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← La leggenda di Hime: la reliquia della Terra

Creato il 13/07/2026, 20:02 · Aggiornato il 13/07/2026, 20:03

Capitolo 21: Il racconto perduto, parte 3

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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«Il nobile Indra e il nobile Ashura sono ritornati, aprite il cancello!» annunciò una guardia, con voce forte e solenne.

Subito dopo, il massiccio portone del palazzo degli Otsutsuki si spalancò con un profondo scricchiolio.

Al di là delle mura, Kaze poté constatare che quel luogo non era affatto come lo aveva immaginato nei suoi incubi. Non era un regno oscuro o spaventoso, bensì un centro vivo e prospero: bancarelle che vendevano merci di ogni tipo, profumi di spezie e tessuti pregiati, persone ben vestite e dai volti sereni, senza i segni della malnutrizione o della miseria che lei temeva di vedere.
La sorpresa le tolse quasi il fiato.

Quando i due fratelli fecero il loro ingresso, la folla si fermò di colpo e, in un gesto unanime, si inchinò profondamente per salutarli.
Ashura e Indra erano ammirati sia come figli di Hagoromo Otsutsuki, sia per il valore dimostrato nelle loro missioni. Guerrieri pionieri, simboli di speranza e potere.

Ma presto gli sguardi si spostarono sulla fanciulla che li accompagnava.
Kaze, vestita come una nobile Otsutsuki, attirò mormorii e sguardi curiosi: qualcuno si chiese addirittura se fosse una principessa venuta da terre lontane.

Lei, sentendosi bruciare sotto quell’attenzione, si piegò leggermente verso Ashura e sussurrò con voce supplichevole:
«Possiamo accelerare il passo?»

Ashura scosse la testa, mantenendo un’espressione composta.
«Fa parte dell’etichetta rallentare e salutare i nostri sudditi. Sarebbe considerato scortese affrettarsi.»

Kaze abbassò lo sguardo, rassegnandosi, anche se il cuore le batteva all’impazzata.

Finalmente raggiunsero l’edificio principale. Le guardie, rigide e solenni, annunciarono l’arrivo dei figli di Hagoromo e del prezioso dono che portavano con sé.
Le porte si aprirono con lentezza, rivelando la vasta sala del trono.

Quando il trio fece il suo ingresso, Hagoromo Otsutsuki si alzò immediatamente dal suo seggio. Per un istante il suo respiro si spezzò: davanti a lui, nella penombra della sala, intravide Hime… o almeno così gli parve.

Un brivido gli corse lungo la schiena, mentre il dolore di una ferita mai rimarginata riaffiorava.

Poi, osservando meglio, capì.
Non era Hime.

Somigliava a lei solo per i capelli candidi e per gli abiti, reliquie sacre di una memoria troppo dolorosa. Ma il volto era diverso, la presenza diversa.
Eppure, quell’immagine bastò a scuotere profondamente l’uomo, che per un attimo vacillò, come se la realtà stessa gli fosse sfuggita di mano.

Ashura e Indra si inchinarono profondamente, con un gesto solenne e rispettoso, degno di un padre tanto onorevole e potente.

Kaze, invece, rimase qualche passo dietro di loro, la cassa ancora sulle spalle.
Il cuore le batteva così forte che temeva potesse sentirsi in tutta la sala.
Si limitò a fissare l’uomo davanti a sé, colta da un misto di soggezione e paura: Togo diceva il vero. Hagoromo possedeva davvero due corna ricurve, come quelle di un demone, e i suoi occhi… quegli occhi particolari sembravano scrutare l’anima stessa.

«Fanciulla, vieni avanti.»
La voce del sommo Eremita era profonda, calma ma capace di non ammettere esitazioni.

«Tu indossi le vesti di mia figlia. Chi sei?»

Kaze inghiottì a vuoto, tremante. Poi fece un passo avanti e, inchinandosi, rispose:
«Mi chiamo Kaze, figlia di Togo… colui che un tempo fu marito della somma Hime.»

Hagoromo inarcò le sopracciglia, osservandola con attenzione.
«Sì… non ho dubbi. Hai i suoi stessi occhi.»
Il suo sguardo scivolò poi verso la cassa che Kaze portava con sé, e il respiro gli si spezzò in gola.
«Sono… lì dentro?» domandò, quasi temendo la risposta.

Indra annuì in silenzio, poi passò alle spalle di Kaze e aprì la cassa. Ne estrasse una scatola finemente decorata e la sollevò con entrambe le mani.

Quando la aprì, un lieve bagliore riempì la sala: al suo interno giaceva un cuore pulsante, vivo, come se ancora appartenesse a una creatura in carne e ossa.

Hagoromo portò d’istinto una mano al petto e barcollò, le gambe molli, tanto da dover sedere sul gradino più basso del suo trono.
«Hime… dolce figlia mia…» sussurrò, la voce rotta.

Due lacrime calde gli scivolarono sul volto.

Kaze trattenne il fiato: tra le fughe delle pietre, proprio sotto i piedi di Hagoromo, sbocciarono due piccole margherite, come se il dolore di quell’uomo avesse risvegliato la terra stessa.
Quell’uomo, che fino a un momento prima le era apparso come una figura austera e minacciosa, ora era solo un padre affranto, dilaniato da un dolore antico.
E lei, senza pensarci, depose la cassa a terra e corse verso di lui, inginocchiandosi con rispetto.

«Oh, sommo Hagoromo…» disse, la voce incrinata dall’emozione. «Mi avevano detto tante cattiverie su di voi. Ma ora mi rendo conto che erano solo parole dettate dal dolore… non bugie maligne, ma frutto dell’amore di chi, come voi, ha amato vostra figlia.»
Abbassò la testa, toccando il pavimento con la fronte.
«Ella è finalmente tornata alla casa di suo padre. Qui, potrà dimorare in pace.»

Hagoromo sollevò lentamente il capo, fissando la ragazza inginocchiata davanti a lui.
Il suo sguardo, appannato dalle lacrime, gli impedì di distinguere chiaramente i tratti del suo volto.

Per un attimo, le differenze svanirono.
Davanti a lui non c’era più Kaze… ma Hime, la sua adorata figlia, che sembrava essere tornata a lui, seppur per un istante di fragile illusione.

«Oh figlia mia, quanto mi sei mancata» disse abbracciandola e carezzandole i capelli. «Perdonami per non essere stato all'altezza delle aspettative, meritavi molto di più.»

Kaze sentì il cuore serrarsi. In quel momento capì che la cosa migliore era contraccambiare quell’abbraccio, assumendo, solo per quell’occasione, il ruolo della sua dea.
«Padre mio…» disse piano, scegliendo ogni parola con cura. «Il dolore che mi affliggeva non aveva cura. Ma la mia vita… è stata piena. Ho fatto ciò che desideravo, ho donato me stessa al prossimo, e ora le mie spoglie riposano serene nel mio sepolcro. Non potevo chiedere di meglio.»

La voce le tremò appena, ma Hagoromo, travolto dall’emozione, non se ne accorse.

Ashura, sentì un nodo stringergli il cuore: una giovane vita era stata spezzata nel fiore degli anni, lasciando dietro di sé un padre spezzato dal dolore.

Eppure, Ashura era certo che un amore così grande avrebbe superato i confini della carne e della morte.
Era per amore che si viveva e si combatteva: di questo non aveva alcun dubbio.

Indra, invece, non disse nulla. Nei suoi occhi brillava qualcosa di diverso, oscuro, che Ashura non riuscì a decifrare.

Kaze venne accompagnata in una stanza lussuosa, arredata con tessuti preziosi e lampade di cristallo che diffondevano una luce calda e rassicurante. Hagoromo le aveva offerto la camera che un tempo apparteneva a Hime, ma Kaze, con profondo rispetto, rifiutò.

Non avrebbe mai potuto dormire nello stesso letto della sua dea: non se ne sentiva degna.

I giorni successivi trascorsero in una quiete quasi irreale.
Le reliquie furono riportate nel santuario sacro da cui erano state trafugate e, ogni sera, Kaze — ora ufficialmente investita come sacerdotessa — si recava a porgere omaggi e preghiere. Le lanterne del tempio rischiaravano la sua figura, e l’incenso che bruciava nell’aria conferiva a quei momenti un’aura di sacralità.

Col passare del tempo, divenne una presenza familiare e benevola, accolta con simpatia sia nei corridoi del palazzo sia alla corte degli Otsutsuki.

Hagoromo, rinvigorito dal ritorno di colei che credeva sua figlia, aveva ripreso con rinnovato fervore la sua missione di diffondere tra le genti la conoscenza del ninshu. Ora che il cuore di Hime era di nuovo “a casa”, il mondo intero sembrava più luminoso e colmo di speranza.

Ashura e Indra ripresero i loro allenamenti, ma dalla missione precedente era chiaro che tra loro non scorresse più buon sangue.
Almeno da parte di Indra, perché Ashura continuava a tentare di mantenere i rapporti familiari, cercando persino di farlo sorridere dicendogli che, quando avrebbe succeduto al padre, sarebbe diventato un "capofamiglia musone".
Purtroppo, con scarsi risultati.

Finalmente gli alberi di ciliegio si riempirono di minuscoli fiori rosa e bianchi, tanto che l’atmosfera sembrava diventata un quadro dipinto con delicati pastelli.

Alla moglie di Hagoromo piacevano immensamente quei fiori, così nei dintorni del palazzo ne erano stati piantati in gran numero.

Fu lì che, un giorno, Ashura trovò Kaze: la ragazza stava in piedi sotto un grande ciliegio, osservandolo con aria trasognata.

Quella mattina aveva piovuto, e sulle corolle erano rimaste piccole goccioline, che scintillavano alla luce del sole come minuscoli cristalli. Kaze fissava quei petali con un’intensità particolare, come se volesse imprimere nella memoria ogni dettaglio di quel momento, custodendolo per sempre nel cuore.

Le era stato concesso di continuare a indossare le vesti degli Otsutsuki, in quanto sacerdotessa, e quell’abbigliamento le conferiva un portamento solenne.
Sulla fronte portava ora anche una raffinata tiara d’oro, da cui pendevano sottili cordoncini intrecciati che le sfioravano le tempie, oscillando leggermente ad ogni suo movimento.

«Una magnifica fioritura, quest’anno,» disse Ashura con tono gentile, avvicinandosi. «Sembrava che stesse aspettando solo te.»

Kaze si voltò verso di lui e gli regalò un sorriso radioso.
«È forse il mio albero preferito. I suoi fiori sono così belli e al tempo stesso effimeri… delicati e puri, una poesia che non ha bisogno di parole.»
Sospirò, poi lasciò scivolare via la malinconia con una risata allegra. «E senza dimenticare quanto sono buoni i suoi frutti!»

Ashura rise di rimando, contagiato dalla sua allegria.
«Concordo in pieno, mangerei tonnellate di ciliegie, se solo potessi!»
Le posò una mano sulla spalla, con un gesto affettuoso. «Quest’estate ti porterò in un campo dove ne producono di scure e dolcissime, se vorrai.»

«Mi piacerebbe molto,» rispose lei, lo sguardo illuminato da una scintilla di entusiasmo.

All’improvviso, però, il sorriso di Kaze si spense: un leggero mancamento la fece vacillare. Ashura fu rapido nei riflessi e la sorresse prontamente, accompagnandola con delicatezza mentre si accasciava.

«Kaze, che ti succede?» chiese, la voce colma di apprensione.

Lei scosse appena il capo, come a minimizzare l’accaduto, ma nei suoi occhi si leggeva qualcosa di diverso. Uno sguardo profondo, che lasciava intuire la presenza di un segreto che, per ora, non desiderava condividere.

Da quell’episodio trascorse altro tempo, finché, un giorno, alle porte del palazzo giunse Togo a cavallo, scortato da alcuni dei suoi seguaci.

Il rumore degli zoccoli risuonò come un tuono nel cortile, annunciando la sua presenza ancor prima che la guardia lo avvistasse.
L’uomo, cupo e determinato, pretese di parlare con il suo ex-suocero e di rivedere sua figlia, che — a suo dire — era stata rapita dai demoni.

Ma Hagoromo non si trovava nemmeno quella volta al palazzo. Quando la notizia giunse ai fratelli Otsutsuki, dopo un rapido scambio di sguardi, acconsentirono a farlo entrare.

Togo fece il suo ingresso di gran carriera nella sala principale, un luogo ampio, con le pareti di pietra bianca e due scranni imponenti scolpiti nello stesso materiale, sui quali sedevano Ashura e Indra.
Non chinò il capo al loro cospetto: era un fascio di nervi, la tensione gli si leggeva nelle mascelle serrate e nel respiro affannoso.
Sembrava sul punto di scattare, pronto a saltare loro al collo come una bestia inferocita, se non fosse stato frenato dalla preoccupazione per l’incolumità della figlia.

«Dov’è Kaze?» domandò, con voce roca e colma d’ira.

«Sono qui, padre.»

Quando la fanciulla apparve, Togo esitò per un istante: quasi non riusciva a riconoscerla.
La vide pulita, curata, avvolta in pregiate vesti Otsutsuki e ornata di monili raffinati che scintillavano alla luce delle torce.

Per lui, abituato a vederla con abiti semplici e polverosi, fu un impatto difficile da accettare.

«Figlia mia… come stai?» chiese, correndo verso di lei con un moto istintivo di protezione.

«Sto bene. Mi trattano bene,» rispose Kaze, con voce calma, quasi per rassicurarlo.

Il volto di Togo si distese appena, ma la sua diffidenza rimase intatta.
Quella visione, se possibile, non fece che acuire il suo rancore verso i figli di Hagoromo.

Indra, dall’alto del suo scranno, lo fissò con aria gelida.
«Se sei venuto a riprenderti le reliquie, hai perso solo tempo. Anche se un tempo sei stato suo marito, resti comunque un semplice umano.
E poi tu hai già avuto il privilegio di seppellire nella tomba di famiglia il resto del suo corpo.»

Togo soffiò violentemente dalle narici, come un toro pronto alla carica.
«Ho seppellito il corpo, sì,» ringhiò, «ma è in quelle reliquie che risiede il suo spirito.
Vostro padre le ha strappate dal suo corpo senza pietà. È un demone, non un salvatore!»

Indra balzò in piedi di scatto, il petto gonfio e lo sguardo infuocato, facendosi imponente come una statua di guerra.
«Non ti permetto di parlare così del sommo Eremita, patetico omuncolo!»

Togo serrò i pugni, il volto contratto in una smorfia di dolore e rabbia.
«Hime era la mia amata moglie,» ribatté, scandendo ogni parola con ferocia, «e voi avete perso ogni diritto su di lei dal giorno in cui pronunciammo il nostro sì.
Sei solo un ragazzino borioso che si atteggia ad adulto.
Rendimi le reliquie… e rendimi mia figlia!»

Le vene sul collo di Indra pulsavano visibilmente mentre l’ira lo consumava.
Nessuno aveva mai osato insultarlo così, e meno che mai un uomo che considerava un reietto.
I suoi occhi si tinsero di rosso, assumendo una forma a spirali oscure, preludio di una potenza devastante pronta a esplodere.

Ashura intuì immediatamente cosa stesse per accadere e si frappose tra i due, aprendo le braccia come barriera.
«Indra, calmati!» esclamò, con tono fermo ma privo di aggressività. «Non è decoroso per un figlio di Hagoromo Otsutsuki, che sta facendo le veci di nostro padre, scaldarsi per così poco.
Lo hai detto tu stesso: quest’uomo non è degno di noi. Non sprechiamo le nostre energie per chi non ha il nostro stesso onore.»

Le parole di Ashura, pur misurate, risuonarono nella sala come un vento freddo che cercava di spegnere un incendio.
Ma negli occhi di Indra l’odio ardeva ancora, incontrollato.

Togo si sentì profondamente offeso, il sangue ribolliva nelle sue vene, ma Kaze — che conosceva bene il terribile potere di Indra, avendolo vissuto sulla propria pelle — comprese che le parole di Ashura non erano state un insulto, bensì un modo per proteggere suo padre e, allo stesso tempo, tentare di calmare l’iracondo fratello maggiore.

Quei due erano forze opposte: yin e yang che si scontravano di continuo, incapaci di trovare un equilibrio.

«Padre, ti prego,» disse Kaze, posandogli una mano tremante sul braccio, «frena anche tu la lingua. Non otterrai nulla reagendo in questo modo!»
Poi, con voce più dolce, aggiunse: «Se può consolarti, sono io la custode e sacerdotessa delle reliquie. Ogni sera rendo loro il giusto onore.»

Togo si commosse.
«Oh, dolce Kaze… sei stata così coraggiosa.
Manchi molto ai tuoi fratelli, soprattutto a Tsuchi e Rai. E Mizu… lui si sente diviso a metà, ora che la sua gemella non è più nei paraggi.»

Un lieve sorriso addolcì il volto di Kaze.
«Quando tornerai a casa, ti prego, dai loro un bacio da parte mia e rassicurali che nessuno mi sta facendo del male. Nessuno ha tentato di… mangiare la mia carne.»

Lentamente, l’uomo le accarezzò la guancia, sfiorando la pelle rosea come se temesse che potesse svanire da un momento all’altro.
«Sei persino più radiosa di quanto ti ricordassi.»

Un suono profondo, simile a un tuono, ruppe quell’attimo fragile.
«No.»
La voce dura e glaciale di Indra si innalzò nella sala, attirando su di sé ogni sguardo.
«Mi dispiace, ma non è così che funziona.»

I suoi occhi bruciavano di disprezzo mentre fissavano Togo.
«Tu entri nella nostra casa senza essere invitato, manchi di rispetto e ci insulti, osi offendere nostro padre… e credi davvero che possiamo lasciar correre?»

Ashura aprì la bocca, pronto a intervenire, ma Indra alzò una mano in un gesto imperioso, intimandogli di tacere.

«Ringrazia,» continuò Indra con voce tagliente, «di essere stato il marito di nostra sorella e ora il padre della nostra sacerdotessa, o la tua testa sarebbe già finita su una picca.»

Togo serrò i pugni, ma non abbassò lo sguardo. «Non ho paura di morire per ciò in cui credo, se pensi di potermi intimidire.»

Un sorriso freddo si disegnò sul volto di Indra. «Parli bene ora… vedremo che aspetto avrai quando tu e i tuoi compagni starete a digiuno per qualche giorno nelle nostre segrete.»

Fece un cenno deciso, e immediatamente le guardie accorsero.
In pochi istanti, Togo e i suoi seguaci vennero bloccati e ammanettati, le catene tintinnarono sinistre nell’aria.

«Sommo Indra, ti prego!» implorò Kaze, la voce rotta dall’angoscia.

«Siate clemente. Mio padre farà ammenda delle sue parole, ma non punite lui e i suoi compagni così. Potrebbero ammalarsi!»

Indra non la degnò di uno sguardo. «Non mi interessa.»

Quelle tre parole, pronunciate con glaciale indifferenza, furono come una lama nel cuore della giovane. Non c’era spazio per la compassione, né possibilità di replica.

«Kaze, non ti preoccupare,» disse Togo con tono rassicurante, cercando di proteggerla almeno con le parole, «noi siamo forti. Questa non è altro che una prova di fedeltà verso la nostra dea.»

Ma la voce sicura di lui non bastò a spegnere la tempesta che infuriava nell’animo della ragazza.
Disperata, Kaze si voltò verso Ashura, cercando di supplicare almeno lui con lo sguardo.
Il giovane, però, rimase immobile: l’etichetta gli imponeva assoluta sottomissione al fratello maggiore.

Kaze sentì le forze abbandonarla. Le pareti della sala iniziarono a girare, i suoni divennero ovattati e lontani.
Poi, il buio.

Kaze era stata portata nelle sue stanze e lì il medico l’aveva esaminata. Solo Ashura era rimasto fuori, in silenzio, aspettando, mentre il professionista valutava ogni segnale. Quando il medico si fece vedere per parlare con lui, Ashura sentì un piccolo sollievo. Indra non era presente.

La ragazza era in stato interessante, da settimane ormai. Essendo tutto all’inizio, non c’erano certezze assolute, ma i segni tipici convincevano il medico.

Ashura corse al capezzale di Kaze e la trovò distesa tra morbidi cuscini, ancora un po’ stordita ma visibilmente bene. Le prese subito la mano tra le sue, portandola alle labbra, come a voler imprimere un gesto di protezione e affetto.

«Il medico mi ha detto tutto,» disse, la voce piena di emozione.

«Non è certo, magari si è sbagliato,» replicò lei, con voce lenta, come se misurasse ogni parola.

«Kaze… quella notte…»

«Sì,» interruppe lei, «se è così, è successo quella notte.» Parlava della sera in cui avevano danzato sul lago, fondendo i loro spiriti e i loro corpi.

«Sappi che se aspetti veramente un figlio, me ne assumo tutte le responsabilità. Sono giovane, ma sono un uomo d’onore,» le disse Ashura, con tono serio, quasi solenne.

«Mio padre e la mia famiglia… temo non la prenderanno bene,» ammise Kaze, con una nota malinconica nella voce. «Sei sì il fratello di Hime, ma anche il figlio del demone che ce l’ha portata via. Inoltre, tu hai sottratto le reliquie. Non accetteranno mai un figlio concepito con te.»

«Sono sicuro che un giorno cambieranno idea. Kaze, sento che il mio cuore è profondamente legato a te. Permettimi di starti accanto. Sposami, creiamo la nostra piccola famiglia.»

Kaze scosse il capo, un gesto pieno di rassegnazione e dolore.
«Non so se lo terrò, devo essere onesta. Non sono degna di essere il contenitore della prole di una divinità.»

«Ma tu stessa hai detto che avresti desiderato essere la discendente di Hime, che fosse lei tua madre!» replicò Ashura, accigliandosi leggermente. «Non puoi essere tu una divinità, ma in quanto sacerdotessa delle reliquie, stai avendo il privilegio di diventare madre di un bambino che avrà straordinari poteri. Diverrà un forte guerriero.»

«Io, però, non voglio sposarmi. Non posso sposarmi con un Otsutsuki, anche se questo Otsutsuki ha il tuo volto.»

«Quindi Indra aveva ragione a dire che siete solo dei fanatici. Altrimenti non si spiegherebbe tutto questo odio recondito verso la mia famiglia, per me che ti voglio tanto bene.»

Kaze scosse di nuovo il capo, con un filo di malinconia nei movimenti.

«Te ne voglio tanto anche io, su questo non devi dubitare, ma dovresti rinunciare al tuo nome, se vuoi stare con me. Saresti disposto a questo?»

Ashura rimase in silenzio, un silenzio lungo e pesante, sufficiente a confermare alla giovane che non avrebbe mai voltato le spalle alla propria famiglia.

«Come immaginavo…» sussurrò Kaze, quasi tra sé e sé.

Ashura si avvicinò ulteriormente, posandole la mano sinistra sul ventre. «Forse diventare marito e moglie non è nel nostro destino. Ma se stai aspettando un figlio mio, ti prego, non porre fine alla sua vita. Egli sarà il ponte tra due famiglie che in passato si sono divise a causa di un cuore spezzato. Questo piccolo ricomporrà i pezzi.»

Le spalle di Kaze tremarono, e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Con un gesto deciso, annuì. «Un giorno tu avrai una famiglia tua e io la mia, ma un filo invisibile ci legherà sempre. Questo bambino crescerà sapendo quale è il suo retaggio e, un giorno, sarà libero di scegliere con chi crescere, senza alcun rancore.»

Si abbracciarono forte, e Ashura le premette un bacio sulla guancia, un gesto semplice ma pieno di significato. Stare insieme non era nel loro destino, ma come avevano detto, ci sarebbe sempre stato qualcosa che li avrebbe uniti.

Rimaneva solo il problema di Indra. Entrambi sapevano che, nel momento in cui lo avrebbe saputo, sarebbero sorti inevitabilmente nuovi problemi.

Quando il ventre di Kaze iniziò a gonfiarsi e le nausee mattutine aumentarono, ogni dubbio svanì. Tuttavia, lei e Ashura avevano deciso di tacere per tutto il tempo che era concesso loro, proteggendo così la privacy di quel legame così delicato.

In quel periodo, Togo e i suoi seguaci erano ancora in prigione. La ricrescita scura dei capelli, che mostrava il tempo passato in cattività, era più evidente, e tutti temevano che la loro lontananza dalla dea fosse definitiva. Kaze portava loro da mangiare e li rassicurava, con parole e gesti, che lei e Ashura stavano facendo tutto il possibile per convincere Indra a liberarli.

«Stai pregando Hime, figlia mia? Per tutti noi, lo stai facendo?» le chiese Togo, prendendole le mani tra le sue, rugose ma forti.

Kaze era entrata nella cella per aiutarli a radersi e accudire piccoli bisogni quotidiani. Era l’unica luce in quell’oscurità, e le sue vesti da sacerdotessa, così simili a quelle della loro dea, portavano un senso di conforto e speranza.

«Certo, padre, faccio tutti i riti, come te mi hai insegnato fin da piccola. Vedrai che la sua benedizione scenderà su di noi. Bisogna solo avere pazienza, come lei stessa ci ha insegnato.»

«Non potevo avere una figlia migliore di te.» Solo stringerle le mani non gli bastava: la prese per le braccia e la strinse forte, il cuore colmo di gratitudine e preoccupazione. Fu in quel momento, nel contatto stretto, che notò una particolare protuberanza sul ventre di Kaze.

La scostò delicatamente e vi poggiò una mano sopra, cercando il suo sguardo, incredulo. Kaze rimase immobile, pallida sotto la luce tremolante delle torce, come una maschera di cera.

«Chi è stato? Chi ti ha…?» iniziò Togo, la voce carica di tensione e paura.

«Non sono stata violata. Non c’è stata alcuna violenza,» rispose Kaze, con voce tremante ma ferma.

«Chi è stato?» insistette, con tono sempre più acceso, richiamando l’attenzione degli altri uomini presenti.

La giovane abbassò lo sguardo, ma Togo le prese il mento tra le mani, costringendola a guardarlo negli occhi.

«Ashura Otsutsuki.»

Come se improvvisamente lei fosse diventata l’essere più schifoso del mondo, Togo la spinse via, con forza sufficiente a esprimere il disgusto, ma senza farla cadere.

«Ti sei concessa al nemico, al figlio del demone con le corna!» urlò, la voce spezzata dalla rabbia e dall’incredulità.

Gli uomini cercarono di calmarlo, trattenendolo per le spalle e cercando di farlo sedere.

«Ma no, Togo, Kaze è una donna fedele al Credo. Ricorda che quelli conoscono le arti magiche ipnotiche. Dice che non c’è stata violenza, solo perché glielo fanno credere,» gli spiegò uno dei seguaci, con tono calmo ma fermo, cercando di riportare un minimo di ragionevolezza.

Togo parve illuminarsi nello sguardo.
«È così! Ti hanno ingannata! Quei porci luridi hanno visto un bel fiore innocente e lo hanno voluto cogliere, poi l’hanno ricoperto d’oro per farci credere che fosse amato.»

Kaze era sconvolta e scosse con forza il capo.
«No, Ashura è un uomo d’onore, non farebbe mai una cosa del genere!»

«Questo lo dici tu perché ti ha traviata. Mi hanno raccontato i tuoi fratelli, cosa Indra ha fatto loro, soprattutto a te e a Tsuchi. Per quanto ne sappiamo, anche il fratello potrebbe avere un potere simile.»

La ragazza fece un passo indietro, mani e bocca tremanti. Aveva fiducia nelle parole di Ashura, come le aveva nel padre Togo. Ma se quest’ultimo avesse avuto ragione? Cercò di scacciare quel pensiero terribile. Per lei, quella notte era stata cristallina: non si era sentita sopraffatta, non c’era stata alcuna minaccia. Solo due giovani che si erano concessi un momento di intimità, immersi nella magia della notte e delle danze. Sentiva la benevolenza di Hime nel cuore; non c’era paura, e Ashura si era comportato con dolcezza e delicatezza.

In preda a un pianto disperato, corse via verso il tempietto dove erano custodite le reliquie. Si inginocchiò, le mani strette in preghiera, implorando la sua Dea di darle un segno. Si sentiva sola, confusa, impaurita. Ma nel profondo sapeva che Ashura non l’avrebbe mai tradita: appena scoperto che portava in grembo suo figlio, si era offerto di sposarla. No, se il suo cuore avesse avuto solo il desiderio egoistico di insidiarla, non si sarebbe comportato come aveva fatto fino ad allora. Togo si sbagliava.

Purtroppo il trambusto aveva attirato l’attenzione delle guardie, che, sopraggiunte nella cella, avevano scoperto l’accaduto e subito erano andate a riferirlo a Indra.

Kaze era ancora immersa nella preghiera quando un’ombra si proiettò alle sue spalle. Per un attimo credette fosse Ashura, ma si sbagliava: era Indra, lo sguardo fisso su di lei, lo Sharingan ipnotico attivato.

Ashura, purtroppo, in quel momento era fuori a caccia e venne a sapere della fuga di notizie solo diverso tempo dopo. Subito ebbe l’idea di recarsi al tempietto, sicuro che avrebbe trovato la sacerdotessa lì a pregare. Ma quando sopraggiunse, fu pervaso dallo choc: Kaze giaceva distesa a terra, le vene tagliate.

Le corse immediatamente incontro e cercò di svegliarla, ma la ragazza era incosciente. Il cuore di Ashura sprofondò, mentre il tempo sembrava rallentare attorno a lui.

Chiamò immediatamente un medico, e a Kaze vennero prestate le migliori cure che all’epoca si potevano offrire. Le tecniche di guarigione con il chakra erano ancora pioneristiche, e comunque la giovane aveva perso molto sangue. Fortunatamente era ancora viva, ma il corpo era stato fortemente provato. Anche la gravidanza correva grave rischio.

Ashura passò notte e giorno al suo capezzale, pregando ogni divinità esistente affinché la potesse salvare. Ogni respiro di Kaze, ogni piccolo segno di vita, era per lui un sospiro di sollievo.

Nel frattempo, Indra continuava a svolgere le mansioni dovute al primogenito del capofamiglia in assenza di quest’ultimo, finché Hagoromo non gli inviò una lettera per incaricarlo di un’ennesima missione.

Ashura dovette allora succedere nei doveri di famiglia, costringendolo a stare lontano da Kaze più a lungo di quanto avrebbe voluto. Alla fine, non volendo lasciare la figlia incustodita con al massimo servitori indifferenti, decise di liberare Togo, così che potesse assisterla almeno il padre, e offrirle un sostegno presente e amorevole.

Quando Togo entrò nella stanza da letto, si portò le mani al viso, nel vederla in quello stato: il corpo era vivo, ma il suo spirito sembrava svanito. Fissava un punto fisso, quasi senza battere le palpebre, e gli occhi si erano fatti lattiginosi.

«Demoni maledetti, che cosa le avete fatto!?» urlò, voltandosi verso Ashura con il volto contratto dalla rabbia. Il giovane non vacillò, sostenendo lo sguardo del padre, ma tradiva un certo senso di colpa.

«Non ho idea di cosa sia successo… o perché l’abbia fatto…» rispose Ashura.

«Mia figlia non si sarebbe mai tagliata le vene spontaneamente! Dì la verità: l’hai indotta tu a questo, perché non volevi che una plebea arrogasse diritti di lignaggio, vero!?»

Ashura reagì allora, prendendolo per le spalle. «Per me Kaze è molto cara e mai, mai le avrei fatto una cosa del genere. Io sono felice che lei sia la madre del mio primogenito, e, contrariamente a quanto insinui, è un figlio legittimo e sarà onorato come un degno erede degli Otsutsuki»

«Vuoi lavarti la coscienza? Io non ci casco,» ribatté Togo, convinto. «Che ora mia figlia sia in pericolo di vita, e pure il bambino, non può che farvi comodo.»

Ashura trattenne a stento la voglia di colpirlo, consapevole che avrebbe inflitto un ulteriore dolore a Kaze. Si voltò di scatto e sfogò la sua rabbia sul muro, facendo comparire piccole crepe nella parete. Solo dopo aver lavorato sulla respirazione trovò la forza di parlare.

«Forse quello che dovrebbe lavarsi la coscienza sei tu», disse piano. «Kaze mi aveva detto che tu non avresti mai accettato che ella portasse il figlio di un demone. Le hai urlato contro, insinuandole che fosse disonorata. Presa dalla disperazione, ha pensato che l’unica soluzione fosse questo gesto estremo.»

«Come puoi dire questo?» replicò Togo, con la voce tremante.

«Le hai fatto credere che io quella notte avessi abusato di lei, che si fosse disonorata, quando invece non è stato affatto così. Per noi è stata la notte più bella della nostra vita. Tu le hai fatto credere che fosse qualcosa di sporco e lascivo. Perciò, quello che dovrebbe ripulirsi la coscienza sei solo tu!»

Togo si portò le mani tra i capelli, incapace di accettare che forse anche lui avesse contribuito a spingere Kaze a quel gesto estremo. Entrambi si sbagliavano, ma questo non l'avrebbero scoperto mai.

«Puoi fare ammenda, prendendoti cura di lei. Per quanto io non sopporti la tua vista, sei pur sempre l'altra persona che la ama sinceramente e perciò so che l'accudirai con tutto te stesso».

Ashura ovviamente non si sbagliava: anche quando fece liberare gli altri uomini, Togo preferì rimanere a palazzo, accanto a sua figlia. Kaze era più forte di quanto apparisse, e il suo cuore continuava a battere, i polmoni a riempirsi d’aria.

Per mantenerla in vita, dovettero assisterla costantemente: umidificando le labbra con panni bagnati, aiutandola a masticare e deglutire. Era ormai completamente dipendente dalle cure del padre e degli assistenti.




Nel frattempo, il suo ventre cresceva, e qualcuno si chiedeva come avrebbero potuto gestire il parto una volta giunta al termine della gravidanza. Il medico spiegò che far nascere il bambino faceva parte della natura, e che il corpo della madre avrebbe cercato di espellerlo da solo, anche se lei era incosciente. Tutti si augurarono che fosse davvero così, perché ricorrere a un cesareo in quel tempo avrebbe significato quasi certamente la morte della madre.

Fu una servitrice ad avvisare Togo e Ashura che a Kaze si erano rotte le acque, quando, cambiando le lenzuola, le trovò tutte bagnate di liquido amniotico.

Immediatamente venne allertato il medico, che inizialmente aveva impedito ai due di entrare, ma Ashura e Togo erano determinati a rimanere accanto alla persona che tanto amavano.

Passò diverso tempo, durante il quale controllavano sovente lo stato del corpo di Kaze, cercando di capire se fosse pronta a partorire.

A un certo punto, il medico chiese ad Ashura se, usando il suo chakra, potesse verificare se il bambino fosse in sofferenza. Ashura eseguì prontamente: si inginocchiò, poggiò i palmi sul ventre gonfio e una luce bluastra affiorò. Chiuse gli occhi per concentrarsi, e riuscì a percepire chiaramente i due battiti: purtroppo erano molto lenti.

Lo riferì ad alta voce, e il medico dichiarò che a quel punto sarebbe stato necessario applicare un cesareo, così da salvare almeno il bambino.

Ashura e Togo protestarono, consapevoli che quella scelta avrebbe condannato Kaze. Ma il medico replicò che, senza un intervento immediato, si sarebbero potuti perdere entrambi.

A quel punto, al giovane Otsutsuki venne in mente che il chakra poteva trasferirsi da una persona all’altra, e ricordò l’affinità con Kaze dimostrata la notte in cui avevano danzato sul lago. Non sapeva con certezza cosa fare, ma sentiva che doveva tentare.

Si chinò nuovamente su di lei, poggiando una mano sulla fronte e l’altra sulla pancia, e iniziò a incanalare il suo chakra yang nel corpo di Kaze.

Passarono minuti di silenzio, durante i quali tutti trattennero il fiato. Persino Togo restò immobile, perché se esisteva anche la minima possibilità di salvare sua figlia, doveva aggrapparsi a quella speranza.

Ashura cercò di connettersi allo spirito di Kaze e del bambino, immergendosi nel loro subconscio. Raggiunse un livello così profondo che improvvisamente nella sua mente comparvero fluenti capelli argentati. All’inizio pensò: “Kaze…”, ma quando il volto divenne nitido, comprese che non era lei davanti a lui, bensì qualcuno che avrebbe desiderato tanto conoscere, se solo fosse nato qualche anno prima.

Hime non parlava, eppure la sua presenza era un conforto, come se stesse comunicando qualcosa di dolce e materno.

«Ti prego, salvala!» tentò di dire Ashura, ma Hime assunse un’espressione malinconica. Poi allungò una mano e accarezzò la sua guancia.

In un attimo, Ashura tornò alla realtà. Aprendo gli occhi, incrociò quelli color paglierino di Kaze, che improvvisamente si erano ravvivati. La giovane, sospinta dalle contrazioni, si sollevò sui gomiti e iniziò a spingere. Pochi minuti dopo, il pianto forte e sano di un maschietto riempì la stanza.

Tutti furono sollevati dalla gioia, ma la felicità durò poco: appena il bambino nacque, Kaze cadde di peso sui cuscini di piume. Ashura le prese il volto tra le mani, scostandole le ciocche imperlate di sudore dalla fronte. La vita stava abbandonando il suo corpo; era tornata solo per mettere al mondo suo figlio.

«Dimenticati di me. Vivi la tua vita.»

«Non posso!» esclamò lui, disperato.

«Puoi… e lo farai. Un grande destino ti attende.»

Detto questo, Kaze chiuse gli occhi per sempre.




Come a voler esprimere il dolore che Ashura provava, quella giornata si aprì sotto una pioggia incessante. L’anno nuovo non poteva iniziare in modo più triste: Kaze era morta, donando la vita al loro figlio.

«Ti chiamerò Koyama, perché tu ora sei la mia roccia e perché sono certo che, da grande, bambino mio, rappresenterai tutti i valori morali che ogni uomo dovrebbe perseguire.» sussurrò, accarezzando delicatamente il piccolo addormentato tra le braccia.

Gli baciò la fronte con affetto, mentre osservava i lineamenti del figlio. Il bambino aveva un aspetto completamente umano; essendo un Otsutsuki di quarta generazione, i segni divini non erano più così evidenti, anche se le capacità innate nel padroneggiare il chakra non sarebbero tardate a manifestarsi. Gli occhi, invece, erano un’eredità chiara della madre: un raro color paglierino, appena percettibile ma già presente nella sua innocente espressione.

Si svolsero i funerali con la partecipazione di tutti gli abitanti del palazzo degli Otsutsuki, ormai ben informati sulle vicende dei mesi precedenti. Nessuno mancò.

Avvisati da Togo, arrivarono anche i quattro fratelli di Kaze. Non riuscivano a credere che l’ultima volta che avevano visto la sorella fosse stato al momento della sua partenza, quando si era offerta volontaria per portare le reliquie. Nessuno di loro avrebbe mai immaginato che quello sarebbe stato il loro ultimo abbraccio.

Calò la notte. Il dolore tra quelle mura era talmente intenso che le pareti stesse sembravano trasudare lacrime, stringendosi claustrofobiche attorno a tutti coloro che avevano il cuore spezzato per questa vicenda.

Ombre si addentrarono silenziose, non viste. La sontuosa dimora era stata ispezionata per giorni, i turni delle guardie imparati a memoria, e si sapeva già chi corrompere.

Il piccolo Koyama dormiva tranquillo nella culla, dopo che la balia lo aveva nutrito a sazietà. Un velo di oscurità e vuoto avvolgeva il lettino: in quel momento non c’era più nessuno.




Sorse un nuovo giorno, pallido, freddo e umido. Ashura aveva passato la notte tra incubi e tormenti. Kaze gli aveva chiesto di dimenticarla, ma come avrebbe potuto? Come poteva andare avanti senza di lei? Almeno c’era suo figlio, e a lui avrebbe dedicato tutto il suo amore. Quando Hagoromo fosse ritornato, gli avrebbe chiesto di benedirlo e di nominarlo suo legittimo erede.

Si alzò piano dal letto, i capelli sciolti gli incorniciavano il viso, parzialmente coprendo le occhiaie. Era torso nudo, ma indossava pantaloni di tela marrone e una vestaglia di raso viola. Si avvicinò alla bacinella per lavarsi il viso, quando un urlo lo fece sobbalzare, facendogli cadere la brocca d’acqua.

Un tremendo sentimento di terrore e rabbia lo pervase. Corse a perdifiato verso la provenienza del grido, proprio dalla stanza di Koyama.

Cadde sulle ginocchia quando comprese l’orrore: il bambino non c’era più.

Il pensiero corse subito a Togo e con rabbia feroce chiese di chiamarlo, insieme ai fratelli, ma ben presto scoprì che erano scomparsi anche loro. Non avevano lasciato alcuna traccia… se non la salma di Kaze, ancora avvolta nelle bende nella camera mortuaria. Forse era un fardello troppo ingombrante da portare nella fuga, oppure era stata ripudiata, a differenza delle apparenze, per essersi concessa al figlio di un demone.

Ashura si chinò su di lei, in preda a un pianto disperato. La strinse a sé fino a quando fu necessario lasciarla andare, perché era tempo che il corpo venisse cremato.

Il ricordo si dissolse in una nuvola bianca.

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