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Il corpo di Hime emanò un bagliore intenso. Spirali invisibili avvolsero le gemelle, Gaara, Naruto e Kankuro. In un istante, tutti si ritrovarono fuori dalla caverna. Il luogo era cambiato: bello, rigoglioso e curato, molto più di quanto lo avessero visto prima.
La roccia del drago, da cui sgorgava un limpido ruscello, era ora coperta da impalcature. La forma caratteristica era ancora abbozzata. Non c’erano operai, ma la presenza di scalpellini e attrezzi suggeriva che qualcuno vi stava lavorando recentemente.
Poi delle voci catturarono la loro attenzione.
«Cra cra craio, amico, cra!»
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«Ci sei quasi. Non è “craio” ma “ciao”. C-I-A-O.»**
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«Cr… ciao.»**
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«Bravissimo!»**
Una fanciulla dai lunghi capelli bianchi, dall’aspetto coetaneo ai presenti, ammantata di bianco, si trovava sulla sponda opposta insieme a due grossi rospi, troppo grandi per essere semplici animali. Naruto stimò che fossero grandi quanto il suo amico Gamakichi.
Il gruppo si avvicinò, ma la ragazza non sembrava percepire la loro presenza. Era un ricordo: non stavano vivendo il presente, e la loro mente lo intuì immediatamente.
«Somma Hime, eccovi finalmente!»
Un ragazzo dai capelli castani, codino e chimono grigio corse trafelato verso di lei. «Sapete che non dovete allontanarvi da sola.»
Hime gonfiò le guance. «Ma insomma, non ho mai un momento per me! E poi non ero da sola, ero con questi amici, Togo.»
Togo non riuscì a mascherare una smorfia di disgusto alla vista dei due rospi viscidi.
«Grazie a questa fonte impregnata del mio chakra della natura, alcune creature predisposte stanno diventando intelligenti.»
«Criao!» disse il rospo bitorzoluto, color caci, sollevando una zampa palmata.
«Ti ho detto che si dice “ciao”, Gamamaru!»
Il rospo si grattò la nuca, imbarazzato, e ridacchiò.
«Ma la stanno aspettando per il rito, per benedire i campi, somma Hime.»
«Sì, lo so… è che sono talmente stanca. Tutti questi doveri… per quanto ancora ce la farò?» Un velo di tristezza e dolore passò sul volto candido della fanciulla.
Togo le si avvicinò e le prese la mano. «Le sono vicino, somma Hime. Ditemi cosa posso fare per farla stare meglio.»
Hime sorrise e gli accarezzò il viso. «Mi basta averti vicino per rinnovarmi di energia.»
Il gruppo di ninja seguì Hime e Togo a valle, fino al cuore del villaggio, dove la popolazione attendeva trepidante l’arrivo della somma Otsutsuki.
L’aria profumava di paglia e legno nuovo, mentre le case di recente costruzione si affacciavano su un lastricato regolare e curato.
La primavera era ormai sbocciata e presto sarebbe giunto il tempo del raccolto. Tutti sapevano, però, che la prosperità dei campi dipendeva dalla benedizione di Hime: senza di lei, ogni sforzo sarebbe stato vano.
Hime avanzò tra le spighe di grano, che le arrivavano fino alla vita, mentre il sole del pomeriggio tingeva d’oro gli steli ancora verdi. Una brezza leggera le mosse i capelli, mentre lei sollevava lentamente le braccia, lasciandosi guidare dal ritmo della natura.
Con un movimento fluido iniziò a danzare, e il vento parve risponderle, crescendo d’intensità fino a sollevarla da terra.
Dei musicanti suonavano poco distante, le loro melodie intrecciate alla voce della fanciulla.
Il suo canto era antico, di una lingua ormai perduta.
Naruto, Gaara e gli altri non ne comprendevano le parole, ma le tre gemelle le riconobbero immediatamente: era la stessa nenia che la madre cantava loro da bambine, una melodia che, un tempo, non serviva solo a conciliare il sonno, ma portava speranza e prosperità a quelle terre.
Gli steli di grano si piegarono dolcemente al frusciare del vento. Il chakra di Hime si espanse in onde luminose attorno a lei.
Dal fascio di luce verde che si sprigionò all’improvviso, apparve lo spirito del serpente della terra, che fluttuò sopra il campo, infondendo alle piante una nuova energia vitale.
Le persone si inginocchiarono, piangendo di gioia e gratitudine: la loro protettrice li stava benedicendo ancora una volta.
Ma d’un tratto, la danza si interruppe.
Hime rimase sospesa a mezz’aria, il volto contratto dal dolore.
Un brivido oscuro si insinuò nella sua mente, seguito da una risata sommessa che solo lei poteva sentire.
«Non sono che miseri umani. Non dovresti nutrirli... tu dovresti cibarti di loro.»
«No… stai zitta, non voglio ascoltarti!» gridò Hime, portandosi le mani alle tempie.
«Sono solo sanguisughe. Oggi ti venerano perché benedici i loro campi, ma se conoscessero il tuo vero io… se vedessero chi sei davvero… si prostrerebbero ai tuoi piedi solo per implorare pietà.»
«Ti ho detto di stare zitta!!!»
Il suo urlo riecheggiò nel vento, e con esso la sua frustrazione si riversò all’esterno.
Il serpente della terra, che fino a un momento prima diffondeva energia vitale, cambiò natura: con un sibilo acuto iniziò a sollevare il terreno, sradicando le coltivazioni e spezzando le zolle.
Le spighe vennero strappate via come fuscelli, la terra si aprì sotto i piedi dei contadini, che fuggirono urlando in preda al panico.
Solo Togo rimase.
Immobile, il volto rigato di lacrime, gridò a squarciagola:
«Hime! Hime devi tornare in te! Hime, fermati!»
Una zolla di terra, scagliata con violenza, colpì Togo alla tempia.
Il ragazzo cadde a terra, stordito, mentre un sottile rivolo di sangue gli colava lungo il viso.
Quella vista bastò a far tornare Hime in sé.
«Togo… perdonami… perdonami!»
Il cuore le martellava nel petto mentre tornava a terra di corsa, inginocchiandosi accanto a lui con le mani tremanti.
«Sta tranquilla… non è niente.»
La sua voce era fioca ma decisa, mentre sollevava appena il mento di Hime con un dito piegato. «Tu come stai, piuttosto?»
Hime scoppiò in lacrime, sopraffatta dal dispiacere.
«Non bene. Non sto bene…» sussurrò, la voce spezzata.
Ma mentre parlava, una sensazione sinistra le gelò la schiena. Lentamente, voltò lo sguardo dietro di sé.
Il campo di grano non esisteva più.
La terra sconquassata dal demone aveva assunto una forma mostruosa, modellata come una spirale gigantesca che troneggiava verso il cielo.
Ma non era solo la sua imponenza a terrorizzarla.
Alla luce rossa del tramonto, la sagoma ricordava quella di un fiore immenso, oscuro e inquietante.
Il cuore di Hime salì in gola, soffocandola.
E poi, tutto si dissolse.
La nebbia avvolse ogni cosa, come se quel ricordo avesse ormai compiuto il proprio dovere, lasciando spazio a un’altra memoria.
Quando la foschia svanì, Hime e Togo si ritrovarono su una riva di un grande bacino d’acqua, circondato da alte mura di roccia.
Il luogo, pur affossandosi lentamente anno dopo anno, era ancora vivo e prospero. Sulle sponde, mercanti e contadini si accalcavano, le voci si intrecciavano in un brusio animato, e il profumo delle spezie si mescolava a quello della legna bagnata.
«Somma Hime! Somma Hime!»
Due vocine squillanti attirarono l’attenzione della ragazza. Due bambine le stavano tirando con insistenza la veste.
«Ehi, mocciose!» sbottò Togo, incrociando le braccia con fare severo. «Vi pare questo il modo di rivolgervi alla somma Hime?!»
Hime rise piano, scrollando la testa.
«Oh, tu e le tue regole!» lo rimproverò dolcemente. Poi si chinò verso le piccole, sorridendo con calore.
«Non vedete quanto sono graziose? Avanti, mie care, ditemi: cosa posso fare per voi?»
Le bambine arrossirono, imbarazzate. Ormai, però, non potevano più tirarsi indietro.
«Ecco…» balbettò quella con la veste color cenere e un fermaglio a forma di fiore di loto tra i capelli. «Noi vorremmo danzare con delle farfalle d’acqua. Ti abbiamo visto una volta farle apparire e… ci piacerebbe tanto provarci anche noi!»
Hime spalancò gli occhi, sorpresa e divertita, poi rise di cuore. La sua gioia era sincera, ma nello sguardo si intravide per un istante un’ombra di timore: ricordava bene cosa era successo la volta precedente.
Questa volta, però, si sentiva più forte. Più padrona di sé. Non avrebbe permesso che accadesse di nuovo.
«Venite con me.»
Prese le loro piccole mani nelle sue, invitandole a seguirla verso la superficie lucida dell’acqua.
«Ma… ci bagneremo le vesti!» protestò la bimba con il fermaglio di loto, fermandosi di colpo.
L’altra, che indossava una veste blu e portava due codini, la rassicurò subito con entusiasmo:
«Tranquilla, la somma Hime non ci farà mai bagnare!»
Quest’ultima aveva ragione.
Non appena i loro piedini toccarono l’acqua, non affondarono: una strana energia, calda e vibrante, si era concentrata sotto le loro piante, creando una superficie invisibile che le sosteneva.
Un mormorio di stupore si levò tra le persone nei dintorni, che si fermarono a osservare con occhi sgranati.
Era un prodigio, uno spettacolo raro che solo la figlia di Hagoromo poteva donare.
All’epoca, infatti, soltanto la famiglia Ōtsutsuki possedeva un talento così straordinario da piegare la natura stessa al proprio chakra.
Le tre fanciulle iniziarono a danzare, tenendosi per mano in un allegro girotondo.
A ogni passo, piccoli spruzzi d’acqua si sollevavano e si modellavano in delicate farfalle traslucide, che svolazzavano intorno a loro, scintillando come se catturassero i raggi del sole.
Il suono delle risate si mescolava al gorgoglio dell’acqua, creando un’armonia perfetta, pura e spensierata.
Ben presto, altri bambini corsero verso di loro, attratti dalla meraviglia di quel gioco.
Hime, felice di vederli così entusiasti, ampliò la sua concentrazione e diffuse il chakra anche sotto i loro piedi, permettendo anche a loro di camminare e danzare a pelo d’acqua.
L’intero bacino si trasformò in un immenso palcoscenico di luce e giochi acquatici.
Togo osservava la scena in silenzio, il volto leggermente arrossato.
Lui, che era nato per proteggerla come guardia del corpo, ormai sapeva che il suo sentimento andava ben oltre il dovere.
Ogni volta che vedeva Hime sorridere in quel modo, sentiva che avrebbe dato la vita per preservare quella felicità.
Quando infine i bambini rientrarono sulla terraferma, correndo tra le braccia dei genitori con l’entusiasmo che solo la magia può lasciare nei cuori, Hime rimase indietro, esausta ma radiosa.
Togo le corse incontro, tendendole le braccia e accogliendola contro il suo petto per sorreggerla mentre riprendeva fiato.
«Siete stata incantevole, somma Hime…» disse, la voce piena di ammirazione e affetto.
Hime si lasciò andare a un sorriso dolce e malinconico.
«Se potesse essere così ogni giorno, mio caro Togo… se solo potesse essere così ogni giorno.»
Calò poi la sera.
I mercanti si erano ormai ritirati, lasciando dietro di sé solo l’eco lontana delle ultime voci e il placido sciabordio dell’acqua del fiume che si riversava nel bacino.
Il villaggio, poco distante, era immerso nel silenzio, mentre il cielo si vestiva di velluto scuro, punteggiato da miriadi di stelle.
Hime e Togo non si erano mossi.
Quella sera il cielo era insolitamente limpido, e Hime adorava osservare la Via Lattea riflettersi sulla superficie liscia dell’acqua, come se il firmamento stesso fosse sceso tra le montagne.
All’epoca, i monti a nord non erano ancora così alti e inospitali: il territorio che un giorno sarebbe stato conosciuto come Suna portava ancora un altro nome.
Tutto era verde e rigoglioso.
Il profumo fresco dei muschi, scaldato dal tepore estivo, riempiva i polmoni con una dolcezza quasi inebriante.
Hime si avvicinò alla sponda, le mani giunte sul petto, lo sguardo perso nel riflesso argenteo dell’acqua.
La sua voce, quando parlò, era un sussurro carico di nostalgia:
«Non è bellissimo, Togo? La natura ci fa dono di spettacoli unici e irripetibili. Anche quando gli uomini non fanno che combattersi tra fratelli, esistono questi momenti sospesi nel tempo, che ci ricordano quanto la vita possa ancora stupirci.»
Togo, però, non stava fissando le stelle.
Il suo sguardo era rivolto a lei: ai lunghi capelli argentei che si muovevano con la brezza serale, alla figura eterea che la luce riflessa del bacino rendeva quasi irreale.
Era la sua dea… e la sua amata.
Così forte, eppure così fragile.
Negli ultimi tempi, aveva visto la psiche di Hime logorarsi, sempre più oppressa dal chakra demoniaco che si insinuava dentro di lei, corrompendo lentamente la sua mente.
E lui non sapeva come salvarla.
Nemmeno il sommo Hagoromo o suo fratello gemello possedevano una soluzione: la nipote della donna venuta dalle stelle stava affrontando un destino che nemmeno gli dèi potevano sovvertire.
Non era mai scesa sulla terra una divinità pura e benevola, come il popolo credeva.
Togo lo aveva compreso solo quella volta, di nascosto, quando aveva udito il padre di Hime lamentarsi sottovoce: la madre era felice che la nipote stesse lentamente corrompendosi.
Un segreto terribile, che lui portava nel cuore come una lama conficcata nella carne.
«Somma Hime…» la chiamò, la voce tremante.
Lei si voltò leggermente, i lunghi capelli ondeggiando come seta.
«Sì?» domandò con dolcezza.
In quell’attimo Togo sentì il cuore esplodergli nel petto.
Serrò i pugni, strinse gli occhi, e prima di poter razionalizzare l’impulso, corse verso di lei, avvolgendola in un abbraccio da dietro.
Hime sussultò appena, inarcando le sopracciglia per la sorpresa, ma non oppose alcuna resistenza.
Restò immobile, lasciandosi stringere, come se stesse attendendo quel gesto da tempo.
«Somma Hime,» la voce di Togo si spezzò, colma di emozione, «perdonatemi per questa audacia… ma non posso più tacere. Non posso più reprimere ciò che sento per voi.»
Un lieve sorriso addolcì le labbra di Hime.
«Caro Togo, dei tuoi sentimenti mi ero già accorta… e da molto tempo.»
Le guance di lui si tinsero di rosso, ma non la lasciò andare.
La strinse con ancora più forza, inebriandosi del profumo dei suoi capelli, come se volesse trattenere quel momento per sempre, come se temesse che, aprendole le braccia, la luce di Hime potesse svanire.
Hime, con infinita tenerezza, fece scorrere le dita lungo le sue braccia, accarezzandole piano, quasi a tranquillizzarlo.
«Vorrei tanto fare qualcosa per aiutarvi. Vi vedo soffrire ogni giorno e non posso fare niente. Non sono degno di essere la vostra guardia del corpo… non sono degno di essere chiamato uomo.»
Hime si voltò completamente verso di lui, così da potergli guardare dritto negli occhi. Il suo sguardo era dolce, ma fermo, e sulle labbra le sbocciò un lieve sorriso.
«Non cedere, neanche per un istante, a questi pensieri oscuri» mormorò con voce calma e carezzevole. «Combattili come faccio io con i miei. Non immagini che pilastro tu sia per me, caro Togo. La tua presenza, la tua premura… tengono il mio spirito ancorato alla realtà. È grazie a te se trovo la forza di resistere ai demoni della mia mente.»
Togo spalancò la bocca, pronto a replicare, ma Hime posò tre dita sulle sue labbra, intimandogli silenzio con un gesto gentile.
Il mondo sembrò fermarsi. Solo i loro sguardi parlarono, intrecciandosi in un dialogo muto, intenso e profondo. Il fruscio dell’acqua, il respiro della notte, tutto svanì.
Poi Togo si chinò lentamente verso di lei. Il cuore batteva furioso nel petto, ma le sue labbra sfiorarono le sue con infinita delicatezza. Fu un bacio timido, eppure carico di significato, un giuramento silenzioso.
In quel luogo sospeso nel tempo, due cuori si unirono per la prima volta, suggellando un amore che nessuna forza, umana o divina, avrebbe potuto spezzare.
Un fumo bianco tornò ad avvolgere la visione, dissolvendo l’immagine di Hime e Togo sotto il chiarore delle stelle. Quando si diradò, gli osservatori si ritrovarono di nuovo nel villaggio della reliquia della terra.
Era trascorso del tempo, e ora era inverno.
La neve copriva i tetti delle case e i campi circostanti, mentre l’aria pungente portava con sé un silenzio ovattato. I popolani sembravano aver perdonato Hime per il danno arrecato al terreno durante l’estate. Ormai tutti sapevano che la giovane era vittima di momenti oscuri, quando una forza maligna cercava di divorare la sua mente. Eppure, il suo spirito era così puro e coraggioso che, nonostante la sofferenza, continuava a mostrarsi al mondo come simbolo di speranza e bontà.
Quella giornata era speciale, una festa non solo per l’arrivo del nuovo anno, ma soprattutto perché Hime e Togo avevano deciso di unirsi in matrimonio.
Avevano appena diciotto anni, un’età considerata perfetta, a quei tempi, per mettere su famiglia.
Alla cerimonia erano presenti Hagoromo, padre di Hime, che si era da poco risposato — la sua nuova moglie era ormai prossima al parto — e Hamura, il fratello gemello. La capostipite degli Ōtsutsuki, invece, non si era presentata.
Come da tradizione, gli sposi avevano trascorso tre notti insieme e, all’alba della terza, avevano consumato mochi e sakè, ricevendo la benedizione sia dal clan Ōtsutsuki che dalla famiglia di Togo.
Dopo il matrimonio, Hime accettò di trasferirsi nella casa del marito, dove speravano di costruire una piccola, fragile felicità.
Ma quei giorni di gioia furono brevi.
Il demone serpente che da tempo minacciava l’animo di Hime stava diventando sempre più potente, e presto la ragazza fu costretta a isolarsi in una stanza lontana dal resto della casa, nel tentativo disperato di proteggere chi amava.
Togo bussava ogni giorno a quella porta chiusa, supplicandola di farlo entrare.
«Ti prego, lasciami stare al tuo fianco! Non puoi affrontare tutto questo da sola!» urlò, la voce rotta dalla disperazione.
Ma Hime, tremante dall’altra parte, non osava avvicinarsi. Solo quella mattina, un suo gesto incontrollato aveva generato una lama di vento che aveva decapitato, senza volerlo, una giovane servitrice venuta a portarle la colazione.
Non aveva mai ucciso prima d’ora.
Il profumo del sangue l’aveva inizialmente inebriata, facendole provare una sensazione estranea e terribile, subito seguita da un disgusto profondo, che le aveva lacerato l’anima.
«Sono tuo marito, accidenti!» urlò Togo, battendo con il pugno a terra. «Permettimi di aiutarti!»
Seguì un lungo silenzio, interrotto solo dal crepitio del vento fuori dalla casa. Poi, la voce di Hime giunse flebile, carica di dolore:
«Togo… tu mi ami?»
«Certo che ti amo! Con tutto il mio cuore!» rispose lui, le lacrime rigandogli il volto. «Fammi entrare, ti prego.»
«Se mi ami davvero…» sussurrò lei, la voce spezzata, «lasciami sola con il mio dolore. Per me non c’è più niente da fare.»
«Non dire così!» gridò lui, premendo la fronte contro la porta chiusa. «Sei una donna forte, Hime! Supererai anche questa come hai fatto altre volte. Nessuno ti accusa di nulla. Quello di stamattina è stato solo un maledetto incidente!»
«Non importa…» rispose lei, con un tono che gelò il sangue nelle vene di Togo. «Le mie mani non portano più vita, ma solo distruzione. Io sono diventata una forza dirompente. E quando il serpente che mi avvelena l’anima si libererà… queste terre non avranno scampo.»
«No! Non è vero!» urlò Togo con voce spezzata. «Tuo padre e tuo zio troveranno una soluzione, ne sono certo! Non ti abbandoneranno mai!»
Ma non ricevette risposta.
Il silenzio che seguì fu ancora più crudele di qualsiasi parola.
Qualche giorno dopo, la moglie di Hagoromo aveva finalmente partorito, dando alla luce un bambino sano: Indra.
La notizia si diffuse rapidamente tra i villaggi che servivano il clan Ōtsutsuki, portando grande gioia: il sommo Hagoromo aveva finalmente un erede maschio.
Hime era nata quando lui era ancora molto giovane, ed era naturale che ora desiderasse dare alla luce altri figli e consolidare la propria discendenza.
Quando il neonato fu abbastanza forte per affrontare un viaggio breve, Hagoromo decise di recarsi personalmente a visitare la figlia maggiore.
Lo accompagnava il fratello Hamura, che da molto tempo non vedeva la nipote e desiderava rivederla, portandole anche la notizia della nascita del fratellino.
Ma quando giunsero alla casa di Hime, un senso di oppressione li avvolse immediatamente.
L’aria era lugubre e pesante, come se un miasma invisibile avesse contaminato ogni pietra, ogni trave. Il silenzio che aleggiava era innaturale, rotto solo da un vento gelido che fischiava tra gli infissi.
Alla porta li accolse Togo.
Il suo volto era scavato, le occhiaie profonde come pozzi d’ombra, la barba incolta. Pareva non dormisse né mangiasse da giorni.
Quando vide Hagoromo, il giovane crollò in ginocchio, piegandosi fino a toccare il pavimento con la fronte.
«Sommo Hagoromo…» la sua voce era roca, spezzata dal dolore, «vi prego, perdonatemi! Ho fallito come guardia del corpo e… come marito.»
Si batté un pugno al petto, tremante.
«Hime si sta lasciando morire. Non vuole vedere nessuno, ha paura di fare del male a chi ama… ma così facendo si sta distruggendo. Io non posso più raggiungerla… non so più come salvarla!»
Quelle parole furono come una lama nel cuore di Hagoromo.
Un brivido glaciale gli percorse la schiena, un istinto primordiale che lo scosse nel profondo. Era la stessa sensazione che aveva provato solo una volta nella vita: quando Hime era nata e l’aveva sentita per la prima volta tra le sue braccia.
Era l’istinto di un padre che sapeva, senza bisogno di prove, che se non avesse agito subito… avrebbe perso sua figlia per sempre.
Senza dire una parola, Hagoromo affidò in tutta fretta il piccolo Indra alle braccia della madre di Togo, che era corsa a vedere cosa stesse accadendo.
Poi scattò verso l’interno della casa, il cuore che batteva all’impazzata, mentre Hamura lo seguiva, pallido in volto.
Quando spalancò la porta scorrevole della stanza di Hime, il suo sangue si gelò.
La scena che gli si parò davanti era un incubo vivente.
Hime era inginocchiata al centro della stanza, i lunghi capelli argentei sparsi attorno a lei come un manto lunare macchiato di sangue.
Nella mano stringeva un pugnale, la lama intrisa di un liquido scuro e denso: veleno mortale.
Il suo kimono era squarciato all’altezza del petto, dove una ferita profonda pulsava ancora, circondata da un’aura di chakra instabile.
«Hime!» urlò Hagoromo, precipitandosi verso di lei.
La ragazza alzò il capo con uno sforzo sovrumano. I suoi occhi, un tempo limpidi e gentili, erano ora velati di terrore.
Le labbra tremanti si mossero appena, e la sua voce fu un sussurro roco:
«P-padre… aiutatemi… che cosa ho fatto?»
Il suo corpo era scosso da spasmi violenti.
Hime aveva creduto che l’unico modo per fermare il serpente che divorava la sua anima fosse togliersi la vita. Per questo aveva immerso la lama nel veleno più potente che conoscesse.
Ma aveva commesso un tragico errore.
Il suo lignaggio la rendeva praticamente immune sia alle ferite mortali che ai veleni.
Il suo corpo non stava morendo: stava semplicemente cedendo al caos.
Per disperazione, aveva persino inciso sulla propria pelle un sigillo di inibizione del chakra, nel tentativo di soffocare la forza oscura che la divorava.
Ma ora che la sua coscienza stava vacillando, il sigillo si stava incrinando e lentamente spezzando, come ghiaccio al disgelo.
Hagoromo capì in un istante l’orrore che stava per compiersi.
Se l’anima della figlia avesse abbandonato il suo corpo, ciò che sarebbe rimasto non sarebbe stata più Hime, ma solo il demone serpente, libero di devastare quelle terre.
«Resisti, figlia mia!» urlò, stringendola tra le braccia mentre il sangue le colava sulle mani. «Non ti lascerò andare! Non ora, non così!»
Ma Hime, in preda a un dolore lancinante, emise un urlo straziante.
Attorno a lei, il chakra impazzito esplose come una tempesta, e per un istante sembrò che l’intero mondo trattenesse il respiro.
«Io non voglio… io non voglio che il mio nome venga associato a qualcosa di malvagio. Ti prego… aiutami!»
La voce di Hime era un lamento straziante, rotto dai singhiozzi e dal dolore.
«Figlia mia, sono qui, non ti abbandono!» urlò Hagoromo, stringendole la mano gelida tra le sue, mentre sentiva la vita scivolarle via.
Il sangue si allargava in una macchia scura sul pavimento di legno, mentre un rivolo usciva dall’angolo della bocca di Hime.
Il sigillo che tratteneva il demone serpente era ancora attivo, ma il suo corpo, intrappolato tra la vita e la morte, era devastato dagli spasmi. L’innata non riusciva a liberarsi, e così riversava la propria furia all’interno, tormentando la ragazza fino a straziarla.
Fu allora che Togo ed Hamura irruppero nella stanza, e i loro occhi si spalancarono per l’orrore.
«Hime!» gridò Togo, correndo verso di lei.
Ma Hagoromo si voltò, con una voce che era un comando assoluto.
«Togo, porta via la tua famiglia! Subito!»
Poi rivolse lo sguardo al fratello. «Hamura, sigilla questa stanza. Non dobbiamo permettere che il demone fugga.»
«No!» urlò Togo, rifiutandosi di arretrare. Ma Hamura si mosse con la rapidità di un fulmine, posandogli le mani sulle spalle.
In un istante, il giovane venne teletrasportato fuori dall’abitazione, insieme ai suoi cari.
Quando cercò di tornare indietro, scoprì che l’intera stanza era stata avvolta da un sigillo potentissimo, un intreccio di chakra che ne rendeva impossibile l’ingresso a chiunque non appartenesse al clan Ōtsutsuki.
Hamura, attivando il Byakugan, osservò la nipote e rabbrividì.
«Il suo stato è… caotico. La ferita è fatale, fratello. È solo questione di attimi: quando il respiro cesserà, il sigillo si spezzerà, e l’innata si libererà.»
Hime, con un tremito disperato, afferrò la veste del padre, le sue unghie che graffiavano il tessuto.
«Padre… devo dirti la verità…» sussurrò con le ultime forze.
«Tutto questo… è colpa del chakra corrotto della nonna.»
Hagoromo sgranò gli occhi, gelato da quelle parole. «Il chakra corrotto?»
«Io sono umana solo a metà…» continuò Hime, la voce flebile. «Il sangue divino degli Ōtsutsuki scorre potente in me… e il demone nel mio corpo è legato a ciò che lei sta facendo. Avete notato anche voi che… stanno scomparendo delle persone nei villaggi, vero?»
Hamura e Hagoromo si scambiarono uno sguardo gravissimo.
Da tempo avevano sospetti sulla madre, ma non avevano mai avuto prove. Le parole di Hime dissiparono ogni dubbio: la verità era davanti a loro.
Hime tossì sangue, tremando, mentre le lacrime le rigavano il viso.
«Per me è troppo tardi… ma se il serpente si libera, lei lo piegherà al proprio volere… come ha fatto con l’essere oscuro che già dimora dentro di lei. Lei è più forte di noi tutti messi insieme.»
I suoi occhi brillarono di una luce disperata. «Padre… zio… vi prego… non permettetele di riuscirci.»
Hagoromo si inginocchiò accanto a lei, mentre la ferita continuava a sanguinare senza sosta.
«No! Ti salveremo, troveremo un modo, figlia mia!»
Ma Hime scosse debolmente il capo.
«Non c’è più tempo… c’è solo una cosa che potete fare per me.»
Inspirò con difficoltà, parlando tra singhiozzi.
«Sigillate i miei occhi, così che il mio sguardo di fuoco non incenerisca i campi…
Sigillate i miei polmoni, così che il mio respiro di morte non investa le genti…
Sigillate la mia mente, affinché la mia malvagità non si propaghi come un’onda su queste terre…
E sigillate il mio cuore, così che il mio ultimo atto d’amore vi protegga dalla calamità che io stessa ho rischiato di scatenare.»
«No! Figlia mia!» urlò Hagoromo, disperato, mentre le lacrime gli rigavano il volto.
Hamura tremava, incapace di muoversi.
Il respiro di Hime si fece sempre più debole. Un ultimo sorriso dolce, quasi sereno, affiorò sulle sue labbra. Poi, lentamente, i suoi occhi si chiusero.
Il suo spirito aveva lasciato il corpo.
Immediatamente, un’ondata di chakra esplose dalla sua figura inerme.
Era una tempesta di colori, luci e ombre che si intrecciavano, un turbine che faceva vibrare le pareti e il terreno sotto di loro.
Il sigillo vacillava. Il serpente stava per liberarsi.
«Non abbiamo scelta!» gridò Hagoromo, con voce spezzata. «Facciamolo, come lei ci ha chiesto!»
I due fratelli si scambiarono uno sguardo pieno di dolore.
Poi agirono con precisione chirurgica e velocità sovrumana: estrassero gli occhi, i polmoni, il cuore e infine aprirono il cranio, liberando la mente di Hime.
Quegli organi non erano più semplici parti di un corpo: pulsavano di chakra, come se ancora contenessero frammenti dell’anima di Hime.
Quando il sigillo sulla porta venne finalmente rimosso, Togo e un gruppo di uomini irruppe nella stanza, abbattendo l’ingresso.
La scena che si presentò davanti a loro fu un incubo.
Sangue ovunque. Il corpo della loro dea… smembrato.
E i due fratelli, circondati da sigilli e chakra fluttuante, con gli organi ancora tra le mani.
«Che cosa avete fatto!?» urlò Togo, la voce rotta dall’orrore.
Corse verso ciò che restava della moglie, mentre lacrime di sangue gli solcavano il volto.
«Voi vi credete divinità, ma siete solo mostri!»
Colpì il pavimento con i pugni, disperato. «Come avete potuto farle questo!? Come!?»
Hagoromo abbassò lo sguardo, incapace di rispondere.
Hamura serrò la mascella, mentre un’ombra cupa si abbatteva su di loro.
In quel momento, agli occhi di Togo e degli uomini, i due fratelli non erano salvatori.
Erano creature sovrumane, diverse da loro, con corna sporgenti dalle tempie e poteri incomprensibili.
Forse… non erano mai stati uomini, ma solo dei mostri mascherati.
«Ce lo ha chiesto lei. Per la salvezza di tutti noi.»
La voce di Hagoromo era asciutta, priva di esitazioni. Ma nel suo sguardo si intravedeva il peso di un dolore che non poteva permettersi di mostrare.
«Perché... perché glieli avete presi?» sibilò Togo, la voce rotta dalla rabbia e dalle lacrime.
Hamura abbassò appena lo sguardo. «In questi organi è racchiuso il demone serpente, diviso nei quattro elementi: acqua, aria, terra e fuoco. Finché resteranno separati, questa terra sarà protetta dalla calamità che Hime temeva più di ogni altra cosa.»
Togo si chinò sul corpo straziato della moglie, sfiorandole il viso come se, per un attimo, potesse cancellare quell'orrore. Poi sollevò lo sguardo, carico di una decisione incrollabile.
«Dateli a me.»
Hagoromo si irrigidì. «Per quale ragione? Questa responsabilità non può ricadere su un comune essere umano.»
Togo si rialzò, tremante, e batté il piede contro il pavimento. «Perché Hime è mia moglie! Tutto ciò che è suo mi appartiene, persino questo fardello. Io sono l’erede della prima famiglia che ha giurato fedeltà agli Otsutsuki: siamo noi che, anni addietro, abbiamo diffuso il credo della somma Hime. E ora, come allora, proteggeremo queste reliquie con la nostra vita, nei secoli a venire.»
Hagoromo scosse lentamente il capo, il volto pietrificato dal dolore. «No. Per ora è compito mio e di mio fratello. Seppellisci pure il corpo della mia amata figlia, e sappi che ti sarò eternamente grato per l’amore che le hai donato. Ma questi organi devono restare sotto la nostra custodia.»
«Non ve lo permetterò!» urlò Togo, pronto a scagliarsi contro di loro.
Ma prima che potesse muovere un passo, Hamura mosse la mano e, con una tecnica istantanea, fece svanire se stesso, Hagoromo e il piccolo Indra in un lampo di luce.
Togo rimase solo nella stanza, circondato dal sangue e dal silenzio, con la rabbia che gli bruciava nelle vene.
Il ricordo si dissolse.
Era notte fonda.
Non si sapeva esattamente quanto tempo fosse trascorso dalla tragedia che aveva sconvolto la famiglia Otsutsuki, ma l’estate era ormai un ricordo lontano. Le foglie degli alberi si erano tinte di rosso e d’oro, e un vento freddo annunciava l’arrivo dell’inverno.
Nel silenzio della notte, il piccolo Indra, di pochi mesi, dormiva sereno nella sua culla, ignaro del destino che lo attendeva negli anni a venire. Hagoromo e sua moglie avevano appena appreso di aspettare un altro figlio: una nuova vita che sembrava promettere di lenire, almeno in parte, il dolore lasciato dagli eventi di inizio anno.
Ma, fuori, nell’oscurità, delle ombre si muovevano tra i cespugli, rapide e silenziose.
Le guardie che sorvegliavano la dimora non ebbero il tempo di reagire. Lame fredde squarciarono le gole prima che potessero emettere un grido: l’unico suono che si levò fu quello del sangue che scivolava sull’erba.
Hagoromo aveva commesso un grave errore: aveva sottovalutato la forza del fanatismo nato attorno alla figura di Hime. Dopo la sua morte, Togo aveva diffuso la voce che ella si fosse sacrificata per proteggere il popolo, ma che i veri demoni — gli Otsutsuki — le avevano strappato via le reliquie, privando tutti della possibilità di venerarla.
Il tempietto che custodiva quegli organi era protetto da un sigillo complesso, che Hagoromo riteneva invalicabile. Non poteva immaginare che, vivendo accanto a Hime, Togo avesse imparato le basi di ciò che un giorno sarebbero diventate le arti ninja.
Nel silenzio della notte, Togo si inginocchiò davanti alla barriera, le mani tremanti e unite nel sigillo della capra. Il suo chakra si riversò nel sigillo, contrastandolo con un'energia caotica e dolorosa. Il suo respiro si fece irregolare, mentre le vene sulle tempie pulsavano sotto lo sforzo.
Con un suono secco, la barriera si incrinò... e si spezzò.
Le reliquie di Hime erano ora nelle sue mani.
Quando l’alba giunse, Hagoromo si precipitò al tempietto. Cadde in ginocchio davanti alla teca vuota, le dita che tremavano mentre sfioravano il marmo freddo.
La rabbia montò dentro di lui come un incendio incontrollabile. In un primo momento, il sospetto si rivolse verso sua madre, Kaguya. Ma i segni lasciati sul terreno parlavano chiaro: quelle azioni non appartenevano a una creatura divina.
Si trattava di mani umane.
«Togo...» sussurrò, stringendo i pugni.
Ma Togo e la sua famiglia erano scomparsi nel nulla già da settimane, lasciando dietro di sé solo voci e fedeli pronti a combattere per il culto di Hime.
Da quel giorno, le reliquie furono disperse. E con esse, si diffuse nell’aria un presagio oscuro, come l’eco lontana di una guerra che ancora doveva iniziare.
Il ricordo si dissolse, e passarono gli anni.
Togo era invecchiato, ma non era ancora anziano. Aveva quasi quarant'anni. Si era risposato e aveva avuto dei figli, ma il suo amore per Hime era rimasto immutato, vivo come il primo giorno.
Assieme alla sua famiglia e ai fedeli del culto, si era rifugiato tra le montagne, spostandosi continuamente. Nessun luogo era sicuro: Hagoromo, pur dopo vent’anni, continuava a dare loro la caccia.
«Rendiamo grazie alla somma Hime, che ci guida e ci protegge» disse Togo, inchinandosi con il busto piegato e le mani congiunte in preghiera.
Lo stesso fecero i suoi cinque figli, tre maschi e due femmine, cresciuti nell’adorazione della madre divina.
I primi quattro erano stati chiamati secondo gli elementi dominati da Hime: Mizu, Kaze, Ho e Tsuchi.
Il quinto figlio, invece, ricevette un nome comune alla nascita. Ma la sua affinità con il chakra non era ordinaria: benché sembrasse incline al fuoco, la sua energia manifestava una forma diversa. Nei giorni di tempesta, il suo potere si faceva più intenso, e un giorno, le fiamme della sua tecnica mutarono in scintille mai viste prima. Tutti compresero che un nuovo elemento stava nascendo, potente e unico, così gli venne dato il nome «Rai».
Nel frattempo, Indra e Ashura, figli di Hagoromo, erano cresciuti: giovani uomini belli e forti, con il potente chakra del padre che scorreva nelle loro vene. Anni prima, Hagoromo e Hamura erano riusciti a sconfiggere la nonna, eliminando la minaccia che avrebbe potuto condizionare la loro crescita.
Della sorella maggiore, i ragazzi non avevano alcun ricordo diretto, ma la sua presenza viveva attraverso i racconti dei familiari. Così impararono a volerne bene, pur senza conoscerne il volto.
Hagoromo, che ancora soffriva per la sparizione di tutto ciò che rimaneva di Hime, decise di coinvolgere i figli nella missione di recuperare le reliquie della figlia. Già da allora li inviava in molteplici missioni, separate o insieme, per testare la loro capacità e determinare chi sarebbe stato degno di ereditare il suo posto.
Per giorni e per notti, i due fratelli viaggiarono attraverso le terre, qualunque fosse il clima, qualunque fosse la stagione. Chiesero ovunque informazioni, ma il culto di Hime era ormai come un fantasma: nessuna traccia. Eppure non si arresero.
Qualche anno prima, avevano già mostrato straordinarie abilità nelle loro esplorazioni, dimostrando quanto potente fosse l’influenza divina nel loro clan. Ma questo aveva avuto un effetto su Indra: il suo animo era divenuto sempre più tenebroso, e Ashura percepiva quanto il fratello si stesse allontanando da lui. Sperava che questa impresa li avrebbe ricongiunti.
«Sono settimane che giriamo a vuoto e ancora non c’è uno straccio di prova, che ci indichi dove quei fanatici risiedono» disse Indra una sera, colpendo con rabbia un ciocco di legno ardente.
«Sapevamo che non sarebbe stato facile», rispose Ashura, con tono calmo e per nulla turbato. «Non sarebbero sfuggiti a nostro padre, se così non fosse stato».
«Intanto il tempo passa… probabilmente sono dall’altra parte del mondo», osservò Indra, incrociando le braccia.
Ashura scosse il capo. «È in questi territori che nostra nonna piantò i semi del suo albero. Qui si concentra la più alta quantità di chakra del pianeta. Essendo fedeli a Hime, non lasceranno mai le terre che li legano alla sua divinità».
«Tra noi due, tu sei sempre quello calmo e saldo. Invidio il tuo modo di affrontare le cose», ammise Indra, guardando altrove.
Ashura sorrise, ma anche in quel momento sentiva uno squarcio invisibile aprirsi tra loro.
Il giorno dopo, Ashura si librò in aria per osservare il territorio dall’alto. Avevano deciso che lui avrebbe esplorato il cielo, mentre Indra sarebbe rimasto via terra.
Volando, poteva coprire zone molto più ampie. Si trovò vicino a una cascata quando udì delle urla. Abbassò lo sguardo e vide due ragazze in difficoltà, entrambe con lunghi capelli bianchi. Una doveva avere più o meno la sua età, mentre l’altra non superava i dieci anni...