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Temari e Kankuro si erano finalmente ripresi, così come Tailin, Sai e Sakura. Quest’ultima non perse tempo: nonostante la stanchezza, si mise subito al lavoro per curare i feriti, le mani che emanavano una luce verde pallida mentre scivolavano sulle ferite più gravi.
Nel frattempo Yamato, grazie a un altro tonico di chakra che Tailin gli aveva somministrato, era riuscito a ripristinare le proprie energie. Concentrandosi, creò delle solide gabbie di legno che imprigionarono i ninja della notte, ancora soggiogati dal sigillo, immobilizzandoli senza ferirli.
«Dov’è Gaara?» domandò Temari all’improvviso, voltandosi di scatto. Solo allora si rese conto che il fratello non era tra loro e il cuore iniziò a batterle forte, un brivido di preoccupazione che le attraversò la schiena.
«Forse è finito tra i boschi?» azzardò Kankuro, scrutando nervosamente la foresta circostante, mentre gli occhi si muovevano febbrilmente alla ricerca di qualsiasi indizio.
Quando l’ondata a forma di drago d’acqua li travolse, Gaara fu investito in pieno. La sua difesa assoluta reagì d’istinto, ma gli si ritorse contro: la sabbia, saturata dall’acqua, si inzuppò all’istante e, diventata pesantissima, gli ricadde addosso come una morsa. Sentì il fiato mancare, il fango stringergli il petto, mentre l’acqua lo avvolgeva. L’ultima cosa che vide, prima che la coscienza lo abbandonasse, furono le bollicine d’aria che risalivano veloci verso la superficie, mentre un’altra forza, invisibile e potente, lo trascinava via nelle profondità.
Quando riaprì gli occhi, era seduto e legato a una roccia fredda e scivolosa.
Il suo respiro era affannoso, il chakra ridotto al minimo, ma sufficiente per permettergli di riprendere lucidità. Era completamente zuppo: gocce d’acqua colavano dai capelli, scivolando lungo il naso e il mento.
Si guardò attorno. Si trovava in una caverna oscura, illuminata solo da una fioca luminescenza naturale che emanava dalle pareti. L’uscita, in lontananza, era crollata e bloccata da massi enormi.
«Si sta riprendendo» disse una voce fredda.
Gaara sollevò lo sguardo di scatto: davanti a lui c’erano Toshiro, il capostipite della Confraternita, e Mizu.
L’uomo stringeva tra le mani un cuore pulsante che emanava una sinistra luce verde: il cuore di Hime.
Mizu, invece, gli stava accanto, impugnando un kunai dalla lama lunga, pronta a colpirlo. I suoi occhi non brillavano più di quella luce azzurra che Gaara aveva visto in battaglia: segno che anche lei aveva ormai esaurito gran parte del chakra. Nonostante ciò, la sua presenza restava minacciosa, ferma e glaciale.
«Hai il cuore. Perché mi hai rapito, allora?» ringhiò Gaara, cercando di mantenere la calma. «Speri di usarmi come ostaggio, per ottenere qualche vantaggio?»
Toshiro accennò un sorriso tagliente, colmo di malizia.
«Ostaggi, a questo punto? Sarebbe da sciocchi. No…» fece una pausa, i suoi occhi che scintillavano di fanatismo e brama di potere. «Non è per questo che ti ho rapito.»
Si chinò leggermente verso di lui, parlando con tono mellifluo e disturbante.
«Tu tieni molto a Mizu, vero? La ami?»
Gaara inarcò le sopracciglia, confuso. «Che c’entra questo?»
«Lo prenderò come un sì» sogghignò Toshiro, ridendo sommessamente, un suono inquietante che riecheggiò tra le rocce.
«Sai cosa le hai fatto? Cosa hai scatenato in lei con la tua “amicizia”?»
Gaara strinse i pugni, ma non rispose.
«Non credere che io non sappia come funziona il sigillo di obbedienza» continuò Toshiro, con voce carica di disprezzo. «Io e gli altri capostipiti non ce lo siamo mai imposto. Siamo sempre stati consapevoli dei suoi effetti collaterali.»
Il suo sguardo si fece più cupo mentre parlava.
«L’essere umano nasce per provare emozioni. È la sua natura. Imporre il sigillo su un adulto è difficile, perché deve spegnere desideri, ricordi, legami… ma con un addestramento spietato si può riuscire a reprimere tutto.
Diverso è con i bambini. Loro hanno meno esperienze, meno attaccamenti, ed è più facile piegarli alla volontà della Confraternita.»
Si interruppe per un istante, fissando intensamente Gaara.
«Tuttavia, anche nei bambini c’è un’emozione che non può essere completamente soffocata. Una fiamma che arde nei cuori fin dai primi vagiti.»
Il tono si fece più basso, quasi sussurrato, ma intriso di veleno.
«Tu sai a cosa mi riferisco.»
Sollevò il dito, puntandolo verso il kanji inciso sulla fronte di Gaara, la stessa notte in cui aveva ucciso lo zio. Il gesto fu lento, carico di un significato.
«Essere privati dell'amore causa uno scompenso talmente grande nella psiche, da far impazzire.»
La sua voce era calma, ma con una nota tagliente che fece rabbrividire Gaara. Prima di proseguire, Toshiro posò la mano sinistra sul capo di Mizu, le dita come artigli pronti a stringere.
«Per cercare di colmare questa mancanza,» continuò, con un tono quasi didattico, «la mente diventa affamata. Brama qualsiasi appiglio, qualsiasi calore, e a volte questa fame porta all'ossessione.»
Gaara continuava ad ascoltare in silenzio. Un vago timore gli serpeggiava nello stomaco, una stretta sottile che non sapeva spiegare.
«Il principino di Suna volle diventare amico di una bambina delle ombre,» proseguì Toshiro, lasciando che le parole scivolassero lentamente, «volle mostrarle la luce che nasce dall'amicizia, dal volersi bene reciprocamente.»
Gaara abbassò lo sguardo e lo distolse, le labbra serrate mentre un nodo gli saliva in gola.
«Non è vero…» mormorò, la voce incrinata. «Non sono stato capace di essere abbastanza un buon amico per Eilin. Ho permesso che le facessero del male.»
«Ti sbagli.» La voce di Toshiro si fece improvvisamente più dura, ma sotto c’era una sfumatura di entusiasmo, come se stesse per rivelare un segreto a lungo custodito.
«In quei giorni che siete stati insieme, le hai dato molto più di quello che credi.»
Il suo sguardo si fece tagliente.
«Quando tornò alla base, non faceva che pensare a te. Ti portava dentro la mente, sussurrava il tuo nome nella penombra, mentre il sigillo di obbedienza la straziava dall'interno pur di sopprimere quei sentimenti. Ma il suo Cercoterio… quello si ribellava. Alimentava il suo desiderio, lo gonfiava fino a trasformarlo in una vera e propria ossessione per te.»
Gaara sollevò gli occhi verso Mizu, cercando disperatamente una conferma o una smentita. Lei, però, rimase immobile, con lo sguardo vuoto e distante, mentre dai polpastrelli di Toshiro cominciavano a emanare deboli scie di luce, fioche e inquietanti, che tremolavano come bagliori in un buio profondo.
«Stava diventando un problema per noi,» proseguì Toshiro, la voce ora bassa e grave, «perché il demone si ribellava e ci attaccava. Alla fine, però, siamo riusciti a sigillarle la memoria.»
Tolse la mano dal capo di Mizu.
All’istante la ragazza si raggomitolò su sé stessa, portandosi le mani alla testa come per schiacciare via un dolore insopportabile.
Il cuore di Gaara accelerò all’impazzata, rimbombando nelle orecchie, mentre osservava Mizu agitare il capo, quasi a voler scacciare via qualcosa di invisibile dalla mente.
«Ora ho rimosso il sigillo che teneva bloccato il ricordo di quei giorni vissuti con te… e con esso tutto quello che ha provato.»
«Perché le stai facendo questo?!» urlò Gaara, la voce rotta dalla rabbia e dall’impotenza, mentre si divincolava per liberarsi.
Toshiro sorrise con un lampo trionfante negli occhi.
«Perché ora ho bisogno del suo amore.»
Gaara iniziò a respirare affannosamente, i polmoni bruciavano mentre il panico gli serrava la gola.
Mizu si raddrizzò di scatto. Ora stava in piedi, immobile, mentre un'ombra inquietante si stendeva sul suo volto. I suoi occhi non erano più occhi, ma due fessure sottili e minacciose. I capelli, cadendo in disordine, le incorniciavano il viso pallido.
«Gaara…» sussurrò.
La sua voce non era più la stessa: c’era qualcosa di disturbante, un suono malato, eppure intriso di una gioia contorta, perversa.
«Mizu, ecco il tuo amato Gaara. È qui per te. Va da lui.»
Mizu avanzò lentamente, i passi appena percettibili sul terreno, mentre tendeva le braccia verso di lui. Il suo respiro era rapido e irregolare, un ansimare sottile che rivelava agitazione e desiderio. Si chinò al suo cospetto e lo strinse in un abbraccio.
Gaara rimase immobile, incapace di reagire. Quel contatto così improvviso, così tenero, lo riportò indietro nel tempo, quando anni prima lei gli aveva sussurrato il suo nome all’orecchio con una dolcezza che non aveva mai dimenticato. Per un istante, fu come se il passato rivivesse.
Ma il ricordo svanì di colpo. Un brivido di allarme lo attraversò quando sentì le dita di Mizu insinuarsi lentamente sotto il colletto e scivolare sotto la giacca, con un tocco che non aveva nulla di innocente.
«Eilin, che stai facendo?» domandò con voce tesa, mentre le labbra della ragazza si muovevano con avidità verso il suo collo, sfiorandolo con calore e fretta incontrollata.
Toshiro, poco distante, osservava la scena con un sorriso distorto, colmo di compiacimento crudele. Non riuscì a trattenersi dal rivelare ciò che aveva sempre taciuto.
«Dopo anni di esperimenti falliti,» iniziò, la voce carica di un orgoglio perverso, «abbiamo capito che impiantare gli organi di Hime non funzionava. Ella era una creatura divina… e semplici mortali non avrebbero mai potuto adattarsi a quel corpo estraneo.»
Il suo sguardo scintillò di follia.
«Così decidemmo di estrapolare i demoni serpenti e di impiantarli in un corpo gravido, nelle primissime settimane di gestazione… quando il futuro bambino non era altro che un ammasso di cellule, neppure un embrione.»
Un gelo improvviso corse lungo la schiena di Gaara. Il cuore gli martellava nel petto, mentre Mizu si muoveva su di lui con una foga crescente, quasi volesse provocare una reazione fisica, spingerlo a cedere.
«Il mio Gaara…» sussurrò lei, con una voce che mescolava dolcezza e ossessione. «Quanto mi sei mancato. Il mio amico.»
Gaara cercò di divincolarsi come poteva, legato e indebolito, mentre tentava disperatamente di tenere a distanza la ragazza, che non faceva che avvinghiarsi a lui con gesti sempre più audaci. Il suo respiro si faceva affannoso, non per desiderio, ma per lo sforzo e il disgusto.
«E questo che cosa c’entra con Eilin e con me?!» ringhiò, gli occhi che bruciavano di collera mentre fissava Toshiro.
L’uomo scoppiò in una risata tagliente, canzonatoria, che riecheggiò nella caverna come un presagio sinistro.
«Sei un grande guerriero, Gaara,» disse con tono beffardo, «ma vedo che sei ancora… innocente. Secondo te, come si concepiscono i bambini?»
La frase colpì Gaara come un colpo di lama. Lo aveva sospettato, ma sentirlo dire ad alta voce fu come vedere le sue stesse paure materializzarsi. La mente gli esplose in un vortice di orrore e incredulità.
Altro che semplice ostaggio: Toshiro aveva pianificato tutto sin dal momento in cui aveva scoperto che lui aveva preso parte all’impresa.
Se Gaara non fosse venuto, avrebbe trovato un altro modo… ma la coincidenza lo aveva favorito, e l’uomo non si era lasciato sfuggire l’occasione.
L’amore di Mizu, represso per anni e mai espresso, sommato al fatto che ora lei fosse un’adolescente nel pieno dello sviluppo, aveva innescato una tempesta incontrollabile nella sua mente e nel suo corpo. Quello che un tempo era affetto si era trasformato in un’ossessione violenta e primordiale.
Gaara non era più solo il suo amico, ma l’oggetto di un desiderio che divorava ogni pensiero, ogni freno.
Toshiro si sedette su una roccia, le braccia conserte, e osservò la scena con l’espressione di chi attende il compimento di un piano perfetto.
«Ora lascio che la natura faccia il suo corso.»
Il Kazekage, legato e stremato, continuava a lottare con tutte le sue forze, respingendo Mizu che non smetteva di cercare le sue labbra, di accarezzarlo con mani febbrili, di rubargli ogni frammento di libertà.
«Non è questo l’amore che voglio!» gridò infine, la voce rotta dall’angoscia e dalla disperazione.
Mizu si fermò solo un istante, i suoi occhi colmi di un dolore distorto, mentre le lacrime tremavano ma non cadevano.
«Ma Gaara…» sussurrò, quasi implorante, «dobbiamo stare insieme. Mi sei tanto mancato.»
«No, che non dobbiamo!» gridò Gaara, la voce spezzata dall’urgenza e dal dolore. «Non voglio queste cose… e nemmeno tu devi fartele! Ribellati, Eilin!»
Il suo sguardo la implorava.
«Se c’è ancora la mia amica, lì, da qualche parte, ribellati a tutto questo!»
Quando le mani di Mizu tentarono di raggiungere la sua cintura, Gaara fu costretto a reagire: sollevò una gamba e le sferrò un calcio, spingendola via. Il colpo fu secco, brutale, ma il dolore che gli attraversò il petto non era fisico. Era il cuore a sanguinare, al pensiero di aver dovuto fare del male a lei.
Mizu cadde all’indietro, rotolando leggermente sul terreno umido. Si puntellò con le mani per rialzarsi, e quando sollevò il busto, le ciocche di capelli le ricadevano sul volto come un sipario scuro. Da sotto, i suoi occhi ardevano di furia e confusione, due lame che lo trafiggevano.
«Eilin, tu non sei così!» urlò Gaara, la voce carica di disperazione.
«Tu sei una guerriera forte e coraggiosa. Ti ho visto resistere, giorno dopo giorno, alle torture che i capitani di mio padre ti infliggevano. Ti ho visto mettere tutta te stessa per salvare tua sorella… e proteggerci dal golem.»
Il ragazzo respirava affannosamente, il petto che si sollevava e abbassava come se ogni parola fosse uno sforzo immane.
«E non solo questo,» aggiunse, la voce incrinata dal ricordo, «ho visto il tuo viso illuminarsi ogni volta che venivo a trovarti, solo per giocare insieme…»
Deglutì a fatica, mentre gli occhi si riempivano di lacrime.
«Ti prego, non spezzare tutti quei ricordi preziosi che ho di te. Sei una mia cara amica… e gli amici si proteggono a vicenda.»
Mizu tremò leggermente, ma la sua ossessione non si era ancora spezzata. Con un movimento felino, avanzò di nuovo verso di lui, le mani che artigliavano il terreno, e si chinò sul suo collo, le labbra pronte a cercarlo con una fame disperata.
Gaara chiuse gli occhi con forza, serrando i denti per trattenere un grido.
Una lacrima calda e salata scivolò lungo la sua guancia, un piccolo fiume di dolore e impotenza, fino a raggiungere le labbra di Mizu.
Il contatto inaspettato la scosse. Si immobilizzò di colpo, come se quella goccia avesse acceso un ricordo sepolto. Gaara percepì il suo corpo irrigidirsi, poi tremare, come attraversato da un conflitto interiore.
Seguì un silenzio denso, quasi irreale. Ogni secondo si dilatava, diventando eterno.
Toshiro si sporse in avanti dalla roccia su cui era seduto, le sopracciglia aggrottate, irritato e confuso. Non capiva perché la sua sottoposta si fosse fermata, proprio quando il suo piano sembrava sul punto di compiersi.
Mizu sollevò lentamente il capo. I suoi occhi, lucidi e vacillanti, cercarono quelli di Gaara, come per aggrapparsi a qualcosa di reale.
«Gaara…» sussurrò, e questa volta la sua voce era intrisa di disperazione e senso di colpa, una ferita che finalmente si apriva.
Gaara trattenne il fiato, il cuore che batteva come un tamburo. Aveva capito: qualcosa stava cambiando.
Una scintilla, fragile ma luminosa, stava riaffiorando nell’animo della kunoichi.
«Eilin…» mormorò lui, il nome carico di affetto ma anche di un rammarico profondo.
Il suo sguardo la abbracciava, come se volesse proteggerla anche da sé stessa.
Il sigillo di obbedienza si attivò di colpo, reagendo con violenza al senso di ribellione che stava crescendo nell’animo di Mizu.
Un dolore acuto le esplose nella testa, tanto feroce da strapparle un grido. Il sangue iniziò a colarle da naso, orecchie e angoli degli occhi, macchiandole il volto come un macabro tatuaggio.
Ma non si fermò.
Stringendo i denti con determinazione, si mosse con passo incerto dietro Gaara e, con uno sforzo disperato, spezzò le corde che lo trattenevano.
Subito dopo le gambe le cedettero e crollò a terra, stringendo la testa tra le mani, mentre cercava di resistere all’immenso dolore che la stava lacerando dall’interno.
«Che cosa hai fatto, maledetta!?» urlò Toshiro, la voce spezzata da rabbia e sorpresa.
Balzò in piedi e sguainò un kunai, pronto ad affondarlo.
Gaara, vedendo Mizu in quelle condizioni e ricordando la crudeltà che l’uomo aveva imposto loro, sentì un’ondata di rabbia e protezione ribollirgli dentro. Fu come se qualcosa di antico si risvegliasse: una forza che non provava da mesi.
Il chakra esplose in lui, denso e opprimente, come quando lo Shukaku scorreva nel suo corpo.
Con un urlo profondo, Gaara sollevò le braccia.
La sabbia rispose al suo richiamo, materializzandosi dal terreno e avvolgendo Toshiro in una morsa inesorabile. In un battito di ciglia, l’avversario fu intrappolato in una sfera di granelli dorati che si chiusero attorno a lui come una prigione vivente.
«Rilascia la tecnica!» ruggì Gaara, la voce cavernosa, pervasa dall’eco dello spirito della sabbia. «Maledetto, rilascia la tecnica!»
Toshiro lottò invano all’interno della sfera, il respiro spezzato dall’angoscia.
«Non la farò mai!» urlò con tono isterico. «Se mi uccidi, la tua bella morirà!»
Gaara rimase immobile, gli occhi spalancati e la fronte imperlata di sudore. Le parole del nemico erano come lame che scavavano nel dubbio. I muscoli delle sopracciglia si contrassero in un tic nervoso.
«È una bugia!» gridò Mizu, la voce tremante per lo sforzo. Si aggrappò al terreno, cercando di sollevarsi. «Non è vero che uccidendolo, tutti coloro che hanno il sigillo moriranno con lui. Al contrario! Quando l’esecutore muore, il sigillo perde la sua potenza attiva e si spezza!»
«Non le dare ascolto!» ribatté Toshiro, la voce acida di odio. «Non ha idea di come funziona. Preferirebbe morire, piuttosto che vedermi vivo!»
Mizu si immobilizzò, poi parlò di nuovo, ma la sua voce cambiò. Non era più quella di una ragazza: era gutturale, profonda, come l’eco di una cascata in piena.
«Pensi che io permetterei al mio contenitore di morire?»
Gaara sgranò gli occhi, mentre notava che gli occhi di Mizu, tornati azzurri e intensi, brillavano come due pozze di ghiaccio liquido.
«Io sono lo spirito dell’acqua,» dichiarò, e la sua voce tremava di potenza primordiale.
«La parte Yin, colei che governa la forma fisica. Questo corpo è molto più forte di quanto tu creda, eretico! Anche se le tue parole fossero vere, non riusciresti mai a spezzarlo!»
Gocce di sangue continuavano a cadere dai capelli di Mizu, schizzando sul terreno come piccole macchie scarlatte.
Tremava, ma si sollevava lentamente, con una determinazione che faceva sembrare il suo corpo una diga pronta a esplodere.
«Io sono l’acqua che scava la roccia,» proclamò, alzando il mento. «Io sono energia dirompente. Io sono colei che reclama ciò che ho donato! Non puoi fermare l’acqua: troverà sempre una via per scorrere, sempre un modo per reagire. E lo stesso vale per questo corpo!»
Poi si voltò verso Gaara, fissandolo con uno sguardo che mescolava autorità e supplica.
«Bambino della sabbia, colui che un tempo ospitò il monocoda di mio padre… se vuoi salvare Eilin, uccidi questo eretico!»
La sua voce fu come un tuono che riempì la caverna.
«Solo così porrai fine alle sue sofferenze!»
Gaara era agitato. Il corpo di Eilin tremava in modo incontrollabile, lo sguardo deformato dall’aspetto serpentesco mentre dentro di lei il demone e il sigillo lottavano per il dominio.
Aveva detto che il suo corpo era indistruttibile, ma se stesse bluffando? Il sangue continuava a sgorgare senza sosta e i suoi muscoli erano scossi da spasmi violenti.
Quando la vide barcollare, corse verso di lei per sorreggerla, stringendola tra le braccia.
«Che farai, Kazekage?» ringhiò Toshiro, con un ghigno sprezzante. «Se mi liberi e mi lasci andare con la reliquia della terra, ti giuro che la libererò dal sigillo.»
Gaara abbassò lo sguardo su Eilin. Al momento, a fissarlo non c’erano i suoi occhi, ma quelli del demone che la abitava.
Eppure, in quello sguardo, sentì un legame profondo: entrambi volevano la stessa cosa, la salvezza della ragazza.
La palla di sabbia che imprigionava Toshiro tremò leggermente, e l’uomo sorrise, convinto che Gaara stesse cedendo.
Ma non sapeva che quell’attimo di indecisione era solo la preparazione all’attacco finale.
Gaara distese il palmo della mano, il chakra crepitante come un ruggito.
«Funerale del deserto!»
Il suono secco della pressione che si chiudeva su sé stessa fu seguito da uno schiocco agghiacciante.
Il sangue di Toshiro schizzò ovunque mentre il suo corpo veniva maciullato, ridotto a un grumo informe, come se una pressa invisibile l’avesse schiacciato all’istante.
Con un tonfo sordo, il suo cuore rotolò a terra.
Il corpo di Mizu si contrasse in un violento spasmo.
Gaara la strinse forte, il panico gli serrava la gola.
E se Toshiro avesse avuto ragione? Se la morte dell’esecutore avesse significato anche la fine di lei?
«Gaara?»
La voce, dolce ma debole, sciolse ogni suo timore.
Gli occhi erano tornati neri: non c’era più il demone, solo Eilin.
«Cosa è successo?» mormorò, confusa.
Gaara sorrise con dolcezza, accarezzandole i capelli.
«Oh, beh… ho solo cercato di proteggere una mia amica.»
I loro sguardi si incontrarono di nuovo. A Gaara dispiacque vederle il viso rigato di sangue, ma il flusso si era finalmente fermato.
Le dita sottili di lei sfiorarono la sua guancia, raccogliendo una lacrima calda che scivolava sul suo volto.
Quel semplice gesto lo fece avvampare di un calore intenso e confortante.
Gaara le prese la mano e vi depose un bacio. «Ora stai bene» sussurrò, sollevato.
«Mi dispiace» disse lei, la voce incrinata. «Non sono riuscita a comportarmi come una vera amica.»
«Non importa» rispose Gaara scuotendo il capo, stringendola a sé. «Gli amici si perdonano. E poi… ho anche un’altra cosa da dirti. Ora che sono il Kazekage, ho abbastanza risorse per tenerti con me, sempre.»
Un sorriso stanco le illuminò il volto.
«Ma non hai bisogno di soldi per stare con me. Io con te ci voglio stare a prescindere… per sempre.»
Si protese verso di lui, le labbra vicine, tremanti.
Entrambi piansero lacrime calde, colme di sollievo e amore.
Quando finalmente le loro bocche si incontrarono, il bacio fu profondo, carico di tutto ciò che per tanto tempo era stato loro negato: speranza, libertà e un sentimento che nessuna forza avrebbe più potuto spezzare.
«Arrraaaaah!»
La parete esplose, scagliando rocce e polvere ovunque. Per fortuna, Gaara aveva recuperato il chakra in tempo: la sua “difesa assoluta” li protesse lui ed Eilin dai detriti, mentre i granelli di pietra rimbalzavano intorno come schegge infuocate.
All’ombra tremolante delle torce, a braccia larghe e gambe leggermente piegate, spiccavano scintille di chakra fiammeggiante nella penombra: Tailin stava riprendendo fiato.
«Ho ammazzato qualcuno?» chiese, ansimante.
«Grazie al cielo, no», rispose Eilin, assottigliando lo sguardo con sollievo.
«Era proprio dove ci aveva indicato lo spirito di Hime», commentò Yamato, scrutando i resti della parete.
Sakura si precipitò verso di loro, preoccupata, per accertarsi che non avessero riportato ferite gravi, ma per fortuna si trattava solo di qualche graffio superficiale.
«Gaara, amico mio, come stai?» arrivò Naruto, prendendolo per le spalle e scuotendolo energicamente.
Sakura, distratta dal contatto, perse momentaneamente di vista la ferita che stava curando.
Temari, irritata dalla scena, esplose: corse verso Naruto e lo afferrò per entrambe le orecchie, trascinandolo via.
«La smetti di importunare il sommo Kazekage! Sei proprio un popolano!» lo rimproverò, furiosa.
Nel frattempo, Sai si avvicinò al corpo di Toshiro per raccogliere il cuore.
Kankuro, vicino a lui, fece una smorfia di schifo, osservando il ragazzo maneggiare l’organo pulsante a mani nude.
«State tutti bene?» chiese Gaara, girando il capo da destra a sinistra, preoccupato per i compagni.
«Sì, tutti bene», lo rassicurò la sorella. «Gli uomini evocati da Toshiro erano tutti suoi sottoposti a cui aveva impiantato il sigillo. Con la sua morte, il sigillo è diventato inattivo: improvvisamente tutti hanno smesso di sentire il richiamo e hanno perso la voglia di combattere.»
Il Kazekage annuì, soddisfatto.
«Poi Naruto è tornato con Kaze,» continuò Temari, «e quando Tailin ha somministrato l’ultima pillola di chakra, si è subito attivata per curare tutti i feriti.»
«Sì, è stato sorprendente», commentò Sakura, stupita ma con un velo di gelosia. «Ha emanato spire di chakra giallo che hanno avvolto i feriti, rimarginando le loro ferite. Con un potere simile, noi normali ninja medici siamo praticamente disoccupati!»
«Dov’è ora mia sorella?» chiese Eilin, cercandola con lo sguardo tra i compagni.
«È ancora fuori», spiegò Sakura, indicando la direzione con un gesto della mano. «Sta parlando con i suoi confratelli, quelli che, come lei, erano già stati liberati dal maestro Kojama. Ora sono liberi, ma chiaramente non possono tornare alla base. Ci sono ancora gli altri capostipiti e i loro sottoposti.»
Temari, invece, aveva lo sguardo fisso su Gaara ed Eilin, abbracciati e ancora vicini. A braccia incrociate, li osservava sottecchi.
«Piuttosto… voi due», commentò, con un sorriso appena accennato e un tono che tradiva divertimento e ironia.
Colti da un improvviso imbarazzo, Gaara ed Eilin si staccarono di scatto, guardandosi intorno nel tentativo di distrarsi.
«Non ci posso credere, due su due», disse Temari, portandosi una mano al volto, tra il divertito e l’ammirato.
Prima Kankuro e Tailin, che proprio in quel momento stavano civettando. Lei vantandosi di quanto fosse diventata più forte ora che era “uno spirito libero”, lui pronto a ricordarle che doveva ancora ripagarlo per i materiali delle marionette che aveva distrutto nei giorni precedenti.
E adesso Gaara ed Eilin.
Temari non poté fare a meno di osservare con un moto di affetto. Pensava al fratello, alla sua infanzia tragica che l’aveva spinto sull’orlo della follia. Eppure ora, vedendolo, gli occhi di Gaara erano pieni di amore, fissi su Eilin mentre lei, con calma, si puliva il sangue dal viso con un panno.
In quell’istante, Temari percepì tutta la felicità che li avvolgeva. Il cuore le si riempì di gioia, vedendo la kunoichi della notte finalmente serena e Gaara capace di vivere il suo momento di pace.
Kaze posò il cuore sul piedistallo, affiancato da Eilin e Tailin.
Hime bambina si manifestò di nuovo, ma questa volta tutti potevano vederla.
«Grazie per non aver permesso che mi portassero via dal luogo dove dimoro», disse, con voce dolce e riconoscente.
«Sei nostra sorellina, era nostro dovere fare tutto il possibile», rispose Kaze, sorridendo. La bambina ricambiò il sorriso, luminosa e pura.
«Per ricompensarvi, vorrei mostrarvi perché Hime qui “lasciò il cuore”. Vi va?»
Eilin stava per rispondere che non era necessario, ma Tailin la precedette, urlando un «Sì!» euforico, colmo di curiosità.
Lo spirito del serpente della terra rise, portandosi le manine alla bocca. Sembrava davvero una bambina di non più di dieci anni, dolce e innocente. Quando riaprì gli occhi e sollevò il capo, i suoi occhi, da bianchi, erano tornati verde brillante.
«Questa è una storia di mille anni fa. Per essere precisi, un'insieme di storie. Di amore e fedeltà».
Note dell'autore: Questo è forse l'unico capitolo con una narrativa più intensa. Benché Eilin si limiti ad abbracciare e baciare Gaara con passione, a causa del momento di follia, nel qual caso per la moderazione fosse "too much", provvederò a modificare in una narrazione meno descrittiva della situazione.