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← La leggenda di Hime: la reliquia della Terra

Creato il 06/07/2026, 17:56 · Aggiornato il 06/07/2026, 17:57

Capitolo 12: Che significa "amico"?

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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La cascata cadde su di loro in tutta la sua dirompenza.

Gaara ebbe solo il tempo di vedere le figure di Naruto e Kaze scomparire tra le spume dell'acqua, prima di essere travolto anche lui. Era come se un macigno lo stesse schiacciando, l’acqua gli tagliava il respiro e il fragore riempiva le sue orecchie, rendendo impossibile distinguere qualsiasi altro suono.

Ma ecco che qualcosa lo avvolse.

Una corrente diversa, più fredda e innaturale, si cinse attorno al suo corpo come un serpente d’acqua, impedendogli di essere trascinato verso il baratro. Gaara cercò di reagire, di difendersi, ma quella forza lo bloccò e lo trascinò con sé, fino a farlo riemergere di colpo.

Non ebbe nemmeno il tempo di capire cosa stesse succedendo che la corrente lo scagliò con brutalità sulla riva rocciosa. Rotolò sul terreno, sputando acqua, il petto che bruciava per la fatica di respirare.

Una voce, tagliente come una lama, squarciò l’aria:
«Razza d'incompetente, te lo sei fatto sfuggire!»

Gaara alzò la testa di scatto, ancora ansimante, e la vista che lo accolse lo fece gelare.
Toshiro, il capostipite della terra, stava tempestando Mizu di calci allo stomaco con una furia cieca. Ogni colpo risuonava come un tuono sulle rocce circostanti.

«Era Naruto che dovevi afferrare, non questo qua!» ruggì, afferrandola per i capelli e tirandola verso di sé con tale violenza che la ragazza emise appena un fievole rantolo. Gli occhi di Toshiro erano iniettati di sangue, la bocca deformata dalla rabbia. «Se ora è morto affogato, è solo colpa tua! Prega Hime che Kaze sia riuscita ad afferrarlo in tempo o giuro che presto raggiungerai tua madre!»

«Lasciala stare! Come osi fare questo alla tua sottoposta!?» urlò Gaara, con la voce roca ma carica di furore.

Toshiro si voltò lentamente verso di lui, e il suo sguardo era tanto minaccioso quanto sprezzante.
«Non immischiarti, ragazzino. Non sono affari tuoi ciò che faccio con le mie cose!»

Gaara serrò i pugni, fortemente tentato a scatenare la sabbia, se solo il suo chakra non fosse stato inibito, ma un dettaglio lo fece esitare: Mizu non reagiva.

Il suo corpo era inerte, lo sguardo completamente vuoto, come se non fosse nemmeno presente in quel momento. Subiva semplicemente la violenza, senza un accenno di difesa.

Era l'effetto del sigillo di obbedienza: l'addestramento le aveva insegnato che ribellarsi a un superiore significava attivarlo, con conseguenze persino peggiori della punizione fisica.

«Ora cerca d'individuare tua sorella e aggiornami sulla posizione» disse alla fine, scaraventandola a terra come un oggetto inutile.

Mizu cadde pesantemente sul fianco, l’impatto le strappò un gemito soffocato. Il suo volto era livido, segnato da colpi recenti, e il corpo tremava per lo sforzo disumano appena compiuto: aveva trasportato se stessa e due persone attraverso la furia della cascata, sfidando la corrente che voleva trascinarli giù nell’abisso. Il respiro era spezzato, a tratti simile a un rantolo.

Nonostante il dolore, si costrinse a inginocchiarsi, la schiena piegata come sotto un peso invisibile.
La fascia nera che teneva i capelli era scivolata via, lasciando che ciocche scure e bagnate le si incollassero alle guance. Il volto restava nascosto dietro la maschera, ma le gocce d’acqua scivolavano dai bordi, cadendo sul terreno in piccoli schizzi.

Dietro di lei, la lama dello shuriken gigante gocciolava con un suono ritmico, tic... tic... tic, mentre l’acqua stillava dalla punta.

Mizu chiuse gli occhi e, mentre il silenzio si fece quasi irreale, il suo respiro si stabilizzò lentamente. Quando li riaprì, le suoi iridi non erano più scure: brillavano di un azzurro intenso.

«Si trovano a quaranta chilometri da noi.» La sua voce era piatta, priva di emozione. «Il fiume li ha trascinati a valle.»

Fece una pausa, scrutando l'orizzonte. «Lo stato del loro chakra non sembra alterato.»

«Vuoi dire che Kaze non sta tentando di raggiungerci in volo?» chiese Toshiro, le mascelle serrate, il tono carico di irritazione.

«Probabilmente non è ancora in condizioni di ritornare... o, per qualche ragione, sta preferendo spostarsi via terra» rispose Mizu senza muovere un muscolo, mantenendo lo sguardo fisso nel vuoto.

Toshiro tacque per un istante, rimuginando, ma senza dare voce ai suoi pensieri.

«L'importante è che percepisci anche il chakra della Volpe con lei».

«È con lei, su questo non c'è dubbio.»

Un ghigno teso deformò il volto di Toshiro. «Bene, almeno su una di voi si può contare.»

Si chinò bruscamente verso di lei, afferrandola per la mascella con dita dure come morse. «Ma la prossima volta, al prossimo errore... rimpiangerai di essere nata, ragazzina.»

Con uno scatto secco, la spinse via, facendola vacillare.
Mizu non fece alcun suono. Tornò lentamente a inginocchiarsi, come se il dolore fosse ormai un compagno abituale.

Toshiro si allontanò a grandi passi, febbrile.

Mentre si muoveva tra i ruderi, portò subito la mano allo zaino, il cuore che batteva forte. La pergamena!

Quando la toccò, trovandola asciutta e intatta, tirò un sospiro di sollievo. Lo zaino l’aveva protetta dalla furia dell’acqua.

«Eilin, come stai?» chiese Gaara, la voce tesa di preoccupazione mentre si avvicinava di qualche passo, restando comunque pronto a difendersi.

Mizu aggrottò le sopracciglia, il respiro ancora affannoso. Quelle parole la colpirono come una lama invisibile.

«Come fai a conoscere il mio vero nome?» domandò, la voce tremante, ma subito si irrigidì, come se quella domanda fosse un pericolo in sé.

Scosse la testa, confusa, mentre i suoi occhi si spalancavano in un lampo di consapevolezza improvvisa. «E... perché...» balbettò, portandosi le mani alle tempie come per tenere insieme i pensieri che si stavano frantumando. «Perché quando stavi cadendo, il mio unico pensiero è andato solo alla tua salvaguardia?»

Un dolore acuto le attraversò la mente, facendola gemere. Le ginocchia cedettero leggermente e il suo corpo tremò sotto il peso di qualcosa che non riusciva a comprendere. I suoi occhi azzurri lampeggiarono di luce instabile, come se il suo potere stesso stesse vacillando.

Gaara la fissava, serio, ma non ostile.
«Tu stessa me lo dicesti... possibile che non te lo ricordi?» disse lentamente, cercando di raggiungerla con le parole. «Fu quella notte. La notte in cui ti commissionarono la mia uccisione.»

Un silenzio carico calò tra loro, spezzato solo dal rumore lontano della cascata.

Mizu sussultò, mentre nella sua mente affioravano immagini confuse: una stanza buia, l’odore del sangue, e due sguardi che si incrociavano sotto la luce fioca di una lanterna. Il suo respiro si fece irregolare, come se la sola idea di ricordare fosse troppo dolorosa.

«Io... io non...» mormorò, stringendosi la testa tra le mani, combattuta tra l’addestramento che le imponeva obbedienza cieca e quella crepa che Gaara stava spalancando dentro di lei.

SETTE ANNI PRIMA. PALAZZO DEL KAZEKAGE.

Un piccolo Gaara, un bambino che aveva compiuto nove anni, ma che già da tre viveva in un perenne stato di allerta, costretto a guardarsi le spalle e a lottare internamente con la voce e l’influenza dello Shukaku, stava passeggiando sulla terrazza del palazzo del Kazekage.

A soli sei anni, proprio in quel luogo, aveva ucciso Yashamaru, suo zio.
Non che lo avesse voluto, non consapevolmente: era stato un disperato tentativo di difendersi, finito nel peggiore dei modi.

Quella stessa notte, scoprendo che il sicario mandato a ucciderlo era proprio l’uomo che credeva lo amasse, Gaara aveva inciso sulla sua fronte, con la sabbia stessa, il simbolo di "amore". Un gesto disperato, per dichiarare al mondo che l’unica persona che avrebbe amato da quel momento in poi sarebbe stato sé stesso.

Non c’era anima al Villaggio della Sabbia che non conoscesse quel simbolo, diventato la prova visibile del mostro che tutti credevano fosse.

La forza portante dello Shukaku era considerata un esperimento fallito, un’arma che fin dalla nascita aveva portato solo morte e distruzione.
Molti lo temevano e lo odiavano. Persino suo padre, Rasa, non era da meno: ogni volta che Temari e Kankuro cercavano di avvicinarsi a Gaara, Rasa li ammoniva severamente, temendo che venissero uccisi da lui.

Rinnegato dalla famiglia stessa e tradito dall’unica persona che credeva dalla sua parte, la mente di Gaara si era lentamente sgretolata.

Alla fine, era giunto a una conclusione glaciale: se il mondo lo voleva come un folle e sanguinario mostro, allora avrebbe accontentato il mondo.

Immerso nei suoi pensieri solitari, non si accorse subito che la sabbia nella sua zucca stava reagendo a qualcosa.

Si voltò di scatto, ma tutto ciò che vide fu un’ombra fugace che scomparve in un battito di ciglia.

La sabbia si agitò di nuovo, come se avesse intercettato un attacco invisibile.

Gaara serrò gli occhi, pronto a contrattaccare: «Chiunque tu sia, ti pentirai di avermi sfidato.»

Ma prima ancora che potesse reagire, una palla d’acqua lo colpì in pieno petto.

La sua “Difesa Assoluta” scattò istintivamente, formando uno scudo di sabbia.
Tuttavia, l’acqua, penetrando nei granelli, li rese fango, rallentando e indebolendo la barriera.
L’attacco trapassò lo scudo e sbatté Gaara contro la ringhiera della terrazza.

Il colpo fu violento, ma la sabbia riuscì comunque a proteggere la sua testa, impedendogli di rompersi il cranio.

Quando il bambino si rialzò, fradicio, il suo respiro era spezzato dalla rabbia e dalla sorpresa.

In quel villaggio, dove l’acqua era preziosa quanto l’oro, nessuno possedeva una simile quantità d’acqua da usare come arma.
E nessuno, nemmeno tra i ninja del suo clan, aveva un’affinità naturale così potente con quell’elemento.

Gaara strinse i pugni, lo sguardo feroce.
«Chi diavolo sei!?» urlò, mentre la sabbia iniziava a turbinargli intorno, pronta a schiacciare l’invisibile nemico.

Un fruscio, come quello di un ruscello, gli rispose.
Poi una voce giovane ma gelida, echeggiò nel silenzio della notte:
«Non serve urlare, piccolo contenitore... sono proprio qui.»

Dal nulla, l’acqua cadde a terra e prese una forma umana, riflettendo alla luce lunare la figura di un ninja mascherato e interamente vestito di nero. Un po' basso.
I suoi occhi azzurri brillarono come ghiaccio.

Gaara fece un passo indietro, il cuore che batteva come un tamburo.
Quella voce... quella presenza... non appartenevano al Villaggio della Sabbia.
Era qualcosa di nuovo. E pericoloso.

La figura misteriosa aveva con sé una borraccia, dalla quale fece uscire alcune gocce d'acqua che, fluttuando nell’aria, si ricompattarono in una palla roteante sul palmo della sua mano. Si stava preparando ad attaccare di nuovo.

No, Gaara non glielo avrebbe permesso.

Prima che il nemico potesse scagliare l’attacco, avvolse rapidamente della sabbia attorno alle sue caviglie, sbilanciandolo e sollevandolo in aria.

Subito dopo gli lanciò contro della sabbia a forma di cono appuntito, ma l’avversario aveva ancora carica la palla d’acqua e la utilizzò per difendersi.

I due attacchi si annullarono a vicenda, ma questo diede al piccolo ninja vestito di nero l’occasione di agganciarsi con un rampino alla balaustra della terrazza, atterrando su di essa e togliendosi così dalla linea di tiro, nel caso Gaara avesse tentato un secondo attacco consecutivo.

Non appena i suoi piedi toccarono le sbarre, concentrò il chakra alle piante e, con rapidità, corse verso di lui brandendo un kunai.

La lama era impregnata di un chakra celeste che, con grande stupore di Gaara, riuscì ad aprire una breccia nella sua difesa.

Gaara si salvò solo allungando le braccia per bloccare quelle del nemico.

A causa dell’inerzia, l’avversario gli cadde addosso e i due iniziarono a lottare, con il piccolo sicario che cercava di tagliargli la gola e Gaara che tentava disperatamente di fermarlo.

«Che vuoi da me? Lasciami stare!» urlò Gaara, prima di cingere l’avversario con la sabbia, stringendolo in una morsa soffocante.

Il sicario si dimenò un po', ma la stretta gli tolse il fiato, facendogli perdere la presa sul kunai, che cadde a terra.

Gaara aveva il volto deformato dall’odio. Il suo braccio destro si tese, la mano aperta, pronto a chiuderla in un pugno per completare la tecnica: il Funerale del Deserto.

Ora che aveva avuto un momento di tregua, Gaara si rese conto di quanta poca sabbia avesse dovuto utilizzare per creare la sua palla. Solitamente, per affrontare un adulto, non gli bastava così poco. Stava lottando con un bambino come lui.

Il volto dell’avversario era coperto, ma questa volta Gaara decise di scoprire chi fosse prima di eliminarlo.

Per un istante, il ricordo dello smascheramento di Yashamaru gli balenò nella mente come un lampo doloroso, ma lo ricacciò subito indietro per non perdere la concentrazione.

Gli occhi azzurri del sicario brillavano alla luce della luna. Non si agitava come facevano molti altri, quando venivano intrappolati nella sabbia. Non mostrava paura.

Con un movimento secco, la sabbia strappò via la fascia e il lembo della tuta che le coprivano il volto. Una cascata di capelli neri si sparse attorno, ricadendo sul bordo della palla di sabbia.
La sua pelle era chiara come il latte, le labbra rosee e imbronciate, le guance morbide.

Gaara rimase perplesso. Per un attimo si chiese se non stesse combattendo contro una marionetta: quella bambina sembrava una bambola di porcellana.

«Chi ti manda?» le domandò, convinto di non ricevere risposta.

«Non posso dirtelo» rispose lei, cogliendolo di sorpresa.

«Allora sei vera!» esclamò Gaara.

«Certo che lo sono.»

Gaara aveva esitato troppo, e la bambina ne approfittò: richiamò altra acqua dalla borraccia e la fece espandere, sciogliendo la sabbia che la imprigionava.

Cadde a terra, attutendo l’impatto con una mano e un ginocchio, poi alzò lo sguardo verso di lui.

Gaara vide solo un lampo nei suoi occhi, prima di ritrovarsela addosso, le sue piccole mani strette attorno al suo collo.

Sentiva la sua armatura di sabbia resistere con tutte le forze per impedire che le vertebre cedessero, ma percepiva anche che stava iniziando a sgretolarsi, granello dopo granello.

Era davvero la fine? Forse, alla fine, suo padre era riuscito a trovare qualcuno alla sua altezza.

«Questa bambina non prova niente. È come me» pensò Gaara, iniziando intimamente ad arrendersi a quella realtà.

All’improvviso, nell’aria si udì un fischio. Somigliava al richiamo delle aquile del deserto che popolavano quella zona del Paese, ma era insolito che se ne sentisse una a quell’ora.

La stretta attorno al collo rallentò e finalmente Gaara riuscì a respirare di nuovo. Tossì, portandosi le mani alla gola, mentre frammenti della sua armatura di sabbia cadevano a terra.

Si voltò verso di lei, aspettandosi di trovare un sorriso crudele, carico di odio… ma non c’era nulla. Nessuna emozione. Il suo volto era completamente impassibile, come se non stesse provando niente.

Un secondo fischio risuonò nell’aria: era chiaramente un segnale. Lei lo stava aspettando per ritirarsi.

Piegò le ginocchia per saltare via, ma Gaara la afferrò di nuovo con la sabbia, bloccandole la fuga.

«Non puoi andartene come se niente fosse… ora… ora è il mio turno.»
I suoi occhi si tinsero di rosso e la bocca si contorse in un ghigno feroce. L’ira, mista alla fame di sangue dello Shukaku, stava prendendo il sopravvento: quella sconosciuta l’aveva provocato troppo.

«Sei debole» sentenziò lei, la voce sempre piatta e senza emozioni.

«E tu sei già morta!» ringhiò Gaara.

All’improvviso, il corpo di Gaara fu scosso da una sensazione terribile: era come se i liquidi dentro di lui stessero impazzendo. Si abbracciò, cadendo in ginocchio.
«C-cosa mi stai facendo? Perché mi odi?!»

«Io non ti odio. Perché dovrei?» rispose lei, con la stessa calma glaciale.

Gaara ansimò, percependo lo Shukaku premere con forza nella sua mente, urlando per liberarsi. Il bambino voleva reagire, ma il corpo non rispondeva. Si sentiva stordito, come se fosse in preda al mal di mare.

«Perché… perché vuoi uccidermi?»

«Me lo hanno ordinato» spiegò lei con semplicità. «Ma non ho motivo di odiarti, bambino del monocoda. Non mi hai fatto nulla… e comunque il mio ordine è appena stato annullato.»

Fece una pausa, poi aggiunse: «Certo, devi smetterla anche tu, altrimenti non avrò altra scelta e… dirò a tutti che eri troppo stupido.»

«Non… non posso» ansimò Gaara. «Il mio demone… ha sete di sangue.»

«Per questo ti ho detto che sei debole.»

«Non so come fermarlo!»

La piccola kunoichi avanzò verso di lui, scrollandosi facilmente di dosso la sabbia che lo tratteneva, e si accovacciò al suo fianco.
«Posso insegnarti una tecnica di concentrazione che insegnano anche nel mio ordine.» disse con voce calma. «È semplice. Devi solo seguire le mie parole e immaginare il tuo chakra demoniaco come un fiume le cui acque vuoi calmare.»

«E se… se non funziona?»

«Allora sarai destinato a essere vittima del tuo stesso demone. La tua mente continuerà a spezzarsi, proprio come la tua armatura. La gente avrà sempre più paura di te… e alla fine mi chiameranno di nuovo per ucciderti.»

Gaara deglutì, terrorizzato da quella prospettiva. «Va bene… voglio provare.»

Così la bambina gli insegnò le parole che Gaara le avrebbe ripetuto anni dopo, in un suo momento di crisi.
Le ascoltò con attenzione, cercando di calmarsi. Lo Shukaku brontolava e ruggiva nella sua mente, ma la meditazione iniziava a dare i suoi frutti.

Ci vollero diversi minuti, ma infine Mizu riuscì a percepire che il monocoda si era placato. Solo allora rilasciò la sua tecnica, smettendo di mantenere i liquidi corporei di Gaara sotto controllo.

Gli occhi di lei “si spensero”, tornando di un nero pece.

«Ma tu chi sei? Hai dei poteri simili ai miei… sei una forza portante?» chiese Gaara, ancora ansimante.

«Non posso dire niente, altrimenti questo sigillo mi farà attorcigliare la lingua» rispose lei, tirando fuori la lingua per mostrargli il simbolo inciso su di essa.

Gaara la fissò, perplesso. «Sei una ninja assassino allora… Ma sei così piccola, avrai sei anni!»

La bambina aggrottò le sopracciglia, offesa. «Io ho nove anni, proprio come te. Li compirò il mese prossimo.»

«Sei comunque piccola» ribatté Gaara, ostinato.

«Ha parlato il gigante.» rispose con tono stanco.

«Signorino!» La voce di Ebizu proruppe sulla terrazza.

Mizu si mosse per fuggire via, ma non essendo ancora una ninja esperta, le guardie sopraggiunte riuscirono a intercettarla in tempo.
Tentò di riattivare il chakra demoniaco, ma la tramortirono prima che potesse riuscirci.

«Non fatele del male!» gridò Gaara, mentre il saggio lo trascinava via, impedendogli di avvicinarsi.

Si scoprì che il mandante dell'uccisione non era stato il padre, questa volta, ma un nemico del Kazekage che aveva tentato di colpirlo indirettamente, assassinando il suo “figlio demone”.

A quel tempo, però, Rasa stava iniziando a stringere accordi segreti con Orochimaru, e così Gaara aveva ottenuto una nuova possibilità di tornare utile ai suoi piani di conquista e potere.

Per qualche motivo, la confraternita aveva annullato l’accordo con quel rivale, richiamando indietro la piccola kunoichi.

A lungo Mizu fu interrogata, anche con metodi duri, ma il suo addestramento alla resistenza alle torture era già iniziato. Non riuscirono a ottenere informazioni e, alla fine, non poterono fare altro che sbatterla in cella, in attesa che qualcuno venisse a reclamarla.

Passarono trentasei ore.

Quando qualcuno si affacciò alla cella, Mizu era stremata: non mangiava né beveva da tutto quel tempo.

La sua borraccia era stata svuotata la sera stessa della cattura e le avevano tolto ogni arma.
Indossava soltanto i resti della sua tuta, mentre i capelli neri le cadevano scomposti sul viso.

«Sembri uno spaventapasseri» disse una voce.

Gaara avanzò verso la cella. Quando vide meglio il suo volto, si accigliò: era tumefatto dalle botte.

«Perché sei qui, principino di Suna?» chiese lei, con un filo di voce spezzato dalla stanchezza.

La risposta non arrivò subito. Gaara si chinò e posò davanti a lei una piccola brocca d’acqua e un pezzo di pane.

Mizu li afferrò immediatamente, bevendo e mangiando con avidità: era evidentemente al limite delle forze.

«Grazie» mormorò, strofinandosi l’avambraccio sulla bocca per asciugarsi.

Gaara la osservò in silenzio, poi, con un tono quasi esitante, domandò:
«In compenso… posso sapere il tuo nome?»

La bambina sollevò lo sguardo, incerta se rispondere, poi sussurrò:
«Il mio nome in codice è Mizu.»

Gaara guardò la ciotola e la brocca ora vuote e sorrise tra sé e sé. Qualcuno che accettava la sua gentilezza, anche se non sapeva come interpretare l’impressionante inespressività della bambina che la faceva sembrare finta.

«Il saggio Ebizu mi ha detto che fai parte di un antico ordine di ninja ombra. Catturarti è stato un evento raro».

«Ce l'hanno fatta solo perché sono ancora una bambina, tra qualche anno quelle guardie non riusciranno ad arrivare a due metri da me».

«Quindi è vero che non siete degli esseri umani, siete in grado di fare cose che i ninja ordinari non osano fare».

«Anche a te dicono che non sei umano ed è vero?»

Gaara strinse i pugni e guardò a terra.
«Così pare. Il mio stesso nome significa "colui che ama solo sé stesso"».

«Allora immagino di essere stata appena avvelenata».

«No, non erano avvelenate le cose che ti ho portato!» protestò lui, con un’espressione sconvolta.

«Allora forse il tuo non è che un nome in codice come il mio».

Non seppe che dire. In quel silenzio, spezzato solo dal lieve squittio dei topi e di qualche lontana catena, con il tramonto che inondava la cella di un giallo intenso, Gaara fissava quella bambina così misteriosa.

Allungò le mani, sbattendo col petto contro la cella, per cercare di prenderle le mani. Non ci arrivava, e così la sabbia si allungò per lui, trascinando Mizu in avanti.

«Ti prego, dimmi che è realmente così. Rivelami che il mio nome è un altro e che io non sono quell'essere!»

«Non posso dirti ciò che non so, ma posso dirti ciò a cui ho appena assistito. Un bambino gentile mi ha portato da mangiare e da bere, quando ne avevo più bisogno».

Le lacrime rigarono le guance di Gaara. Provò ad aggrapparsi a quelle parole con tutto sé stesso. Gli avevano fatto credere che una piccola scintilla di bontà in lui poteva esserci.

«Posso… Posso chiamarti amica

Mizu sbatté le palpebre e una forte ansia salì nel cuore di Gaara. Ecco, avrebbe detto di "no", era questione di attimi.

«Che significa questa parola, "amica"?»

La risposta lo lasciò spiazzato, ma Mizu non scherzava, sembrava veramente confusa.

«Significa… è qualcuno con cui giochi, chiacchieri, ridi».

Mizu continuò ad essere confusa.

«Non dirmi che non sai cosa sono queste cose…» disse Gaara, incredulo. Non poteva credere a una cosa del genere; lei non aveva proprio idea, e qualcosa che lui desiderava così ardentemente a lei era del tutto sconosciuta.

«Io e gli altri bambini dell'ordine ci alleniamo e, quando i maestri ce lo ordinano, combattiamo per vedere chi è il più forte».

«E poi? Una volta fatto questo?»

«Mangiamo e poi andiamo a dormire».

«Non hai mai avuto il desiderio di raccontarti i segreti con le altre bambine come te?»

«Sì». Gaara sorrise alla risposta. «Ma poi la maestra Koi se ne è accorta e per punizione ci ha preso a frustate perché non possiamo avere segreti».

Il bambino cadde a terra, sul sedere, non riuscendo a credere a ciò che sentiva. In controluce, quel visetto marmoreo iniziò a sembrargli quasi inumano.

«Ma come fate a vivere così?» chiese, balbettando.

«Un'ombra vive al servizio della luce, ma la sua vita non è realmente sua. Se lo stato di "amico" non è utile alla nostra confraternita, allora non è necessario cimentarsi in questo».

Gaara ricacciò dentro le lacrime. Provava rabbia per lei, ma allo stesso tempo la invidiava: almeno lei non soffriva per qualcosa che gli veniva negata, non conoscendola affatto.

«Perché volevi che ridessi, giocassi e chiacchierassi con te?» chiese la bambina.

«Perché nessuno vuole farlo con me… ma pensavo… non so neanche io cosa pensavo. Tutti i bambini hanno paura di me».

«Io non ho paura di te e sono una bambina».

«È vero, tu non ne hai, ma non ti interessa essere mia amica».

«A te sarebbe utile questo stato di amica gli chiese, mentre con la mano destra si andava a massaggiare una guancia arrossata per uno dei pugni ricevuti durante l'interrogatorio.

«Mi farebbe piacere… ma forse hai bisogno di una medicina, ti hanno ridotta male».

«Le mie ferite guariscono in fretta, il mio tipo di chakra è particolare».

«Sei come me, per caso? Anche tu hai un mostro dentro di te?»

«Non posso parlare di questo o mi si arrotolerà la lingua. Vuoi "chiacchierare" su altro?»

«Beh, ecco…» Gaara incrociò le gambe e poggiò le mani sotto il mento, osservando Mizu con attenzione.

Il sole calava lentamente, tingendo le alte mura di Suna di arancio e oro, mentre una leggera brezza muoveva i suoi capelli rossi e portava con sé il profumo della sabbia riscaldata dal giorno.

«Oggi abbiamo avuto giornate lunghe, vero?» iniziò a parlare Gaara, cercando un tono leggero. «Raccontami qualcosa di te… cosa ti piace fare?»

Mizu lo guardò con i suoi occhi nero intenso, ma scosse la testa. «Non ho piaceri personali. Sono al servizio della confraternita.»

Gaara sospirò, ma non si arrese. «Va bene, allora ti racconto delle cose che vorrei fare: un giorno voglio vedere il deserto all’alba, giocare con i venti e far correre la sabbia tra le dita… e magari un giorno anche tu potrai provare».

Lei lo ascoltava in silenzio, il viso impassibile, ma i suoi occhi seguivano ogni parola. Non poteva rispondere con desideri personali, ma sembrava assorbire la conversazione come se stesse immaginando ogni scena nella propria mente.

Quando il sole sparì dietro le alte mura del villaggio, comparvero le prime stelle, scintillanti contro il cielo scuro. Gaara si sentì stanco ma felice, e si congedò da lei promettendo di tornare l’indomani. Lo fece, e così anche nei giorni successivi, mentre la confraternita reclamava la restituzione della prigioniera, creando tensioni tra i consiglieri di Suna, che iniziarono a sospettare che la bambina fosse di origine privilegiata.

Mentre gli adulti si occupavano di alleanze e strategie, Gaara e Mizu trovavano i loro momenti di intimità. Quando le guardie si allontanavano, lui insegnava a Mizu a giocare con la palla o le portava nastri e collane, piccoli oggetti di svago che alle bambine potevano piacere. Lei però non capiva la funzione di quei giochi: farsi fiocchi nei capelli o applicarsi lo smalto alle unghie le risultava inutile, privo di uno scopo pratico.

Segretamente, i capitani di Suna continuavano a tentare di interrogare Mizu e rimuovere i suoi sigilli di segretezza, ma erano troppo sofisticati per essere violati. Di questo, però, la bambina non si lamentava mai; mai una lacrima scese sul suo viso.

«Oggi ti ho portato questo». Le disse Gaara, porgendole un vasetto di cipria e uno specchio. «Così potrai nascondere i lividi. Non sei stanca di vedere il tuo viso arrossato?»

«Io non vedo il mio viso, ma tu sì». Rispose Mizu, osservando il riflesso nel piccolo specchio. «Come "amica" devo nascondere quello che i tuoi soldati mi fanno?»

«No… non è quella la mia intenzione. Anzi, a me dispiace che lo facciano».

«Tanto non smetteranno mai, e non otterranno niente da me». un attimo di silenzio. «Di loro di smetterla.»

«Non mi ascolteranno mai, loro odiano anche me».

Il silenzio cadde tra i due, interrotto solo dal fruscio del vento tra le mura, fuori dalla finestrella della cella, e dal crepitio della sabbia sotto i loro piedi. Gaara sentì un nodo allo stomaco: la bambina era imperturbabile, ma ogni parola pronunciata portava con sé un peso che lui faticava a sopportare.

«E questo è un impedimento? Tu sei un demone, mentre loro sono umani qualsiasi che credono di avere potere su di me. Se non li ho ancora uccisi è perché la confraternita non mi ha dato questo ordine, ma lo sarò se tenteranno di uccidermi. A quel punto non posso dirti quante persone saranno risparmiate, in questo palazzo».

«Se lo farai, la tua confraternita passerà dei guai».

«Non preoccuparti di quello che farà poi in seguito il mio ordine. A quel punto, però, non potrò più garantirti il mio stato di amica».

«No, ti prego… va bene, glielo dirò! Facciamo un patto: se mi dici come ti chiami veramente, ci vado adesso stesso!»

«Non posso dirtelo, mi dispiace».

«Ooh… va bene… non preoccuparti, un amico sa accettare anche questo! Andrò comunque a parlarci».

In quei giorni Gaara aveva ritrovato un po’ di positività. Cercò allora di rivolgersi al vecchio Ebizu e al maestro Baki, per chiedere se potevano lasciarla in pace: tanto lei non avrebbe mai parlato.

«Dimmi, Gaara, con te invece parla?» chiese Baki, osservando attentamente il ragazzo.

«Beh, non proprio. Non mi dice molto, altrimenti la sua lingua si arriccerà».

«È vero, i sigilli che porta sono molto complessi; pur volendo, non potrebbe mai parlare. Ma magari puoi fare in modo che dica delle cose che possano comunque essere di nostro interesse».

«In che modo?»

«Piccoli dettagli, cose che possono sembrare casuali. Ti diremo noi cosa domandarle. Così facendo, non dovrà più essere interrogata».

«Ma non posso ingannarla, lei è mia amica».

Sentire quella parola uscire dalle sue labbra lasciò i due uomini confusi e sorpresi. Lo sguardo di Gaara era più acceso del solito, come se una luce diversa lo avesse attraversato.

«Se sei suo amico, vuoi il meglio per lei, no? Tuo padre non smetterà di trovare il modo di estrarre da lei tutto quello che c’è da sapere. Ma tu puoi fare sì che tutto questo finisca».

Gaara si portò una mano al cuore e aggrottò la fronte, sentendo il peso della responsabilità. «Solo per il suo bene, giusto?»

«Solo per il suo bene». Confermò il maestro Baki, con tono fermo ma incoraggiante.

«Mizu, eccomi!»

Gaara scese le scale e, come al solito, la trovò rannicchiata vicino alla finestrella, gli occhi fissi sul lento movimento del sole che illuminava la stanza con un chiarore dorato.

«Oggi ti ho portato questo involtino, specialità di Suna. È a base di verdure e formaggio, sono sicuro ti piacerà».

La bambina si voltò verso di lui, e notò come le tumefazioni di ieri sembrassero già sparite. «Ah, vedo che sei già guarita, mi fa piacere!»

«Ho utilizzato questa tua cipria, così Gaara potrà accantonare il sentimento della tristezza».

«Oh beh… io…» Si grattò la nuca, un po’ imbarazzato. «Ecco, tieni».

Le porse il fagottino e, come ormai aveva preso l’abitudine, attraversò le sbarre, diventando sabbia e poi di nuovo consistente. Mizu aprì lentamente i due veli che proteggevano l’involtino. Prima lo odorò, lasciando che il profumo di verdure e formaggio le stuzzicasse le narici, e poi ne prese un piccolo morso.

Gaara attese con trepidazione la sua reazione e si accontentò quando la bambina comunicò con un cenno del capo che la pietanza le era piaciuta.

Portò le mani dietro la schiena, stropicciandosi le dita, e distolse lo sguardo da lei per una frazione di secondo.

«Ti va di fare conversazione, mentre giochiamo con la palla?»

«Va bene».

Si sedettero a terra, piede contro piede, facendosi rotolare la palla tra le mani e facendola scivolare sul pavimento. Mizu era diventata più reattiva ultimamente; anche se non lo diceva apertamente, sembrava apprezzare quel gioco.

«Immagino che ti stai annoiando a stare sempre qui, senza far niente».

«In questo momento sto facendo qualcosa. La tua presenza rende meno monotoni questi giorni di attesa».

«Davvero? Mi fa molto piacere. Ma non ti piacerebbe uscire da qui? Non ti manca la tua famiglia?»

«Non provo il senso della mancanza, ma sicuramente rivedere volti noti è sempre meglio che fissare il muro».

«Vedrai che troveranno un accordo e potrai tornare presto a casa. Magari papà si stuferà di tenerti in prigione e potrai farlo anche prima».

«Probabilmente per ripicca mi terrà qui per sempre».

«No, io sono certo che hanno già avviato le ricerche per scoprire chi vi ha commissionato la mia uccisione. Tanto non potrà trattarsi di qualcuno sconosciuto e a caso, no?».

«Di solito i capostipite non tendono a prendere incarichi da mitomani e bellicosi. La nostra confraternita fa in modo che l'equilibrio e la pace nelle sette terre ninja possa durare negli anni».

Dunque era sicuramente qualcuno che aveva mostrato motivi validi per cui lui era ritenuto un pericolo da eliminare.

«Chissà quante guerre segrete avete scongiurato».

«Non so quante, ma la mia confraternita esiste da secoli. Se le fazioni sono disposte ora come ora in questa maniera, è anche grazie a essa».

Mizu diede una manata alla palla, mandandola obliquamente contro i loro sandali congiunti, per poi rimbalzare tra le gambe di Gaara, che non fece in tempo a pararsi. «Punto». Disse la bambina con tono fermo.

«Diventi sempre più brava, accidenti. Tu sei brava davvero in tutto, Mizu!»

«Ho avuto un buon insegnante». Rispose, fissandolo negli occhi. Gaara ebbe l’impressione di scorgere una scintilla di allegria, ma forse era solo la luce del sole che filtrava tra le sbarre della finestra.

«Quanti soldi ti danno per le missioni?»

«Perché lo vuoi sapere?»

«Il maestro Baki mi ha detto che tra qualche mese svolgerò la mia prima missione di livello C. Voglio capire quanto ci guadagnerò. Tu fai già missioni pericolose, volevo farmi un’idea».

«Noi accoliti non riceviamo compenso. Sono i capostipiti ad accordarsi, ma credo sia tanto. Gli adulti ci ricordano spesso che siamo ninja d’élite. Dubito che tra i nostri clienti ci siano signore che perdono il gatto o commercianti che cercano una scorta da un villaggio all’altro».

Il mandante era quindi una persona facoltosa.

«Se ti pagheranno, forse potresti comprarti cinquanta palle».

Gaara rise. «Che ci devo fare con cinquanta palle? Me ne basta una! Magari le metterò da parte, così ti ingaggio per una missione».

«Quale sarebbe la natura della missione?»

«Giocare con me, ovviamente!»

«Quello lo facciamo già. Lo stato di amici non dovrebbe essere gratuito, perché vorresti pagarmi?»

«Lo so, ma i tuoi capi immagino vorranno comunque un compenso, per poterti avere con me. Se ne metterò tanti da parte, potrò giocare con te per un mese intero».

«Sai che non sei come ti hanno descritto nei rapporti?»

«Cosa dicevano di me? Se riguarda me, non dovrebbe essere segreto, no?»

«Che sei un bambino solitario e sanguinario. Ti avrei sicuramente trovato in un luogo isolato, perché nessuno ti vuole attorno. Avendo inoltre un potere che tecnicamente è opposto al tuo, le possibilità di riuscita sarebbero state del 97%. L’importante era sconfiggerti prima che il monocoda prendesse il controllo del tuo corpo».

Gaara abbassò lo sguardo e sospirò. Strinse i pugni e qualche lingua di sabbia si sollevò leggera dal pavimento, trascinata da un vento immaginario della sua rabbia. «Mi perseguitano da anni e mi chiamano mostro… perché dovrei stare con loro? Sto meglio da solo!» Digrignò i denti e strizzò gli occhi, cercando di trattenere le lacrime. «Ma sai, sono felice che qualcuno abbia deciso di mandare te. Tu mi capisci, non è vero? Siamo entrambi due persone solitarie».

«Chi mi ha mandato, però, non aveva a cuore il tuo bene. Se la missione non fosse stata annullata, io a quest’ora ti avrei ucciso. Ti sta bene questo?»

«Di allora chi è stato, se sei mia amica!» Disse, reagendo d’istinto. Sentì lo Shukaku brontolare nel suo stomaco, una vibrazione oscura e inquietante.

«Non posso… mi si…»

«Ti si attorciglierà la lingua, ho capito! Però ora sei mia amica e gli amici si supportano a vicenda. Colui o colei che ti ha mandato da me potrebbe rifarlo. Non piangeresti per me se mi succedesse qualcosa!?» La interruppe, alzandosi di scatto e facendo rotolare via la palla.

Abbassò lo sguardo verso di lei, e il cuore gli salì in gola. Non aveva reagito nemmeno questa volta.

«Non ti importa niente di me?» riprovò a chiedere, con voce tremolante, il tono carico di un’angoscia quasi tangibile.

«Te l’ho detto, io non provo niente. Se tu morissi e se qualcuno poi mi commissionasse la tua vendetta, allora in quel caso agirò, come disposto dalla missione».

«Come puoi definirti un’amica, allora?» Non voleva, voleva solo agitare il braccio per accompagnare il suo sfogo, ma per sbaglio le lanciò contro della sabbia, che la fece sbattere contro il muro con un colpo sordo.

Un attimo dopo, l’acqua nella brocca si mosse da sola, espandendosi in una palla lucente che venne scagliata contro il bambino. Gaara andò a sbattere contro le sbarre, il rumore metallico rimbalzò nella stanza.

«Se il mio stato di "amica" non ti piace più, puoi prendere quelle scale e non tornare più. Il mio ordine impone la totale sottomissione alle percosse, così da abituarci a resistere agli interrogatori dei nemici. Ma dubito che essere amici significhi che anche da essi io debba prenderle. Non sono la tua bambola».

Gaara percepì lo Shukaku agitarsi dentro di lui, un fremito gelido e quasi maligno che sembrava ridere della sua impotenza. Del resto, come poteva aspettarsi che qualcuno rimanesse suo amico per così tanto tempo? Alla fine, anche Mizu l’avrebbe odiato: era il suo timore più profondo, ma anche la sua certezza.

Si alzò da terra, il corpo ancora dolorante dall’impatto, e rimase per qualche istante immobile, avvolto nell’ombra. Gli occhi azzurri di Mizu brillavano nella penombra, fissi su di lui, mentre la sabbia cominciava a sollevarsi lentamente, animata dal suo chakra, per poi dissolversi e permettergli di congedarsi dalla bambina.

Si trovava nella sua stanza, circondato dai peluche a forma di orsetto, quando Baki bussò per entrare.

«Mi dicono che sono un paio di giorni che non vai a trovare la tua amica, o sbaglio?»

«Non è più mia amica. Quella non prova niente di niente, non c'è differenza tra lei e questo orsacchiotto». Rispose, distaccato, senza guardarlo in faccia.

«Hai almeno provato a porle le domande che ti avevo suggerito?»

«Sì, non mi ha detto chi fosse, né se fosse maschio o femmina. Ma di sicuro è una persona ricca, con garanzie e motivazioni tali da rivolgersi alla confraternita, che ha ritenuto opportuno che io sparissi per mantenere l'equilibrio delle sette terre ninja».

«Beh, meglio di niente».

«Vuoi dire che ora potrà tornare a casa?» La voce di Gaara tradì un filo di speranza.

«Vedremo. Intanto hai avuto la certezza che non si tratta di un folle. La Confraternita delle Ombre annovera tra i suoi clienti principalmente i damiyo».

Passarono un altro paio di giorni e Gaara non sentì più parlare della bambina nelle segrete dalle guardie. Nel suo cuore sperava che Mizu fosse stata liberata quella stessa sera in cui Baki aveva parlato con lui.

Si ricordò della sua palla lasciata lì. Se Mizu non l’aveva portata con sé, forse era ancora al centro della cella. Era già notte quando trovò il coraggio di sgattaiolare nella prigione. La gabbia era immersa nell’ombra, ma un fascio di luce lunare illuminava proprio la palla. La luna piena rifletteva il suo bagliore argentato sulle sbarre.

Non appena la raccolse, però, percepì un fruscio provenire da un angolo buio.

«Chi c'è?»

«mwi hawno blwato il cwacra». Sussurrò una voce flebile.

Il cuore di Gaara prese a battere all’impazzata. A passi lenti si avvicinò a quello che sembrava un mucchietto tremante.

Le toccò delicatamente la spalla e Mizu reagì, rannicchiandosi su sé stessa come un animale spaventato.

«Che ti hanno fatto?»

La trascinò verso la luce della luna e scoprì che della sua tuta non erano rimasti che pochi cenci. Piccoli sigilli di blocco del chakra erano stati applicati sugli arti e sul petto. La bocca era incorniciata di sangue, semiaperta, come se respirare fosse un’impresa.

Si inginocchiò al suo fianco e le sollevò la testa con delicatezza, il cuore stretto dalla rabbia e dal dolore.

«Il maestro Baki mi aveva detto che ti avrebbero liberata… perché ti hanno fatto questo?» I suoi occhi scrutavano ogni ferita, ogni livido, ogni segno di tortura sul corpo della sua amica.

«Lowo… lowo… voweano il nowe». Tossì sangue. «L'uwico mowo era blowcare il fluswo di cwakra, cowì… wa mia wingua». Estrasse la lingua, gravemente ferita, ridotta a un moncherino.

«Potevi farli fuori, loro non sono nulla in confronto a te!»

«Now mi portwawi più tu il ciwo. Lo wanno drowato e poi mi hawno mewso i sigilwi».

Le forze la abbandonarono e Mizu perse conoscenza.

Il volto di Gaara si fece scuro, un abisso di sentimenti negativi lo attraversava. Lo Shukaku, quella notte più potente grazie al plenilunio, ruggì nella sua testa, quasi gioendo della furia del suo ospite.

«Come sarebbe a dire che l'hanno martoriata? Avevo inviato un falco alla confraternita per comunicare loro che potevano venire a riprendersi la bambina!»

Baki era furioso, la voce tremava per la rabbia mentre aveva appena ricevuto il rapporto dettagliato sulla rimozione forzata del sigillo del silenzio, esito negativo dell'interrogatorio incluso.

«Maestro Baki, io ho ricevuto l'ordine dal consiglio stesso. Ci hanno detto che era la volontà del Kazekage».

Il suo assistente era pallido in viso, le mani tremanti mentre parlava.

Baki batté un pugno sul tavolo, facendo volare via la sua tazza di tè e il liquido caldo spruzzò sulle carte. «Quella è figlia di gente che, piuttosto che tradire i propri segreti, si suiciderebbe. Vengono addestrati fin da piccoli a questo stile di vita: era ovvio che non vi avrebbe detto niente. Se ce li inimichiamo, l'attentato a Gaara sarà l'ultimo dei nostri pensieri!»

«La bambina, però, è sopravvissuta».

«Hai visto le sue condizioni? È stata portata in infermeria?»

«No, maestro, non lo so».

«Allora è ancora lì sotto!»

Il jonin, seguito dall'assistente e da altre guardie, si precipitò verso le prigioni. Il suo volto era oscuro, un fascio di nervi e preoccupazione che quasi sembrava far vibrare le pareti e il pavimento sotto i suoi passi.

Un odore pungente di sangue e viscere entrò con prepotenza nelle narici degli uomini.
«Cosa è successo qui?» commentò uno dei ninja, già sull'orlo dell’attacco di panico.

Le luci alle pareti tremolavano, fioche, incapaci di illuminare più di quanto bastasse a intravedere le sagome e i corridoi. Per avanzare, l’assistente di Baki tastò una parete: era umida e appiccicosa al tatto.

«Che strano, è un po’ troppo silenzioso» disse Baki, mentre l’assistente avvicinava l’accendino alle dita.

«Ma questo è sangue!» esclamò con profondo terrore.

Uno di loro riuscì finalmente a trovare il generatore di emergenza. Le luci si accesero e la scena che si presentarono davanti era un orrore puro: pezzi di corpo ovunque, sangue, viscere, un macello che nessuno avrebbe potuto immaginare.

Si affacciarono alle guardiole, alla sala degli interrogatori, nei bagni: nessuno spazio era rimasto intatto dalla furia omicida.

Quando giunsero alla soglia delle scale, sentirono una risatina allegra.

«Mizu, che ne pensi di questa, è abbastanza tonda? Secondo te quanto varrebbe?»«No, guarda, questa palla è senza capelli, è molto più buffa».

Baki riconobbe in quel tono ilare e innocente la voce di Gaara. Il cuore gli si gelò: sapeva già cosa avrebbe visto. E, in effetti, poco dopo i suoi occhi confermarono l’orrore. Tutti i cadaveri erano privi di testa. Gaara le aveva portate nella gabbia di Mizu, la quale era appena cosciente e non reagiva.

Gaara parlava con occhi paonazzi e un sorriso ampio, mostrando una a una le teste dei malcapitati.
«Credo che siano cinquanta, sai? Ora le conto meglio. Comunque avevi ragione, è divertente averne così tante!»

Le passava tra le mani, facendole volare come palloni, senza preoccuparsi che il sangue schizzasse sul suo viso e sui vestiti. Alcune le muoveva con lingue di sabbia, come se stesse manovrando marionette.

«Gaara. Cosa hai fatto?» chiese il maestro, ma il bambino rimase seduto, senza voltarsi. «Perché hai fatto una cosa del genere?»

«Mi hai mentito, maestro, avevi detto che sarebbe stata libera».

«Così avevo disposto, ma il consiglio e tuo padre hanno voluto altrimenti. Fidati, non avrei mai voluto…»

Non riuscì a terminare la frase: una lingua di sabbia gli volò accanto come un proiettile, sfiorandolo senza colpirlo.

Attirato da uno strano gorgoglio, Baki si voltò lentamente verso il suo assistente, che ora si teneva le mani sul collo. Il secondo dopo, la sua testa rotolò a terra.

Gli altri uomini presenti urlarono dal terrore e tentarono di fuggire, ma la sabbia di Gaara era veloce e spietata. In pochi attimi, il maestro si ritrovò da solo.

Cadde a terra e strisciò indietro, premendo la schiena contro la parete, il respiro affannoso e i sensi in allerta. Davanti a lui, Gaara stava in piedi, gli occhi gialli con pupille a croce, lo sguardo fisso e l’ombra dello Shukaku che si espandeva fino a riempire l’intera stanza. L’aria era densa, carica di un’energia inquietante che faceva vibrare le pareti.

Baki era certo che la sua vita fosse giunta alla fine. Il cuore batteva all’impazzata, le mani tremavano e un sudore freddo gli scendeva lungo la schiena.

Ma così non fu.

Una forte folata di vento investì Gaara, facendolo sbattere contro il muro con un tonfo sordo. Polvere e sabbia volarono nell’aria, pizzicando la pelle del jonin.

Baki non riusciva a mettere a fuoco cosa fosse appena successo, quando qualcuno lo colpì alle spalle, facendolo svenire all’istante.

Rinvenne dopo un po’ e, quando riuscì a mettere a fuoco la vista, notò che nella segreta erano presenti due nuove persone, vestite interamente di nero: un uomo con occhiali da sole a lente cerchiata e una bambina con una lunga coda bionda.

Baki era certo che Mizu, la bambina che avevano avuto in custodia, fosse ormai in fin di vita, orribilmente ferita e inerme. Invece, lì davanti, era in piedi, lucida e in perfetta salute, con uno sguardo deciso che contrastava con la fragilità che pochi giorni prima l’aveva caratterizzata.

«Si è risvegliato, maestro» commentò l’uomo, con tono cordiale e quasi allegro. «Credo che qui gli addetti alle pulizie avranno molto da fare!»

«Chi s-siete?» balbettò Baki, ancora confuso e scosso.

«Siamo la famiglia di Mizu, siamo venuti a riprendere la bambina dal suo soggiorno estivo».

«Ma lei, lei… era…»

«Oh, era solo un po’ sporca in faccia, ma adesso è tornata graziosa come lo è sempre stata, non trova?»

Mizu, però, non stava ascoltando. Si era diretta verso Gaara, ancora stordito dal colpo subito e dalla perdita improvvisa della possessione del demone. Con un gesto delicato, gli tastò il polso per assicurarsi che battesse ancora. Il contatto fu sufficiente a farlo sorridere.

«Stai bene?» chiese lui.

«Sì, ora sì, sono guarita» rispose Mizu, con un filo di voce, ma con gli occhi pieni di vivacità.

«Mi fa piacere. S-scusa se ti ho spinto l’altro giorno… non l’ho fatto apposta» mormorò Gaara, arrossendo leggermente.

«Io mi devo scusare a mia volta, per averti mandato via. Mi sono molto annoiata quando non sei venuto più a trovarmi» replicò la bambina, con un sorriso sincero.

«Maestro Kojama, perché escono stelle dai suoi occhi?» chiese Kaze, notando l’espressione buffa del maestro Kojama, tra sorpresa e ammirazione.

«Beh… Mizu, ora puoi lasciare andare Gaara, ci penserà Baki a lui» disse l’uomo, con tono rassicurante.

La bambina lasciò la mano dell’amico, ma bastò un attimo che i loro occhi si incrociassero di nuovo perché lei lo abbracciasse di getto. Il sigillo di obbedienza iniziò a mandarle fitte, tentando di sopprimere il sentimento di affetto, ma lei si strinse a lui con forza, determinata a non staccarsi.

«Non ho più il sigillo del silenzio, al momento…» gli sussurrò all’orecchio, la voce un filo tremante ma dolce. «Quindi ora posso dirti come mi chiamo veramente».

«Non ho memoria di ciò che mi hai appena raccontato» confessò Mizu, alla fine del racconto, mentre si rialzava, e Gaara ne fu profondamente dispiaciuto.

«Dopo il nostro incontro, i miei tormenti non cessarono, e l’uccisione di quegli uomini non fu né la prima né l’ultima volta che tolsi la vita. Anche io sono stato una sorta di “macchina da guerra” per il mio villaggio. Poi, però, grazie a Naruto ho capito che potevo essere qualcun altro, e ora sto gradualmente ricomponendo i pezzi del mio animo. L’unica cosa positiva del mio rapimento, probabilmente, è stata che ho avuto una sorta di rinascita, e ora voglio guardare solo al futuro».

«Suppongo che si debba rispondere “sono felice per te”» disse lei.

Gaara provò ad avvicinarsi, ma la ragazza fece un passo indietro, il vento leggero che le sollevava qualche ciocca di capelli corvini.

«Ho creduto, a un certo punto, che il nostro incontro fosse solo un sogno. Ero arrivato al punto che l’unico modo per sentirmi vivo fosse togliere la vita agli altri. Così, una morte in più o in meno era solo un sasso lanciato in un fiume di sangue. Poi, però, ho rivisto i tuoi occhi, e il mio cuore ha gioito nel capire che il nostro incontro era stato reale. La mia amica».

«Come ti ho già detto, non ho memoria di tutto questo, ma conosci il mio vero nome. Probabilmente i miei superiori hanno avuto un motivo per rimuovermi questo pezzo di vissuto».

Il vento si alzò, accarezzando i capelli della ragazza, ormai quasi del tutto asciutti, e il silenzio della terrazza rocciosa sembrava sospeso. Mizu scrutava l’orizzonte, come in attesa che Kaze o forse Ho dessero un segno del loro ritorno.

Essendosi ritratta, Gaara non tentò di nuovo di avvicinarsi. Tuttavia, i ricordi di quei giorni si intensificarono, ora che le aveva raccontato tutto ciò che sapeva.

Lui, grazie al potere dell’amicizia, era stato redento. Ma chi avrebbe fatto lo stesso per Mizu? Aveva provato a esserle amico in un tempo in cui non poteva neppure aiutare sé stesso. Forse era destino che si ritrovassero. Ora, con la sua esperienza, poteva provare a fare la differenza.

Il problema è che era suo prigioniero e il loro futuro rimaneva incerto. Forse, questo famoso destino voleva solo riscattare la sua vita, sfuggitagli anni prima, per un caso fortuito.

Se Mizu doveva essere la sua carnefice, a lui andava bene.

Toshiro ritornò poco dopo, il respiro appena accelerato. Un sottile strato di polvere gli copriva le spalle e i capelli, segno che aveva attraversato cunicoli e passaggi stretti.

«Più avanti dovremmo andare incontro a delle antiche trappole» disse, asciugandosi la fronte con il dorso della mano. «Sicuramente saranno marcite col tempo, ma non si sa mai».

Sputò a terra con fastidio. «Accidenti, se non fosse stato per quel moccioso della Foglia non avremmo avuto ritardi. Kaze ci avrebbe potuto fare da apripista».

«Se lei è d’accordo, ne approfitterei per avvisare la Confraternita dello stato della nostra missione» propose Mizu, già chinandosi a rovistare nella borsa che portava legata in vita.

Gaara inarcò un sopracciglio, i suoi occhi color giada stretti in un’espressione di diffidenza. Non erano stati dichiarati traditori? O era stata una menzogna sin dall’inizio? Altrimenti, a che pro avrebbero avuto interesse a rapire lui e Naruto? Quest'ultimo, a quanto pare, costituiva anche un elemento chiave per i loro obiettivo. Era tutta una combutta.

Mizu scrisse in fretta un messaggio, le dita che scorrevano sicure sulla pergamena, poi lo posizionò su un sigillo. Nel momento in cui lo toccò, il foglio svanì in una piccola nuvola di fumo grigio, lasciando nell’aria un vago odore acre di bruciato.

«Sapete che avete commesso un atto gravissimo rapendo il Kazekage?» disse con voce ferma, anche se le mani tremavano appena. «Il mio villaggio non ve la farà pagare liscia».

«Il Kazekage non avrebbe mai dovuto lasciare il suo villaggio incustodito» ribatté l’altro, con un tono gelido e distaccato. «Ma tu sei solo un ragazzino che non ha ancora finito di dimostrare chi è, troppo accecato dal desiderio di agire, senza pensare alle conseguenze».

«Probabilmente ho sbagliato,» ammise Gaara, serrando i pugni. «Ma anche voi vi siete macchiati di un’onta gravissima. Nessuno si fiderà più del vostro ordine».

L’uomo rise, un suono basso e amaro. «Se la nostra missione avrà successo, non dovremo più vivere alle dipendenze di nessuno. Ci prenderemo ciò che vorremo e il nostro sangue non sarà più versato per situazioni create dai damiyo o da voi, ninja della luce. Se non fosse per noi, le tenebre avrebbero inghiottito i Paesi già molto tempo fa».

Gaara lo fissò con uno sguardo carico di disprezzo. «E piegandosi a voi, quindi, tutto andrà bene? Magari applicando a tutti un sigillo di obbedienza, riducendo le persone a creature prive di personalità?»

«Gli umani sfruttano il libero arbitrio a sproposito» replicò l’uomo, il tono duro come pietra. «Se necessario, sì… anche il sigillo potrà essere una soluzione, se le circostanze lo richiederanno».

Gaara digrignò i denti. «Senza sapere cosa sia l’amore, il divertimento… senza neanche conoscere il significato della parola “amico”».

«Tu parli solo dei sentimenti positivi» ribatté l’altro con un lampo di rabbia negli occhi. «Ma sappiamo entrambi che dove c’è amore, nasce anche l’odio… e l’uomo preferisce odiare piuttosto che amare. Prima o poi qualcuno doveva mettere un freno a questo circolo vizioso, e l’abbandono dell’umanità potrebbe essere l’unica soluzione».

Con un movimento fulmineo, Toshiro si avvicinò a Mizu e le puntò un pugnale alla gola. Il freddo metallo sfiorò il lembo di tuta del collo. «Vedi? Nessuna reazione» disse, la voce venata di un ghigno perverso. «Sa che, se solo lo volessi, potrei tagliarle la gola… e non proverebbe niente. È per mano dei damiyo che lei ha ucciso e ucciso ancora. Ma se non fosse per loro, le sue mani non sarebbero macchiate di sangue. Senza obiettivi né ambizioni, il suo unico scopo sarebbe quello di vivere nel modo più semplice che la natura richiede: mangiando, bevendo, dormendo».

«Ma questa non è vita!» ribadì Gaara, la voce rotta dall’indignazione.

Toshiro si voltò verso di lui, gli occhi scintillanti di disprezzo. «Parli proprio tu! Nessuno ti ha obbligato a fare niente, eppure il tuo curriculum parla chiaro. Persino agli esami Chunin hai ucciso. Non solo una spia di Orochimaru, ma persino dei poveretti che, per quanto delinquenti, non meritavano certo quella fine.» Strattonò Mizu, spingendola via, e puntò l’arma verso Gaara con un gesto rapido e minaccioso. «Con un sigillo di obbedienza non avresti mai ucciso per mero capriccio. Assassino.»

Gaara inspirò profondamente, cercando di contenere la rabbia che gli bruciava nel petto. «Anche un assassino può redimersi, se gli viene data la possibilità, ma solo se gli si permette di vivere e di fare le proprie scelte» ribatté con voce tremante ma determinata. «Tu mascheri le tue ambizioni di potere dietro la scusa delle ingiustizie del mondo. Sei tu il vero ipocrita.» Poi il suo sguardo si spostò su Mizu, colmo di dolore e rabbia. «E non ti perdonerò mai per quello che le hai fatto fare, per ciò che le hai preso e per ciò che le hai tolto. Sono già morto una volta… non morirò una seconda, e non prima di averla strappata dalle grinfie della confraternita».

Toshiro socchiuse gli occhi, un sorriso freddo sulle labbra. «Oh, certo che hai avuto un bel salto di personalità da quando eri più piccolo, lo ammetto. Ma non ti conviene provare dei sentimenti per una come lei. Non potrai mai ricavare sangue da una pietra.»

Ma Gaara sapeva che non era vero. Gli esseri umani non sono paragonabili alle pietre. E questo valeva soprattutto per Mizu.

Non aveva dimenticato il calore del suo abbraccio, gli occhi che si illuminavano ogni volta che lo vedevano, la dolcezza della sua voce quando, con un filo di emozione, gli aveva confessato il suo vero nome.

«Mizu, sferrerai un pugno all’onorevole Kazekage.»

La ragazza avanzò lentamente, come in trance, portandosi di fronte a lui. Il pugno destro era stretto, le nocche bianche per la tensione, il braccio teso e pronto a colpire.

Gaara la fissò intensamente, cercando nei suoi occhi un barlume di coscienza, e per un istante lo vide: un tremito impercettibile, un lampo di esitazione che gli strinse il cuore.

«Mi hai sentito?» urlò l’uomo alle sue spalle, la voce tagliente come una lama. «Ti ordino di colpire Gaara del Deserto in pieno volto!»

Il pugno partì con violenza. Gaara cadde su un ginocchio, il respiro spezzato mentre un rivolo di sangue gli scivolava dall’angolo della bocca.
Senza la protezione della sua armatura di sabbia, il colpo aveva raggiunto la pelle nuda e lo zigomo sinistro prese subito a pulsare di dolore. Sulla sua carnagione chiara stava già fiorendo un livido scuro, che tendeva rapidamente al violaceo.

«Ringrazia che mi sono limitato solo a questo» disse l’uomo, la voce carica di un compiacimento crudele. Poi posò una mano sulla spalla di Mizu, come un padrone che rivendica il possesso del proprio schiavo. «Lei farà tutto ciò che le verrà ordinato… fino alla morte.»

Gaara sollevò lo sguardo, rabbioso, ma trattenne le parole che bruciavano sulle sue labbra. Non era la sua incolumità a preoccuparlo: temeva per Mizu.
Quell’uomo era privo di scrupoli, divorato da un ego smisurato. Provocarlo adesso sarebbe stato solo un atto di follia… e Gaara non poteva rischiare di peggiorare ulteriormente la posizione della ragazza.

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