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Molti anni passarono da quegli avvenimenti, e molte vicende si susseguirono.
Ashura e Indra crebbero, distinguendosi per le loro straordinarie abilità, fino a diventare uomini adulti e guerrieri formidabili. Trovarono moglie ed ebbero figli, anch’essi dotati di grande talento.
Degli accoliti del Culto di Hime, però, non si seppe più nulla.
Si raccontava di mercenari dalla chioma argentea, abili nel combattimento e pronti a svolgere qualunque incarico per il giusto compenso, ma non vi erano prove che quei guerrieri fossero collegati alla setta scomparsa.
In quegli anni Ashura non perse mai la speranza di ritrovare il suo primogenito.
Non aveva idea di che aspetto potesse avere ormai: quando Togo lo aveva rapito, il piccolo aveva solo pochi giorni di vita.
Di lui ricordava solo quegli occhi, uguali a quelli della madre, e le sue minuscole manine che si stringevano attorno al suo dito.
Kanna gli aveva dato altri figli, che lui amava con tutto il cuore, così come amava lei, ma quella era una ferita mai rimarginata, troppo profonda e ancora dolorante.
Hagoromo — ormai conosciuto ai più come Eremita delle Sei Vie della Trasmigrazione — era molto invecchiato.
Benché in lui scorresse sangue divino più di chiunque altro, rimaneva pur sempre per metà uomo, e persino i più grandi prima o poi si spengono.
Di Hamura, suo fratello gemello, non si avevano notizie da oltre due decenni: era asceso sulla Luna insieme ad altri membri del clan Otsutsuki purosangue.
Si sapeva, però, che era ancora vivo e che continuava a vegliare su di loro dall’alto.
In quel periodo, due fazioni cominciarono a formarsi.
Da una parte c’erano coloro che davano per scontato che Indra sarebbe stato il successore del padre, come la tradizione voleva.
Dall’altra, chi sosteneva che Ashura fosse la scelta migliore: a differenza del fratello, che guidava con il pugno di ferro, Ashura era altruista e cercava di portare armonia.
Molti avevano deciso di seguirlo non per timore, ma per sincera fiducia e amicizia.
Eventi cruciali stavano per accadere.
Avvenimenti che avrebbero cambiato il corso della storia e si sarebbero ripercossi sulle vite dei ninja anche oltre mille anni dopo.
Il sole si era tinto di rosso in un luogo dove, mille anni dopo, sarebbe sorto il villaggio di Konoha.
Tra la vegetazione fitta, in una radura, stava in piedi un giovane dai capelli rosso-argentei, raccolti in una lunga coda.
Il suo corpo era muscoloso quanto bastava, frutto di anni di addestramento costante, senza però apparire eccessivamente imponente.
Indossava un kimono nero, stretto in vita, e sandali di corda.
Nella mano destra teneva ancora la katana sguainata, la lama gocciolante di sangue: aveva appena terminato il suo incarico.
Il volto era celato da un colletto alto che gli copriva parte del viso, lasciando intravedere un’unica caratteristica che lo distingueva da chiunque altro: i suoi occhi color paglierino.
Più tardi, quando la sera era ormai calata, il giovane si diresse alla dimora del committente, muovendosi con attenzione per non essere visto.
Una volta entrato, lanciò a terra, sul pavimento di legno vecchio e sporco, un sacco intriso di sangue.
All’interno vi erano le teste mozzate dei suoi bersagli.
Il committente, un uomo di mezza età, sorrise con soddisfazione, mentre l’assassino rimase impassibile, senza lasciar trapelare emozioni.
«Benissimo, un lavoro eccellente come sempre» disse l’uomo con tono carico di compiacimento.
«Il mio signore sarà lieto di sapere che queste canaglie, che volevano sovvertire il suo potere, ora sono solo pasto per i vermi.»
Poi, con un sorriso astuto, aggiunse:
«Ecco il tuo compenso. Ma dimmi, invece del denaro, non preferiresti giacere con una delle mie figlie? Sei giovane e, anche se sei un guerriero spietato, avrai anche tu certe... esigenze.»
Il giovane non rispose.
Lanciò solo un rapido sguardo verso una giovinetta che lo osservava impaurita da dietro una porta socchiusa, poi tese il braccio in silenzio, attendendo il sacco di monete.
Quando se ne andò, la ragazza tirò un sospiro di sollievo.
Il padre, invece, assunse un’espressione contrariata.
«Accidenti... se avesse accettato, avrei avuto un nipote da usare per ricattarlo, invece di doverlo pagare profumatamente ogni volta per i suoi servigi.»
Sbuffò, poi soggiunse con tono sprezzante:
«Del resto, non sono nemmeno certo che sia davvero un uomo. Non a caso lo chiamano Shinigami.»
Dopo un paio d’ore di cammino, Shinigami si fermò davanti a un ammasso di rocce franate.
All’apparenza non sembrava esserci nulla di particolare: tra i massi il vento fischiava e la polvere si sollevava in piccoli vortici.
Tuttavia, aguzzando lo sguardo, era possibile scorgere ombre che si muovevano discrete tra le fenditure.
A un certo punto, il ragazzo fischiò, e in risposta una serie di fischi si intrecciò a quelli naturali del vento.
Improvvisamente, una scala di corda si srotolò davanti a lui. Senza esitazione, iniziò a salire.
Poco dopo raggiunse una roccia sospesa. Dal basso non era possibile notarla, ma in una rientranza si apriva l’entrata di una grotta.
All’interno, voltandosi a destra, il suo volto venne illuminato dalle rocce appese alle pareti.
Un stretto corridoio angusto conduceva a una sala più ampia.
Lì, riuniti in cerchio attorno a un falò, c’erano i membri del suo clan: persone di ogni età, tutte con i capelli tinti di bianco-argento.
«È tornato!» esclamarono in coro dei bambini, correndogli incontro.
«Oh, dai! Anche stavolta Kojama non si è fatto ammazzare!» lo canzonarono alcuni ragazzi suoi coetanei.
Il giovane abbassò la maschera e sospirò di sollievo, ora che il viso era finalmente libero.
Si diresse verso un uomo dall’aspetto cinquantennale, ma le rughe profonde sul volto tradivano una vita dura, facendolo apparire ancora più anziano.
A lui consegnò il sacco di monete d’argento.
«Un compito portato a compimento, come sempre. Sei proprio il migliore di tutti noi, Koyama, nipote mio.»
«Grazie, nonno. È un onore per me fare tutto il possibile affinché la pace di Hime perduri tra queste terre.» Rispose lui, andando a sedersi al suo fianco e prendendo uno spiedo di carne.
«Vorrei riprendere il discorso di ieri, se non ti dispiace.» aggiunse Koyama.
«Sei sicuro? Sarai stanco. Non preferisci riposare e parlarne domani con calma?»
«No, nonno. Hagoromo Otsutsuki si fa sempre più debole e non sappiamo quanto tempo gli rimanga da vivere. Una volta che non ci sarà più, la guerra sarà inevitabile.»
«Meglio per noi: quando i fratelli saranno impegnati a farsi guerra, noi potremo agire nell’ombra.» Disse uno degli uomini attorno al falò.
«No, non è così.» Disse Koyama, con voce decisa. «Innanzitutto, se decideranno di seguire la linea di sangue, sarà Indra il nuovo capofamiglia, e questo sapete bene cosa comporterà: recuperare le reliquie sarà l’ultimo dei nostri problemi.»
Si sporse in avanti, gettando lo spiedino consumato nel fuoco.
«Se invece le voci sono vere e gli uomini prediligono la guida di Ashura, in quanto leader più capace, scoppierà la guerra. In entrambi i casi accadranno vicende che ci metteranno tutti in pericolo di vita, e in entrambi i casi il loro palazzo sarà più sorvegliato che mai. Ormai anche la guardia è presidiata da esperti del ninshu, mentre noi siamo bravi con le arti marziali, ma in quanto arti magiche non siamo che dei miseri autodidatti.»
Chi ascoltava le parole del giovane non poté fare a meno di constatare quanto fosse maturo per la sua età, nonostante avesse solo diciassette anni. Togo l’aveva cresciuto bene.
«Non posso che concordare con mio nipote. Adesso il palazzo è indaffarato con le cure di Hagoromo, mentre i figli sono in giro a far politica. È proprio questo il momento ideale per riprenderci finalmente il maltolto.»
«Siamo sicuri che le reliquie siano ancora a palazzo?» Chiese Tsuchi, ormai donna adulta, con lunghi capelli fluenti e un volto che ricordava molto quello della sorella, ormai passata a miglior vita.
«Non ci sono dubbi, l'ho constatato io stesso, sorella», rispose Ho, ormai uomo anche lui, con i capelli lunghi raccolti in una coda.
«Prima o poi ti farai ammazzare, smettila di agire di testa tua!» lo ammonì Tsuchi, dandogli un pugnetto sulla nuca.
«L'audacia di Ho di prendere decisioni da solo — questa volta almeno — ha dato i suoi frutti», constatò Togo; il figlio si chiese se fosse un complimento o un biasimo.
«Nonno, se me lo permetti, questa volta mi infiltrerò io. Non ho bisogno di una squadra: basto io da solo», disse Koyama, portandosi una mano al cuore.
«Maledetto Kojama, sempre a voler stare al centro dell'attenzione», borbottò Ho sottovoce, incrociando le braccia.
«È molto rischioso andare da solo… se ti prendessero», osservò Togo con voce preoccupata.
«Mi basterà una piantina e il favore delle tenebre», rispose lui con sicurezza.
«Sei proprio avventato, proprio come lo era tua madre», disse l'anziano con una nota di malinconia che coinvolse gli altri intorno al fuoco.
«Se vuoi, posso approfittare dell'occasione per pugnalare Ashura», aggiunse freddo Koyama.
«No, non farlo», intervenne Rai, ormai un giovane uomo, alto e muscoloso. A differenza dei fratelli — tutti con capelli lisci — lui li portava lunghi ma a spazzola, con forti vertigini; era solito pitturarsi il volto con fregi rossi e neri per incutere timore. La sua voce, profonda, rimbombò tra le pareti e nel petto dei presenti.
«So che odi tuo padre per quello che ha fatto a Kaze, ma se l'uccidi ora si avvererà esattamente ciò che hai detto. Neanche la benedizione di Hime potrà molto per proteggere i nostri figli e le nostre figlie se Indra inizierà a spadroneggiare su queste terre.»
Togo annuì e posò una mano sulla spalla di Koyama. «Sai che non c’è persona che odia quell’uomo più di me, ma, da quella tragedia, ho avuto te, e non mi perdonerei mai se ti perdessi. Tua madre mi verrebbe a perseguitare, e vorrei evitarlo — eheh!»
Koyama accennò a un sorriso. Gli avevano raccontato come Ashura avesse prima messo incinta la madre Kaze con l’inganno e poi, quando la gravidanza era ormai evidente, la famiglia Otsutsuki, per nascondere l’onta di un figlio illegittimo, aveva fatto in modo che ella perdesse la vita.
Sapeva quindi chi fosse il padre, ma per lui quell’uomo era un estraneo, ed era felice di non essere cresciuto in un palazzo d’oro fatto d’intrighi e inganni.
«Quando reputi che possa partire?» chiese Koyama, assolutamente deciso a intraprendere questa impresa.
Togo si grattò la testa e guardò gli altri, un po’ indeciso sul da farsi.
«Padre, se Koyama vuole tentare questa impresa da solo, forse tutti i torti non li ha», disse Tsuchi. «Ormai è grande, sarà in grado di cavarsela. Addirittura ha avuto la nomea di "Shinigami".»
Koyama sorrise alla zia per il supporto.
«Recuperare le reliquie di tua moglie non è forse il tuo desiderio più grande, nonno?»
A quelle parole, Togo sospirò. Oggi come ieri, il suo cuore era ancora legato a Hime. Le sue spoglie mortali giacevano ormai da quasi quarant’anni sotto tre metri di terra, in una tomba a lui ormai preclusa, poiché esiliato dal villaggio. Non gli rimanevano che le reliquie del Serpente, spirito ancora vivo che faceva parte della donna, benché i suoi poteri divini e maledetti le avessero causato la morte.
«Io non ho dubbi del tuo cuore e della portata della tua spada», rispose lentamente l’uomo. «Ma sei tutto ciò che mi rimane di Kaze. Anche tu sei la mia reliquia vivente. Ho paura di perderti.»
Koyama gli mise a sua volta una mano sulla spalla. «Non mi perderai, nonno. Compirò questa impresa per te, tornerai a dire le tue preghiere a un altarino su cui non sono più solo presenti statuette di legno.»
Lo sguardo di Togo divenne lucido, lo stesso valeva per i suoi figli, ma colui che diede maggiore spettacolo fu Rai, da cui sgorgarono copiose lacrime e muco dal naso, commosso da così tanto senso di lealtà da parte di un nipote devoto.
«Penso che papà non abbia più obiezioni al riguardo», concluse Ho. «Tuttavia io verrò con te, ragazzino. Sono io quello che è riuscito a intrufolarsi più volte, so bene dove è ubicato il tempio. Quando fuggimmo e ti portammo via, avevano ben pensato di spostarlo, ma non avevano fatto i conti con la mia furtività!» esclamò, premendosi un pollice al petto.
«Chi sarebbe il ragazzino che vuole tutta l’attenzione?» disse Tsuchi, con un sorriso forzato e disagiato.
«Va bene, sia così, Koyama. Puoi partire tra un paio di giorni, ma ricordati di pensare prima a te stesso: non farti arrestare e non mettere in pericolo la tua giovane vita», disse Togo, guardando poi suo figlio Ho con espressione accigliata. «Andrai quindi con lui? Molto bene, allora questa raccomandazione la faccio ad entrambi. Soprattutto perché tu hai moglie e figli.»
«Certo, padre. Non farò niente che metta la mia vita in pericolo», confermò Ho, annuendo con decisione.
Sembrava essere stato raggiunto un accordo: Koyama sarebbe partito con suo zio Ho, e col favore delle tenebre si sarebbero introdotti nel palazzo degli Otsutsuki per trafugare le reliquie. Un’impresa sicuramente più facile a parole che nell’azione. Ho, però, era ormai un ninja esperto nell’arte dell’infiltrazione; con la sua guida, anche Koyama — invece più avvezzo allo scontro aperto — avrebbe potuto affrontare la prima fase della missione come pianificato.
Quando furono pronti a partire, si salutarono per l’ultima volta con la propria famiglia e gli altri accoliti.
Togo strinse le spalle del nipote, ormai più alto di lui, e lo fissò dritto negli occhi. Koyama ricambiò lo sguardo, intenso, come a volergli comunicare che sarebbe andato tutto bene.
«Kojama, avanti, prima ci muoviamo e meglio è», esortò Ho, spronando il nipote.
Quando ormai i due scomparvero tra i boschi, Tsuchi si affiancò discretamente a Togo. «Continua a chiamarlo Kojama».
«Sì, l’ho notato», rispose lui, e una strana fitta al cuore lo attanagliò.
Koyama e Ho sfilarono tra gli alberi, veloci e instancabili. Allenati fin da giovanissimi in prove che mettevano a dura prova la loro resistenza, erano guerrieri che sapevano il fatto loro. Le loro chiome lunghe e argentee, in contrasto con gli abiti neri, sotto i pallidi raggi della luna sembravano due spiriti fluttuanti.
I capelli di Koyama erano poi particolari: nessuno in famiglia, nemmeno tra gli Otsutsuki, li aveva mai avuti rossi, ma le ciocche bianche erano la conferma che egli aveva ereditato in parte il sangue divino.
Per alcuni accoliti del Culto di Hime, questo era fonte di grande gioia; per altri, invece, poiché era il figlio di Ashura, era motivo di rabbia, nonostante egli abbracciasse pienamente i loro valori.
Impiegarono diversi giorni di cammino, durante i quali fecero poche pause, così da raggiungere la meta il prima possibile. Sfruttarono quel tempo per rivedere il piano, ma anche per scambiarsi qualche informazione generica. Ho scherzava sul fatto che ormai fosse anche lui in età da marito, ma per Koyama quello era l’ultimo dei pensieri. Per lui, crescere come guerriero e sviluppare nuove tecniche era l’unica cosa che contava in quel momento della sua vita.
Finalmente raggiunsero le terre degli Otsutsuki. Le campagne erano tranquille, addormentate nel cuore della notte, così come lo era il palazzo. Come avevano previsto, dato che Hagoromo era ormai molto debole per l’età ma ancora non dava segni di morte imminente, la concentrazione dei sottoposti era tutta rivolta alla politica, a chi sarebbe stato il nuovo leader.
Si avvicinarono alle mura del palazzo. Il portone d’ingresso principale, che conduceva alla piazza centrale dove si svolgeva il mercato, era chiaramente da escludere. Ho, però, conosceva un canale di scolo, e tempo addietro aveva indebolito le sbarre. Se nessuno si fosse accorto del piccolo sabotaggio, sarebbe stato proprio da lì che sarebbero passati.
La fortuna fu dalla loro parte. Forzate leggermente le sbarre, riuscirono a sfilarle quanto bastava per passare.
Alzarono i colletti e nascosero i capelli sotto fasce nere. Indossarono persino guanti di pelle nera, non potevano permettere che nemmeno un’unghia tradisse la loro presenza.
Benché la sorveglianza fosse più blanda in quel momento, nulla andava sottovalutato.
Il cunicolo era stretto ed umido, dei topolini corsero sotto i loro piedi, spaventati dalla presenza umana.
Il passo dei due era lento e felpato, attenti nello scattare alla prima avvisaglia di pericolo.
Il canale di scolo si diramava per tutto il palazzo e ciò permetteva loro di poter individuare l'uscita più vicina.
Il rimbombo dei loro passi era quasi inudibile. Sembravano due predatori a caccia.
Sopra le loro teste la corte era addormentata; solo qualche ronda di guardie si muoveva come un'ombra lungo i viali.
«Presto la somma Hime tornerà a noi», mormorò Ho con un filo d'euforia nella voce.
«Concentrazione, zio — non diciamo gatto finché non è nel sacco», rispose Koyama, facendo corrugare la fronte all'uomo.
«Ci siamo: da qui si sale e ci troveremo nei pressi del tempietto», spiegò Ho, fermandosi davanti a dei pioli di ferro infissi nella roccia che saliva verso una botola.
«Ovviamente è sigillato, ma ho visto i sigilli da comporre per rilasciare la tecnica. Tu — che sei figlio di Ashura — dovresti riuscirci.»
Koyama serrò la mascella, come se il richiamo al nome del padre lo avesse ferito nell'intimo.
Salirono la scala con agilità; cauti, scivolarono fuori dalla botola e notarono con sollievo che al momento non c’era nessuno nei paraggi.
Il tempietto era racchiuso in un giardino zen interno: al centro, la struttura con i tetti curvi e le preziose incisioni lignee dominava lo spazio.
In quel momento era iniziata a nevicare — fiocchi candidi che si depositavano silenziosi sul terreno, attutendo i rumori della notte.
Dal loro fiato uscivano piccole nuvolette vaporizzate; il freddo e la neve garantivano che nessun servo avventuroso si sarebbe azzardato a passare da quelle parti.
Accovacciati, si avvicinarono al tempietto e ne tastarono i bordi con dita attente, a caccia di eventuali meccanismi o trappole.
«Eppure mi sembra troppo facile», ammise Koyama, lanciando uno sguardo agli occhi dello zio.
Ho scosse il capo. «Ti assicuro che non ho mai visto trappole. Non ne hanno bisogno: i sigilli sono complessi — cosa che solo un Otsutsuki potrebbe sbloccare.»
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«Quindi io non dovrei avere difficoltà ad aprirlo…»**
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«Esatto, Kojama.»**
Koyama lo guardò accigliato, poi voltò lo sguardo verso la porticina del tempietto, chiusa ermeticamente.
Chiuse gli occhi e richiamò il suo chakra. Nonostante non fosse seguito da un maestro — al tempo ce n’erano pochi e comunque tutti riconoscenti a Hagoromo, che li aveva guidati — possedeva una predisposizione naturale.
Era stato autodidatta, affidandosi al proprio istinto, e qualche risultato lo aveva ottenuto, benché la spada restasse la sua vera arte.
Quando si sentì pronto, Ho gli indicò i sigilli da replicare.
Koyama li tracciò con cura. Ad ogni gesto, il chakra fremette, scivolando verso la porticina che reagiva con dei netti “click”, segno che le serrature stavano cedendo.
Rimasero col fiato sospeso quando il portone si aprì, rivelando su quattro piedistalli le scatoline pulsanti, multicolore.
«Somma Hime», sussurrò subito Ho, piegandosi rispettosamente davanti alle reliquie.
Koyama, invece, rimase in piedi, colpito da un misto di stupore e fascino.
Fece un passo verso le scatoline, ma improvvisamente sentì girare la testa, e lo stesso accadde allo zio. Tutto sembrava distorto, capovolto.
Immediatamente si levarono voci nell’aria: l’allarme era scattato.
Non c’erano trappole fisiche, ma non sapevano ancora che era possibile infondere tecniche negli oggetti stessi.
Koyama e Ho erano caduti vittima di un genjutsu, che li disorientava completamente. Gli otoliti del loro apparato uditivo parevano impazziti; la sensazione era quella di essere su una barca in preda a una tempesta.
Videro che li stavano circondando.
Koyama, facendo uno sforzo incredibile, colpì Ho in viso: fu sufficiente perché lo zio si ridestasse almeno parzialmente.
Ho, tuttavia, non avrebbe mai lasciato Koyama al suo destino; colpì a sua volta il nipote per farlo riprendere del tutto.
Quando finalmente erano tornati lucidi, si accorsero che il giardino era circondato da guardie: alcuni esperti di ninjutsu, altri di taijutsu.
Si misero spalla a spalla: Koyama brandiva la katana, Ho impugnava un kunai. Purtroppo non c’erano bracieri e Ho non aveva mai combattuto senza un fuoco esterno.
«Zio, non avevi detto che la sorveglianza era bassa in questo periodo?»
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«L’ho detto, ma evidentemente sono sufficienti per mettere alle strette due guerrieri»**, rispose Ho.
Koyama serrò gli occhi, lo sguardo sottile.
«Non ci lasceranno andare. Percepisco il loro intento omicida. Tu hai moglie e figli.»
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«Che stai dicendo, ragazzino? Non vorrai combatterli da solo?»**
In quel momento le guardie iniziarono a lanciare shuriken.
Grazie ai riflessi allenati, con scatti rapidi e movimenti precisi delle lame, riuscirono a difendersi e a riscagliarne alcuni contro i nemici.
«Io sono più forte di te, lo devi ammettere. Se resti qui, mi saresti d’intralcio», disse Koyama.
«Kojama, non dire sciocchezze!» protestò Ho, mentre due soldati correvano verso di loro per ingaggiare uno scontro diretto.
«Di “jama” sei solo tu in questo momento. Io me la caverò, tu devi chiamare rinforzi!»
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«Mio padre mi ammazzerà se ti lascio qui, sei il figlio di mia sorella!»**
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«Il nonno piangerà due membri della famiglia se non corri via. Io me la caverò, stanne certo: non ho intenzione di morire contro questi inetti!»** rispose Koyama con foga, abbattendo l’ennesimo nemico e tingendo di rosso il terreno ormai imbiancato dalla neve.
Dopo alcuni scontri, entrambi cominciarono ad accusare il fiatone.
In particolare Ho, che non era abituato a combattimenti prolungati.
Il colpo che Ho schivò sarebbe stato fatale se Koyama non si fosse frapposto.
In quell’istante un brivido gelido gli percorse la schiena, e i volti dei suoi cari riaffiorarono alla mente.
Decise allora di correre verso la botola segreta.
Le guardie tentarono di raggiungerli, ma Koyama, ancora una volta, si mise in mezzo, lottando come un leone.
In quel periodo, nel palazzo della nobile famiglia, erano presenti solo Ashura, con la moglie Kanna, e Hagoromo, costretto a letto da un’influenza.
I figli e il fratello Indra si trovavano invece fuori, impegnati in missione.
Prima ancora che scattasse l’allarme, Hagoromo si tirò su con uno sforzo sorprendente e chiamò con forza Ashura, che sopraggiunse tutto trafelato.
Ashura aveva superato i quarant’anni: il viso era segnato da alcune rughe, ma il resto del suo aspetto era rimasto invariato.
«Ashura… sento… sento un chakra particolare… famigliare, ma non l’avevo mai avvertito prima», disse Hagoromo, con lo sguardo intenso.
Pochi istanti dopo, l’allarme risuonò nelle loro orecchie.
Ashura cercò lo sguardo del padre, come a voler trovare una risposta, ma Hagoromo non ne aveva da dargli.
Avrebbe dovuto verificare lui stesso la fonte di quel chakra.
Concentrandosi, anche Ashura – ormai ninja esperto quasi quanto il padre – percepì quella sensazione di familiarità.
«Kanna, resta con mio padre. Io vado a vedere cosa sta succedendo», ordinò.
Le guardie informarono che a scattare era stata la tecnica a protezione del tempietto che custodiva le reliquie di Hime. Nessuno aveva il permesso di aprirlo, solo Hagoromo e Ashura potevano farlo; neanche i figli avevano autorizzazione.
Di Hime, ormai, nessuno ricordava più l’esistenza. Hagoromo e i figli avevano fatto in modo di distruggere gli archivi. Non per una sorta di “damnatio memoriae”, ma affinché nessuna forza nemica potesse recuperare manufatti dal potere straordinario, qualora fossero finiti nelle mani sbagliate.
C’era solo un ristretto gruppo di persone che ancora la ricordava… e che per anni aveva ambito a riaverla con sé.
Le grida strazianti dei suoi uomini, uno a uno abbattuti, allarmarono Ashura. Accelerò il passo, e quando ormai era prossimo al giardino, si trovò davanti a una scena raccapricciante. Non una belva, ma un giovane uomo, che stava tenendo testa a più di trenta uomini, maneggiando la katana con precisione letale. Il sangue era ovunque: il giardino si era trasformato in una carneficina.
Il corpo del ragazzo mostrava i segni della stanchezza e delle ferite: le gambe tremavano, i muscoli urlavano dolore, eppure la forza di volontà lo teneva ancora in piedi.
Ashura rimase colpito, non solo dalla sua abilità, ma dalla particolare chioma rossa, punteggiata di ciocche bianche, e dagli occhi color paglierino. Il cuore gli balzò in gola, ma sapeva che era giunto il momento di intervenire prima che il ragazzo fosse sopraffatto.
Improvvisamente, da sotto i piedi di Koyama spuntarono dei paletti di legno, ma egli, fulmineo nei riflessi, li schivò e li recise con la katana, la lama irradiando un’aura azzurra.
«Vedo che sai usare anche il chakra», commentò Ashura con un accenno di sorriso.
Koyama non rispose, limitandosi a fulminarlo con lo sguardo. La spavalderia di quell’uomo non lo intimoriva minimamente.
Un’altra guardia si avventò su di lui, ma se non fosse stato per Ashura che lo tirò indietro in tempo, anche quello sarebbe stato trucidato da Koyama.
«Allontanatevi, ci penso io a lui», ordinò Ashura alle guardie.
Esitarono, ma il suo sorriso le rassicurò, e si ritirarono leggermente.
«Davvero bravo… sei un guerriero formidabile. Ma la battaglia finisce qui», disse Ashura.
Koyama non replicò. Guardò rapidamente la botola, intuendo che quella sarebbe stata la sua via d’uscita, e provò a scattare verso di essa. Sapeva bene chi aveva di fronte e che Ashura era un avversario al di sopra delle sue capacità.
Ma Ashura anticipò la mossa. Formò rapidamente un bastone da impugnare. Koyama parò con la spada, ma la forza dell’uomo lo spinse comunque indietro, facendolo inciampare leggermente sul terreno innevato.
«Fai irruzione nella mia casa, cerchi di rubare, uccidi le mie guardie e poi pensi di potertene andare così, accolito del culto di Hime?»
«Non sono un idiota. Conosco la tua forza, ma non ho paura di combatterti, se non mi lasci andare via», rispose Koyama, la voce ferma e decisa.
Ashura sorrise di nuovo, beffardo, un sorriso che fece fremere di rabbia il ragazzo. Poi si fece dare una katana e cominciò a girare lentamente in cerchio, gli occhi fissi su di lui.
Koyama replicò, impugnando la sua lama con la stessa intensità, pronto a scattare al minimo segnale. I due si fissarono, studiandosi, valutando forza e reazioni.
«Dimmi, come ti chiami?» chiese Ashura, senza interrompere lo sguardo.
«Mi chiamano Shinigami», rispose Koyama.
Il volto di Ashura si fece improvvisamente serio, mentre tra le guardie si levò un brusio sottile. Shinigami… un nome noto, temuto. Un guerriero-sicario che si era già fatto un nome in quelle terre. Nonostante l’aspetto giovanissimo, le sue imprese erano da veterano.
Ashura pensò: È bravo… sa che attaccarmi a testa bassa sarebbe follia. Sta cercando una via di fuga. Anche questo è saggezza, riconoscere i propri limiti. Pochi guerrieri lo fanno.
«Non posso lasciarti andare, perciò arrenditi o dovrò usare le maniere forti, anche se non mi piace.»
Koyama strinse l'elsa della katana fino a farla scricchiolare, piegò le gambe in posizione di guardia e mosse fendenti rapidi. Dalle sue lame si sprigionarono folate di vento, sottili e taglienti, che Ashura schivò con agilità.
Le lame di vento impattarono contro il rialzo di legno della casa, facendolo esplodere in schegge che volarono ovunque.
Ashura reagì incanalando il chakra del fuoco nella propria spada: la lama prese fiamme ardenti, illuminando il suo volto con uno sguardo deciso e minaccioso. Corso verso Koyama, cozzò le lame con violenza. Nonostante le fiamme, il ragazzo non arretrò di un passo, parando ogni colpo con precisione e agilità.
Solo quando Ashura premette con forza la spada contro la sua e lo costrinse indietro sul gradino, Koyama poté finalmente guardarlo in volto. Sotto la maschera, gli occhi paglierino lo fissavano con fredda determinazione.
Improvvisamente Ashura si ritrasse, lasciò cadere la spada, che si spense a contatto con la neve, e barcollò indietro, reggendosi il cuore.
«Non posso crederci… tu sei… tu sei…»
Koyama lo fissava con occhi di disprezzo. «A causa tua, mia madre è morta», disse con tono tagliente.
Il volto di Ashura divenne cencio. «Io amavo Kaze!» urlò, e la sua voce rimbalzò tra le mura, lasciando guardie e servitrici sbigottite e confusi.
«Non solo l’hai messa incinta con l’inganno, la tua famiglia ha perfino lavato via quell’onta. Se non fosse stato per mio nonno…»
«Togo è un maledetto bugiardo! Prima accusa mio padre di essere un demone mangiatore di carne, ora mi mette contro mio figlio!»
La notizia colse tutti di sorpresa. Servitrici corsero immediatamente da Kanna per avvertirla di quanto stava accadendo.
Koyama si rimise in piedi, sollevò la spada, pronto a riprendere lo scontro.
Ashura, però, sembrava aver perso ogni voglia di combattere. In ginocchio, i fantasmi del suo passato lo attanagliavano. Il ragazzo corse verso di lui, pronto a sfruttare il momento, confermando ancora una volta la sua fama di Shinigami. Sapeva che uccidere Ashura, avrebbe messo al suo posto qualcuno di peggiore, lui stesso lo pensava, ma in quel momento era mosso solo da un basso istinto distruttivo.
Eppure Ashura non era impreparato. Il suo istinto di guerriero si risvegliò automaticamente: richiamò un muro di vento attorno a sé per pararsi dall’attacco. Poi due copie apparvero alle spalle di Koyama, immobilizzandolo, mentre una terza lo colpì allo stomaco.
Koyama, esausto, perse la presa sulla spada, che cadde con un clangore sul terreno ghiacciato. Tossì bile, piegato dal dolore del colpo.
Ashura si rialzò lentamente, il volto grave, e camminò verso di lui. Koyama tentò di divincolarsi, ma ogni sforzo era vano.
Infine Ashura poggiò due dita sulla fronte del ragazzo: Koyama svenne.