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Quando si risvegliò, dovette mettere lentamente a fuoco.
Lo scontro lo aveva provato come mai prima d’ora: non era mai stato così vicino alla morte.
Era adagiato su qualcosa di morbido e profumato, mentre il tintinnio delicato di una campanella di vetro gli giungeva alle orecchie, portato dal vento.
Per un attimo pensò che lo zio fosse tornato con i rinforzi e l’avesse salvato.
Ma poi sentì delle risatine soffocate, leggere, femminili. Si irrigidì, confuso.
Puntellò i gomiti, si sollevò con le mani: la coperta gli scivolò dal torso allenato, provocando immediatamente uno squittio dalle fanciulle che avevano riso poco prima.
Riaprì gli occhi e si trovò davanti due giovani servette che lo fissavano, combattute tra la malizia e la timidezza.
«Dove sono?» chiese con voce roca, guardandosi intorno.
La stanza era elegante, arredata in stile classico, con pannelli di legno chiaro e mobilio pregiato che non riconosceva.
Le due ragazze, invece di rispondere, corsero via ridacchiando.
«Signora, signora, si è svegliato!»
All’improvviso i ricordi gli piombarono addosso come un’onda improvvisa. Si strappò le coperte di dosso e tentò di alzarsi — ma una trazione improvvisa lo fermò.
Abbassò lo sguardo: una caviglia era ammanettata.
«Ma che diamine…» borbottò, cercando invano di liberarsi da quell’aggeggio di ferro.
«Mio marito l’ha rinforzata con il suo chakra. Non puoi romperla.»
La voce gentile lo fece voltare di scatto.
Sulla soglia c’era una donna dai lunghi capelli blu scuro, la pelle chiara e il volto appena segnato dal tempo.
I suoi occhi grigi trasmettevano una calma profonda, quella di chi ha imparato la pazienza e la misura di una vita intera.
Indossava un elegante miko dalla stoffa sottile, cucito da mani esperte, con tomoe dipinti a mano lungo le maniche e l’orlo.
«Tu sei Kanna Ōtsutsuki, vero?» chiese Koyama, aggrottando lo sguardo.
Kanna si portò una mano alla bocca, coperta dall’ampia manica, e sorrise appena.
«Che maniere rudi. Ma non ti conviene fare lo spavaldo. Sarai pure figlio di Ashura, ma resti un nostro nemico.»
«Allora lasciatemi andare, visto che sono un ospite sgradito.»
La donna scosse lentamente il capo, il sorriso ancora composto.
«Sei il figlio ritrovato. Il primogenito di mio marito, sebbene avuto fuori dal matrimonio.»
«Se non mi lasciate andare, la mia famiglia tornerà a prendermi.»
Il sorriso di Kanna svanì.
«Meglio che non lo facciano. Dopo questo tentativo abbiamo rinforzato la sorveglianza e cambiato la combinazione segreta per accedere alle reliquie. Possono provarci, ma se tieni a loro, devi sperare che non lo facciano. Non vorrai che le loro teste finiscano su delle picche.»
Koyama scattò d’impulso, tentando di avvicinarsi a lei per guardarla dritta negli occhi, ma la catena alla caviglia lo trattenne di colpo, facendolo cadere goffamente fuori dal letto.
«Non so cosa tu volessi fare,» disse Kanna, senza scomporsi, «ma ti prego di calmare questi bollenti spiriti. Per ora hai una stanza tutta per te, ma se proverai a farmi del male, non importerà che tu sia suo figlio. Io resto sua moglie.»
Koyama, borbottando tra sé, si tirò su e si rimise a letto. Non poteva neppure sedersi senza risultare sconveniente davanti a una donna del suo rango, così si ridistese e fissò il baldacchino sopra di sé, con la mascella tesa.
«Davvero credi che sia stato lui a uccidere tua madre?» chiese Kanna, la voce ora più bassa, quasi compassionevole.
«Il fatto che lei non sia più qui ne è la prova, direi.»
Kanna scosse piano il capo.
«Sei un guerriero risoluto, ma ancora giovane. E sei stato fuorviato da un uomo folle.»
Koyama inarcò le sopracciglia, la rabbia gli incendiò gli occhi.
«Come osi dare del folle a mio nonno? Lo conosci, per caso?»
Lo sguardo acceso e indignato di Koyama la fece indietreggiare di un passo, sorpresa da una reazione tanto improvvisa.
«Mi dispiace, non ho dosato bene le mie parole,» disse infine, dopo un respiro profondo.
«Ma anche se ti ha trattato bene, devi sapere che tuo nonno ha la tendenza a travisare la realtà. Si autoconvince di ciò che vuole credere… e, purtroppo, ha coinvolto in questo anche i suoi figli e suo nipote.»
«Togo non solo ha perso la moglie, ma gli è stata strappata anche la primogenita. Tutto per mano della famiglia Otsutsuki. Siete stati la sua disgrazia… e hai pure il coraggio di dire che ha travisato la realtà?»
Kanna sospirò, il tono si fece più dolce.
«Sono da vent’anni un membro di questa famiglia. Per me Hagoromo Ōtsutsuki è come un padre, e credo che anche attraverso di me, se accetterai le mie scuse, sarà come se venissero da lui. Se tuo nonno ha detto o fatto certe cose, sono certa che anche la famiglia Ōtsutsuki ha la sua parte di colpa.»
«Le scuse non gli faranno tornare in vita le sue amate.»
«No, certo. Ma forse può esserci un’occasione di redenzione… se gli facciamo sapere che sei incolume. Hai visto? Grazie ad Ashura non hai più neanche un graffio.»
Koyama abbassò lo sguardo sul proprio corpo: la pelle era intatta, le ferite della notte prima completamente scomparse.
«Ashura ha sviluppato negli anni diverse abilità,» continuò Kanna, «tra cui l’arte medica. Con l’imposizione delle mani può chiudere quasi ogni ferita. Sai perché… o meglio, per chi l’ha perfezionata?»
Il ragazzo sollevò gli occhi verso di lei. Non c’era bisogno di rispondere: aveva capito. Si riferiva a sua madre. Forse, se allora Ashura fosse stato abbastanza esperto, avrebbe potuto salvarla.
«Se facciamo sapere a tuo nonno che stai bene, lo rincuorerai,» proseguì Kanna. «Ma devi anche dirgli di non compiere gesti avventati. Né lui, né i suoi figli.»
«Quindi devo farmi usare come ostaggio per proteggere la mia famiglia?»
Kanna sospirò di nuovo.
«In cuor nostro speriamo che, col tempo, tu non lo viva così. Anche se ora ci odi, questa è casa tua. Hai dei fratelli, Koyama.»
Il ragazzo si morse il labbro. Voleva restare ostile, ma la gentilezza di Kanna lo disarmava. Sembrava emanare una luce calda, un’aura dorata che attenuava ogni rabbia. Quella sensazione di protezione che la zia Tsuchi aveva cercato di dargli — ma che, troppo giovane, non era riuscita a trasmettere — ora gli sembrava reale. Era la stessa dolcezza che da bambino aveva sempre invidiato agli altri, e che il destino gli aveva negato.
«Mettiti l’anima in pace. Non sarà mai così,» borbottò infine, girandosi dall’altra parte. «Ora ho bisogno di dormire.»
Kanna sorrise, con un’ombra di tenerezza.
«Staremo a vedere,» mormorò piano.
Le ore sdraiate su quel letto scorrevano lente e noiose. Koyama aveva provato in tutti i modi a spezzare quel pezzo di ferro che gli bloccava il piede alla ringhiera, ma non ne voleva sapere di rompersi.
Le servette gli portarono il pranzo a letto, sempre tra risolini e guance arrossate. Forse avrebbe potuto approfittarne, ma non era nella sua natura sedurre una donna per i propri scopi.
Prima o poi lo avrebbero dovuto liberare, bastava solo pazientare.
E non si sbagliava.
Quando Ashura tornò dai suoi affari, a sera, e si presentò nella stanza, la manetta scattò con un clang, liberandolo finalmente.
Koyama si massaggiò la caviglia, mentre l’uomo di mezza età lo fissava con un sorriso colmo d’incredulità.
«Mi ricordi tantissimo Kaze. Sei la sua copia sputata,» disse. Nella voce c’era una nota di malinconia. «Non c’era giorno che non ti pensassi, anche se agli altri lo tenevo nascosto.»
«Nascosto perché avevi avuto un figlio bastardo…» borbottò il giovane.
Ashura non gradì quella battuta. «Io volevo sposare tua madre, questo Togo non te l’ha detto? Dal momento in cui l’ho scoperto, mi sono assunto le mie responsabilità. Ma Kaze amava troppo suo padre per dargli il dispiacere di vederla sposata a un Otsutsuki.»
Koyama sollevò lo sguardo, i suoi occhi giallo paglierino lo trapassarono. «Perché allora si tagliò le vene?»
Ashura scosse il capo. «Non so che dirti. Quando una donna è incinta, a volte la sua mente, invece di gioirne, la trascina in una tristezza profonda... Poi Togo e i suoi le avevano fatto credere che io l’avessi presa con la forza.»
Si aspettava l’ennesima accusa, ma la risposta del figlio lo spiazzò.
«Io non lo credo,» disse Koyama, con calma. «Nelle mie missioni ho avuto spesso a che fare con uomini invischiati in affari loschi, che minavano ciò che si stava costruendo. Io combatto nell’ombra quelle guerre intestine che, se non domate, diventano la miccia di conflitti più grandi. E credimi, spesso mi sono trovato a far fuori persone che non volevano ciò che tu stavi costruendo. Azioni giuste per il popolo. Perciò mi sono chiesto: come può il demone di cui mi hanno parlato in famiglia essere la stessa figura che il popolo osanna?»
Ashura si illuminò, sull’orlo della commozione. «Perciò tu hai capito che sei nato da un atto d’amore.»
«L’alternativa sarebbe terribile,» rispose il giovane. «Il mio istinto mi dice che almeno su questo tu non hai colpe. Spero solo che non sia il desiderio di aggrapparmi alla speranza a dettarmi questa convinzione, ma la ragione.»
Ashura si portò una mano al cuore. «Sul mio onore, Koyama, per me tua madre era la reincarnazione di Hime. Se non fosse morta per averti dato alla luce, avrei lottato ogni giorno per conquistarla e renderla mia moglie.»
Koyama lo fissò in silenzio.
Fu allora che il verso lontano di una civetta ruppe la quiete. Il crepitio della stufa riempì l’aria, mentre il padre attendeva il responso del figlio.
«Va bene, voglio crederti,» disse infine Koyama, alzandosi in piedi. Era già alto quanto lui.
Ashura poté così osservarlo meglio.
Il kimono da camera grigio chiaro metteva in risalto il corpo asciutto ma allenato. Aveva il viso di Kaze, ma con lineamenti più marcati, virili. E quella chioma folta, rossa con ciocche bianche, non poteva passare inosservata. Non si stupì, dunque, che tra le giovani della servitù fosse già oggetto di pettegolezzi.
«Avrei tante domande da farti,» ammise Ashura, senza riuscire a celare l’emozione. «Chi ti ha insegnato a combattere, come sei cresciuto... Ma confesso che ho anche una gran fame. Sarebbe per me una grande gioia averti a cena con tutta la famiglia.»
«La tua famiglia,» ribatté secco Koyama.
«La nostra famiglia,» rispose con fermezza l’uomo.
Come gli aveva anticipato Kanna, era tanto abile con la spada quanto privo di tatto. Ma in fondo, per diciassette anni gli avevano insegnato che la sua famiglia paterna non era altro che un branco di demoni mangiatori di carne umana. E con una capostipite come Kaguya, passata alla storia per aver fatto sorgere l’Albero Divino per nutrirsi dell’energia vitale della terra, non c’era da stupirsi.
«Ti farò portare dei vestiti adatti all’occasione e le indicazioni per raggiungere la sala. Questa sera conoscerai l’altro tuo nonno e uno dei tuoi fratelli, che è venuto con me.»
Detto questo, si congedò, ma prima di chiudersi la porta alle spalle, gli rivolse un ultimo sorriso paterno.
Non appena Ashura uscì dalla stanza, Koyama si lasciò cadere sul letto, cercando di riprendere fiato. Rimase così per qualche istante, poi riaprì gli occhi con un’espressione più decisa.
Si alzò e iniziò a ispezionare la stanza con attenzione. Si avvicinò prima alla finestra: come immaginava, era sigillata. Dal primo piano riusciva a vedere il cortile innevato e, al centro, il tempietto che custodiva le reliquie.
Mentre restava lì, ad osservare la luna che faceva capolino sopra il tetto spiovente, il crepitio della legna nella stufa fu interrotto da una risatina fanciullesca.
Si voltò di scatto, ma non c’era nessuno. Forse se l’era immaginata.
Con tutte le risatine delle servette durante la giornata, era probabile che gli risuonassero ancora nella testa.
Qualcuno bussò.
Al suo consenso, entrò un ragazzo che gli porse gli abiti per la cena.
Quando si fu vestito di tutto punto, Koyama era pronto.
Non appena varcò la soglia, notò subito due guardie armate in attesa. Mentre avanzava, altri soldati si unirono al seguito.
Si riempiono la bocca di belle parole, ma alla fine dei conti sono solo un prigioniero, pensò con amarezza.
Anche se, in fondo, Ashura non aveva torto: se avesse trovato un varco libero dalla sorveglianza, avrebbe colto l’occasione per fuggire. Ma suo padre lo voleva a cena.
Appena entrò nella sala, cadde un silenzio imbarazzato. Tutti lo fissavano, e lui ricambiava quello sguardo, freddo e curioso.
Il suo si posò infine sull’uomo seduto a capotavola.
Non era propriamente un uomo. La pelle grigia, due corna che gli spuntavano dalla fronte, il portamento solenne: era evidente che fosse un Otsutsuki. Indossava un kimono bianco con tomoe neri dipinti a mano, come tutti gli altri presenti alla tavola.
Solo Koyama ne era privo. Il suo abito era marrone, con piccoli ricami. Ashura aveva pensato, con ragione, che non avrebbe indossato una veste del casato Otsutsuki.
Non voleva, ma il contesto imponeva un minimo di cortesia: si inchinò brevemente, poi andò a sedersi nel posto libero a lui riservato, accanto a un giovane di poco più piccolo, che doveva essere suo fratellastro.
«Non posso crederci… finalmente ho visto il tuo viso» disse Hagoromo con tono stanco, la voce graffiata dal peso degli anni.
Era ormai un uomo curvo, assistito da un domestico che gli massaggiava le spalle per aiutarlo a mantenere la postura.
«Quando sei nato, io ero lontano. Ma conobbi tua madre, e lascia che ti dica che fu una creatura straordinaria.
Non appena i nostri sguardi si incrociarono, provai per lei un affetto profondo… come se avessi ritrovato la mia Hime.»
«Sembra che mia madre fosse ben voluta, qui» commentò Koyama, con tono piatto.
Hagoromo annuì lentamente.
«E lo era. Quando divenne sacerdotessa delle reliquie, ammirai la sua dedizione nell’onorare Hime.
Aveva una dolcezza naturale, ma anche una schiettezza rara… era impossibile non notarla.
Non mi stupì affatto che Ashura, allora, ne rimanesse fulminato.»
Ashura si grattò la nuca, imbarazzato.
«Padre, vi prego… o Kanna mi farà dormire nel cortile stanotte.»
Kanna rise dietro la manica del kimono.
«Marito mio, ho sentito parlare molto bene di quella giovane. Non sono gelosa — purché non la nomini in certi momenti.»
Un’ondata di risate si diffuse tra i presenti, alleggerendo l’atmosfera.
Tutti, tranne Koyama, che restava rigido e composto, un corpo estraneo in quella famiglia così serena.
«Ciao, io mi chiamo Haruki Otsutsuki,» disse il ragazzo al suo fianco, chinando rispettosamente il capo.
«Accidenti, è vero allora… tu sei il famoso Shinigami!»
Koyama lo fissò, accigliandosi.
«Se sono così famoso, allora è meglio che cambi presto soprannome.
Non potrei più fare il mio mestiere di sicario.»
Haruki rimase spiazzato.
Non aveva ancora quindici anni, e l’idea di avere accanto un fratello maggiore tanto forte lo aveva riempito di ammirazione.
Ma la freddezza di quella risposta gli fece capire che il legame che sognava non sarebbe nato così facilmente.
Anche gli altri smisero di sorridere: l’imbarazzo era palpabile.
Per fortuna, in quel momento arrivarono le portate, e l’atmosfera tornò a distendersi.
«Koyama, posso chiederti dove hai vissuto fino ad ora?» domandò Kanna, a un certo punto.
«Proprio come tuo marito sa, la nostra famiglia è nomade. Non abbiamo un luogo fisso.»
«Non dovresti essere così irrispettoso, ragazzo» lo ammonì Hagoromo. «È la moglie di tuo padre: dovresti darle del voi e usare toni più cortesi.»
«Nella mia famiglia non ci facciamo questi crucci. Siamo tutti alla pari, viviamo in sinergia, anche tra membri che non condividono lo stesso sangue.» Rispose il giovane, impassibile. «Questi formalismi appartengono solo alle mura nobili, non a me.»
Kanna accarezzò il braccio del suocero, per ringraziarlo d’aver preso le sue difese, poi fronteggiò con sguardo deciso il ragazzo.
«Sai, Koyama, a differenza di ciò che credi, io non ho origini nobili. Provengo dal Paese degli Antenati, fatto di villaggi agricoli. Ero una semplice popolana quando tuo padre mi conobbe, perciò quello che intendi lo comprendo bene.
Ma anche l’uomo più umile sa mostrare rispetto a una donna, quando l’occasione lo richiede.
Sono certa che tuo nonno, con Hime, non aveva certo modi così rozzi — e di sicuro non li ha trasmessi alla sua discendenza.»
Koyama rimase in silenzio: Kanna lo aveva rimesso al suo posto.
Poi la donna addolcì lo sguardo. Del resto, era solo un ragazzo, poco più grande di Haruki, benché già temprato come un guerriero esperto.
«Sono felice che Togo abbia mandato proprio te. Credo fosse destino. Sapevamo che non potevi essere morto.»
«Mio nonno non voleva che andassi, pensava fosse troppo pericoloso. Presto avrà un grande dolore, quando mio zio gli farà sapere della mia cattura. Mi vuole molto bene: ha sempre badato a me fin da quando ero in fasce.»
I tre adulti sorrisero con benevolenza. Anche se con Togo c’erano stati dissapori, era un uomo che aveva molto a cuore la famiglia; e proprio spinto da quella nobile causa aveva fatto ciò che aveva fatto. Nessuno lo avrebbe mai accusato di essere vile o crudele.
«Per questo ti ho detto di scrivergli una lettera. Se non avrà notizie da te, farà carte false per venire a recuperarti» spiegò Kanna.
«Dovreste liberarmi. È l’unico modo perché non tenti di farlo lui stesso, insieme ai miei zii» rispose il ragazzo, deciso.
Kanna, Ashura e Hagoromo si scambiarono uno sguardo dispiaciuto: era chiaro che il giovane non aveva alcuna intenzione di restare con loro.
«Sai, ero proprio ansioso di conoscerti, fratello» disse Haruki, cercando di sorridere. «Noi tutti sapevamo che non potevi essere morto, che eri là fuori da qualche parte. E sapere che sei diventato un così forte spadaccino… beh, mi esalta ancora di più.»
Abbassò lo sguardo. «Speravo che tale gioia fosse ricambiata da mio fratello, ma evidentemente mi sbagliavo.»
Koyama sentì una stretta al petto. Aveva davvero deluso Haruki. Poi alzò lo sguardo e notò che la stessa delusione era impressa anche sui volti degli altri.
In quel momento una leggera folata d’aria entrò dalla finestra, facendo tremolare le candele. Gli parve di udire una risatina argentina — una voce di fanciulla — ma non vi fece troppo caso.
Sospirò, poi scrollò le spalle. «Un mese» disse infine, con tono deciso.
Gli altri si voltarono verso di lui.
«Resterò con voi un mese. Scriverò a mio nonno che sto bene, e che Ashura Otsutsuki desidera soltanto un po’ di tempo per stare con suo figlio ritrovato.»
Le parole bastarono a cambiare l’atmosfera.
«Un mese, e sia!» disse Ashura, entusiasta. «Farò in modo che tu possa scoprire tutto questo ramo della tua famiglia… e chissà, magari vorrai restare anche più a lungo.»
Koyama rimase in silenzio, lo sguardo duro. Non voleva illuderli.
Un mese sarebbe bastato. E avanzava.
La cena trascorse tranquilla.
Gli rivolsero qualche domanda, a cui rispose con misura, senza mai dire più del necessario.
Non sembravano interessati agli affari interni del culto di Hime, come lui aveva temuto, ma a questioni più semplici: se la sua infanzia fosse stata felice, se avesse mai avuto malattie gravi, se si fosse rotto qualcosa.
Ashura gli chiese persino se avesse una ragazza e, prima che potesse rispondere, Haruki esclamò scandalizzato che credeva fossero tutti cugini e fratelli, laggiù, nel luogo in cui era cresciuto, e che quindi non osava immaginare come facesse.
Koyama si limitò ad accennare un sorriso ironico. Erano una piccola comunità, sì, ma certo non praticavano l’incesto.
Quando poi si sparse la voce che il figlio ritrovato di Ashura, oltre a essere un bel ragazzo, era anche single, il fervore nel settore femminile della servitù crebbe sensibilmente.
Da parte sua, Koyama non fece molte domande. Nella sua spavalderia giovanile credeva già di sapere tutto, rinforzato dalle parole del nonno su quella famiglia: un covo di serpi che si nasconde dietro la cortesia.
Un teatro di buone maniere per coprire il marciume.
Eppure ciò che vedeva cozzava con ciò che sapeva.
Più li osservava, più gli risultava difficile credere che fossero tutti così nobili e puri come apparivano.
Ashura, certo, aveva il carisma di un leader naturale: gli uomini lo seguivano volentieri. Ma era impossibile che non avesse anche lui i suoi scheletri.
E di Indra si mormorava che la sua forza derivasse dalle vite che aveva strappato, soprattutto di coloro che chiamava “amici”.
Quanto a Kaguya… di lei bastava pronunciare il nome per gettare un’ombra sull’intera stirpe.
La luna stessa, silenziosa e alta nel cielo, sembrava testimone di quella potenza terribile: un retaggio disceso dalle stelle.
Giunse la notte.
Ashura non lo aveva riammanettato al letto, ma Koyama sapeva che non gli avrebbe permesso di fuggire: qualche trappola doveva esserci… oppure il padre aveva preso sul serio la sua promessa di restare un mese?
Prima di coricarsi, scrutò la stanza. L’armadio era pieno di abiti nuovi, adatti a un giovane della sua età. La katana, invece, non c’era: gliel’avevano sequestrata. Del resto, aveva fatto irruzione in una proprietà privata, rubato e abbattuto delle guardie. Non era certo un innocente, nemmeno ora.
Non restava molto da fare. Prese un libro dalla biblioteca e iniziò a leggere. Parlava della storia della famiglia: dalla discesa di Kaguya tra le stelle, la nascita dei suoi gemelli, fino alla sconfitta della donna e alla creazione della luna. Hime non era menzionata in quelle pagine. Stanco e pensieroso, alla fine si addormentò.
Nel cuore della notte venne svegliato da un canto. Soave, cristallino, il più bello che avesse mai udito. Sembrava provenire dalla stanza stessa, eppure non c’era nessuno. La luce lunare filtrava appena attraverso le tende, proiettando ombre sottili sul pavimento di legno.
Come guidato da un impulso misterioso, Koyama si alzò e si avvicinò alla finestra. Lì, nel giardino dove si trovava il tempietto, la vide: una fanciulla eterea, vestita con abiti Otsutsuki dalle maniche ampie, che danzava a piedi nudi sulla neve senza lasciarvi tracce, mentre i capelli sciolti seguivano i suoi movimenti. Gli occhi chiari erano socchiusi, assorti nella danza e nel canto. Poche ciocche erano raccolte con delicati cordini.
Di colpo spalancò le ante intagliate, e la fanciulla si fermò, guardandolo. Gli sorrise allegramente, poi svanì nel silenzio della notte.
Koyama fece un passo indietro, incredulo. La brezza gli accarezzò il volto, smuovendo le ciocche dei suoi capelli, e un brivido di freddo gli arrossì le guance.
«Benvenuto a casa, nipote».
La voce gli sussurrò all’orecchio, mescolata al vento, e la pelle gli si drizzò per l’inspiegabile sensazione di familiarità e mistero.
Il giorno seguente, Koyama si affacciò al cortile con lo sguardo concentrato. Le braccia erano incrociate, le mani nascoste all’interno delle maniche opposte. Fissava il tempietto dove, pochi giorni prima, aveva tentato di intrufolarsi. Anche senza avvicinarsi troppo, percepiva un’energia diversa, più potente. La barriera era stata rinforzata: ora nemmeno il sangue Otsutsuki sarebbe bastato.
«Buongiorno, Koyama. Vedo che sei completamente guarito!»
Ashura gli apparve alle spalle, facendolo irrigidire per un attimo. Non si era ancora abituato del tutto a essere suo “ospite”.
«Spero tu abbia dormito bene»
Il giovane annuì, impassibile.
«Accidenti… non ho mai visto un giovane più disciplinato di te. Deve essere stata un’infanzia intensa»
«Nel nostro mestiere, è fondamentale controllare le emozioni. Servono anni di allenamento, senza però escludere il tempo per svagarsi o giocare, quando possibile»
Un fugace sguardo indurito gli attraversò il volto, e Ashura lo notò. Per il momento, decise di non approfondire.
«Mi fa piacere sapere che sei cresciuto in un luogo dove sei stato protetto e curato. Non aver potuto assistere ai tuoi primi passi, sentire le tue prime parole… sono momenti che mi mancheranno per sempre»
«Hai avuto altri tre figli dopo di me. L’esperienza non ti è mancata»
Ashura scosse il capo. «Non conta quante volte si vivano certe fasi. Ogni figlio è unico e indimenticabile. Con te queste cose le ho perse, e non le recupererò mai. So che forse non lo percepisci… ma tu sei parte di questa famiglia»
Il sospirò, notando che il giovane rimaneva impassibile. Sembrava di fronte a un muro, simile a quello di Indra.
«Hai scritto la lettera per rassicurare tuo nonno? Come farà a leggerla?»
Koyama annuì. «Non preoccuparti. Una volta inviata, abbiamo i nostri mezzi per farla recapitare, come accade per gli incarichi dei nostri committenti. Essendo un clan nomade, ci siamo organizzati anche da questo punto di vista»
Ashura annuì a sua volta, facendo intendere che aveva compreso. «Sai, ora alla luce del sole, i tuoi occhi risaltano ancora di più.»
I due iniziarono a passeggiare lungo il camminamento di legno, costeggiando il giardino zen.
«Ti ricordo veramente molto mia madre.»
«Eccome. Tu sei tutto ciò che mi rimane di lei.»
«Suppongo che mi hai cercato per anni»
Ashura sospirò, malinconico. I suoi quarant'anni in quel momento si sentivano tutti. «Sì, ma sarò sincero, non quanto avrei voluto. Alla fine, anche se sono il secondo genito, sono pur sempre un rappresentante della famiglia Otsutsuki, ho girato queste terre in svariate missioni. Ciò mi ha portato a trascurare molte cose, per cui invece avrebbero richiesto maggiore attenzione» sorrise amaramente. «Alla fine sei stato tu a trovare me»
«Mi dispiace, ma io non ero venuto qui per cercarti. Io ero venuto per...»
«Lo so benissimo. Ma sappi che certe svolte della storia, non so se ci credi, sono decise da secoli. Siamo tutti mossi da dei fili invisibili.»
«Perciò era destino, per te, che prima o poi ci saremmo ritrovati»
«Esattamente e anche se ora sei un giovane uomo… meglio tardi che mai! Inoltre appena in tempo che mio padre sì è debole, ma abbastanza lucido per riconoscerti e magari trasmetterti qualche insegnamento»
Ashura infatti lo stava portando verso un'ala dell'edificio, dedicata al centro di addestramento.
Si affacciarono ad una grande stanza, adibita a dojo e lì trovarono seduto sulle ginocchia Hagoromo stesso, con in mano il suo bastone delle Sei Vie.
L'uomo aveva un'espressione naturalmente austera, benché il suo aspetto avesse visto giorni migliori.
«Benvenuto ragazzo,» disse l'anziano, mentre Koyama ed il padre si inginocchiavano di fronte a lui. «Mi ha detto Ashura che sai manipolare il chakra. Ti ha insegnato qualcuno?»
Koyama si prese un secondo per rispondere. «Nella mia famiglia, grazie ai Doni di Hime, si conosce solo qualche rudimento. Ho dovuto fare tutto da me. Ho una naturale tendenza nelle arti magiche, soprattutto se esse sono in armonia con le tecniche con la spada.»
Hagoromo socchiuse gli occhi, soppesando le sue parole. «È naturale, nel tuo sangue scorre anche in te del potere divino. Anche per gli esseri umani è possibile imparare ad impastare il chakra e sviluppare delle tecniche, ma per un Otsutsuki questa è una dote innata, anche senza che si viene istruiti. Prima o poi, le proprie potenzialità emergono»
«Posso chiedere perché ci troviamo qui?» Chiese il ragazzo, guardandosi intorno, osservando ogni dettaglio dell'antica struttura in legno, a cui erano appesi dei rotoli con kanji complessi, armi e strumenti per allenarsi.
«Abbiamo solo un mese di tempo — direi che dobbiamo iniziare fin da subito il tuo addestramento», rispose Hagoromo, la voce roca che rimbalzava appena sulle travi del dojo.
Koyama strabuzzò gli occhi, come a non credere di aver inteso bene.
«Sì, Koyama. Intendiamo affinare le tue abilità. Hai un grosso potenziale latente e non possiamo permettere che vada sprecato.»
«Ma io sono vostro nemico — ho cercato di rubare in casa vostra», ribatté lui, con il tono che tradiva ancora diffidenza.
Ashura lo guardò a lungo: il volto severo per un attimo, poi più morbido. Avvicinò una mano alla spalla del figlio, un gesto semplice ma carico di intenzione. «Lo so, sembra una follia, ma ricorda ciò che ti è stato già detto.» Fece una pausa, poi aggiunse: «Tu sei mio figlio e se la tua vita è votata a servire il bene tra le ombre, come padre devo fare in modo che tu te la possa cavare al meglio delle tue possibilità.» Gli occhi di Ashura tradivano affetto e una nota malinconica. Guardò Hagoromo, quindi tornò su Koyama. «Entrambi desideriamo il tuo bene.»
«E se questo vostro intento vi si ritorcesse contro?» Koyama serrò la mascella. «Io desidero anche restituire le reliquie di Hime a mio nonno. Se mi addestrate, potrei ritornare.»
«In quel caso» Ashura scosse appena la testa, senza rabbia ma risoluto «sarò ancora una volta pronto a fronteggiarti. Ma confido che al termine di questo mese tu abbia cambiato idea e rinuncerai all'impresa.»
«Quindi speri di cambiare il mio pensiero, di farmi stracciare la promessa fatta a mio nonno Togo», disse Koyama, la voce dura come una lama.
Hagoromo inspirò lentamente, il bastone delle Sei Vie poggiato accanto a lui. Gli occhi, vecchi e vivi, si posarono sul ragazzo. «La fedeltà e l'amore di Togo sono degenerati in ossessione. Ha contaminato la sua famiglia. Voi tutti siete attaccati a quelle reliquie fino al fanatismo. Tua madre, alla fine, aveva capito che era meglio che rimanessero qui. Non può nascere nulla di buono da una fede cieca verso un idolo.»
«Allora lascia che ti spieghi una cosa,» iniziò Koyama, la voce ferma. «Se riguarda il potenziale distruttivo delle reliquie, il mio clan ne è pienamente consapevole. Ci sono ancora testimoni oculari delle grandi doti di vostra figlia — sia benefiche che non. Sappiamo che in lei si combatteva una continua lotta tra yin e yang. Ma se invece di trattarci come ladri, ci aveste riconosciuto che quelle reliquie appartengono anche a noi, in quanto Hime era parte della famiglia di Togo, forse non saremmo arrivati a questo punto.»
Si girò, indicando con un cenno del mento la zona dove sorgeva il tempietto.
«A parte mia madre, c’è mai stata un’altra sacerdotessa che le rendesse omaggio? So che Hime aveva creato diversi riti propiziatori. Qualcuno del clan Otsutsuki li ha mai onorati?»
Il silenzio che seguì fu eloquente. Koyama si accigliò, l’irritazione trattenuta a stento.
«Ieri sera ho letto un libro di storia — e con mio rammarico ho visto che, nella voce dedicata a Hagoromo Otsutsuki, era scritto che aveva avuto solo due figli maschi. Perché omettere che prima di loro aveva avuto una figlia? Forse perché troppo simile alla nonna Kaguya?»
«Non è solo per questo,» rispose lentamente Hagoromo, il tono velato da un antico rimorso. «Ma è anche per questo.»
Inspirò a fondo, poi proseguì: «In lei nacquero dei cercoteri legati alla natura stessa. Il chakra, normalmente, è generato mescolando le energie spirituali e fisiche di una persona. Il genere di chakra di Hime, invece, era strettamente connesso all’arte eremitica — il senjutsu. Un potere che non nasce dentro l’individuo, ma che viene assorbito dal mondo esterno. Esso garantisce un potenziamento di tutte le abilità, ma ciò che la rendeva unica era l’influsso del sangue Otsutsuki, che aveva fuso in sé l’energia naturale con quella divina.»
Gli occhi del saggio si velarono. «In altre parole, Hime era la reincarnazione delle forze della natura su questa terra. Aveva la capacità di spostare le montagne, di sollevare i mari… ma anche di creare foreste, di restituire la vita quando sembrava svanita. Tra lei e la Terra esisteva una simbiosi perfetta. Forse solo l’Albero Divino poteva rivaleggiare con quel potere — ma, a differenza di esso, che risucchia l’energia per dominarla, quello di Hime era uno scambio alla pari.»
Abbassò il capo, la voce si fece più cupa. «Se non si fosse tolta la vita, probabilmente sarebbe vissuta per sempre. Ma, in fondo, era per due terzi umana, e quella parte la rese vulnerabile. A quel tempo Kaguya stava già manifestando la sua indole malvagia, e la sua influenza raggiunse anche Hime, insinuandosi nella sua debolezza più umana — la paura del potere e la fame di controllo.»
Fece una lunga pausa. «Non comprendendo fino in fondo la natura del proprio dono, credette di potersene liberare portandolo con sé nell’oltretomba. Ma così facendo spezzò il patto naturale che la legava al mondo. E da quella frattura nacquero, per ogni elemento, le sue metà più forti: per il fuoco e l’acqua, il lato yin; per l’aria e la terra, lo yang. Forse quelle ultime, in contrapposizione alle prime, furono l’estrema difesa per mantenere l’equilibrio geologico di questo pianeta.»
Koyama ascoltò la spiegazione con attenzione.
«Quindi, in virtù di ciò che mi hai appena detto, hai preferito cancellare tua figlia dagli annali storici, perché nessuno venisse a conoscenza del potere racchiuso in quelle reliquie?»
«Esatto,» rispose Hagoromo. «La loro forza demoniaca forse non eguaglia il mostro che risiedeva nell’animo di Kaguya — e che ora dimora in me — ma nelle mani sbagliate rappresenterebbe una minaccia incalcolabile.»
Koyama serrò le labbra. «A maggior ragione, allora, avreste dovuto lasciarcele. Come ti ho già detto, anche noi conosciamo il pericolo che rappresentano.»
Hagoromo si accigliò, la voce più dura.
«No, non lo sapete. Non potete nemmeno immaginarlo. Voi avete visto Hime, avete beneficiato dei suoi doni… ma non avete mai compreso l’estensione reale del suo potere. Se in lei fosse prevalsa un’indole come quella di Kaguya, avrebbe potuto ridurre il mondo in cenere. Se non fosse stata l’angelo che era, Hime sarebbe divenuta una delle più grandi calamità che queste terre abbiano mai conosciuto. Per evitare ciò, arrivò a togliersi la vita.»
Fece una pausa, fissando il pavimento del dojo. «Forse ora, con tuo nonno e la sua discendenza, la devozione verso di lei è sincera. Ma chi può parlare per le generazioni future? Quando il vostro clan crescerà e si diffonderà, quando le conoscenze aumenteranno e i desideri cambieranno… chi può garantire che le reliquie non verranno usate, un giorno, per fini oscuri? La storia è ciclica, e l’uomo — più diventa potente, più brama potere. E quando la paura tornerà, qualcuno proporrà di risvegliare il Demone Serpente.»
Koyama abbassò lo sguardo. I pugni stretti, le nocche bianche. «E se invece restassero sotto il controllo della famiglia Otsutsuki, tutto questo non potrebbe accadere?»
«Non ho mai detto che la mia famiglia sia pura,» rispose Hagoromo, con voce calma ma severa. «Siamo stati i primi a macchiarci di sangue e arroganza. Ma almeno finché Hime rimane con noi, finché la sua memoria è conosciuta solo nel nostro privato, possiamo ritardare la catastrofe. Non evitarla, ma ritardarla.»
Inspirò profondamente. «Sto persino pensando di mandare le reliquie sulla luna, da mio fratello Hamura.»
«No!» Koyama scattò in avanti, la voce più alta del dovuto. «Non fatelo! Tu stesso hai detto che Hime era legata alla Terra. Allora deve restare qui. Mandarla sulla luna sarebbe come recidere quel legame.»
Le parole gli uscirono d’impulso. Gli tornò in mente la visione della fanciulla che danzava nella neve, eterea e luminosa, sotto la luna.
«Sento che sarebbe un grave errore,» aggiunse più piano.
Ashura e Hagoromo si scambiarono uno sguardo, aspettando che aggiungesse altro, ma Koyama rimase in silenzio. Non sapeva spiegare quella sensazione, solo che non apparteneva alla ragione ma a qualcosa di più profondo. Forse, pensò, quella era la volontà stessa di Hime.
L’argomento si chiuse lì.
Poco dopo, gli chiesero di evocare il chakra, per valutarne la quantità e la stabilità.
Koyama si alzò, si portò al centro del dojo. Divaricò le gambe, piegò appena le ginocchia e congiunse le mani nel sigillo della capra.
Un attimo dopo, una densa aura azzurra lo avvolse, tremolante come una fiamma viva.
I due uomini si scambiarono uno sguardo sorpreso. Nonostante fosse un autodidatta, il livello raggiunto era paragonabile a quello di un chunin dei tempi moderni — e in lui c’era ancora un potenziale grezzo immenso.
Gli porsero poi una spada di legno, chiedendogli di mostrare qualche affondo.
In quell’arte, Koyama risultò persino più brillante. I movimenti precisi, il controllo dei polsi e dei passi, la concentrazione. Era chiaro che la spada era la sua prima estensione naturale, ma in lui si intravedeva qualcosa di più.
«È un talento raro,» mormorò Hagoromo.
Ashura annuì piano. «Bisogna solo capire in quale disciplina la sua forza troverà la forma più pura.»
Il tempo trascorse silenzioso, i giorni si susseguirono uno dopo l’altro, lenti e densi.
Per quanto la famiglia si mostrasse accogliente, Koyama rimaneva chiuso in sé stesso.
Non si apriva più del necessario, rispondeva con rispetto ma senza confidenza. Solo durante l’addestramento cambiava espressione: lì il suo sguardo si accendeva, la concentrazione diventava assoluta. Seguiva ogni istruzione con rigore, come se in quelle lezioni si giocasse qualcosa di più importante della sua stessa libertà.
Era un’opportunità di crescita e, nonostante tutto, aveva deciso di coglierla.
Ashura e Hagoromo lo sapevano bene. Quella che avevano intrapreso era una scommessa rischiosa: addestrare un nemico significava porre la propria fiducia su una lama a doppio taglio. Ma credevano che in lui potesse nascere qualcosa di diverso dall’odio, magari non affetto, ma almeno un senso di lealtà.
Quando infine tornarono Tsuki e Taiyo, i gemelli, la casa tornò a riempirsi di voci.
Diversamente dal fratello maggiore, che aveva il viso affilato come quello di Ashura, loro ricordavano di più la madre: lineamenti tondi, sguardo limpido, lo stesso colore di capelli.
Erano più giovani di Haruki di almeno due anni, ma già abituati alle missioni, temprati da un’energia vivace e impetuosa.
Appena seppero dell’arrivo del nuovo fratello, la curiosità li travolse.
Non passò molto prima che lo circondassero, bombardandolo di domande e implorandolo di sfidarli in combattimento.
Koyama, che fino a un attimo prima pareva una statua di compostezza, faticava ora a contenere la situazione. Parlava con calma, cercava di mantenere il controllo, ma si capiva che era sul punto di cedere.
Ashura e Kanna, poco distanti, li osservavano in silenzio.
Le loro espressioni si addolcirono e un sorriso silenzioso si scambiò tra loro. Era una scena semplice, quasi domestica, come sarebbe dovuta essere, se le cose non fossero andate come erano andate.
Nel frattempo, il messaggio era giunto alla base degli Accoliti di Hime.
Ho era arrivato poco prima dei corrieri, con la terribile notizia del suo ritiro e di aver dovuto lasciare indietro il nipote.
A Togo quasi mancò il respiro. Per un attimo, il dolore gli piegò la schiena come se portasse sulle spalle il peso di tutte le sue scelte. Poi la disperazione si tramutò in rabbia: per il figlio che aveva fallito, ma anche — e forse di più — per sé stesso, per avergli permesso di partire.
Koyama era un guerriero valoroso, questo sì, ma non aveva mai affrontato una missione simile.
Non contro gli Otsutsuki, maestri d’illusioni, esperti nel piegare la mente e lo spirito altrui.
La trappola del tempietto ne era stata la prova.
Quando Togo lesse il messaggio del nipote, le mani gli tremarono.
Koyama scriveva di stare bene, che sarebbe rimasto con loro solo un mese e che nessuno doveva tentare di raggiungerlo.
"Non siate in pena per me", concludeva.
Togo accartocciò la pergamena tra le dita, il volto paonazzo.
«Gli faranno il lavaggio del cervello, già lo so!» ringhiò, la voce rotta dalla collera. «Lo plageranno con le loro menzogne, con la loro finta bontà!»
Tsuchi, il secondogenito, cercò di ragionare.
«Padre, pensateci. Ora che sono stati attaccati, rafforzeranno le difese. Tentare di riprenderlo adesso sarebbe un suicidio.»
«E cosa proponi, di lasciarlo là?» ribatté l’uomo di mezza età, battendo il pugno sul tavolo. «Ogni giorno che passa, loro gli mostreranno solo ciò che vogliono fargli vedere. Lo sedurranno con le loro dottrine, gli faranno credere che gli Otsutsuki sono i giusti e noi soltanto una setta di fanatici!»
Nel silenzio che seguì, il crepitio delle torce sembrò scandire il peso di quelle parole.
In ognuno dei presenti aleggiava la stessa paura: che Koyama, una volta tornato, non fosse più lo stesso.
«Se così sarà, allora abbiamo fatto bene a chiamarlo Kojama» intervenne Mizu, avanzando con in braccio la sua figlioletta.
Era la copia sputata della sorella gemella Kaze: stessi occhi color paglierino, stessa calma fierezza nello sguardo. Anche la bambina, con i suoi lineamenti delicati, le somigliava moltissimo.
«Lo abbiamo cresciuto retto e forte, con nel cuore i principi di Hime. Non ci tradirà solo perché, attraverso di loro, potrà affinare le sue capacità o sentire un altro punto di vista.»
«Diamogli fiducia!» tuonò allora Rai, battendo il pugno sul tavolo. «Se lo stanno addestrando, tanto meglio. Più forza per noi, quando tornerà ci insegnerà ciò che avrà appreso. Quegli Otsutsuki si stanno scavando la fossa da soli... anche se, fosse per me, Indra lo spezzerei con le mie mani, senza bisogno di nessuna arte segreta.»
Detto questo, raccolse un ceppo di legno accatastato per il fuoco e, contraendo i muscoli, lo spezzò con facilità, come a voler dare corpo alle sue parole.
Discussero a lungo quella sera: c’era chi voleva intervenire subito, chi invece chiedeva di rispettare la volontà del ragazzo.
Togo rimase in silenzio per gran parte del tempo, lo sguardo fisso sulle fiamme. Il suo dolore era palpabile, una ferita aperta che nessuna parola poteva lenire.
I figli, in particolare Tsuchi, cercarono di stargli accanto come potevano, ma sapevano che il tormento del padre andava oltre la perdita presente.
Aveva già visto svanire troppe persone amate: la prima moglie, poi la seconda, poi la primogenita... e ora anche il nipote.
Era come se il destino si divertisse a strappargli, una dopo l’altra, tutte le sue radici.
Eppure, alla fine, anche Togo cedette al buon senso.
Forse, pensò, Koyama aveva davvero bisogno di quel mese per capire da solo quale fosse la sua strada.
Avrebbe aspettato.
E quando il ragazzo fosse tornato, allora avrebbero capito se il suo cuore apparteneva ancora agli Accoliti di Hime.
Ogni sera, il giovane veniva visitato dallo spirito di Hime.
Non sapeva perché, dopo tanti anni, ella avesse deciso di manifestarsi proprio a lui.
Forse per il sangue divino che scorreva nelle sue vene, o forse perché lui era l’unico ponte possibile tra due famiglie che si odiavano da anni — famiglie che, in fondo, avevano amato la stessa donna più di quanto avessero amato la pace.
Tra i due schieramenti, attraverso lei, rimaneva solo la verità.
E quella verità aveva il volto di Hime.
All’inizio Koyama aveva provato un senso di smarrimento misto a stupore. Poi, notte dopo notte, imparò a riconoscere le presenze che accompagnavano lo spirito: i serpenti elementali che ne riflettevano la natura divisa.
Quelli dell’aria e della terra si manifestavano più spesso: erano forze calme, quasi protettive.
Quelli del fuoco e dell’acqua, invece, lo inquietavano — il primo per la sua ferocia istintiva, il secondo per la potenza silenziosa che emanava.
Fortunatamente i serpenti dell’aria e della terra riuscivano quasi sempre a tenerli a bada.
Con l’acqua, però, era più difficile: essa era la testa principale del serpente, la saggia e austera, e quando appariva era per ammonirlo.
Non lo feriva mai, ma gli imponeva ascolto — un ascolto che pesava come la corrente di un fiume in piena.
Ogni notte Koyama si ritrovava così, sospeso tra luce e ombra, tra gli insegnamenti di Hagoromo e le rivelazioni di Hime.
E senza accorgersene, dentro di lui cominciava a cambiare qualcosa.
La decima notte portava con sé una brezza gentile, e Koyama sapeva già quale spirito si sarebbe manifestato: quello dell’aria.
Come previsto, una spirale d’aria entrò nella stanza e, danzante al suo interno, si materializzò la fanciulla dall’aspetto adolescenziale.
Koyama fece un cortese inchino, ma Hime scosse la testa con un sorriso leggermente severo. Un venticello gli sollevò il capo, come per guidarlo a non essere eccessivamente formale.
«Somma Hime… non potete chiedermi di trattarvi come pari. Voi siete una dea scesa in Terra, l’essenza stessa della natura. Io non sono che un semplice umano.»
«Umani, dei… chi decide veramente chi è superiore?», rispose Hime, la voce chiara come il vento che la circondava. «Senza titoli, siamo solo io e te, Koyama. Non avrei mai desiderato altro. Anche quando il mio corpo era carnale, la mia divinità non ha mai definito chi fossi davvero.»
Koyama abbassò lo sguardo, cercando le parole giuste. «Perdonatemi… ma ho difficoltà a comprenderlo.»
Una folata di vento lo sbalzò indietro sul letto. Il cuore gli saltò un battito, e per un attimo rimase immobile, stupito dalla forza invisibile.
«Non lo capisci ancora, nipote?», insistette Hime, penetrandolo con lo sguardo. «Sono queste etichette — chi si sente superiore e chi inferiore — che alimentano il tumulto sulla Terra. Gli Otsutsuki si sono sempre creduti grandi, mentre gli uomini si sono sempre ritenuti piccoli. Gelosia, brama di potere… tutto questo nutre la guerra, e presto il conflitto raggiungerà livelli spaventosi.»
«Lo hai previsto, zia?» chiese Koyama, un brivido lungo la schiena.
«Non prevedo il futuro, ma osservo. I tempi sono maturi. Indra… tuo zio… presto agirà.»
Koyama si raddrizzò e strinse con forza i lembi della coperta. «Che egli erediti o meno la guida del clan?»
«Esattamente»
«E cosa posso fare io?» chiese Koyama, allarmato.
«L'unica cosa saggia che puoi fare» rispose lei, penetrandolo con lo sguardo. «Affiancare tuo padre»
Al giovane venne un tuffo al cuore. Supportare Ashura significava voltare le spalle a suo nonno Togo. Non poteva mettersi al servizio del padre, senza che la sua famiglia materna lo ripudiasse.
«Io… sono un sicario», mormorò. «Agirò nell’ombra, come ho sempre fatto.»
Hime scosse il capo, il vento che le circondava si fece più deciso. «Temo che questa volta non sarà sufficiente.»
Koyama inspirò profondamente, comprendendo che il cammino davanti a lui sarebbe stato più arduo e più pericoloso di quanto avesse immaginato.
Scese dal letto con un impeto che neppure lui sapeva spiegarsi. A lunghi passi le andò incontro, deciso a prenderla per il colletto — ma le sue mani afferrarono solo il vuoto. L’aria stessa le dava forma e nello stesso istante la negava.
«Io non sarò mai alleato di quell’uomo!» disse con voce ferma, colma di rabbia trattenuta. «Perché ti manifesti a me? Vuoi forse indottrinarmi a diventare uno di loro? Un Otsutsuki?»
Hime sospirò. Il suo corpo etereo cominciò a muoversi in una danza lenta, fluttuante, come se il vento stesso la spingesse verso di lui.
«Di tutti i membri della mia famiglia, tu sei l’unico che possiede uno spirito affine al mio», disse piano, ma con fermezza. «Hai messo le tue capacità al servizio del bene comune, sei altruista, e non temi di sacrificare te stesso. Anche Ashura possiede molte di queste virtù… ma lui è prigioniero degli onori, dei titoli, delle etichette. Rappresenta il futuro, è vero, ma non riesce a liberarsene.»
La fanciulla sospirò di nuovo, e un soffio gentile gli sfiorò il viso.
«Tu invece non ti volti dall’altra parte quando qualcosa è ingiusto, neppure se a sbagliare è qualcuno che ami o che ti è superiore per nascita. Per questo mi manifesto a te, Koyama. Perché so che, quando arriverà il momento, saprai scegliere con il cuore.»
Koyama serrò la mascella, gli occhi fissi sull’immagine fluttuante davanti a sé.
«Mi dispiace», rispose infine, la voce più bassa ma piena di ostinazione, «ma allearmi con Ashura non mi pare affatto una scelta saggia.»
Hime inclinò leggermente il capo, il vento che danzava tra i suoi capelli come se volesse disegnare rune nell’aria.
«Koyama, Shinigami…» iniziò, la voce ferma e al tempo stesso dolce, «non si tratta di schierarsi con tuo padre o meno. Chi osserva, chi giudica, chi accompagna le anime… questo è il compito che ti attende. Non differisce da ciò che gli uomini chiamano Yama, il giudice dei morti: colui che decide il destino di chi passa oltre, senza farsi corrompere dai legami o dai titoli.
Così anche tu dovrai camminare, con gli occhi aperti e il cuore saldo, osservando ciò che accade senza cedere all’odio o alla fedeltà cieca. Non sarai al servizio di Ashura, né di tuo nonno… sarai al servizio della verità, della giustizia che scorre tra le ombre. Per questo mi manifesto a te.»
Koyama serrò i pugni, il vento che gli accarezzava il volto come un avvertimento silenzioso.
«Quindi vuoi dirmi che dovrei essere… il giudice di tutti? Lo Shinigami che decide chi è nel giusto e chi no?» La voce tradiva un misto di incredulità e irritazione. «Io non voglio questo ruolo! Non sono un dio, non sono Yama!»
Hime si fermò, sospesa nell’aria come se fosse un tutt’uno con la brezza. «Non ti chiedo di essere un dio, Koyama. Ma di agire con la saggezza di chi conosce il peso della vita e della morte. Non è un potere da brandire, è una responsabilità da portare. Lo farai, perché sei nato con l’occhio per vedere ciò che gli altri non vogliono riconoscere. Il tuo sangue, la tua anima, ti hanno scelto… come scelgono i giudici tra le anime.»
Koyama inspirò a fondo, la mente che correva veloce tra i ricordi del passato e le parole della fanciulla. «Allora… dovrò osservare… e decidere… senza lasciarmi piegare dai legami? Senza scegliere tra mio padre e mio nonno?»
«Esatto.» Hime gli sorrise, ma i suoi occhi tradivano la gravità di ciò che diceva. «Il cammino dello Shinigami è solitario, ma giusto. Non è una scelta: è ciò che sei destinato a diventare.»
Koyama restò in silenzio, il peso di quelle parole che lentamente si depositava dentro di lui. Per la prima volta, sentì che il soprannome che gli avevano dato non era solo un gioco: era la chiave della sua esistenza tra due mondi, tra due famiglie, tra vita e morte.
«Posso capire tutto ciò che mi hai detto, Hime… ma allearmi con Ashura non potrà certo evitare che mio nonno Togo e il resto della mia famiglia mi considerino un traditore. Per loro, il mio legame con gli Otsutsuki sarà un’offesa imperdonabile.»
Hime lo osservò con occhi sereni, quasi tristi. «Non è colpa tua se ti vedranno così. La tua vita è legata a un destino superiore in questa storia. L’unico modo perché tu non venga additato come traditore è che riesca a far capire a Togo che deve andare avanti. Non puoi cambiare il cuore degli altri, ma puoi guidarli verso la comprensione e la continuità.»
Koyama rimase a bocca aperta, cercando di assimilare quelle parole. «E le tue reliquie… cosa volevi che facessimo con esse? Rimanere qui con gli Otsutsuki o andare con Togo?»
Hime fece un passo indietro, sollevando leggermente le mani verso il cielo come per accarezzare l’aria che li circondava. «Devono ricongiungersi alla Terra. Non a nessuna famiglia, non a nessun potere o dominio. La loro essenza appartiene alla vita stessa. Solo così il loro equilibrio sarà rispettato e il mio dono continuerà a fluire in armonia con il mondo.»
Koyama abbassò lo sguardo, le parole di Hime che gli bruciavano dentro. Non era un compito facile, non c’era gloria in questo: avrebbe dovuto essere ponte, mediatore, giudice… e, soprattutto, custode della verità.
Rimase immobile per un lungo istante, come se il peso delle parole di Hime lo avesse trafitto. Poi le ginocchia cedettero e cadde lentamente a terra, le mani appoggiate al tatami, il capo chino. Un senso di responsabilità travolgente lo schiacciava: non era più solo un giovane guerriero.
La luce della luna filtrava attraverso la finestra, illuminando la stanza con un bagliore argenteo. Il fascio lunare avvolgeva Koyama, disegnando riflessi argentati sui suoi capelli e sul kimono, e sembrava fondersi con l’aura eterea di Hime che fluttuava davanti a lui. La fanciulla danzava leggermente tra i raggi di luce, sospesa nell’aria, i capelli mossi da una brezza invisibile, mentre i suoi occhi lo penetravano con dolce fermezza.
«Allora accetti…» sussurrò Hime, la voce leggera come il vento tra gli alberi.
Koyama alzò lo sguardo, gli occhi illuminati dalla luna e dall’aura di Hime. Una determinazione silenziosa prese il posto della paura. «Sì…» mormorò con voce ferma, seppur carica di reverenza. «Accetto questo compito. Farò in modo che Togo comprenda e vada avanti. Farò in modo che le reliquie ricongiungano la loro forza alla Terra…»
Hime sorrise, un sorriso lieve e sereno, e la sua figura sembrò brillare ancora di più, come se il mondo stesso approvasse quella scelta. La stanza sembrava sospesa nel tempo, silenziosa e solenne, e per la prima volta Koyama sentì il peso del suo ruolo non come una condanna, ma come una missione sacra da onorare.
Il vento leggero continuava a giocare tra le tende e i capelli di Koyama, mentre Hime rimaneva accanto a lui, presenza silenziosa e protettiva. La luce della luna e l’aura della dea si fusero in un unico riflesso argenteo, avvolgendo il giovane e consacrando il momento in cui aveva finalmente accettato il proprio destino.