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La più piccola era scivolata e la maggiore cercava di trattenerla, ma l’acqua le aveva inzuppate e la presa era scivolosa.
Le urla cessarono quando Ashura mise le mani sotto le ascelle della bambina, sollevandola fino a riportarla sulla terraferma. Le ragazze lo fissarono con due occhi enormi, un misto di paura ed emozione.
«Grazie, signore… grazie di avermi salvata» disse timidamente la più piccola.
Entrambe si inchinarono solennemente, e Ashura, imbarazzato, agitò le mani davanti a sé.
«L’importante è che stiate bene» disse, sorridendo. «Siete di queste parti?»
La più piccola esitò, poi, con gli occhi luminosi, non poté trattenersi: «Voi siete benedetto da Hime?»
Sentire quel nome gli fece perdere un battito.
Osservò meglio le ragazze dai capelli bianchi. Non era il loro colore naturale: alle radici, un accenno di ricrescita scura tradiva la tinta. Indossavano inoltre kimonos completamente bianchi, molto simili a quelli ritratti nei quadri della sorella.
«Conoscete Hime Otsutsuki?» chiese Ashura, piegandosi verso la più piccola.
Ma la sorella maggiore la tirò indietro.
«La somma Hime, vorrai dire!» sbuffò, soffiando dalle narici, la bambina.
«Tsuchi, fa silenzio!» la rimproverò la più grande.
Ashura fissò quest'ultima, leggermente più bassa di lui ma coetanea. «Voi conoscete mia sorella Hime?»
A quelle parole, i peli sulla nuca della ragazza si drizzarono. Prese la mano di Tsuchi e si mise a correre.
«Sorella, non correre così, non ce la faccio!» protestò la più piccola.
«Fai silenzio! Non hai capito con chi abbiamo a che fare? Lui è qui per portarci via la somma Hime!»
Ora anche la più piccola comprese e iniziò a correre a perdifiato.
Ashura le seguì in volo, convinto che, spaventate, avrebbero cercato di tornare dalla loro famiglia. Si sbagliava. Arrivarono fino al ciglio di un dirupo, si fermarono e si voltarono verso di lui, a pochi metri di distanza, senza mostrare alcuna stanchezza. Si abbracciarono l’una con l’altra, determinate.
«Voi siete seguaci del culto che sto cercando», disse Ashura con tono fermo. «Non voglio farvi del male, ma dovrò costringervi a parlare se porrete resistenza».
«Viviamo e moriamo per il culto di Hime. Come lei ci dona la vita, noi gliela restituiamo volentieri, se ciò servirà a proteggerla dalle mani dei demoni!» replicò la maggiore, con voce ferma, per poi fare un passo indietro verso il vuoto, portando la sorella con sé.
La paura di cadere che le aveva pervase pochi minuti prima era svanita. Non importava più loro della propria vita: avrebbero protetto ciò in cui credevano, a qualunque costo.
Ashura dovette fare uno sforzo sovrumano per restare in volo e sorreggerle, mentre continuavano a dimenarsi. Con grande attenzione, riuscì a riportarle a terra e, una volta ferme, fece emergere dal terreno delle radici, così che non potessero scivolare via.
Piegò le ginocchia e, restringendo lo sguardo, incrociò quelli di fuoco delle due sorelle. «Siete carine, ma accidenti se in questo momento non sembrate delle scimmie urlatrici» disse Ashura, cercando di stemperare la tensione.
«Liberaci immediatamente o l'ira di nostro padre sarà funesta. Diglielo anche tu, Kaze!» replicò Tsuchi.
«Tsuchi, la smetti di parlare troppo? Tu… avvolgile la radice attorno alla bocca!» ordinò Kaze, ma Ashura ovviamente non avrebbe mai eseguito un comando del genere.
«Vostro padre, eh? Chi sarebbe vostro padre?» chiese lui.
«Non saprai altro da noi. Preferiamo morire piuttosto che ridare Hime ai demoni!» ribatté Kaze, spuntandogli davanti con decisione.
Ashura fece una smorfia e si passò il dorso della mano sulla guancia per togliersi la saliva della ragazza.
«Da qualunque parte veniate, certo peccate di buone maniere… E poi perché pensate che voglia portare Hime ai demoni?»
«Perché Hagoromo Otsutsuki È un demone. Come lo è anche suo fratello Hamura.»
A quelle parole, Ashura aggrottò la fronte, indignato. «Mio padre non è un demone! Chi vi ha raccontato queste fandonie?»
«Nostro padre ce lo ha detto. Hagoromo ha fatto a pezzi sua figlia e ne avrebbe mangiato le carni se lui e gli altri fedeli non gli avessero sottratto le reliquie in tempo!»
Ashura si alzò di scatto, pugni stretti. Quelle due non avevano idea della sofferenza di un padre che non solo aveva visto la figlia morire tra le sue braccia, ma che, su richiesta della stessa Hime, aveva dovuto asportarle gli organi per evitare che il demone serpente si diffondesse sulle terre degli uomini. Solo lui conosceva le lacrime che l’uomo versava, in segreto, all’anniversario del compleanno della figlia, davanti all’altare commemorativo.
«Non so chi sia vostro padre, ma una cosa è certa: il mostro è lui, che vi ha indottrinato con queste bugie. Mio padre non ha mai avuto intenzione di fare tutto questo!»
Preso dalla rabbia, per un attimo Ashura strinse troppo le ragazze, che emisero un grido di dolore. Si pentì subito e rallentò la presa.
«Mi dispiace… mi sono fatto prendere dalla rabbia», disse, abbassando lo sguardo e mordendosi un labbro.
Una leggera brezza carezzava i presenti; in quei giorni di primavera inoltrata, i fiori di ciliegio del circondario stavano per sbocciare in tutta la loro bellezza.
«Poi dici di non essere un mostro», sentenziò Kaze, con tono duro.
Tsuchi non aggiunse nulla, ma il suo sguardo era chiaramente concorde con quello della sorella.
«Non volevo perdere le staffe. Ma davvero, vostro padre non vi dice la verità. Hime era amata da tutti e tuttora manca a tutti. Persino a me e a mio fratello Indra, che non l’abbiamo mai potuta conoscere.»
Lo sguardo di Ashura si fece lucido; quel momento di sincerità sembrò rilassare anche i muscoli facciali delle due sorelle.
«Come ti chiami?» chiese Tsuchi.
«Ashura Otsutsuki. Tu invece sei Tsuchi e tua sorella è Kaze, se ho capito bene.» Si grattò la nuca. «Bene, ora ci siamo conosciuti.»
Riuscì così a dissipare un po’ del nervosismo; la linea dura con quelle due non avrebbe funzionato, dato che erano disposte persino a morire pur di proteggere i loro segreti. Ashura si sedette a terra, incrociò le gambe, puntellò il gomito destro e appoggiò il viso sul palmo.
«Insomma. Vogliamo rimanere così tutto il giorno? Per me non c’è problema, non ho fretta, ma i vostri genitori inizieranno a chiedersi dove siete finite.»
«Non ti diremo niente. Arrenditi», rispose Kaze, ostinata.
«Come volete. Se voi siete cocciute, sappiate che anche io lo sono… beh, scusatemi, belle fanciulle, ma ora mi assento un secondo per orinare.»
«E ce lo dici pure?» sbraitò Kaze, indignata e imbarazzata.
«Fa parte della natura. Poi comunque vado dietro un cespuglio a liberarmi. Qui, però, vedo che presto qualcuna di voi potrebbe non reggere.»
La ragazza più grande inizialmente non comprese le sue parole, ma poi si girò verso la sorellina, il cui viso era rosso per l’imbarazzo. Aveva le gambe strette tra loro e strizzava gli occhi per resistere.
Quando Ashura andò dietro i cespugli, si sentì il suono della pipì che veniva escreta. Kaze fece una smorfia disgustata, mentre Tsuchi mugugnò di sofferenza. «Me la sta facendo scappare ancora di più!»
«Resisti! Lo sta facendo apposta perché sa che non vorresti mai fartela sotto… soprattutto davanti a un uomo!»
Al ritorno, Ashura aveva un’aria più che soddisfatta. «Bene. Qui qualcuno vuole parlare? Magari in cambio potrebbe essere liberata e liberarsi da ogni incombenza!»
«Sei solo un sadico e un pervertito!» ringhiò Kaze.
«Senti, la smetti di insultarmi? Non sareste in questa situazione se non aveste deciso di scappare. Avete anche un debito di vita con me… anzi due… e mi tratti così? Ma chi ti credi di essere, vecchia scorbutica?»
«Io sono la figlia del sommo Togo e non ti permetto di trattarci così!»
Kaze si morsicò la lingua, mentre Tsuchi la fissava malissimo, dato che ora era stata la sorella maggiore a fare la parte della chiacchierona.
Ashura sgranò gli occhi. Togo… il marito della sorella, colui che aveva orchestrato il furto. Nonostante il lutto, aveva messo su famiglia e aveva raccontato un mucchio di bugie a questa nuova generazione.
«Dimmi dov’è la vostra base!»
«Mai!»
La rabbia montò immediata nel petto di Ashura, ma proprio in quel momento tra i cespugli emerse Indra, che fissò il fratello con aria interrogativa.
«Sono le figlie di Togo», disse Ashura, con tono fermo.
Indra si accigliò e si mise al suo fianco, rimanendo in piedi con le mani dietro la schiena.
«Davvero? Come lo sai?»
«Diciamo che due uccellini possono trattenersi, ma prima o poi dovranno cantare.»
«Capisco. Dov’è il loro rifugio?»
«Questo ancora non l’hanno detto. Tsuchi finirà per farsi la pipì sotto, ma del resto cosa è una veste bagnata davanti a un uomo, quando si è persino disposti a porre volontariamente fine alle proprie vite pur di rimanere fedeli al proprio Credo?»
Tsuchi arrossì ed abbassò lo sguardo, dando fondo a tutte le sue forze per evitare che una cosa così imbarazzante potesse accadere.
«Forse potremmo minacciare di morte l’una, così che l’altra canti. Un conto è porre fine alla propria vita, un conto è vedere un proprio caro morire quando si ha la possibilità di salvarlo», disse Indra.
Le parole minacciose sconvolsero non solo le due sorelle, ma anche Ashura.
«Scherzi, vero?»
«Perché dovrei scherzare? La gente muore tutti i giorni per i motivi più disparati. Noi abbiamo una missione da compiere e queste due ce la stanno intralciando.»
Lo sguardo accusatorio di Kaze e quello terrorizzato di Tsuchi fecero risuonare nella mente di Ashura una parola sentita poco prima: demone.
«No, Indra. Questo va contro i nostri principi. Non verseremo sangue per riprenderci i resti di nostra sorella. Nostro padre non l’avrebbe voluto, nostra sorella non l’avrebbe voluto.»
«Allora cosa vuoi fare? Prenderle per fame, per sete, vederle pisciarsi sotto?» Indra lo guardò malamente, con stizza.
Ashura si alzò in piedi di scatto.
«Certo che no! Per chi mi hai preso! Ma certo non le minaccerò mai di morte. Prima che arrivasse, le ho salvate persino due volte. Non moriranno certo per mano nostra.»
«Con il tuo moralismo non arriveremo da nessuna parte. Se le avessi trovate io per primo, saremmo già a conoscenza di ogni minima cosa che ci serve sapere.»
Ashura fece per replicare, ma Indra, stufo di ascoltarlo, lo spinse via all’improvviso e si posizionò rapidamente davanti alle due sorelle. I suoi occhi divennero rossi, la pupilla una spirale: lo Sharingan ipnotico era stato risvegliato.
Le ragazze furono avvolte da una nebbia rossa, mentre figure sinistre sembrarono circondarle.
«Ditemi tutto quello che sapete!»
Ashura osservò con orrore le due sorelle contorcersi e urlare dalla paura. La più piccola alla fine si fece anche sotto. Guardò poi gli occhi del fratello: aveva già visto la sua Innata risvegliata, ma prima c’erano tre tomoe; ora, invece, le pupille apparivano diverse. Che cosa aveva fatto per ottenere un simile incremento di potere, senza che lui lo sapesse?
Provò a scrollarlo, ma ormai il fratello aveva raggiunto un livello di concentrazione tale che nulla poteva distrarlo.
Quando rilasciò la tecnica, anche se non le aveva sentite, Indra dichiarò che i due “passerotti” avevano cantato di nuovo.
Ashura mosse lentamente lo sguardo tra lui e le due fanciulle. Esse erano completamente sotto choc. Non erano passati che pochi secondi eppure bastarono perché il fratello maggiore le riducesse in quello stato.
«Andiamo?» chiese Indra, con un tono che lasciava intendere chiaramente: nessun ulteriore ritardo sarebbe stato tollerato.
«Dobbiamo aiutarle prima… non dirmi che vuoi lasciarle qui!» protestò Ashura.
«Qualcun altro le troverà. Sono nostre nemiche. La loro famiglia ha osato rubare le reliquie di nostra sorella; non dobbiamo loro nulla», rispose Indra, scrollando le spalle.
«Come puoi dire una cosa del genere!? Io non le lascerò qui, a rischio che qualche bestia selvatica le assalga!»
Indra ignorò la protesta del fratello e, con un balzo rapido, corse in avanti, scomparendo presto alla vista.
Ashura si passò le mani tra i capelli. Si sentiva in qualche modo responsabile: era stato lui a catturarle, e mai avrebbe immaginato che Indra agisse in quel modo. Come già aveva pensato la notte prima, la spaccatura tra loro era più profonda di quanto apparisse all’esterno. Ma nonostante tutto, gli voleva ancora bene.
Rilasciò la tecnica che le teneva legate e poi issò sulle spalle Kaze, cercando di sollevare anche Tsuchi. Le gambe inevitabilmente si piegarono sotto il peso: nonostante fossero esili, portava due ragazze sulle spalle, a peso morto.
Concentrò il chakra dentro di sé e si librò in aria, rendendo il trasporto più semplice.
Erano scesi per un buon tratto a valle, quando Kaze riprese i sensi. Ci volle qualche istante prima che riacquistasse piena lucidità, e quando finalmente si rese conto di trovarsi sospesa in aria, in braccio al loro rapitore, iniziò a dimenarsi con forza.
Ashura perse il controllo della tecnica e tutti e tre caddero a terra, rotolando.
Il primo a sbattere contro un tronco, che arrestò la caduta, fu Ashura, poi addosso gli finì Kaze e infine Tsuchi, dalle cui vesti si sprigionò un odore di urina rafferma, che fece fare una smorfia disgustata a entrambi.
Proprio in quel momento, Tsuchi riprese conoscenza.
«Che cosa stavi facendo? Dove ci stavi portando!?» sbottò furente Kaze, iniziando a colpirlo con pugni sulle spalle e sulla testa.
Coinvolta dalla concitazione, si unì anche la sorellina, che cominciò a tirargli i codini frontali.
«Ahi! Ahi! Smettetela, mi fate male!» esclamò Ashura, contorcendosi.
«Sarebbe la nostra intenzione!» replicò Kaze con rabbia.
Ashura si vide costretto a richiamare delle radici dal terreno, per avvinghiare le due che continuavano a scalciare e dimenarsi.
«Sentite, mi dovreste ringraziare! È la TERZA volta in un paio d’ore che vi salvo la vita! Fosse stato per mio fratello, vi avrebbe abbandonate nei boschi, al vostro destino!»
Kaze strinse i denti. «Dove hai intenzione di portarci?»
«Sto seguendo le tracce lasciate da mio fratello. Non ve lo ricordate? Con la sua speciale tecnica vi ha estorto l’ubicazione del vostro accampamento. È lì che si sta dirigendo.»
Le ragazze impallidirono. I tremendi ricordi di poco fa riaffiorarono immediatamente.
«Sembrava… sembrava che ci stesse tenendo prigioniere per giorni, sottoponendoci a terribili supplizi», mormorò la sorella maggiore con voce tremante.
Tsuchi scoppiò in un pianto disperato.
Ashura rabbrividì. Davvero Indra era diventato capace di una cosa del genere? Un brivido freddo gli percorse la schiena.
«Ascoltatemi», disse con fermezza. «Dovete indicarmi dove si trova il vostro accampamento. Non escludo che tenterà di fare lo stesso anche con i vostri amici, se non ci muoviamo immediatamente.»
Le due rimasero un po’ titubanti, ma alla fine compresero la gravità della situazione. Con riluttanza, accettarono di condurlo al luogo dove al momento risiedevano.
Corsero a perdifiato. Ashura, per evitare che la vegetazione li rallentasse, fece aprire davanti a loro alberi e cespugli con la sua innata, creando un corridoio naturale.
All’improvviso, la foresta si aprì e si ritrovarono in cima a una scarpata non molto alta. Sotto di loro si stendeva un ampio spiazzo di rocce, attraversato da un limpido fiume. Lì, sulla sponda, la famiglia di Kaze e Tsuchi aveva allestito l’accampamento.
Le grida si levarono alte. Indra era già arrivato e seminava scompiglio tra gli uomini. Per non perdere tempo, Ashura prese per i fianchi le due ragazze e si librò in aria, macinando rapidamente i metri rimanenti.
Quando atterrarono vicino alle tende, trovarono Indra a braccia incrociate, mentre gli uomini brandivano lance e falci, il volto rosso di rabbia. Come Kaze e Tsuchi, anche loro avevano i capelli schiariti fino a diventare bianchi.
«Mostro, non ti daremo mai la nostra dea!» esclamò uno di loro.
Si fece avanti Mizu, il gemello di Kaze, alto e lievemente muscoloso.
«Mio padre non c’è e, in quanto maggiore, farò io le sue veci», disse a denti stretti, gli occhi ridotti a due fessure di determinazione. «Non ti diremo mai dove sono le reliquie. Preferiamo morire!»
Indra si passò una mano sul viso. Il vento agitò la sua folta chioma. All’apparenza sembrava un uomo qualsiasi, ma il suo potere era palpabile.
Quando abbassò la mano, il suo sharingan ipnotico si attivò di nuovo.
«Non guardatelo negli occhi!» gridò Kaze, lanciandosi subito contro Indra per sbilanciarlo e buttarlo a terra.
Lui, guerriero esperto, era nettamente più forte e resistente. La mossa non ebbe l’effetto sperato, se non farlo fare un passo avanti.
Non scoraggiata, Kaze cercò allora di tirargli i capelli, per infastidirlo.
«Stupida inetta, togliti di mezzo!» esclamò Indra, preso da un moto di rabbia.
La afferrò per i capelli e la scaraventò a terra, facendola rotolare per qualche metro.
«Kaze!» urlarono in coro Tsuchi e il piccolo Rai, presente sul posto.
La giovane donna aveva qualche escoriazione e un gomito sbucciato, ma sembrava per il resto stare bene, anche se un po’ frastornata.
Mizu e Ho non persero tempo. Componendo il sigillo della capra, Mizu sollevò l’acqua del fiume, trasformandola in centinaia di proiettili scintillanti.
Ho, invece, lanciò palle di fuoco, alimentate da una torcia ardente.
Indra non dovette nemmeno replicare con tecniche particolari: schivò con agilità, parandosi con il para braccia.
«Devo ammetterlo, non pensavo che degli eretici come voi sapessero fare qualcosa del genere», disse, senza alcuna ammirazione.
«Sono i doni della nostra dea. A differenza di voi mostri, lei non teneva queste conoscenze per sé e non le usava per fare del male!» replicò Mizu, con fierezza.
Indra scrollò le spalle.
«Non ho mai conosciuto mia sorella, ma se davvero insegnava a delle formiche le sue incredibili abilità… comincio a nutrire delle perplessità.»
«Ora basta, fratello!» Ashura raggiunse Indra a grandi passi, afferrandolo per la spalla e stringendola con forza. «Perché stai spaventando questa gente?»
«Ti ha dato di volta il cervello, Ashura? Guarda i loro capelli, sono proprio i fanatici che stavamo cercando! Non dirmi che provi pietà per loro!»
«Queste persone stanno solo difendendo ciò che amano e credono davvero che siamo dei mostri pronti a divorare le carni di nostra sorella, una volta recuperate le reliquie!»
Indra sollevò un sopracciglio, irritato dal fratello che improvvisamente si era messo a fare il paladino della giustizia. Il gruppo di accoliti del culto si era stretto tra loro: piccoli e fragili in apparenza, ma con il cuore di leoni.
«Permettimi prima di parlare con loro», intervenne Ashura, frapponendosi tra Indra e i seguaci. Poi si rivolse al gruppo:
«Ascoltate, non siamo qui per fare del male a nessuno. Ma ci avete sottratto qualcosa che per noi è molto importante.»
«Anche per noi lo è! Hime si è tolta la vita come estremo atto di protezione nei nostri confronti!» urlò Mizu, rosso in volto dalla rabbia.
«Comprendo, ma quelle reliquie sono pericolose. Devono essere gestite da chi può comprenderne la vera natura. Non sappiamo quanto a lungo riusciranno a contenere i Cercoteri del Serpente. Senza qualcuno in grado di contrastarli, potrebbe accadere una catastrofe!»
«Le reliquie sono ben custodite», ribatté Ho, con fermezza. «E nessuno di noi ha intenzione di disturbare il sonno del Serpente. Voi non avete fatto nulla quando Hime aveva più bisogno. Noi, che la amiamo davvero, ne saremo i custodi!»
Ashura sospirò e si massaggiò lo spazio tra le sopracciglia.
«Allora vorrei appellarmi ai padri e alle madri qui presenti. Come vi sentireste se il corpo di vostro figlio vi venisse sottratto? Non vorreste seppellirlo nei luoghi a lui più cari, rendergli omaggio? E come vi sentireste se degli sconosciuti lo prendessero per farne ciò che vogliono?»
«Nostro padre ricorda bene», disse Ho, un ragazzo di quindici anni, stringendo i pugni fino a far diventare bianche le nocche. «Il giorno in cui il demone Hagoromo Otsutsuki, assieme al demone gemello Hamura, dilaniarono il corpo dell’amata moglie. Senza pietà, senza versare una lacrima. Ormai, che importava al clan Otsutsuki? Aveva avuto il suo erede maschio. Una figlia nata con tale imperfezione era solo un’onta. Era bene che morisse.»
Ashura rimase turbato. Non nutriva dubbi sul dolore del padre, ma guardando i volti di quei seguaci, comprese che anche loro soffrivano sinceramente. A parte i più giovani, tutti gli altri avevano conosciuto Hime, la veneravano e le erano grati. Nonostante fosse la nipote di colei che aveva piantato l’Albero Divino per nutrirsi degli uomini, nonostante negli ultimi mesi di vita fosse diventata l’ombra di sé stessa, nessuno dubitava della sua santità.
Forse, si disse Ashura, Togo aveva interpretato le azioni di Hagoromo come un atto crudele verso la moglie defunta, un padre senza pietà che non sapeva amare.
«Sono stufo di queste chiacchiere», disse Indra, la voce gelida. «Consegnateci le reliquie, o Togo dovrà piangere altri membri della famiglia.»
Un contadino, armato solo di una falce e colmo di coraggio, si lanciò verso Indra urlando tutta la sua furia. Ma non fece nemmeno in tempo ad avvicinarsi di due metri.
D’improvviso, fiamme nere lo avvolsero. Il contadino cadde a terra, rotolandosi dal dolore, urlando disperato. Provò a correre verso il fiume, ma l’acqua non riuscì a spegnere le fiamme.
Un gelo pesante cadde sulle teste di tutti i presenti. Nessuno aveva mai visto nulla di simile. Il terrore si impadronì dell’accampamento. L’aria stessa sembrava trattenere il respiro.
Indra, però, non aveva ancora finito. Gli accoliti, paralizzati dalla scena, alzarono lo sguardo verso di lui, ignari di cosa il guerriero stesse proiettando nelle loro menti. Lo sharingan ipnotico era ancora attivo, e il terrore che scatenava era puro, incomprensibile e immediato. Nessuno poteva sapere cosa stesse mostrando loro, ma era qualcosa di tremendo, qualcosa che penetrava l’anima.
Fortunatamente, Ashura reagì. Con un gesto deciso, evocò pali di legno dal terreno e li scagliò contro il fratello, sbilanciandolo all’indietro. Per un breve istante, il tempo sembrò sospeso: anche se meno intenso di quello vissuto da Kaze e Tsuchi, fu sufficiente per paralizzare tutti dalla paura.
«Demone… sei un demone!» urlò Mizu, con il muco che gli colava dal naso, ma la rabbia era più forte della repulsione.
Indra si rialzò, indifferente. Le parole di Mizu non lo sfioravano; ciò che lo irritava davvero era la reazione di Ashura.
«Non ti riservo lo stesso trattamento, solo perché sei mio fratello minore. Ma ricorda: non tollererò mai più una cosa simile», disse con voce glaciale, tornando a rivolgersi al gruppo. «Ditemi subito dove sono le reliquie, o stavolta sarà peggio.»
All’improvviso, un piccolo coraggio: il seienne Rai colpì Indra con un bastone, urlando tutto il suo disprezzo.
«Sei cattivo! Fai male alla mia famiglia! Vattene via!»
«Sparisci, pulce», rispose Indra, con tono imperativo.
Il bambino tentò di nuovo, ma Indra fu rapido: gli tolse il bastone e lo sollevò per la collottola della casacca, sollevandolo a mezz’aria. Nella concitazione, dalle mani di Rai partirono scintille elettriche che colpirono il guerriero, lasciandogli solo un graffietto.
Indra era sul punto di reagire con lo sharingan ipnotico, ma Kaze si gettò tra loro, strappando il fratellino dalle mani del nemico e proteggendolo col proprio corpo.
«Va bene, te lo diremo, ma risparmia i bambini! Loro non c’entrano nulla!» disse, con gli occhi stretti per proteggersi dalla terribile arte illusoria del guerriero.
«Finalmente un po’ di buon senso», commentò Indra, con una freddezza che non tradiva alcuna emozione.
Ashura, osservando, non poté fare a meno di pensare che l’unico matto in quel momento fosse il fratello stesso.
Mizu, allarmato, si voltò verso Kaze. «Nostro padre… gli spezzeremo il cuore!»
«Lo so, fratello», rispose lei accigliata. «Ma morirebbe istantaneamente di crepacuore se uno dei suoi figli venisse ferito in questo modo. La stessa Hime soffrirebbe, se sapesse che un innocente è stato torturato in suo nome.»
Ho, ancora smarito, chiese con voce tremante: «Quindi… abbiamo fallito, sorella maggiore? I demoni si mangeranno Hime?»
Kaze gli posò una mano sulla spalla e gli sorrise, trasmettendogli coraggio. Poi si voltò verso i fratelli Otsutsuki.
«Avete detto che il vostro intento è solo riportare i resti di una figlia al padre… ho capito bene?»
«È così», confermò Ashura, col cuore che batteva forte.
«Voglio fare lo sforzo di credervi», continuò Kaze, parlando lentamente e con cautela, «ma non lo farò solo sulla parola. Forse avete ragione: se il Cercoterio del Serpente dovesse fuggire, noi non avremmo gli strumenti per contrastarlo. Voi invece avete dimostrato grandi abilità, così come le aveva Hime stessa. Tuttavia, voi non avete idea di cosa fosse la somma Hime per noi, per mio padre… e, in quanto figlia mancata, non posso che fare tutto il possibile per proteggerla. Verrò con voi, porterò io stesso le reliquie ad Hagoromo Otsutsuki e vigilerò su di loro notte e giorno. Se i suoi fedeli non potranno stare sempre con lei, si sentiranno confortati che almeno uno di noi ha la possibilità di pregarla anche a loro nome. Vi sta bene?»
Indra provò a rispondere, ma Ashura lo anticipò.
«Ci va benissimo. Preparate le reliquie e preparatevi a partire.»
«Sorella, sei sicura? Vuoi davvero andare con loro? Che ne sai se non ti uccideranno lungo la strada?» sussurrò Mizu, guardandola preoccupato.
Kaze lo fissò per un lungo attimo, poi scosse la testa con determinazione.
«È un rischio che devo correre, fratello mio. Non tanto con Ashura… quanto con il fratello. Se continuiamo a opporci, non ce la farà passare liscia. Abbiamo giurato fedeltà, al costo delle nostre vite, ma quando ho visto Rai in pericolo, il mio cuore non ce l’ha fatta. Ci sono bambini qui, non devono pagare con la vita per cause che nemmeno comprendono appieno.»
«Tuo padre andrà su tutte le furie!» commentò uno degli accoliti.
«Lo so. Ma se è il padre di buon cuore che ho conosciuto, comprenderà. Magari vedrà in me lo spirito di Hime, che si è sacrificata per il bene comune.»
«Sappi, Kaze, che non ti abbandoneremo. Anche se non potrai più tornare alla famiglia, noi veglieremo su di te. Saremo un’ombra invisibile, a protezione di chi ami.» le disse Ho, con gli occhi accesi di nuova determinazione.
Mossa dalla commozione, Kaze abbracciò Mizu e Ho. Poi si chinò sul piccolo Rai, le cui lacrime scendevano in grosse perle sulle guance.
«Non ci abbandonare, sorellona…» piagnucolò.
«Starò sempre con voi, nel vostro cuore. Un giorno ci ritroveremo, non perdete mai la speranza.»
Poi si avvicinò alla sorellina, Tsuchi, la persona con cui sentiva più affinità.
«Se non fossi scivolata sulla scarpata, nessuno ci avrebbe notato e non saremmo in questa situazione…» singhiozzò Tsuchi, colpevole.
«Non sentirti in colpa. È stato un incidente. Il destino è imprevedibile, tutto può cambiare in un attimo.» Kaze le strinse la mano, rassicurandola con uno sguardo dolce.
Passato da poco l’ora di pranzo, Kaze era finalmente pronta a partire con i due giovani Otsutsuki.
Quando Ashura e Indra si voltarono, richiamati da Tsuchi, rimasero subito colpiti dall’aspetto della ragazza: le avevano raccolto due lunghe ciocche anteriori in codini, stretti con stringhe di pelle, mentre il resto dei capelli era legato in una coda raccolta verso la fine. Sul lato destro della testa era infilato un piccolo pettinino d’osso, e gli occhi erano delicatamente truccati: una matita sfumata e un ombretto lilla le illuminavano lo sguardo. Non indossava più la tunica da contadina, ma un komon bianco, con i tomoe dipinti a mano, simile a quello degli altri. Ai piedi portava sandali di corda, pratici per il viaggio. Sembrava quasi la loro sorella perduta, Hime.
Sulle spalle reggeva una cassa di legno, all’interno della quale erano custodite le reliquie. Per sicurezza, Indra la aprì e trovò delle piccole scatolette pulsanti di luce: verde, giallo, rosso e blu. Aprì quella rossa e trasalì, vedendo gli occhi che sembravano rigirarsi verso di lui, quasi a osservarlo.
«Soddisfatti?» chiese Mizu, con tono seccato.
«Avete mantenuto la parola» rispose Indra, indifferente.
«Ce la fai a portarle?» domandò Ashura, scrutando il corpo esile della ragazza sotto il peso della cassa.
«Sono più forte di quanto pensiate, giro tra monti e pianure da tutta la vita. Braccia e gambe forti non mi mancano, e poi è un onore caricarmi di questo fardello» rispose Kaze con un accenno di fierezza.
«Puoi portarle la sacca da viaggio… e vedi di non rovistare nella sua biancheria, pervertito» intervenne Ho, lanciandogli un’occhiata severa. Aveva già saputo dalla sorellina che a causa di Ashura si era fatta la pipì addosso e non lo aveva presa affatto bene.
Ashura si mise la sacca in spalla, con un’espressione imbarazzata e sgradevole. Se Indra aveva la fama di mostro, lui era diventato il pervertito del gruppo. Menomale che il padre non era lì a vedere tutta quella scena.
Gli accoliti di Hime e Kaze si salutarono, augurandosi di rivedersi un giorno, ma era chiaro che al momento quello era un addio che sapeva di funerale. La fanciulla veniva strappata alla sua famiglia, e una famiglia perdeva una figlia cara. Quando Togo sarebbe tornato, il colpo sarebbe stato tremendo.
Fortunatamente, Kaze diceva il vero: non era affatto un peso morto per i due fratelli. Nonostante la pesante scatola sulle spalle, il suo fiato non mostrava segni di cedimento, e il passo era quasi al pari del loro. I lunghi capelli setosi ondulavano ad ogni passo, e le gocce di sudore sulle braccia brillavano sulla pelle chiara.
Ashura ammise a sé stesso di sentirsi un po’ imbarazzato a viaggiare con una fanciulla di tale bellezza: sentiva il dovere di farle da guardiano. D’altro canto, Indra non apprezzava la sua presenza. Vederla vestita come la defunta sorella Hime gli provocava un profondo senso di indignazione: non era che una contadina, figlia di un fuggitivo e ladro. In passato, la famiglia di Togo aveva fatto da guardia del corpo a Hime, ma adesso, a causa delle azioni dell’uomo, erano caduti in disgrazia.
Quando calò la sera e arrivò il momento di coricarsi, Kaze faticò ad addormentarsi. Ammise apertamente di temere che al suo risveglio avrebbe trovato solo un falò consumato e i due fratelli scomparsi con le reliquie.
«Se non dormi, domani sarai troppo stanca per camminare», le disse Ashura, con un tono sinceramente preoccupato.
«Allora promettimi che non ruberete le reliquie, se mi addormento».
«Te lo prometto, Kaze!» rispose lui, alzando la mano sinistra e poggiando la destra sul cuore.
Kaze assottigliò gli occhi e li spostò su Indra. «Deve farlo anche tuo fratello, o non mi fiderò».
«Tecnicamente, siete voi i ladri, io non devo giurare niente!» esclamò Indra, accigliato.
«Dai, fratello, sempre con questo tono! Abbiamo compiuto la missione, stiamo riportando nostra sorella a casa, e questo sta causando un grande dolore a queste persone. Potresti almeno dimostrarti più cavaliere con questa fanciulla?».
Indra non replicò subito. Non fece il gesto di Ashura, ma una volta seduto e sistemato alle spalle dei compagni, giurò anche lui.
Il giorno dopo partirono di buon mattino. I fratelli avevano realmente mantenuto la parola, e Kaze era più allegra che mai. La paura e la rabbia del giorno precedente erano state cancellate da un sonno ristoratore.
Per passare il tempo, Kaze cominciò a parlare delle gesta della sua dea, quando era in vita, e gli Otsutsuki non nascosero una certa sorpresa. Dal padre avevano saputo quanto ella fosse nobile d’animo: aveva persino istruito il saggio rospo Gamamaru nel linguaggio degli uomini, protetto la sua prole e, in cambio, lui aveva ricambiato la famiglia insegnando ad Hagoromo e Hamura l’uso del Senjutsu e rivelando segni del futuro, ricevuti in sogno. Ma la testimonianza di Kaze era quella del popolo: vedevano in lei non solo una dea tra gli uomini, ma anche un’amica leale e generosa. Grazie a lei non c’era mai stata carestia, sapeva curare le ferite più disperate e parte del suo sangue disinfettava i morsi velenosi dei serpenti.
«…e mio padre ebbe l’onore di sposarla. Sapete, volevo bene a mia madre, chiaramente deceduta per darci nostro fratello Rai, ma sapere che saremmo potuti nascere dal grembo di Hime… sarebbe stato un privilegio immenso. Se avessi ereditato anche solo una briciola dei suoi poteri, anche io sarei scesa per le strade ad aiutare il prossimo.»
«Non ho dubbi, lo dimostra ciò che hai fatto per proteggere il tuo villaggio nomade», disse Ashura con sincera ammirazione.
Kaze gli sorrise, mostrando le fossette e chinando leggermente la testa di lato. Alla vista del sorriso idiota che si dipinse sul volto di Ashura, Indra gli diede una gomitata di rimando.
«Vorrei capire perché ti hanno vestita così», aggiunse poi Indra, con un leggero solco tra le sopracciglia. «Volete reincarnare la vostra dea in spoglie plebee?».
Kaze aggrottò lo sguardo e scosse il capo con decisione. «Non potremmo mai sostituirci alla somma Hime, nessuno ne è degno». Poi si guardò i vestiti. «Questi sono i suoi. Me li hanno fatti indossare per protezione. Sono convinti che non macchiereste mai il vestito di vostra sorella con il mio sangue».
Cadde un silenzio inquietante. Ashura si sentì a disagio: lui non era quel tipo di uomo. Ma di Indra, dovette ammettere, ormai non ne era più così sicuro.
Calò di nuovo la sera.
Il falò ormai si era spento da un pezzo, quando Ashura avvertì, nella semi-vegli, degli strani fruscii. Aprì un occhio e, illuminata dal bagliore lunare, vide Kaze alzarsi e allontanarsi. Incredibilmente, lasciava incustodita la cassa.
Aspettò che scomparisse dietro i cespugli prima di sollevarsi anche lui. Guardò Indra, ma quest’ultimo dormiva profondamente. Mille domande lo attanagliavano: Kaze non avrebbe mai lasciato lì la cassa, era troppo importante per lei. Decise dunque di seguirla.
Quella sera c’era la luna piena e il cielo era sereno, così Ashura poteva camminare senza accendere torce. Si acquattò dietro dei cespugli, osservandola mentre, in prossimità della sponda di un lago, l’acqua limpida sotto il chiarore lunare sembrava un immenso specchio argentato.
Kaze si era tolta i sandali e aveva sollevato la veste fino alle caviglie. All’improvviso, iniziò a danzare e a cantare. Non sembrava nulla di casuale: i passi erano precisi, coordinati con l’antico canto. Era un rito propiziatorio. Le goccioline d’acqua si sollevavano, le ciocche ondeggiavano, così come i lembi larghi delle maniche del Komon.
Ashura rimase senza fiato. Quella scena gli parve divina. Davvero quella fanciulla non aveva sangue divino nelle sue vene?
Si sporse troppo e spezzò un ramo. La ragazza si fermò immediatamente, allarmata.
«Sono io, sono io, non preoccuparti» disse, riducendo la tensione. Ashura capì che, forse, pensava meglio lui che l’altro uomo.
«Posso chiederti cosa stavi facendo?»
Kaze tornò sull’asciutto, stringendosi nelle spalle per l’imbarazzo.
«Il rito per dare il benvenuto ai sakura in fiore. Lo faceva anche la nostra Hime, ma i suoi piedi non affondavano nell’acqua.»
«Davvero mia sorella faceva queste cose?»
«Non te l’hanno detto? La natura è un continuo mutamento e lei, profondamente legata ad essa, aveva sviluppato molti riti per ringraziare la terra per tutti i doni che ci dava.» Sospirò. «Avrei tanto voluto vederla… e non solo attraverso un racconto.»
Ashura sospirò a sua volta. «Lo stesso vale per me.»
Inarcò un sopracciglio, scrutando lo specchio d’acqua e poi Kaze.
«Sai? Io so camminare sull’acqua. Se vuoi, posso aiutarti.»
Kaze drizzò la schiena, sorpresa. «E… e come? Hime incanalava il suo chakra negli altri, ma aveva bisogno di un contatto fisico…»
Ashura non si fece ripetere due volte e le tese una mano. Kaze esitò per un attimo, poi timidamente gliela porse, le dita affusolate e piccoline rispetto a quelle del guerriero.
Insieme si diressero verso il lago e, con grande sorpresa della ragazza, grazie a una particolare energia a spirale sotto i loro piedi, non affondarono.
Kaze lo guardò con stupore e allegria, e scoppiò a ridere di gioia, trascinandolo con sé. Ashura non poté fare a meno di ridere insieme a lei.
Poi improvvisamente lo tirò per un braccio: aveva voglia di correre, pervasa da una grande energia dovuta all’euforia. Ashura non oppose resistenza e corse insieme a lei. Diciotto lei e diciannove anni lui, eppure in quel momento sembravano due bambini che spruzzavano acqua e ridevano senza freni.
Infine tornarono al centro del lago e Kaze iniziò a danzare di nuovo. Non poteva lasciar andare le mani di Ashura, per non perdere il chakra che la sosteneva, così lo coinvolse nella danza. Non era frenetico né complicato: bastava imitare i suoi passi.
Girarono su sé stessi, muovendo le braccia come fronde d’albero smosse dal vento, poi le sollevarono a semi arco per imitare il sole che sorge. Ashura, colpito dalla bellezza dei movimenti, provò una sottile malinconia: se fosse nato prima, si sarebbe divertito così anche con sua sorella maggiore.
A danza conclusa, preso dalla gioia, Ashura sollevò Kaze in braccio e fece una piroetta sul posto, facendo ridere entrambi. Poi calò un attimo di silenzio: i due si fissarono intensamente. Sopra di loro, la luna—corpo celeste creato dai fratelli Otsutsuki per fermare Kaguya—risplendeva solenne, e il suo bagliore argentato si rifletteva negli occhi neri di lui e color paglierino di lei.
Non si dissero una parola, ma Ashura, a lenti passi, la riportò a riva. La sdraiò sull’erba e si mise al suo fianco.
Il ricordo sfumò per l'ennesima volta.
Si trattava ancora di Ashura e Indra, accompagnati da Kaze. Lungo il tragitto avevano noleggiato un mulo, su cui avevano fatto salire la ragazza, appoggiando con cura la scatola contenente le reliquie.
Il villaggio della famiglia Otsutsuki si stagliava ormai all’orizzonte.
Ashura, per tutto il tempo, non aveva fatto che raccontare a Kaze le imprese del padre. Ora che dentro di lui risiedeva il Juubi, il genitore era venerato quasi come un dio, ancora più di prima. Lo chiamavano persino “Eremita delle Sei Vie della Trasmigrazione”.
Al tempo, il padre viaggiava incessantemente per diffondere tra gli uomini la conoscenza delle arti magiche. Era un modo, a suo modo, per onorare la memoria di Hime e le sue peregrinazioni, con l’intento di distribuire al popolo i suoi “doni”. Ma avendo inviato col chakra un messaggio del loro imminente arrivo, di certo li avrebbero trovati già a palazzo.
Kaze provava un groviglio di emozioni. Avrebbe finalmente conosciuto il padre di Hime, ma al contempo doveva confrontarsi con l’uomo che, secondo i racconti di Togo, le aveva strappato gli organi dal corpo: il mostro divoratore di carne.
Presa dall’ansia, si sporse leggermente dall’asino e sfiorò la spalla di Ashura. Lui, voltando lo sguardo, incontrò i suoi occhi e le sorrise dolcemente, prendendole la mano con un gesto rassicurante.
Indra, invece, fece una smorfia contrariata. Non gli era ancora chiaro tutto il quadro, ma era evidente che tra i due giovani esistesse un’intesa particolare, al punto che lui si sentiva ormai un intruso. Prima avessero portato a termine la missione, prima si sarebbe potuto scrollare di dosso il peso di quei ricordi e delle smancerie di quei giorni.