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Mentre tutto questo avveniva, il gruppo guidato dal capitano Yamato avanzava a passo sostenuto.
Non essendo caduti vittima dell’illusione – neutralizzata ore prima grazie a Gaara – erano riusciti a colmare gran parte del divario che li separava dagli altri.
Durante il tragitto, Mizu aveva ripreso a lasciare sottili filamenti di chakra, una sorta di traccia viva, così che Kaze potesse seguire i loro spostamenti e restare aggiornata sulla posizione.
Quando raggiunsero i dintorni dell’antico villaggio, il sole era alto ma la calura stava finalmente iniziando a scemare. Si erano concessi una sola, brevissima sosta.
Durante quel momento di pausa, Tailin aveva avuto l’“ardire” di consumare soltanto una delle sue pillole nutrienti per risparmiare tempo, scatenando le ire di Sakura.
La ragazza dai capelli rosa, infuriata come non mai, le si parò davanti con le mani sui fianchi, più minacciosa di qualsiasi avversario.
«Tailin! Non pensare di cavartela con quella misera pillola. Devi mangiare come tutti gli altri!»
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«Ma io… sono abituata, davvero. Questa mi basta,»** provò a giustificarsi Tailin, alzando le mani in segno di resa.
«Non ho tra i piedi quella testa quadra di Naruto in questi giorni… e adesso devo avere te che non sai neanche cosa significhi una dieta equilibrata!» sbottò Sakura, la vena sulla tempia che pulsava come se stesse per esplodere.
Il ficozzo che Tailin ricevette sulla testa bastò a convincerla a sedersi e consumare un pasto completo insieme al resto del gruppo, pur con aria rassegnata.
Ripartiti, notarono che il bosco circostante presentava ferite fresche.
Alberi spezzati, terra rivoltata, e tra la vegetazione si intravedevano frammenti metallici e corde recise: resti di trappole ormai distrutte.
Segni chiari del passaggio di Toshiro e dei due shinobi della luce.
«Accidenti,» mormorò Temari, piegandosi per osservare una profonda fossa, sul cui fondo si ergevano pali appuntiti ancora intrisi di umidità. «È un miracolo che siano sopravvissuti a tutto questo!»
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«Le mie sorelle sono fenomenali!»** esclamò Tailin, il volto illuminato da una punta di orgoglio, come se quelle parole fossero una certezza incrollabile.
All’improvviso, però, la sua espressione cambiò. Si irrigidì, portando una mano al petto.
Una nenia familiare, la stessa che aveva ascoltato mille volte nella sua infanzia, le giunse alle orecchie… ma sembrava lontana, come se provenisse dal cuore stesso della foresta.
«Nessuno la sente?» chiese, la voce tesa e inquieta.
Gli altri si scambiarono sguardi confusi, scuotendo la testa.
«Tailin, che succede?» domandò Sakura, allarmata, mentre già si preparava a intervenire se fosse stato un attacco.
Il terreno tremò sotto i loro piedi, mentre l'atmosfera si fece improvvisamente tesa.
Dalla terra, proprio davanti a Tailin, si aprì una piccola fessura. Un sottile stelo verde emerse lentamente, oscillando come se stesse cercando la luce del sole, fino a crescere per circa ottanta centimetri.
Poi, con un lieve click naturale, sbocciò un’orchidea rosa dai petali vellutati, che diffondeva un profumo delicato nell’aria.
Tailin si inginocchiò, le mani tremanti mentre sfiorava i petali.
Non aveva mai visto davvero un fiore, nemmeno quando ci vedeva.
Non ne aveva mai percepito la fragranza. E ora, per la prima volta, stava vivendo quella sensazione con ogni fibra del suo essere.
Chiunque le avesse fatto dono di quel miracolo, pensò, meritava la sua gratitudine.
Gli altri si guardarono attorno con sospetto. Temari fece un mezzo passo avanti.
«Tailin, aspetta! Potrebbe essere una trappola!»
Yamato tese la mano verso la ragazza, pronto a bloccarla.
Ma il volto di Tailin era così colmo di serenità e sicurezza, che nessuno ebbe il coraggio di interrompere quel momento.
Quel momento idilliaco, però, terminò presto: il caos scatenato da Mizu e Kaze era giunto fino a loro e furono investiti da una violenta folata di vento.
Tailin ricominciò a sentire un forte dolore alla testa e dovette portarsi le mani alle tempie. Fortunatamente, grazie al sigillo di Yamato e alla distanza, non provò sofferenze eccessive.
«Non capisco… Mizu… mia sorella sta soffrendo tantissimo!» esclamò, disperata.
Kankuro le si avvicinò di scatto e le passò un braccio attorno alle spalle, appena in tempo prima che il gruppo venisse investito da un’ondata nera.
Si abbassò ulteriormente, cercando di farle da scudo per proteggerla e impedire che venisse travolta.
Davanti a loro, almeno una cinquantina di ninja delle ombre stavano avanzando nella stessa direzione, diretti verso il loro stesso obiettivo.
«Credo che il tempio sia stato aperto.» esclamò Tailin con sgomento.
Una corsa a perdifiato. Le gambe, rinforzate dal chakra, scattavano tra gli alberi, superando ostacoli con una facilità innaturale.
Anche Yamato e i suoi compagni dovettero fare lo stesso per riuscire a tenere il passo della kunoichi dai capelli rossi.
Quando finalmente il bosco si aprì e raggiunsero la zona alla base del monte dalla forma di testa di drago, non trovarono più il luogo sospeso nel tempo e pacifico che era stato fino a poche ore prima.
Davanti a loro si estendeva un vero e proprio campo di battaglia. Un fratricidio.
I ninja della notte combattevano tra loro con ferocia, senza esclusione di colpi, come se avessero dimenticato di essere cresciuti insieme, di essersi allenati e di aver rischiato la vita l’uno accanto all’altro.
Alcuni avevano il volto scoperto, altri continuavano a celarlo dietro la maschera.
Ma non c’erano solo loro.
Mizu si stava scatenando in uno scontro contro Gaara e Kaze, mentre Naruto affrontava Toshiro, che nel frattempo aveva tentato di entrare nel tempio per impossessarsi della reliquia della terra.
«Stanno distruggendo la mia casa.»
La voce proveniva da una bambina apparsa all’improvviso davanti a Tailin. Aveva lunghi capelli bianchi e occhi color giada, e il suo sguardo era intriso di tristezza.
Fu solo un istante: la visione svanì subito dopo.
Tailin capì che era qualcosa che andava oltre il sigillo che le era stato imposto, perché solo lei aveva potuto vederla e udirla.
«Temo che dovremo unirci alla mischia,» disse Yamato, a denti stretti. «Sakura, tu rimani al riparo, come ninja medico. Voi altri invece… Hei, Tailin! Dove stai andando?»
Non aveva bisogno degli occhi per percepire il chakra delle sue sorelle che si stavano scontrando.
Corse, veloce come una saetta, il pugno destro già trasformato in una palla di fuoco.
Mizu riuscì a spostarsi appena in tempo, saltando di lato per evitare quel primo colpo alle spalle.
Poi dovette schivare altri tre, quattro attacchi consecutivi: Tailin non si sarebbe fermata tanto facilmente.
«Anche tu sei una traditrice, Ho?» gridò Mizu, indignata.
«I capostipiti sono i veri traditori!» ribatté Tailin con rabbia. «Il maestro Kojama mi ha liberata! E il mio nome è Tailin!»
L’arrivo della nuova combattente lasciò senza parole Gaara e Kaze, che si immobilizzarono per un istante, increduli davanti a quello scontro frenetico: acqua contro fuoco, senza risparmiare colpi.
«È come immaginavo… L’avevo percepito quella notte... maestro.»
La voce di Kaze era rotta dall’emozione.
«Anche lei non ha più il sigillo di costrizione?» chiese Gaara, sinceramente sorpreso.
Kaze annuì.
«Non ho l'innata di Eilin, quindi non posso percepire direttamente il chakra demoniaco, a meno che non sia lei stessa a scatenarsi e a influenzarmi, come hai visto poc'anzi.»
Si passò una mano tra i capelli, con un gesto nervoso.
«Ma era come… come una sensazione. Come se ciò che ti è caro ti venisse improvvisamente strappato via.»
«Conosco bene quella sensazione,» rispose Gaara, e nella sua voce si percepì una nota di malinconia.
«Dovevo essere io a liberare mia sorella. Anche se per reazione lei mi avesse attaccata con le fiamme dell’inferno, avrei sofferto… ma non sarei morta.»
Gaara comprese immediatamente. Percepiva il lutto che la ragazza stava vivendo: la conferma che una figura a lei cara era scomparsa per sempre.
"Le mie bambine" aveva detto Kojama, il giorno in cui si erano conosciuti.
Forse, in fondo, era davvero così: loro erano le sue bambine e lui il loro padre.
Improvvisamente la sua attenzione venne catturata da un richiamo.
Temari e Kankuro, i suoi fratelli, erano finalmente giunti in suo soccorso.
Gaara sorrise di gioia, sollevato nel vederli vivi e vegeti. Per giorni aveva temuto di averli persi per sempre, convinto che Tailin li avesse uccisi tutti. Ma no, loro non potevano morire così facilmente.
Erano sangue del suo sangue, eredi della famiglia più forte di Suna.
«Va’ da loro,» disse Kaze, accennando un piccolo sorriso.
Gaara annuì in segno di ringraziamento e si affrettò a raggiungerli.
In quell’abbraccio non c’era spazio per la battaglia che imperversava intorno a loro: contava solo ritrovarsi, trarre nuova forza dalla loro unione.
Ora che la squadra di Suna era di nuovo riunita, era più agguerrita che mai.
«Dannato, smettila di nasconderti dietro i tuoi uomini!» urlò Naruto, mentre continuava a vedersi ostacolato da ondate sempre nuove di ninja delle ombre.
Toshiro, intanto, era riuscito a raggiungere il menhir davanti alla statua del serpente e stava tracciando antichi simboli con un pennello intriso di inchiostro.
I nemici che si frapponevano fra Naruto e lui erano maestri nell’arte del fuoco, che nel pentagono degli elementi è per natura superiore all’aria.
Tra palle di fuoco, proiettili ardenti e shuriken infuocati, oltre agli esperti di taijutsu, lui e le sue copie erano messi a dura prova.
Naruto insisteva a combattere in maniera “pulita”, cercando di mettere al tappeto gli avversari senza ucciderli, ma la resistenza era incredibile: anche quando uno di loro esauriva il chakra, si ricaricava grazie alle scorte di tonici.
Improvvisamente, uno di quei ninja evocò una colonna di roccia proprio sotto i piedi di Naruto, sbalzandolo via.
Il ragazzo colpì violentemente la parete, la schiena in fiamme dal dolore, e si ritrovò stordito, a un passo dallo svenimento.
Mentre Toshiro iniziava a recitare la formula, parole perdute nel tempo, Naruto ebbe una visione.
Davanti a lui comparve una bambina vestita interamente di bianco: occhi, capelli, persino il sorriso innocente.
Gli tese la mano, divertita, mostrando le fossette.
«Certo che sei proprio buffo,» disse con candore. «Hai il chakra del mio papà e non lo usi per fermare i tuoi nemici.»
«Io… io non voglio fare del male. Se perdessi il controllo…»
«Lo so. È così brutto,» rispose lei, con una punta di malinconia. «Ma un giorno dovrai superare questa paura.
Un giorno sarà la tua unica alternativa contro un male enorme.
Il potere può fare anche del bene, se usato saggiamente.»
«Non so come si fa… è troppo forte.»
La bambina si avvicinò e gli sfiorò la fronte con un bacio, sporca di terra e sudore.
«Anche tu lo sei.»
In quell’istante, la figura della bambina svanì, e al suo posto apparve Hime, ormai adulta.
«Su di te grava un enorme peso. Non temere ciò che sei, ma accettalo.
Tu non sei come gli altri: sei la forza portante della Volpe a Nove Code.
Se imparerai a non avere più paura di questo potere, potrai affrontare qualsiasi impresa.»
«Sì, ma io…»
Prima che potesse finire, Hime svanì.
Naruto si ritrovò di nuovo nella caverna, ma ora aveva la forza di rialzarsi.
Proprio in quell’istante, uno dei ninja lo caricò con una katana.
Un violento turbine d’aria lo spazzò via: Kaze era entrata nella caverna per dargli manforte.
«L’ho vista! Ho visto Hime!» esclamò Naruto, ancora scosso.
«L’ho percepita anch’io,» rispose Kaze, annuendo. «Lo spirito di Hime è forte in queste terre. È qui che risiede il suo cuore.»
Fianco a fianco, i due ninja dai capelli dorati si prepararono ad affrontare i nemici rimasti.
Entrambi erano stanchi e affaticati: Kaze, dopo giorni di combattimenti e lo scontro con Mizu, aveva esaurito le sue scorte di pillole di chakra e ora era costretta a centellinare le energie che le restavano.
Intanto, Toshiro, assistito da due esperti dei sigilli, continuava la formula.
Gli occhi della statua del serpente si illuminarono di un verde brillante.
«Non dobbiamo permettere che completi il rituale,» disse Kaze, allarmata. «Se ci riesce, si impossesserà della reliquia!»
Fuori dalla caverna, il frastuono della battaglia era assordante.
Il clangore del metallo contro il metallo si mescolava alle urla di rabbia e di dolore, creando un coro caotico e stridente che si rifletteva sulle pareti di roccia.
L’aria era satura dell’odore acre di fumo e sangue, con un retrogusto metallico che graffiava la gola a ogni respiro.
Tra i vortici di polvere, si percepiva il sentore di legno bruciato, proveniente dalle armi e dai corpi che venivano colpiti dalle tecniche di fuoco.
La squadra di Yamato e quella di Suna compresero quasi subito un dettaglio fondamentale: i ninja che combattevano a volto scoperto erano degli alleati.
Mostrare il proprio volto alla Confraternita era vietato, soprattutto durante una missione. Quello era il loro modo silenzioso di ribellarsi, un grido disperato di libertà in mezzo alla carneficina.
Come Kojama aveva rivelato poco prima di morire, Tailin non era la prima che era riuscito a liberare dal limbo del sigillo di costrizione.
Dopo aver spezzato le proprie catene, la sua prima azione fu liberare i suoi amici d’infanzia. Poi, con estrema cautela, passò ad alcune giovani leve, abbastanza mature da mantenere il segreto e non tradirlo involontariamente.
Infine, arrivò a Kaze.
La bambina aveva sofferto fin da subito a causa del chakra demoniaco del serpente dell’aria.
Il sigillo si attivava ogni volta che cadeva preda delle emozioni, provocandole dolori lancinanti, come se mille aghi di ghiaccio le penetrassero nella carne.
L’innata che possedeva la teneva in vita, impedendo che le emorragie interne la uccidessero, ma non la proteggeva dalla sofferenza.
Col tempo aveva imparato a dominarsi, ma mai a liberarsi davvero delle emozioni: queste restavano sepolte nel profondo, come una brace che non si spegne mai.
La sua intelligenza acuta e il forte senso logico la proteggevano da quella lobotomia emotiva che trasformava i membri della Confraternita in automi silenziosi e obbedienti.
Era ciò che aveva salvato Kaze dall’essere ridotta a una marionetta, come invece era accaduto alle sue stesse sorelle.
«Maestro, ma tu non hai il sigillo di restrizione, vero?»
La voce di Kaze era sottile, appena un sussurro, mentre lo osservava con i suoi grandi occhi dorati. Aveva notato dettagli troppo umani nei suoi gesti, reazioni spontanee che nessun addestramento avrebbe potuto simulare.
Kojama non si scompose. Un lieve sorriso, appena accennato, si formò sulle sue labbra stanche.
«Non ce l’ho. E neanche tu vorresti averlo, non è così?»
La bambina esitò, poi abbassò lo sguardo, stringendo i pugni.
«Da quando ci hanno chiesto di massacrare tutte quelle persone… io… io ne sono rimasta disgustata. A me non piace uccidere.»
Le sue parole furono spezzate da un improvviso urlo di dolore, mentre si portava le mani alla testa: il sigillo si era attivato, infliggendole fitte insopportabili, come se una morsa invisibile le stesse stritolando il cranio.
Kojama la sostenne, affondando la sua mano tra i capelli biondi e cercando di calmarla. Il suo volto tradiva una sofferenza silenziosa, mentre assisteva impotente al tormento della sua allieva.
A differenza di Ho, Kaze non oppose resistenza al rituale per l’estrazione del sigillo.
Nonostante avesse solo otto anni, dimostrò una maturità sorprendente, comprendendo la necessità di mantenere il segreto.
Ma crescere come una bambina empatica, incline a proteggere e salvare, mentre era costretta a rinchiudere il proprio cuore in uno scrigno di silenzio, fu una tortura lenta e silenziosa.
Ogni giorno, l’unico affetto che riceveva era quello di Kojama.
Lui l’amava come un padre, provando lo stesso sentimento anche per le sue sorelle, e quell’amore fu l’unica ancora che impedì a Kaze di impazzire del tutto.
Il maestro falsificava personalmente i rapporti, celando la verità dietro menzogne scritte con inchiostro nero e silenzi ben calibrati.
Nessuno sospettò mai nulla.
Grazie a questo "accesso alle emozioni", Kaze e Hime ebbero molte occasioni di confrontarsi nel subconscio.
Nei sogni di Kaze, l'aria era sempre densa di profumi sottili, come di fiori notturni, e c’era un lieve fruscio, simile al vento che scuote le foglie: era la presenza di Hime, delicata ma costante.
A differenza delle convinzioni del serpente di fuoco, la metà sopravvissuta di quello del vento era lo yang, l’energia che dona la vita.
Era questa dote che più distingueva Hime nel suo tempo, la luce che la rendeva, agli occhi di chi la venerava, simile a una dea scesa in terra.
I loro spiriti erano affini: il serpente del vento si era fuso con l'anima più vicina alla sua essenza.
Kaze era la persona giusta per lei, e tra le due si formò un legame invisibile, un filo che vibrava come corde di uno strumento antico, udibile solo nei momenti di più profonda connessione.
Così Kaze e gli altri confratelli liberati mantennero il segreto.
Ogni giorno era una sfida silenziosa: stringere i denti, nascondere le emozioni, recitare una parte sotto gli sguardi attenti dei loro compagni ancora prigionieri del sigillo.
Là dove venivano addestrati a simulare l’empatia, loro impararono l’arte opposta: l’annullamento volontario delle emozioni.
Era come soffocare una fiamma ardente dentro una stanza chiusa, senza lasciare che ne trapelasse nemmeno il calore. Richiedeva nervi d’acciaio e una disciplina incrollabile: i respiri diventavano corti, la voce controllata, il battito rallentato fino quasi a sparire. Solo il silenzio del cuore tradiva la loro tensione.
Quando, oltre ai cadaveri dei bracconieri, il coroner della confraternita – anch’egli liberato e fedele alla causa – ricevette un rotolo con le indicazioni che tempo prima Mamma Orsa aveva fornito, qualcosa cambiò.
Era il segnale: il momento della ribellione era giunto.
Non ci furono parole, solo sguardi rapidi e silenziosi accordi.
Evocarono sé stessi nel luogo dove Kaze aveva lasciato un “segno di approdo”: il chakra che li avvolse crepitava nell’aria come un temporale imminente, lasciando un odore metallico, simile a quello dell’aria dopo un fulmine.
Senza perdere tempo, si mossero come un unico organismo, seguendo le tracce di chakra verso la battaglia definitiva.
Era la fine di un lungo silenzio. Era l’inizio della guerra che avrebbero combattuto non come pedine, ma come uomini e donne finalmente liberi.
Combattere era arduo, non solo perché tutti erano avversari formidabili, ma perché in ogni volto si celava un ricordo, un legame, una storia condivisa.
I ninja mascherati combattevano senza pietà, come marionette mosse da un filo invisibile, mentre quelli a volto scoperto, pur colpendo con decisione, piangevano lacrime di sangue: ogni fenditura della lama era come recidere un pezzo della propria anima.
Mizu e Tailin si affrontarono con furia, una tempesta di acqua e fuoco che illuminava la radura con bagliori accecanti.
Ogni movimento di Mizu era calcolato, preciso come la lama di un chirurgo: la sua mente era fredda, lucida, priva di esitazioni. La fonte del drago pulsava dietro di lei, emanando un ruggito sordo che si mescolava al fragore della battaglia, fornendole un flusso inesauribile di chakra. Intorno a lei l’aria era umida, impregnata di odore salmastro e di pioggia incombente.
Tailin, invece, era tutta istinto e passione.
Il chakra infuocato che emanava dal suo corpo crepitava nell’aria come un incendio, sprigionando calore e un odore acre di cenere.
Ma ora che non poteva più contare sulla vista, ogni passo era una sfida. Si affidava ai suoni, ai cambiamenti impercettibili nella pressione dell’aria, al battito frenetico del proprio cuore che sembrava scandire i movimenti della sorella.
La sua respirazione era rapida, i muscoli tesi al limite, ma non c’era esitazione nei suoi colpi: combatteva con la forza di chi ha qualcosa da salvare, non solo da distruggere.
Se fosse riuscita a mettere KO la sorella, Yamato avrebbe potuto immobilizzarla… e forse, forse liberarla. Era la sua speranza, l’unico filo che la teneva ancorata a quella lotta disperata.
In punto di morte, Kojama le aveva detto che Kaze era già libera dall'oppressione e che era stato fino ad ora costretta a fingere.
Perciò ora mancava di liberare solo Mizu.
Se avesse vinto, se fosse riuscita a riportare Mizu a sé, avrebbero potuto finalmente piangere la madre perduta, morta in circostanze oscure e violente, vittima della smania di potere di una confraternita che aveva tradito i propri ideali.
Non più pedine. Non più nemiche. Solo tre sorelle unite nel dolore e nell’amore.
Mizu, però, non conosceva esitazione.
Dopo un rapido scambio di colpi, schivò un pugno infuocato e si rialzò in piedi, l’acqua che le scorreva intorno come una seconda pelle.
La sua voce fu fredda, tagliente:
«Quindi, per questa tua illusione di libertà, hai perso la vista. Hai perso anche le tue doti di combattimento. I tuoi sentimenti ti rendono debole, sorella.»
Tailin inspirò profondamente. Nell’aria sentì l’odore pungente del chakra di Mizu, freddo e gelido come il mare in tempesta.
Il suo volto si distese in un sorriso feroce, e mentre il calore del suo chakra esplodeva attorno a lei, rispose con voce rovente:
«Fidati, Eilin… ci vedo molto più di te, proprio adesso. E quanto al mio potere… non mi sono mai sentita forte come ora!»
Il terreno sotto di lei tremò quando rilasciò un’ondata di chakra infuocato, che fece evaporare l’acqua attorno con un sibilo acuto e un odore pungente di vapore.
Mizu strinse la mascella, gli occhi duri come la pietra.
«Ti pentirai di aver voltato le spalle alla tua famiglia.»
La sua voce era un sussurro gelido, ma il rancore che conteneva era rovente.
Tailin scattò in avanti, i capelli rossi che si mossero come fiamme al vento.
«Famiglia?» sputò, con un ghigno di sfida. «Avrei molte cose da dire su questo… ma, a differenza tua, io so esprimermi menando le mani! E ora che sono libera… finalmente posso dare sfogo a tutta me stessa!»
Il corpo di Tailin venne improvvisamente avvolto dalle fiamme, ma senza bruciarla.
Le lingue di fuoco danzavano attorno a lei come un mantello vivo, crepitando e ruggendo come un drago furioso.
Concentrò il chakra negli arti, sentendo i muscoli pulsare di energia e dolore, mentre il sudore le scendeva lungo la fronte, mescolandosi alla polvere.
Estrasse le sciabole con un suono metallico secco e, in un istante, schizzò verso la sorella, lasciandosi dietro una scia di scintille incandescenti.
Sembrava una meteora che si scagliava contro l’oceano, un lampo rosso che fendette il vapore.
Mizu non arretrò.
Con un movimento rapido, estrasse due kunai dalla punta lunga dalla fondina fissata alla coscia destra.
La loro lama era impregnata d’acqua mista a chakra, e la loro superficie brillava di riflessi azzurri, simili a cristalli di ghiaccio.
Con un urlo roco, rispose con fendenti micidiali, ogni colpo accompagnato dal sibilo dell’acqua pressurizzata che vaporizzava all’impatto.
L’urto tra le due forze opposte generò una nebbia fitta, calda e pungente, che avvolse l’intera area, rendendo difficile distinguere le sagome.
Il sibilo del vapore si unì al clangore delle lame, in una sinfonia caotica di guerra.
Fuori dal banco di nebbia, Temari notò che Gaara stava tendendo la mano verso la sabbia, pronto a intervenire.
«No, Gaara, fermo! Questo è uno scontro tra loro.» disse, la voce ferma ma con una nota di ansia.
Gaara la fissò con gli occhi stretti, il tono duro.
«Ho detto che sarei stato io a fermare Eilin… a qualunque costo.»
La sabbia attorno a lui iniziò a vibrare, come se reagisse alla sua determinazione.
Temari scosse la testa, stringendo con forza il ventaglio chiuso.
«Lo so. Ho capito che ci tieni a lei. Ma questa battaglia è importante che l’affronti Tailin.»
Inspirò profondamente, cercando di tenere a bada l’emozione che le stringeva la gola.
«Lei è la sorella… è suo compito cercare di salvare la sua famiglia.»
Abbassò lo sguardo, la voce incrinata da un rimpianto antico.
«Come sarebbe stato mio compito cercare di proteggerti… quando ne avevi più bisogno.»
Gaara sgranò gli occhi, colto alla sprovvista da quella confessione.
Il rumore lontano di uno scontro tra ninja sembrò spegnersi per un attimo, lasciandoli soli in quell’istante sospeso.
Lentamente, posò una mano sulla spalla della sorella.
«Non sentirti in colpa di niente. Quel che è stato, è stato.»
Un tenue sorriso addolcì i tratti severi del Kazekage.
«Ora tu mi sei accanto… e questo è l’importante. Non potevo avere una sorella migliore di te, Temari.»
Le parole di Gaara sciolsero un nodo nel cuore di Temari.
Le sue labbra si incurvarono in un sorriso che era un misto di gratitudine e orgoglio.
In quel momento, lo vide non solo come fratello, ma come il capo villaggio che aveva saputo diventare: forte e gentile.
Un fruscio tagliò l’aria: qualcuno, approfittando della loro distrazione, lanciò una raffica di shuriken.
Il suono metallico degli oggetti in volo fece scattare Temari che, con un movimento fulmineo, parò col dorso del ventaglio, producendo un tonfo secco.
Poi lo aprì di colpo, rivelando la prima stella viola, e liberò una potente folata di vento che scagliò via l’avversario, facendolo urtare violentemente contro un albero.
L’urlo del nemico si spense in un tonfo cupo.
«La mia difesa assoluta avrebbe potuto proteggermi tranquillamente.»
La voce di Gaara era calma, ma con una sfumatura di rimprovero.
Temari si voltò verso di lui, gli occhi fiammeggianti.
«Non se ne parla!»
Il ventaglio era ancora aperto, la stoffa tesa come le corde della sua voce.
«In quanto tua guardia del corpo, non permetterò che sprechi chakra prezioso per dei plebei come questi!»
Si drizzò di fronte a lui, con tutta l’autorità della sorella maggiore.
«E poi… sono io la più grande. Decido io!»
Gaara sospirò, sconfitto non dalla battaglia, ma dallo sguardo incrollabile di Temari.
Attorno a loro, il rumore della guerra continuava a imperversare, ma in quel piccolo spazio sembrava esserci solo la loro complicità di fratelli, più forte di qualsiasi conflitto.
All’interno della grotta, l’aria era densa di calore e cenere, mentre ogni respiro bruciava i polmoni.
Le pareti di roccia vibravano a intervalli regolari, come se la montagna stessa avesse un cuore pronto a esplodere.
Kaze e Naruto combattevano fianco a fianco, i loro corpi madidi di sudore e sporchi di sangue e polvere, mentre intorno a loro il clangore di lame e i sibili dei jutsu si fondevano con il rombo crescente proveniente dal centro della caverna.
Gli avversari non erano semplici ninja: erano l’élite della Confraternita, guerrieri temprati da missioni mortali e segreti crudeli, uomini e donne che avevano imparato a sopravvivere a qualsiasi battaglia.
Ogni movimento era preciso, ogni attacco letale. Naruto e Kaze erano due forze portanti, ma i loro nemici erano addestrati per affrontare il peggio.
In più, la grotta non era un luogo sicuro: se Kaze avesse scatenato i suoi pieni poteri, le stalattiti sopra di loro sarebbero potute crollare, e la montagna franare su sé stessa.
L’odore acre di pietra rovente e chakra bruciato saturava l’ambiente, rendendo ancora più difficile mantenere la concentrazione.
Al centro della grotta, Toshiro stava ultimando il rito.
Con mani sicure e occhi ardenti di fanatismo, tracciava simboli antichi con il pennello, intingendolo in un inchiostro scuro che sembrava muoversi di vita propria.
Il suono della sua voce che recitava l’incantesimo era basso e ritmato, come un tamburo lontano che cresceva sempre più forte.
Le pareti cominciarono a tremare, frantumandosi a tratti e facendo cadere schegge di pietra. Dal pavimento saliva un odore di terra umida e di zolfo, segno che il sigillo che per secoli aveva custodito il serpente della terra stava per spezzarsi.
Il frutto di anni di studio, di sacrifici e di vite spezzate stava per compiersi. Così come la Confraternita delle Ombre aveva già ottenuto i primi tre Cercoteri, ora si sarebbe impadronita anche dell’ultimo.
Gli avversari, capendo di dover concludere lo scontro in fretta, unirono le forze, componendo una sequenza di sigilli perfettamente sincronizzati.
Dalle loro bocche esplose un unico, immenso globo di fuoco che illuminò la grotta di una luce rossa e accecante, il calore così intenso che l’aria parve incresparsi come acqua bollente.
Il suono dell’attacco era un ruggito furioso che fece vibrare le viscere di Naruto.
C’erano pochissimi punti in cui scappare.
Kaze, guidata dall’istinto, afferrò Naruto con entrambe le braccia e lo spinse via, facendo da scudo con il proprio corpo.
Un boato assordante riempì la caverna quando l’attacco colpì la roccia, scagliando frammenti incandescenti ovunque.
Il terreno tremò così violentemente che sembrò sul punto di cedere.
«Te l’ho detto… che non avrei permesso a nessuno di farti del male.»
La voce di Kaze era rotta dalla sofferenza mentre si rialzava a fatica.
Un odore di carne bruciata si diffuse nell’aria: la palla di fuoco li aveva colpiti di striscio, e la schiena di Kaze era ustionata.
Ma la sua Innata si attivò d’istinto: la pelle bruciata evaporò, rigenerandosi lentamente, a costo di consumare ancora più chakra. Il dolore la fece tremare, ma non la fermò.
Naruto tentò di alleggerire la tensione, ma la sua voce tradiva emozioni più profonde.
**«La devi smettere, o inizierò a pensare che sei innamorata di me!»**
Il sorriso che gli si dipinse sul volto era un misto di ironia e sincerità: nel cuore, provava davvero qualcosa per quella ragazza unica e coraggiosa.
Poi, con uno scatto di rabbia, alzò lo sguardo verso i loro avversari.
Il blu dei suoi occhi si incendiò di furia.
Afferrò Kaze per le spalle, aiutandola a rimettersi in piedi.
«Siete dei bastardi!» urlò, la voce che rimbombò nella grotta come un tuono.
«Lei è una vostra consorella! Quante volte vi ha salvato la vita in passato, curandovi e proteggendovi!
E questo è il modo in cui la ripagate!?»
I ninja della notte non risposero.
Con un sincronismo agghiacciante, composero di nuovo i sigilli, e dal loro chakra si sprigionarono proiettili di fuoco che sibilavano nell’aria come frecce incandescenti.
Naruto e Kaze si gettarono di lato, rotolando su terreno umido e caldo, mentre il fischio delle fiamme si mescolava al rumore dei detriti che cadevano dall’alto.
Ansante, Kaze gli gridò:
«Naruto! Li devi abbattere!»
La sua voce era dura, disperata.
«Se continuiamo così, Toshiro completerà il rito… e allora sarà troppo tardi!»
«Ma sono la tua famiglia, non posso ucciderli. Anche loro sono dei prigionieri».
«Siamo ninja, nasciamo e moriamo per proteggere le nostre case, i nostri principi. Se li ucciderai, sapranno di aver dato la vita per il loro dovere».
«Non in questo modo! Te l'ho detto, io non posso accettare una cosa del genere, li sconfiggerò a modo mio, anche se loro in compenso faranno brandelli di me!»
Lo sguardo luminoso e deciso dello shinobi della Foglia colpì Kaze, e lei sentì improvvisamente le guance scaldarsi.
Naruto evocò due nuove copie, e il suono sordo delle esplosioni di chakra rimbombò nella caverna.
Con un grido che risuonò tra le pareti di pietra, corse verso gli avversari e lanciò il suo rasen-shuriken: non un colpo diretto, ma abbastanza potente da farli schiantare contro le pareti opposte.
La caverna echeggiava di urla soffocate e sibili del vento generato dall’onda d’urto.
I ninja persero finalmente i sensi e non furono più una minaccia. L’aria, prima piena di tensione e odore di bruciato, iniziò a calmarsi leggermente.
«Kaze, ce l'abbiamo fatta!» Esultò Naruto, ma la bionda non rispose. I suoi occhi erano fissi sul serpente della terra, che ora brillava di un giallo intenso.
Anche Tailin e Mizu si fermarono e ignorarono la battaglia, dirigendosi verso la caverna. I passi sul terreno roccioso scricchiolavano sotto i piedi, il vento portava con sé il sentore della polvere e del chakra residuo.
Gli shinobi della Foglia e della Sabbia notarono lo strano evento e si fermarono, trattenendo il respiro. Tutte e tre le ninja iniziarono a cantare la nenia dalle parole antiche, e le loro voci risuonavano come un eco tra le pareti di pietra, vibrando nell’aria densa di energia.
Toshiro aveva completato il rituale. Mizu si avvicinò al menir e poggiò il palmo su di esso. Un sordo ronzio riempì l’ambiente, come se la pietra stessa stesse respirando.
I ninja della luce tentarono di intervenire, ma altri guerrieri mascherati li ostacolarono. Gaara scatenò un’ondata di sabbia: l’odore terroso si mescolò a quello del fumo e delle scintille residue, mentre il terreno tremava sotto la forza dell’attacco.
Il menir si illuminò e divenne evanescente. Sul piedistallo di marmo apparve un cuore umano, pulsante, come se respirasse. Il leggero tintinnio della pietra sotto la sua energia, unito al battito quasi percettibile del cuore, riempì la caverna di un silenzio surreale, carico di tensione e meraviglia.
«Sì, il cercoterio vuole riunirsi, vuole diventare uno. Mizu, prendilo e dallo a me».
La ragazza fece come ordinato. L’afferrò con la mano destra e si chinò verso il capostipite, sentendo il peso del cuore pulsante che le vibrava tra le dita.
Mentre ciò avveniva, una vocina richiamò Kaze, e lei si voltò lentamente, ancora preda della trance.
«Sorella, non voglio che mi prenda. Se il cuore viene portato via, questo luogo morirà. Era il luogo amato da Hime».
Lo spirito yang che risiedeva in Kaze ribollì di rabbia. Duecento anni fa anche lei era stata portata via dal luogo in cui riposava, costretta a passare da un corpo all’altro, strumento nelle mani di fanatici, mentre la fonte che alimentava si spegneva lentamente. Non avrebbe permesso che la storia si ripetesse.
Risvegliò la coscienza della sua forza portante, e il suo chakra esplose in un’onda vibrante che fece cadere a terra tutto ciò che si trovava nei paraggi. L’aria divenne pesante, elettrica, carica di un sibilo costante e del crepitio del chakra in espansione.
«Questa blasfemia deve finire!» Esclamò, e alla sua voce si sovrappose quella più profonda di Hime, echeggiando tra le pareti rocciose.
Cadendo e sbattendo la testa, anche Tailin fu ridestata. Sentì il suo serpente brontolare nel corpo, ma la personalità dirompente della kunoichi lo mise subito in riga. Inoltre lo sguardo illuminato di giallo di Kaze, austero e ammonitore, proiettato sul serpente, bastò per piegarlo alla sua volontà.
Mizu, però, rimaneva “la testa” del Cercoterio, e non era soggetta al flusso ribelle del serpente dell’aria. Ancora una volta fedele al suo padrone, compose rapidamente i sigilli del drago acquatico. Pochi secondi dopo, un rombo profondo e possente attraversò la caverna. L’aria si riempì di gocce d’acqua sospese e odore di mare salmastro mentre il drago piombava dall’entrata, travolgendo tutto e tutti, amici e nemici, con un boato fragoroso e il sibilo delle correnti d’acqua cariche di chakra.
Yamato e gli altri, che si trovavano proprio lì, vennero investiti in pieno e dovettero lottare per restare a galla. L’acqua si agitava con un fragore costante, scrosciando sulle pareti e sulle rocce, creando un misto di schiuma e spruzzi che colava sugli occhi e sulla pelle. Mizu, moltiplicando le particelle, aveva aumentato il quantitativo d’acqua, e rapidamente la stanza si riempì di un odore umido e acre di minerali e fango smosso.
Finalmente le pareti cedettero e i massi, con un tonfo secco, precipitarono, costringendo tutti non solo a combattere con l’acqua, ma anche a schivare i detriti che rimbalzavano come proiettili tra le rocce. Alcuni ninja della notte, purtroppo, persero la vita, travolti dai massi e dal vortice d’acqua. L’eco dei crolli rimbalzava tra le pareti, amplificando la tensione e il rumore della furia del drago acquatico.
Il capitano Yamato, pronto di spirito, evocò subito dei pali di legno che puntellassero la caverna, ridando stabilità al soffitto scricchiolante. Anche Kaze non rimase a guardare: allargando le braccia, creò un mulinello che raccolse l’acqua entrata, generando un sibilo costante e il crepitio delle correnti che si muovevano vorticosamente. Tailin l’aiutò nel suo intento, scaldando il corpo, così che l’acqua si trasformasse in vapore, riempiendo l’aria di una nebbia calda e umida, e per la sorella dell’aria fu più facile padroneggiare la tecnica.
I ninja della luce e gli altri sopravvissuti vennero quindi trascinati fuori. L’onda si propagò lungo tutto il terreno, allagando la foresta circostante; l’acqua scrosciava tra i tronchi degli alberi e il ruscello, momentaneamente ridotto a un rigoletto, cominciava a riempirsi di nuovo. I ninja vennero “spalmati” a terra, spargendosi su tutta l’area, stremati, con il respiro affannoso e il corpo grondante di acqua. Mascherati e non, giacevano uno accanto all’altro, ormai inermi, mentre l’aria era carica del misto di odore di terra bagnata, metallo e legno spezzato. Anche Yamato e gli altri erano esausti, il chakra ridotto al minimo, i muscoli indolenziti e le mani tremanti per la fatica.
«Tailin!» esclamò Kankuro, vedendola distesa a terra e priva di incoscienza. Strisciò verso di lei, sentendo sotto le dita l’umidità del terreno e l’odore salmastro dell’acqua stagnante. Fortunatamente, respirava ancora; era solo stanca, come lo erano tutti gli altri. Il suo respiro affannoso e il battito irregolare erano gli unici segni di vita tra la quiete che calava dopo la tempesta.
Naruto aprì lentamente gli occhi; il respiro soffiava sulla piccola pozza di fanghiglia che lo circondava. Non riusciva a capacitarsi di cosa fosse successo: prima la sua amica era caduta sotto ipnosi, poi il bagliore del menir che si dissolveva, infine di nuovo Kaze che evocava il suo chakra demoniaco e quella forte ondata che gli aveva fatto battere la testa con un tonfo sordo contro il suolo.
Col respiro affannato, ma deciso a non perdere coscienza, puntellò le mani sul terreno fangoso e cercò di sollevarsi, sentendo la terra fredda e viscosa aderire alle dita. Attorno a sé, Yamato, Sai e Sakura giacevano privi di coscienza, i loro respiri sporadici e lenti.
«Ragazzi! Sakura!» Urlò, dirigendosi verso di lei arrancando sulle ginocchia, che sprofondavano nel fango e chiedevano pietà. Si inginocchiò accanto a lei, cercando di scuoterla delicatamente, mentre il cuore gli batteva all’impazzata.
La ninja dai capelli rosa aprì lentamente gli occhi. «Sas...» mormorò, confondendo la realtà con un abbaglio. Non era il suo Sasuke.
«Sakura, come stai? Ti prego, svegliati!» le disse Naruto, la voce tremante e carica di ansia. «Non so cosa sia successo, ma ora siamo tutti qui fuori dalla caverna».
«Quella ninja della confraternita… è lei che ci ha portato fuori, anche se in maniera un po’ dozzinale». Rispose Sakura, portandosi le mani alla fronte e sbattendo leggermente le palpebre per riacquistare lucidità, mentre un vapore caldo e umido le accarezzava la pelle.
Naruto sollevò il capo e si guardò attorno. Gli unici suoni che si udivano erano i lamenti doloranti dei guerrieri, mescolati allo scrosciare dell’acqua che lentamente defluiva verso l’esterno. «Kaze!» Esclamò, scivolando due, tre volte sul fango, ma doveva rimettersi in piedi, trovare la sua amica.
Una figura avvolta da un bagliore catturò la sua attenzione: era di nuovo la misteriosa manifestazione di Hime versione bambina. Lo fissava, con gli occhi grandi e luminosi, come se lo stesse aspettando. L’aria intorno a lei vibrava leggermente, portando con sé un dolce profumo di fiori sconosciuti, quasi etereo. Naruto capì, in quell’istante, che doveva seguirla.
La bambina fluttuava, ma non andò veloce, poiché il corpo di Naruto era ancora troppo provato. Il terreno si era fatto fangoso e scivoloso, mentre la foresta assorbiva l’acqua in eccesso, producendo un odore intenso di terra bagnata e foglie fradice.
Era ormai calata la notte, il cielo era punteggiato di stelle, ma non c’era la luna. La piccola Hime era come un faro nell’oscurità, un punto luminoso che si rifletteva sulle gocce d’acqua ancora pendenti sui rami.
Infine la vide: al centro di una radura, sotto un albero di ginkgo dalle foglie gocciolanti, era poggiata contro il tronco Kaze, priva di coscienza. I lunghi capelli dorati le incorniciavano il viso, e la pelle diafana la faceva sembrare una bambola inanimata.
Mentre Naruto si avvicinava a lenti passi, vide spuntare dal terreno degli elleboro fuori stagione, bianchi e gialli, che sembravano vibrare di vita propria.
«Kaze» disse con voce tremante, inginocchiandosi accanto a lei per sollevarle il capo.
La ragazza era completamente scarica; nemmeno i tagli si stavano più rimarginando, anche se per fortuna non presentava ferite fatali esternamente.
«Apri gli occhi… ti prego».
Poggiò la fronte alla sua e le carezzò dolcemente il viso, sentendo la pelle fredda e leggermente umida sotto le dita.
Il silenzio era quasi surreale, rotto solo dal leggero fruscio delle foglie e dal gocciolare dell’acqua dai rami del ginkgo, mentre i fiori spuntavano e si muovevano intorno a loro come piccoli spiriti silenziosi.
«Di tutte e tre, lei è stata sempre la mia sorella più affine». La piccola Hime era lì, a qualche metro di distanza, che li osservava con occhi smeraldini brillanti, la sua presenza emanava un calore sottile e confortante.
«Ti prego, aiutami a svegliarla!» disse Naruto, in tono disperato, con le lacrime che gli rigavano le guance e il sapore salato ancora fresco sulla pelle.
La bambina scosse il capo. «Io sono solo una manifestazione della volontà di Hime, una custode di questi luoghi. Ma non posso fare più di così». Il tono era tranquillo, quasi carezzevole.
Poi sorrise e chinò la testa. «La puoi aiutare tu, se vuoi».
«E come? Dimmilo!»
«Io, Kaze e te, ognuno di noi è la parte yang di uno spirito più grande. Noi siamo la manifestazione della vita stessa. Io sono legata alla terra, il mio chakra fa fiorire le piante, rende fertile il terreno. Per Kaze, lei è il soffio della vita stessa.» Fece un passo avanti, il fruscio delle foglie bagnate accompagnava le sue parole. «Tu non sei come noi, è vero. Il chakra di papà era di natura differente alla nostra. Ma anche il tuo spirito, anche per il fatto che sei affine all’aria, può aiutarla».
«Devo donarle un po’ del mio chakra, quindi e così potrà riprendersi?»
Hime sorrise ancora una volta, la sua aura emanava un leggero calore che fece vibrare l’aria intorno a Naruto. «Dovrai attingere al tuo chakra demoniaco e sento che questo ti fa paura, lo capisco. Ma fidati delle tue capacità. Sei un ragazzo coraggioso, saprai aiutare la tua amica.»
Naruto ingoiò saliva, il sapore amaro gli riempì la bocca. Già tempo addietro aveva manifestato la capacità di manipolare il chakra della Volpe a Nove Code; il maestro Jiraya, durante il periodo di allenamento, gli aveva insegnato a migliorarla. Ma se avesse impiegato troppo chakra? I ricordi, seppur vaghi, si mescolavano alle sensazioni vivide del ponte Tenchi: il vento freddo che gli sferzava il volto, il fruscio dell’acqua sotto di lui, e quel brivido di paura che lo faceva tremare.
Il contatto con la ragazza, però, lo aiutò a rimanere con i piedi per terra. Sembrava così piccola e fragile, ora come ora, nonostante la manifestazione di grande forza che più volte gli aveva mostrato. Guardò le sue labbra rosee, morbide e umide, su cui aveva poggiato le sue meno di quarantotto ore prima. Le spostò una paio di ciocche di capelli dal viso e prese un profondo respiro, sentendo l’aria umida e frizzante della notte riempirgli i polmoni.
Nel suo subconscio, la Volpe aprì un occhio, la pupilla infuocata che rifletteva ogni pensiero di Naruto. «Perché dovrei aiutarti?» chiese, con tono scocciato, il ringhio quasi vibrava tra i denti.
«Perché siamo un tutt’uno, anche se ancora ti dimostri ostile nei miei confronti. Ma lascia perdere me, te lo chiedo per Kaze, te lo chiedo per la figlia di Hagoromo».
Il demone inizialmente non rispose, poi sospirò; un vento caldo e carico di energia avvolse Naruto, mentre un artiglio tese e del chakra rosso-arancio fluttuò verso di lui.
Esternamente, Naruto venne avvolto dal bagliore pulsante, percependo un calore intenso e un formicolio lungo le braccia. Lentamente, il flusso si estese anche su Kaze. Il suo chakra reagì, l’innata si risvegliò e i tagli sulla pelle cominciarono a rimarginarsi con un suono quasi sottile di pelle che si richiudeva.
Poi la giovane riaprì gli occhi, e un sorriso illuminò il suo volto. Mettendo a fuoco, vide Naruto. «Come st…» Non poté terminare la frase, che Kaze lo abbracciò e lo baciò immediatamente. Naruto sentì un improvviso calore alle guance, il cuore che batteva all’impazzata, e il respiro che gli si faceva corto.
«Su, su, non ho fatto niente di ché!» Esclamò lui, grattandosi la testa.
«Mi hai salvato, non solo ora. Mi hai dato la speranza. Una speranza che non credevo possibile, ed hai visto oltre la mia armatura.»
«Hai un’opinione troppo alta di me, ma se le mie azioni ti hanno resa felice, anche io lo sono».
Le carezzò di nuovo il viso, sentendo la pelle morbida sotto le dita, e le diede un altro rapido bacio sulle labbra, prima di voltarsi verso dove si trovava Hime bambina.
Quest’ultima appariva triste. «Mi hanno preso. Mi vogliono portare via».
L’aria intorno a lei sembrava farsi più fredda, il fruscio delle foglie e il leggero gocciolare delle ultime piogge sembravano amplificare la sua malinconia.