano che quello sarebbe stato solo l’inizio.
A cena, Indra raccontò delle sue imprese. Aveva lasciato moglie e figli nella residenza a ovest, mentre lui era tornato al palazzo degli Ōtsutsuki per aggiornare la famiglia sulla situazione dei briganti.
Hagoromo sedeva, come sempre, al capo tavola; alla sua destra Indra, alla sua sinistra Ashura.
Ora che i tre erano riuniti, Koyama — che stava imparando a percepire l’aura del chakra — poté vederle chiaramente. Dal corpo del capofamiglia emanava un flusso bianco, puro e divino. Da Ashura si diffondeva un bagliore dorato, caldo e vitale come i raggi del sole. Da Indra, invece, si levava un’aura violacea, profonda e sinistra, simile al manto della notte.
Ben presto, però, il discorso virò su Koyama. Indra volle sapere come fosse stato ritrovato e, quando Ashura raccontò del tentativo di furto da parte degli Accoliti di Hime, il primogenito scosse il capo con disprezzo.
«Sempre loro. Quelle blatte continuano a strisciare tra queste terre come reietti. Si nascondono come topi.»
«Non osare parlare così della mia famiglia!» ribatté Koyama, la voce ferma ma colma di fuoco. «Non hai idea dei servigi che vi hanno reso. La mia stessa lama è intrisa del sangue di uomini che cospiravano contro di te, zio.»
Indra lo fissò gelido. «Non chiamarmi "zio". Tu non sei nulla per me. Sei solo il figlio bastardo di mio fratello.»
«Ora basta, Indra!» La voce di Hagoromo rimbombò nella sala come un tuono, e il silenzio cadde immediato. «Come ti permetti di insultare tuo fratello e suo figlio davanti a questa tavola? Qui nessuno considera Koyama un figlio illegittimo!»
Per un istante, l’aria tremò. Il chakra del Saggio dei Sei Sentieri si manifestò come un’eco primordiale: la potenza del cercoterio che ancora dimorava dentro di lui si fece percepire da tutti i presenti, e persino le lanterne della sala parvero vacillare sotto la sua furia contenuta.
Tutti provarono un timido brivido di paura alla manifestazione di quel potere: sebbene Hagoromo fosse anziano, l’aura divina che emanava non aveva perso nulla della sua intensità, e la stanza ne risultava avvolta.
Indra, però, non lasciò cadere il suo attacco. «In quanto futuro capo famiglia, è mio dovere proteggerla e sembra che voi tutti vi siate ammattiti. È stato cresciuto da quei fanatici, è venuto qui per rubare e mi dite persino che lo state allenando» disse l'uomo, la voce tagliente. «È da quando quella donnetta con i capelli bianchi che scimmiottava Hime ha varcato questa soglia, che siete diventati tutti matti!»
«Hai sentito nostro padre, vedi di smetterla!» Ashura, col volto rosso di rabbia, si alzò di scatto: l’insulto alla memoria di Kaze lo aveva scosso profondamente.
«No, padre, stai fermo» intervenne Koyama con calma, alzandosi anche lui. «Tuo fratello è un uomo che non riconosce i legami di sangue, ma solo la forza di altri uomini. Ebbene, io sono stato insultato e non posso permettere che la mia dignità venga calpestata, né difesa da altri.»
«Vuoi sfidarmi, ragazzo?» chiese Indra, facendo diventare gli occhi due fessure.
«Sì, è quello che desidero».
Haruki e i gemelli si portarono le mani alla bocca, tremando di paura.
«Non dargli ascolto, fratello!» esclamò Kanna, alzandosi in piedi e frapponendosi a protezione di Koyama come se fosse un altro dei suoi figli. «È solo un ragazzo, non è pronto a combattere contro un guerriero come te»
Indra ghignò divertito. Koyama poggiò una mano sulla spalla di Kanna e le rivolse un piccolo cenno del capo, ringraziandola senza bisogno di parole.
«Non ho paura di affrontare un drago. Domani ci sfideremo e se vincerò, voglio che ti rimangi tutto ciò che hai detto contro il clan Togo e mi riconoscerai come tuo pari»
«Se vinco io, ti renderò inabile e non potrai mai più prendere in mano una spada»
Un silenzio gelido calò sulla sala dopo lo scambio.
Hagoromo si alzò con dolorosa lentezza, il bastone delle Sei Vie stretto tra le mani. La sua voce, benché affaticata dal tempo, tagliò l’aria come un antico ed infallibile monito.
«Basta.»
La parola, semplice, fu però carica di autorità. «Indra, il tuo ruolo ti impone di proteggere il clan, ma non di confondere la furia con la giustizia. E certo non qui, non in questa casa. Non permetterò che tu spezzi il corpo di un ragazzo solo per dimostrare un punto d’onore.»
Indra serrò le labbra, gli occhi più freddi che mai, ma trattenne la risposta. L’aura violacea intorno a lui fremette come un campo in tempesta, senza però esplodere.
«Se dovete risolvere la cosa con la spada — continuò Hagoromo con tono incalzante — lo farete secondo le nostre tradizioni: un confronto regolato, all’alba, al dojo. Sarà un duello fino al primo sangue; colui che otterrà la ferita potrà reclamare il rispetto che chiede. Nessuna menomazione, nessuna tecnica proibita che miri a spezzare la vita. Non lo permetterò.»
Koyama sentì che il cuore gli batteva in petto come un tamburo marziale; la sfida era ciò che aveva chiesto, eppure ora che l’ora era fissata, il peso della cosa premeva sulle sue spalle come una catena di ferro. Si fece avanti, inginocchiandosi un istante — non per sottomissione, ma per rispetto al rituale che stava per compiersi — e poi si rialzò con calma, gli occhi fissi su Indra.
«Accetto le condizioni del Saggio.» La sua voce non tremò. «Domani all’alba, allora.»
Kanna si avvicinò a lui e gli strinse la mano per un secondo, gli occhi lucidi ma risoluti. Haruki e i gemelli sussurrarono tra loro, preoccupati per loro fratello. Ashura, con lo sguardo complicato, si limitò a un breve cenno; non poteva impedirlo, e la sua stanza d’animo era un crocevia di orgoglio paterno e paura.
La notte calò pesante e lunga. Le lampade furono spente prima del consueto; il palazzo trattenne il respiro. Koyama tornò nella sua stanza, ma non tentò di addormentarsi. Chiuse gli occhi per richiamare quel filo di concentrazione che aveva affinato nelle tante notti in cui era intervenuto come sicario. Davanti a sé, in un angolo di mente, vide la figura eterea di Hime, che lo guardava come se stesse vegliando su di lui.
All’alba, il dojo era già gremito: servitori, alcuni anziani del villaggio, e quei pochi guerrieri che non avrebbero mancato il confronto. Hagoromo prese posto a osservare; Ashura si fermò accanto a lui, lo sguardo teso. Indra, vestito con la sua armatura scura, attese immobile, come un vulcano pronto a ribollire.
Koyama raggiunse il punto del duello con passo misurato. Strinse la spada, sentendo il sangue scorrere nelle vene, e ricordò le parole di Hime: non vi era scelta facile, ma la via del coraggio avrebbe potuto spezzare la catena dell’odio.
Quando Indra avanzò di un passo, i due si trovarono faccia a faccia. L’alba li investì con una lama di luce dorata; la neve caduta quella notte brillava sotto i raggi solari. Per un istante, il mondo intero parve sospeso: il respiro, il vento, il crepitio del ghiaccio — tutto in attesa dell’esito.
Poi, con un movimento secco e preciso, la sfida ebbe inizio.
Le lame si incrociarono con un clangore netto. Ogni affondo, ogni parata, era seguito da un suono metallico che rimbalzava sulle travi del dojo, fino a vibrare nel petto degli spettatori.
Indra e Koyama si muovevano con precisione eccelsa: il primo, saldo e misurato, il secondo rapido e imprevedibile. Le spade scintillavano come saette, disegnando traiettorie d’argento tra i loro corpi.
Fu chiaro quasi subito che il dojo stava loro stretto. Dopo un ultimo scontro in cui le lame si bloccarono a pochi centimetri dai volti, Indra fece un balzo all’indietro e, senza dire una parola, sfondò con un colpo secco la porta scorrevole. I due uscirono nel cortile, seguiti dagli sguardi attoniti dei presenti.
Là, nello spazio aperto, i movimenti si fecero ancora più rapidi. Indra, con anni di battaglie alle spalle, colpiva con l’esperienza di chi conosce mille stili di guerra. Koyama rispondeva con agilità istintiva, scivolando come il vento, ruotando sul ghiaccio, parando con precisione chirurgica e cercando il momento giusto per colpire.
Ogni volta che i loro colpi si incontravano, una scarica d’energia sembrava scuotere il terreno.
Dalle gradinate improvvisate, i servitori e i giovani guerrieri fremevano. I loro mormorii tradivano la loro parte: tutti, o quasi, tifavano per Koyama. Solo Hagoromo, Ashura e Kanna osservavano immobili, seduti in ginocchio sotto il portico del dojo, lo sguardo fermo e composto.
Indra si accorse di quella simpatia mal celata e un lampo d’ira gli attraversò lo sguardo.
«Vediamo se applaudono ancora dopo questo, ragazzino!» ringhiò.
Improvvisamente, un’aura violacea esplose intorno al suo corpo: le ossa eteree di un Susanoo parziale si materializzarono a proteggerlo. La spada di chakra gigante intercettò l’attacco successivo di Koyama e lo spinse via con una violenza che lo fece scivolare a terra per un paio di metri.
«Non è leale!» gridò Haruki, portandosi avanti di un passo. «Hai giurato un duello fino al primo sangue, non una guerra di dei!»
Indra non lo degnò di uno sguardo. I suoi occhi si tinsero di rosso, tre tomoe roteanti comparvero nelle iridi: lo Sharingan era stato evocato.
Ora il suo corpo si muoveva con una freddezza innaturale, anticipando ogni gesto di Koyama, ogni rotazione della spada, ogni flusso di chakra. Il giovane iniziò a subire i colpi, costretto sempre più sulla difensiva.
Ma non si arrese. Con un ringhio sommesso, Koyama concentrò il chakra negli arti, avvertendo il calore risalirgli dalle vene. Il vento intorno a lui cominciò a turbinare, sollevando la neve in vortici argentei.
Afferrò con entrambe le mani la katana, la lama tremò per un istante, poi una scia d’energia la percorse per intero.
«Lame di vento!»
Con un fendente orizzontale, sprigionò una raffica d’aria tagliente che investì Indra. Le folate colpirono il Susanoo, incrinandone la superficie, e costrinsero l’avversario ad arretrare di alcuni passi.
Indra sibilò di rabbia, gli occhi che bruciavano di luce cremisi. «Sei solo un ragazzo, ma sei riuscito a irritarmi...»
Le sue pupille si trasformarono ancora, le tomoe si fusero in un disegno a spirale: lo Sharingan ipnotico.
Hagoromo si rizzò di colpo. «Indra, fermati! Non osare!»
L’energia nel cortile cambiò improvvisamente direzione. Il terreno vibrò.
Dalle crepe della neve spuntarono improvvise radici, spesse e nodose, che si avvinghiarono intorno a Indra, serrandolo in una morsa che nemmeno il Susanoo riusciva a spezzare.
Il pubblico trattenne il fiato. Tutti si voltarono verso Ashura, certi che fosse stato lui.
Ma Ashura era immobile, lo sguardo sbigottito.
Hagoromo, invece, chiuse lentamente gli occhi. Il suo volto si fece serio, ma attraversato da un’ombra di stupore e riverenza, ma anche commozione
«No…» mormorò. «Questo chakra... non è di Ashura. È di Hime.»
Indra spalancò gli occhi, incredulo. Sentiva la pressione stringergli le membra, il respiro mozzarsi, e la sua aura divina — quella stessa potenza che per anni aveva dominato i campi di battaglia — sembrava dissolversi di fronte a quella forza invisibile. Le radici, si torcevano e stringevano, incrinando il guscio violaceo del suo Susanoo fino a frantumarlo con un suono simile a vetro che si spezza.
Una luce smeraldina, quasi impercettibile ma antica come la terra, s’irraggiava dal terreno. Indra era sbalordito: quella non era la potenza di un jutsu, né di un chakra umano. Era un’energia che pareva provenire dal cuore stesso del mondo, una presenza viva e inesorabile. Somigliava alla forza del padre, eppure era diversa — più pura, più vasta, come se la natura intera avesse deciso di punire la sua collera.
C'era una bambina dietro quella colonna di legno, con i capelli bianchi, che lo fissava intensamente, con rabbia?
Il vento tacque. Le radici sussultarono, serrandolo ancora una volta, poi si arrestarono, lasciandolo sospeso, ansimante, in una morsa che nessuna tecnica conosciuta avrebbe potuto spezzare.
Nelle vicinanze, il piccolo tempietto delle reliquie di Hime tremava leggermente. Le sue pareti pulsavano di una luce tenue, come se rispondessero a un richiamo antico. Dentro, le quattro scatole che custodivano i resti dei serpenti bramavano energia: i cuori e gli organi sigillati, si muovevano come se fossero vivi.
«Lui... lui è benedetto da Hime...» balbettò Ashura, portandosi una mano al petto.
Le sue parole si dispersero nel silenzio generale. Poi, come spinti da un impulso sacro, alcuni servitori si inginocchiarono davanti a Koyama. Erano i più anziani, coloro che ancora ricordavano la sorella perduta, e che avevano custodito nel cuore la devozione per la dea della natura.
«È lui! Il prescelto della Somma Hime!» esclamò una donna, abbassando la fronte sulla neve.
Altri la imitarono, battendo le mani in segno di riverenza.
Koyama rimase immobile, con lo sguardo turbato. Si sentiva schiacciato da quella improvvisa venerazione; le ginocchia gli tremavano, il cuore gli martellava nel petto. Non si era mai sentito tanto osservato, tanto estraneo, tanto... indegno.
Nel frattempo Indra, furente, si dibatteva nella stretta, urlando con voce roca: «Liberatemi! Subito!»
La rabbia gli bruciava nelle vene, ma le radici non cedevano.
Ashura avanzò di un passo e con un profondo respiro si concentrò. Anche da sotto i suoi piedi spuntarono radici, più sottili, che si insinuarono tra quelle di Hime. Il legno si piegò, scricchiolò, e dopo un lungo momento di lotta silenziosa, riuscì infine ad allentare la morsa. Le radici divine si ritirarono lentamente, avevano assunto al loro compito.
Indra ricadde in ginocchio, ansimante, il corpo madido di sudore e gli occhi pieni di furia.
Solo allora il cortile tornò a respirare.
«Direi che la sfida finisce qua» sentenziò Hagoromo, la voce ferma ma carica d’autorità.
«Avevamo detto che doveva essere al primo sangue!» protestò Indra, ancora trafelato, gli occhi rossi di collera e il chakra che gli bruciava attorno come un’ombra irrequieta.
«E infatti c’è stato.» rispose l’anziano, senza alzare il tono. «Non ti sei accorto che sei ferito a una mano?»
Indra aggrottò lo sguardo, poi abbassò lentamente gli occhi. Sul dorso della mano sinistra c’era un taglio sottile, quasi invisibile, ma dal quale scorreva una piccola goccia di sangue che cadeva lentamente sulla neve.
«Me l’hanno fatto le radici» ribatté, serrando i denti.
«No.» Hagoromo scosse il capo. «Hime non ha mai ferito nessuno volontariamente. L’unica lama che abbia mai rivolto con l’intento di far del male, è stata solo contro sé stessa.» La sua voce si fece più grave, più solenne. «Quella ferita te l’ha inferta Koyama, con le sue lame di vento. Avevi lasciato una microscopica apertura, quasi impercettibile, ma lui l’ha vista. È un ninja votato a combattere nell’ombra, abituato a osservare con attenzione e ad agire nel momento esatto in cui il colpo può essere rapido e letale. È un buon osservatore, e questo lo rende pericoloso quanto un generale esperto.»
Gli occhi dei presenti erano tutti su Koyama, che rimaneva in piedi, silenzioso, la spada ancora in mano e lo sguardo basso. Non c’era vanità in lui, né compiacimento. Solo consapevolezza.
E per la prima volta, anche Indra, pur rabbioso, sembrò comprendere di aver sottovalutato quel giovane che fino a poco prima aveva chiamato bastardo.
Ashura, Kanna e i loro figli si avvicinarono per complimentarsi con Koyama. Tenere testa a Indra, ferirlo perfino, non era cosa da poco: in lui scorreva il sangue di un guerriero nato, e tutti ne erano consapevoli.
I servitori e alcuni anziani del villaggio, convinti che l’accaduto fosse un segno divino, spinse alcuni addirittura ad aggrapparsi al lembo del suo kimono per chiedergli la grazia o una benedizione. Nei loro occhi febbricitanti, Koyama scorse qualcosa di disturbante: un fanatismo cieco, lo stesso che aveva visto nei volti più folli degli Accoliti.
Un disagio crescente gli serrò lo stomaco. Non disse una parola, si liberò dalle loro mani e si allontanò, fino a scomparire tra i corridoi del palazzo.
Ci volle un po’ di tempo prima che Ashura riuscisse a trovarlo. Il giovane era seduto sul tetto, una gamba distesa, l’altra piegata al petto, lo sguardo fisso sull’orizzonte limpido di quella mattina d’inverno.
«È così che ci vedete voi altri?» chiese senza voltarsi. La voce era bassa, ma tagliente. «Dei folli come quella gente poco fa? Eppure io non sono così. Mio nonno non è così. Nessuno dei miei amici o della mia famiglia lo è.»
Ashura lo raggiunse e si sedette accanto a lui, prendendosi un momento prima di parlare. Il vento faceva ondeggiare le punte del tetto, e il cielo, terso e pallido, sembrava ascoltare.
«Devi capire, figliolo,» disse infine con tono pacato, «che ogni generazione vive fame, guerra o malattia — spesso tutte e tre insieme. E quando gli uomini non hanno più niente, si aggrappano all’unica cosa che non si può toccare: il divino. Hime, per loro, fu un lampo di speranza, una dea che non solo ascoltava, ma che si mostrava. Era la prova che la luce poteva davvero scendere sulla terra.»
Sospirò, fissando il cielo. «Ma gli uomini sono deboli. Anche la fede, quando è mal compresa, può marcire. Invece di guarire le loro ferite, la speranza li ha resi più avidi, più ciechi. Perfino la luce, a volte, acceca.»
Koyama lo guardò di lato, con gli occhi che ardevano di contraddizione. «Ma la mia famiglia non è affatto fanatica.»
Ashura scosse lentamente il capo. «Lo è, invece. Dal momento in cui hanno deciso che solo loro potevano essere i custodi delle reliquie. Dal momento in cui, per proteggere i loro segreti, non ci penserebbero due volte a morire gettandosi da un dirupo… o a rapire un bambino in fasce, per crescerlo nell’odio verso suo padre e suo nonno, convincendolo che fossero dei demoni.»
Koyama accigliò lo sguardo e la mascella gli si indurì. Non sapeva perché, ma quei giorni trascorsi lontano dal suo clan gli stavano “schiarendo la mente”. Era come se, per la prima volta, riuscisse a guardare dentro le cose — e non solo attraverso ciò che gli avevano insegnato a vedere.
Davanti ai suoi occhi scorsero ricordi intrecciati: risate, addestramenti, volti familiari; ma anche sguardi di diffidenza, parole taglienti, il peso di un nome che non sempre era stato suo amico.
«Sai,» cominciò, la voce bassa ma ferma, «alcuni di loro, fin da quando ero bambino, hanno sempre distorto il mio nome. Per loro non ero Koyama, ma Kojama. Vuol dire “bambino che disturba”.» Un sorriso amaro gli sfiorò le labbra. «Per certi ero solo un peso indesiderato, perché, anche se figlio di Kaze, ero pur sempre il figlio del demone Ashura Otsutsuki. Persino uno dei miei zii continua a chiamarmi così… anche se credo che, dopo tutti questi anni, abbia imparato almeno a tollerarmi.»
Ashura lo ascoltava in silenzio, il viso contratto.
«Ero con lui,» continuò il ragazzo, «la notte in cui siamo venuti a riprenderci le reliquie.»
«Forse è per questo che ti ha lasciato solo,» mormorò Ashura, lo sguardo perso nel vuoto.
Koyama scosse appena la testa. «Sono stato io a dirgli di andarsene. Ha moglie e figli, non era giusto rischiasse la sua vita insieme a me.»
Ashura serrò le mani sulle ginocchia. «E non era giusto lasciare un ragazzo in balia dei nemici. Se solo quella notte ci fosse stato Indra al mio posto…»
Si fermò. Entrambi lasciarono morire la frase nell’aria, come un ramo secco spezzato dal vento.
Dopo qualche istante, Ashura provò a ricomporre la tensione con un sorriso stanco. «Tuo nonno ti chiama Koyama, invece, giusto?»
Il giovane annuì, con un’espressione che per un momento si addolcì. «Sì. Lui, zia Tsuchi, zio Mizu, zio Rai… ma anche altri, soprattutto i bambini. Mi amano, mi rispettano. Ed è per questo che so che in questi giorni li sto facendo preoccupare. Se pensi davvero che siano dei fanatici, allora il loro amore dovrebbe essere rivolto solo a un unico obiettivo. Eppure, fu Togo stesso a pregarmi di non cimentarmi in questa impresa. Mi ama a tal punto che era disposto a rinunciare persino all’occasione di riprendersi le reliquie.»
«Sappi,» disse Ashura dopo un lungo silenzio, lo sguardo perso verso l’orizzonte, «che credo davvero a ciò che ho detto poco fa… che sei benedetto da Hime.»
La sua voce era calma, ma intrisa di un rispetto nuovo. «Solo una persona come te poteva ridestare uno spirito rimasto assopito per decenni. Qualcosa mi dice che sei destinato a un compito molto più grande di quanto tu possa immaginare.»
Koyama non rispose subito. Quelle parole gli rimbombarono dentro, come un’eco che non sapeva se accogliere o respingere. Conversare con suo padre — restare lì, accanto a lui, senza più l’ombra del sospetto — gli provocava un senso strano, un nodo che saliva dal petto fino alla gola.
Per la prima volta lo guardò davvero.
L’uomo che sedeva al suo fianco era lo stesso che sua madre aveva amato, e che l’aveva amata con altrettanta intensità. Sul suo volto si leggevano i segni lasciati dal tempo e dalle battaglie, ma anche la serenità di chi non ha mai smesso di credere nella bontà del mondo. I lineamenti, pur segnati, conservavano una gentilezza profonda, una luce discreta che lo avvolgeva come un’aura.
Koyama sentì un calore improvviso serrargli il petto.
Per la prima volta, non vide più Ashura come “il demone” di cui gli avevano sempre parlato, ma semplicemente come suo padre.
«Dici questo perché ho a cuore la mia famiglia e li difendo?» chiese Koyama, senza distogliere lo sguardo dal cielo.
Ashura sorrise appena, un sorriso velato da malinconia. «Anche, sì. Come Kaze sperava, tu sei il ponte tra due famiglie divise da decenni di rancori. Lì dove la mia famiglia vede il clan Togo come un gruppo di fanatici, tu invece hai saputo vedere calore, affetto, e hai compreso le loro ragioni… anche se, forse, ora stai iniziando a guardare oltre quel velo che ti avevano posto davanti agli occhi.»
Fece una pausa, poi aggiunse con tono più pacato: «Allo stesso tempo, ora che sei qui con noi, hai potuto vedere che non siamo i mostri di cui ti hanno sempre parlato. Dimmi, Kanna, Haruki, Tsuki, Taiyo… ti sembrano davvero dei demoni? O per loro hai cominciato a provare affetto? Sii sincero.»
Koyama si strinse appena nelle spalle, ma il silenzio che seguì parlò più di mille parole.
Nella sua mente si sovrapposero immagini contrastanti: i giorni trascorsi con gli Accoliti di Hime, la premura di Togo, i racconti intorno al fuoco, le preghiere sotto il cielo notturno. Ma ora, accanto a quei ricordi, si affacciavano le serate trascorse al palazzo: le cene in famiglia, le risate di Haruki, la vivacità dei gemelli, la gentilezza di Kanna.
C’era qualcosa di nuovo in quei momenti — una quiete che non conosceva, una sensazione di appartenenza che non aveva mai provato.
Ripensò ai piccoli gesti che lo avevano colpito più di ogni addestramento: Kanna che gli porgeva del tè caldo dopo l’allenamento, Ashura che lo osservava con orgoglio silenzioso.
Era quella, capì, la parte di vita che gli era mancata: avere due genitori che lo accudissero e gli stessero accanto.
E, per la prima volta, non seppe se sentirsi in colpa o grato.
«Purtroppo mancano meno di due settimane al termine della tua permanenza qui,» disse Ashura, lasciando scivolare un sospiro. «Ma sai, una parte di me spera che, alla fine di questo periodo, tu decida di restare.»
Fino a pochi giorni prima, Koyama avrebbe risposto con un "no" secco. Ora, però, quelle parole gli rimasero sospese sulle labbra, esitanti.
«Se io restassi,» disse infine, con tono incerto, «potresti trovarti in disaccordo con tuo fratello. Lui mi odia.»
Ashura fece un sorriso amaro. «Indra… purtroppo è portato ad odiare con troppa facilità. Ritiene gli altri inferiori, e da questo nasce tutto il suo veleno. Gli voglio bene, ma più passano gli anni, più capisco che nel suo cuore cresce solo aridità. Non so perché sia diventato così. Da bambino era diverso — bravo, persino protettivo nei miei confronti. Poi, man mano che la sua abilità nel ninshu aumentava, cresceva anche il suo ego.»
Koyama abbassò lo sguardo. «A tal punto che per lui il fatto che sia stato concepito un bambino fuori dal matrimonio, e per giunta con un’Accolita di Hime, è qualcosa di indegno e schifoso.»
Sul suo volto si accese un’ombra di amarezza.
Ashura annuì lentamente.
«Se avesse conosciuto Hime come la conosco io, forse avrebbe cambiato idea… o forse avrebbe finito per disprezzare anche lei.» Aggiunse Koyama.
«Sì,» rispose Ashura, lasciandosi sfuggire un sorriso velato, «se Hime fosse ancora qui con noi, chissà come sarebbero andate le cose tra loro due. Beh, poco fa credo che ne abbiamo avuto una piccola dimostrazione. Lo avrebbe rimesso in riga!»
Ashura rise di gusto, una risata breve ma sincera, poi improvvisamente si fermò, notando la frase del figlio.
«Aspetta un momento… come la conosci tu?» chiese, incuriosito. «Cosa vuoi dire?»
Koyama esitò un istante, come se stesse valutando se confidargli quel segreto. Poi, con voce calma e seria, rispose:
«Intendo dire che… Hime mi parla. Ogni notte, da quando sono qui. Il suo spirito mi visita. Mi appare come una giovane donna dai lunghi capelli, luminosa come la luna, e mi parla del passato, ma anche del futuro.»
Ashura lo guardò come se il tempo si fosse fermato. Gli occhi si spalancarono, increduli, mentre un brivido gli attraversava la schiena.
«Lo spirito di Hime…?» mormorò. «E cosa ti dice?»
Koyama abbassò il capo, la voce quasi un sussurro.
«Che il mio destino è esattamente quello voluto da mia madre. Essere un ponte ma anche giudice.» Poi lo guardò dritto in faccia. «E di allearmi con te.»
«Allearti con me?» ripeté Ashura, corrugando la fronte, mentre un’ombra di preoccupazione gli attraversava lo sguardo. «Per quale occasione, Koyama?»
«Un giorno ti scontrerai con tuo fratello,» rispose il ragazzo, la voce ferma. «Non è una previsione del futuro… è una certezza. Hime stessa, che in questi anni vi ha osservato, non ha dubbi. Il momento si avvicina, e tu avrai bisogno di me.»
Ashura rimase in silenzio. La mascella gli si contrasse, lo sguardo si fece opaco, perso nel vuoto. Mille pensieri gli affollarono la mente come un turbine inarrestabile.
Da tempo, ormai, il mormorio di un possibile conflitto tra i due fratelli serpeggiava nei corridoi del palazzo. Con Hagoromo sempre più curvo sotto il peso degli anni e della stanchezza, la successione era un argomento che tutti evitavano, ma che aleggiava nell’aria come un presagio inevitabile.
Ashura sapeva bene che, per diritto di nascita, sarebbe spettato a Indra guidare la famiglia. Nessuno lo metteva in dubbio. Ma negli ultimi tempi, l’inquietudine cresceva nei villaggi: la gente temeva che, una volta divenuto capo, Indra avrebbe governato con il pugno di ferro, imponendo la sua visione spietata di ordine e disciplina. Sempre più persone, in silenzio, cominciavano a guardare verso Ashura — non come al secondo figlio, ma come all’unico in grado di mantenere la pace.
Quelle voci non lo lusingavano, lo spaventavano.
Guardò suo figlio, il vento che gli scompigliava i capelli rossi, lo sguardo deciso e adulto, pur nella giovane età.
Koyama era forte, integro, guidato da un ideale puro — eppure segnato da origini che per molti restavano un’onta. “Il figlio illegittimo”, come sussurravano i più prudenti.
E Indra, con la sua memoria di ferro e il suo orgoglio ferito, non aveva mai dimenticato né perdonato.
Nemmeno il graffio di un ragazzino di sei anni, dagli occhi color dell’ambra, gli aveva lasciato sulla guancia.
Ashura lo sapeva: il giorno in cui la rabbia di Indra sarebbe esplosa del tutto, nessuno — nemmeno il sangue — l’avrebbe fermato.
«Sembra che Hime ti abbia affidato molti oneri, ragazzo,» disse Ashura, osservandolo con un misto di rispetto e malinconia.
Koyama sospirò, ma il suo sguardo rimase saldo, immobile come una fiamma che non vacilla al vento. «È così,» rispose con calma. «Ma ho riflettuto a lungo su quelle parole, e sono pronto a sobbarcarmi questo peso. Del resto, io combatto per la pace. L’ho sempre fatto tra le ombre, ora lo farò anche alla luce del sole. E sapere che la divina Hime mi guida… questo mi dà forza.»
Fece una breve pausa, poi aggiunse con tono più dolce: «Ma mi dà forza anche la consapevolezza di avere due famiglie così nobili alle spalle.»
Il cuore di Ashura iniziò a battergli più forte. Quelle parole — semplici, sincere — gli colpirono l’animo. Era forse la prima volta che Koyama riconosceva apertamente la sua eredità paterna. Forse, finalmente, aveva accettato di essere anche un Otsutsuki.
L’uomo di mezza età si alzò in piedi di scatto, talmente rapido che Koyama sobbalzò, sorpreso. Una nuova energia lo avvolse, vibrante, luminosa, carica di entusiasmo e speranza.
«Se tu ti alleerai con me,» dichiarò Ashura, la voce ferma ma vibrante, «io a mia volta ti sarò alleato.»
Koyama aggrottò le sopracciglia. «C-che vuoi dire?» chiese, incerto.
Ashura sorrise, con la stessa luce che si accende negli occhi di chi ha appena intravisto un destino più grande.
«Voglio dire,» spiegò, «che ti aiuterò a portare equilibrio. Tu sei il figlio di due casate che si odiano da decenni, eppure il tuo cuore non conosce rancore. Vuoi che tutto questo finisca, vero? Che Togo e Hagoromo, un giorno, possano di nuovo stringersi la mano.»
Posò una mano sulla spalla del figlio. «Allora, da oggi, combatteremo per lo stesso scopo.»
Quando Indra li vide rientrare, il suo sguardo si fece di pietra. La mascella serrata, le pupille ardenti, un’ombra di disprezzo che gli attraversava il volto come una crepa profonda.
Da tempo serbava dentro di sé un rancore che nessuna parola, nessun gesto, aveva mai potuto placare. Quando aveva scoperto che Kaze — una ragazzetta nomade — era rimasta incinta del fratello, aveva provato un disgusto viscerale. Il sangue di un essere inferiore mescolato a quello di una semidivinità… una contaminazione, un affronto all’eredità del loro lignaggio celeste.
In quei giorni, ancora giovane ma già potente, aveva tentato di porre rimedio a quella “macchia”. Aveva usato lo Sharingan ipnotico per costringerla a togliersi la vita, dopo quelle che per la ragazza erano stati giorni e giorni di tortura, racchiusi in pochi minuti. Ricordava bene lo sguardo di Kaze, le sue pupille che tremavano, la lama che esitava a sfiorarle i polsi, ma che infine le provocarono quei tagli. Ma una forza misteriosa, invisibile, l'aveva tenuta in vita. Qualcosa — o qualcuno — aveva protetto sia lei che il bambino.
Ora, dopo tanti anni, forse capiva. Forse quella volontà che lo aveva ostacolato apparteneva proprio a Hime.
Indra sollevò lentamente lo sguardo verso il cortile interno, dove si stagliava il piccolo tempietto. Quel luogo sacro custodiva le reliquie di una sorella che non aveva mai conosciuto, ma per cui ora aveva capito cosa provare: disprezzo.
Hime — l’essere che si era votata a proteggere ed aiutare i deboli. Una divinità che, invece di dominare, aveva scelto di morire. Ai suoi occhi, non era una santa, ma una codarda.
Aveva tra le mani un potere capace di piegare le leggi della natura… e lo aveva sprecato.
«Che spreco di chakra divino,» mormorò a denti stretti.
Le mani si chiusero a pugno, lo Sharingan guizzò per un istante nei suoi occhi come una fiamma violacea.
Sapeva esattamente cosa avrebbe fatto una volta ereditato il clan.
Avrebbe rimediato all’errore di diciassette anni prima.
Avrebbe cancellato quell’onta — Koyama, il bastardo, e le reliquie della codarda Hime — e con essi, ogni debolezza che ancora contaminava il sangue degli Otsutsuki.