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← La leggenda di Hime: la reliquia della Terra

Creato il 05/07/2026, 11:19 · Aggiornato il 05/07/2026, 11:19

Capitolo 11: Il mistero di Kaze

@ladyele1991LadyEle1991
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  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Il maestro Kojama non sopravvisse a quel mattino: le ferite erano troppo gravi.

All’aperto, sotto il cielo appena rischiarato dal sole, Tailin rimase a osservare la cerimonia silenziosa mentre il corpo dell’uomo veniva fasciato e sigillato in uno dei rotoli di Kankuro. La brezza mattutina le accarezzava i capelli rossi e il volto, portando con sé l’odore di erba bagnata e di legno umido. Stava in posizione militaresca, le gambe leggermente divaricate, le mani congiunte dietro la schiena. Lo sguardo era fisso e fiero, la divisa perfetta, le sciabole appese dietro la schiena che riflettevano debolmente i primi raggi del sole.

«Qui l’ombra si dissolve, l’eroe della confraternita può ora liberarsi dalle sue spoglie mortali e ricongiungersi tra le braccia di Hime».

Non appena il corpo di Kojama si dissolse in una nuvoletta di fumo argentato, il canto degli uccelli si spense quasi per rispetto. L’aria fresca della mattina sembrava trattenere il respiro, e un brivido le percorse la schiena. Il cuore di Tailin si riempì di un dolore lancinante e, senza pensarci, corse via tra l’erba alta, sentendo sotto i piedi il terreno umido e il fruscio delle foglie bagnate, lasciando dietro di sé un’eco di vuoto e perdita.

Non molto tempo dopo, un topolino della “ultra-illustrazione” di Sai la individuò e, esplodendo, riferì immediatamente al suo padrone.

«Deve essere veramente doloroso. Sai, io ne ho solo un vago ricordo, ma credo che porti a un profondo scompenso emotivo». Disse il ragazzo dai capelli corti e neri, calmo e distaccato come sempre.

Tailin era seduta sotto un albero, le ginocchia abbracciate al petto, le foglie ancora umide della pioggia notturna frusciante leggermente al vento. «È una sensazione bruttissima. Il maestro non poteva trovare modo peggiore per farmi ricordare come è provare questo tipo di “empatia”».

«Se ti può consolare, anche io non vorrei iniziare a provare dei sentimenti in questa maniera. Credo si debba dire così, quando si vuole consolare qualcuno: io ti capisco».

Tailin alzò lo sguardo verso di lui, la luce filtrata tra i rami le illuminava appena il viso, creando un controluce che esaltava il contorno dei suoi occhi arrossati. «Non lo fai bene».

«Che cosa?»

«Il sorriso, si capisce che è forzato. Non c'è bisogno che reciti la parte con me, ragazzo della Radice. Puoi tranquillamente mostrare la tua reale faccia».

«Hai ragione». Disse lui, distendendo i lineamenti. «Ma pur fingendo, vorrei realmente sorridere ad un amico e fargli capire quanto mi dispiace.»

«Mi ritieni una tua amica, dopo tutto quello che vi ho fatto?»

«Anche io ho la mia bella dose di errori, e tutti compiuti per eseguire gli ordini dei miei superiori. Pensa che per un periodo ho persino finto di essere alleato di Orochimaru, solo per avvicinare Sasuke Uchiha ed ucciderlo».

«E Naruto Uzumaki ti ha perdonato? Dai rapporti, mi risulta sia abbastanza fissato con il suo amico».

Sai ridacchiò leggermente, il suono leggero e caldo tra il fruscio delle foglie. «Sì, mi ha perdonato ed ha anche iniziato a considerarmi un suo amico. Se non avessi permesso il suo rapimento, avresti scoperto quanta solidarietà e compassione esso provi verso il prossimo, soprattutto per chi ha un passato simile al suo».

«Allora, magari, potrà essere d’aiuto alle mie sorelle».

«Probabilmente lo sarà, perciò mentre lui non è qui, io proverò a seguire le sue veci».

Sai le porse una mano, il contatto caldo e rassicurante tra le dita, e insieme si rialzarono, i piedi che affondavano nell’erba bagnata mentre tornavano indietro tra i primi raggi di sole del mattino.

Kankuro non lo mostrò apertamente, ma un piccolo fastidio gli serpeggiava dentro: a scoprire dove si era nascosta Tailin era stato Sai e non lui. Perlomeno, si sentiva abbastanza certo che da quel ragazzo non ci si potesse aspettare molto in ambito flirt con le ragazze.

«Tailin, va meglio adesso?» chiese il maestro Yamato, la voce ferma ma attenta. «Dobbiamo assolutamente muoverci, abbiamo perso molte ore preziose. Sai dirci dove sono dirette le tue sorelle e Toshiro?»

Tailin scosse il capo. «Dopo aver recuperato la mappa, alla "caverna dei cuori separati", il maestro non ci ha permesso di esaminarla. Ha continuato a consultarla lui privatamente».

Saperlo scoraggiò il gruppo, ma la ragazza non aveva ancora terminato. «Io, però, ho il compito di riunirmi alla squadra. Dovevo uccidervi e poi raggiungerli».

«E come avresti fatto?»

«Mizu ha la dote innata di percepire il chakra demoniaco. Anzi, posso affermare con certezza che quando mi avete torturata, anche lei ha vissuto tutto questo in prima persona».

«Perciò sarà lei a trovarti?»

Tailin annuì, lo sguardo fisso sull’orizzonte, verso le alture ove intuiva si sarebbe recato il gruppo. «Devo mandarle un segnale con il chakra, per farle sapere che sto bene e, attraverso nostra sorella Kaze, mi informerà della loro posizione».

«Molto bene, allora contiamo su di te». Yamato le rivolse un sorriso carico di speranza, ma subito aggrottò la fronte. «Nel nome del maestro Kojama, noi ti stiamo dando fiducia, nonostante fino a un paio di giorni fa tu fossi nostra nemica. Fai sapere a tua sorella che stai bene e torna da loro. Noi ti seguiremo a distanza».

«Capitano Yamato». La sua voce era seria, decisa, mentre gli porgeva la mano sinistra. «So che devo ancora guadagnarmi la vostra fiducia, perciò vi do il permesso di incidermi un sigillo che le permetterà di uccidermi qualora io tradissi questa fiducia».

Yamato la fissò negli occhi, l’incertezza mista a rispetto sul volto. Con delicatezza prese la mano tra le sue e, con un pennello, incidette un kanji sul palmo.

Tailin lo osservò: "libertà".

«Kojama voleva che fossi libera, libera di prendere le tue decisioni. Che tu voglia aiutarci o meno, questa sarà d’ora in poi una tua scelta. Ti prego solo, prima di fare qualsiasi azione, di riguardare quella parola».

La ragazza deglutì con forza, cercando di ricacciare indietro le lacrime. Da chi non provava nulla, era passata a un’emotività intensa e travolgente. «Io… io ho già preso la mia decisione».

In pochissimo tempo, l'accampamento era già stato smantellato e il gruppo finalmente pronto a tornare all'azione.

Tailin si posizionò al centro della radura, mentre gli altri si nascosero tra gli alberi, i rami che frusciavano sotto i loro movimenti silenziosi. Congiunse le mani nel simbolo della capra e, quando riaprì gli occhi, questi brillavano di un rosso-arancio intenso. Una colonna di chakra si levò alta, vibrante, fin sopra le cime degli alberi.

Non passarono che pochi istanti prima che Mizu si fermasse e voltasse lo sguardo verso i boschi. «Ce l'ha fatta, è pronta per rientrare».

«Oh finalmente!» esclamò Toshiro, il sollievo evidente nella voce. «Ci ha messo più tempo del previsto, evidentemente quei tipi erano più tenaci di quanto immaginassi, ma finalmente ce ne siamo liberati».

Gaara e Naruto stentarono a credere alle proprie orecchie: no, i loro amici non potevano essere stati annientati.

Kaze, senza esitazione, sollevò le braccia e le fece ruotare, creando un piccolo vortice di chakra, dentro il quale sussurrò alcune parole.

Il vortice, come attratto da una calamita, viaggiò veloce, macinando in pochi minuti i chilometri che a loro avevano richiesto un paio di giorni. Il chakra rosso di Tailin lo avvolse, assorbendone l’energia, e le comunicò le parole della sorella.

«Conosco le loro coordinate!» disse con entusiasmo, i capelli e le vesti che si muovevano col vento, invitando i compagni a uscire dal loro nascondiglio. «Seguitemi!»

Mentre Tailin riacquistava finalmente la libertà, grazie al sacrificio del maestro Kojama, la squadra di Toshiro procedeva sicura verso il luogo dove era custodita la reliquia del cuore.

Come al solito, Toshiro era andato in avanscoperta, controllando che lungo il percorso non ci fossero nemici ad attenderli e che nulla ostacolasse il cammino. Se tutto fosse andato secondo i piani, nessun altro, oltre alla piccola squadra Suna/Konoha, avrebbe potuto seguirli.

La confraternita, nel frattempo, si era premurata di assicurarsi che Akatsuki fosse concentrata esclusivamente a dare la caccia ai Cercoteri; lo stesso valeva per Orochimaru.

Le gemelle, quindi, non avevano altro compito che badare ai prigionieri. Naruto era essenziale per accedere al tempio, mentre Gaara, in quanto Kazekage, restava utile come merce di scambio se fosse stato necessario.

Kaze si accertava che i due fossero ben nutriti, mentre Mizu cacciava lepri e uccelli, per poi stufarli e prepararne i pasti.

«Ti rendi conto che li hai fatti diventare i tuoi bambini?» disse Mizu, con un tono seccato, osservando i prigionieri che si muovevano goffamente, a causa delle braccia legate dietro la schiena.

«Vuoi sciogliere le loro corde? Fai pure, ma non ti aiuterò a fermarli dopo tutta la fatica fatta. Perché invece non mi dai una mano? In due facciamo prima».

Naruto e Gaara si guardarono, visibilmente imbarazzati, mentre il fruscio delle foglie e il canto degli uccelli sembravano rendere la scena ancora più assurda e leggera, rispetto alla tensione degli ultimi giorni.

«Ragazze, guardate, a questo punto preferiamo quelle pillole che prendete anche voi, sono più comode, no?» disse il biondo, ma ottenne solo un'occhiataccia da Kaze.

«Noi siamo abituate, per voi sarebbe solo come mangiare l'aria. Avete bisogno di nutrimento, siete ragazzi in fase di sviluppo», rispose lei, con tono fermo, mentre il sole filtrava tra gli alberi illuminando i loro volti.

Per un attimo, Naruto ebbe l’impressione di sentire la voce di Sakura. In fondo, tutti i ninja medici sembravano della stessa pasta: determinati, severi ma attenti.

Mizu afferrò una ciotola di stufato caldo e si mise al fianco di Gaara. Senza dire una parola, raccolse un po’ di cibo col cucchiaio e glielo porse.

Gaara si sporse in avanti, e per un attimo i loro sguardi si incontrarono. I suoi occhi non erano diversi da quelli della sorella Kaze, eppure c’era in lei qualcosa di unico, familiare eppure diverso.

«Quando due sere fa ti guidai nel ritrovamento della pace, sai che quelle parole mi furono insegnate da qualcuno?» mormorò Gaara, abbassando la voce. Mizu non rispose subito, concentrata sul gesto, senza curarsi dei prigionieri. «Fu oltre sei anni fa… credo fosse qualcuno del tuo ordine. Tu non la conoscevi?»

Allora Mizu sollevò lo sguardo e lo fissò dritto negli occhi. Solo pochi istanti, ma bastarono a far brillare una scintilla in lei, un lampo di riconoscimento o forse di rispetto.

Il momento fu interrotto da Kaze, che sbuffando rimproverava Naruto per aver fatto uscire la zuppa dal naso. «Ma guarda, sei peggio di un maiale!»

Il rumore della ciotola sbattuta e l’odore del cibo caldo li riportarono alla realtà, mentre una leggera brezza agitava le foglie sopra di loro.

«Non mi piace, non puoi preparare del ramen per una volta?»

«Spiegami dove trovo i taglioni tra queste rovine, volpe da strapazzo!»

Gaara non riuscì a trattenere un sorriso di fronte a quella buffa scenetta, ma subito il suo sguardo si rattristò nel notare come Mizu rimanesse completamente impassibile.

«Formano veramente una bella coppia, quei due», commentò sottovoce. «Ti ricordo che mia sorella sta solo interpretando una parte. Ha capito che per calmare il prigioniero Naruto Uzumaki, con lui è necessario un approccio "rustico"», spiegò la ragazza. «Tra noi tre, è sempre stata la migliore nell’interpretazione dei personaggi, ha ereditato molte facoltà dal maestro Kojama».

Improvvisamente, il suono acuto di una ciotola che si rompeva ruppe l’aria.

«Chi ti ha autorizzato a fraternizzare col prigioniero?»

Toshiro comparve all’improvviso tra le pietre frastagliate e i muri diroccati. Vedendo Kaze scherzare con Naruto, la afferrò per i capelli e la trascinò indietro. Il terreno sterrato scricchiolava sotto i loro piedi, mentre i capelli della ragazza tremavano nella stretta.

Sempre tenendola per i capelli, la sollevò costringendola a stare in piedi. Kaze si lasciava manipolare come un pupazzo di pezza. «Non ti ho autorizzato a fare l’amica, perché hai preso questa iniziativa?»

«Maestro, ho semplicemente ritenuto che così facendo il prigioniero si sentisse più a suo agio e quindi meno propenso a scappare».

Naruto, infastidito, si alzò di scatto e cercò di dare una spallata a Toshiro, ma Kaze si mise in mezzo per attutire il colpo. Lo sbilanciamento la fece cadere a terra con un tonfo sordo sullo sterrato, la fronte colpì una pietra sporgente e un filo di sangue iniziò a scendere.

Naruto e Gaara rimasero paralizzati, atterriti. «Ma perché… perché lo ha fatto?»

«Proteggere il proprio signore, anche al costo della vita, anche questo fa parte del giuramento degli accoliti della Confraternita delle Ombre»

«Sta perdendo un sacco di sangue, aiutala ti prego!»

Naruto non riusciva a credere che il suo gesto avesse causato un così grave danno alla ragazza, eppure voleva solo proteggerla.

«Aiutarla dici? Ecco», disse Toshiro con tono del tutto distaccato, per poi sferrarle un calcio che la fece rotolare di lato sul terreno duro e sassoso.

Naruto avvertì il chakra della volpe ribollire all’altezza della bocca dello stomaco, ma riuscì a trattenersi non appena udì il tosseggiare di Kaze. Abbassò lo sguardo verso di lei e vide la pelle rimarginarsi sul taglio, fino a non lasciare nemmeno una cicatrice.

«Kaze, come stai?» le chiese il ragazzo, con il cuore in gola.

«Sto bene», rispose lei con tono apatico, poi si mise in piedi ignorandolo completamente. Divaricò leggermente le braccia e portò le mani dietro la schiena. «Maestro Toshiro, il mio comportamento è stato dettato solo dalla conclusione che così facendo Naruto Uzumaki si sentisse legato a me, essendo notoriamente una persona che si immedesima molto nel prossimo, al punto da riuscire a considerare anche i nemici degli amici. Se la mia strategia non è stata di suo gradimento, mi fermerò qui. Comunque sia, dubito che da ora il prigioniero sia ancora propenso a rivolgermi la parola».

Lo shinobi di Konoha provò un misto di rabbia e tristezza. Sapeva già che Kaze stesse fingendo e, nel contempo, un istinto gli suggeriva che quel comportamento fosse del tutto naturale per lei.

«Sono autorizzata a terminare di nutrire i prigionieri?»

Toshiro si era calmato. «Sei autorizzata… ma la prossima volta puoi anche impegnarti di meno, a questi qua bastano delle radici. Tanto non vivranno ancora a lungo».

Quando Kaze si chinò nuovamente su Naruto per continuare a dargli da mangiare, il ragazzo si rifiutò.

Dopo aver finalmente ricevuto notizie da parte della sorella, che confermava essere pronta a raggiungerli, il gruppo non si arrestò. Tailin avrebbe seguito poi le tracce del loro passaggio.

Naruto tentò di rifiutarsi di proseguire oltre, ma Gaara lo invitò a pazientare. Il loro chakra era ancora sigillato, e qualsiasi mossa avesse fatto Kaze si rivelava potente; forse l’unico modo per liberarsi era attendere il momento giusto per metterla temporaneamente fuori gioco.

«Se loro giocano alla recita, facciamo altrettanto anche noi» gli sussurrò all’orecchio.

Il territorio che stavano percorrendo era antico e inquietante. Superficialmente, sembrava solo una serie di colli sterrati, con cespugli sparsi e piccoli alberelli; ma a un’osservazione più attenta, emergevano grotte dalle forme insolite e antichi muri di pietra semi-crollati. L’aria portava con sé un misto di polvere, terra secca e l’umidore dei muschi che crescevano tra le crepe delle rocce. Un tempo quel luogo era stato abitato dagli esseri umani, ma secoli di abbandono lo avevano trasformato in un paesaggio desolato e silenzioso, rotto solo dal fruscio del vento tra i ruderi.

Il rotolo che Toshiro consultava era antico e fragile. I kanji, ormai in disuso da tempo immemore, erano impressi con tratti decisi ma consumati, e lui indossava guanti di lino per maneggiarlo senza rovinarlo. Tra i capostipite era uno dei più esperti nello studio delle reliquie, e per questo gli era stato chiesto di partecipare alla spedizione, anche se ciò lo avrebbe inizialmente costretto a figurare come un mero traditore agli occhi degli altri.

A un certo punto si ritrovarono alla soglia di un antico bosco, avvolto da edera e liane. Il terreno era smussato e i tronchi degli alberi massicci, come se secoli di crescita incontrollata avessero trasformato quel luogo un tempo curato in un angolo selvaggio. Le fronde fitte oscuravano il cielo, facendo cadere il gruppo dal giorno alla notte, e un vento fresco li attraversava, inizialmente piacevole dopo l’afa, ma che ben presto divenne pungente.

A soffrirne di più era Gaara: abituato a climi caldi, il freddo lo percorreva come un brivido insistente, nonostante la sua carnagione chiara lasciasse intendere il contrario.

«La nostra tuta è termoregolatrice, avresti potuto indossarla, anziché rimanere con la tua solita divisa» gli chiese Mizu, subito dietro, notando i tremori lungo le sue braccia.

Gaara scosse il capo. «Sono abituato ad essere protetto dalla sabbia, anche essa aveva la stessa funzione, oltre che proteggermi» confessò.

La ragazza non rispose, ma gli si avvicinò per tirargli un po' più su la giacca color fango, per coprirgli un po' più le spalle. Quel contatto gli aveva richiamato un ricordo: un flash improvviso della prima volta che l’aveva percepita così vicina.

«Ti chiami Eilin, non è così?» le chiese, e lei sgranò gli occhi, quasi inciampando per lo stupore.

«Tutto bene lì in fondo?» intervenne Toshiro, avvertendo lo struscio improvviso dei piedi di qualcuno.

«Tutto regolare, signore», rispose Kaze, voltandosi discretamente verso la sorella dagli occhi spalancati.

«Non rispondermi, non ora», la rassicurò Gaara. «Questa sera, se vuoi, potrai interrogarmi sul perché conosco il tuo nome».

Mizu non replicò a parole, ma ammiccò con gli occhi, un piccolo gesto carico di complicità.

Il sentiero si interruppe bruscamente e, sporgendosi, fu chiaro che la parete rocciosa era franata da tempo. Sotto di loro una cascata scrosciava con fragore, sollevando nuvole di vapore che si aprivano in un arcobaleno vivido.

Toshiro dispiegò la pergamena, lo sguardo concentrato.
«Vedete quell’ammasso roccioso laggiù? Somiglia al profilo di una testa di drago. È quello il punto da raggiungere. Da lì potremo accedere a un antico villaggio abbandonato… Si dice che Hime vi abbia trascorso gli ultimi anni della sua vita.»

«Potremmo cercare un sentiero che scenda a valle e risalire da lì.» propose Kaze, scrutando l’abisso.

Toshiro scosse il capo con fermezza.
«Perderemmo la via. E sai che abbiamo accordi da rispettare.»

«Accordi? Con chi?» domandò Naruto, aggrottando la fronte.

«Non sono affari tuoi, ragazzo.» ribatté l’uomo, con tono secco. Poi si voltò: «Mizu, pensaci tu.»

La kunoichi avanzò fino all’orlo del dirupo. Con movimenti rapidi compose i sigilli, e l’acqua della cascata cambiò corso, ribollendo in un turbine di spruzzi. Dal vortice emerse un colossale cilindro liquido che si innalzò verso il cielo, modellandosi in un drago.

La creatura ruggì, e il fragore si confuse con il boato della cascata. I suoi occhi, di un blu intenso e vivo, riflettevano la stessa luce che brillava nello sguardo di Mizu.

Naruto fece un passo indietro, gli occhi sgranati; Gaara, immobile, ne scrutava la forma con attenzione, come per valutarne la potenza.

Con un balzo deciso, Mizu si lanciò in groppa alla creatura d’acqua, che piegò leggermente il collo per accoglierla.

«Ci avete bloccato il flusso di chakra, non possiamo salirci» disse Gaara.

«L’acqua è impregnata del chakra del serpente demoniaco. Alterando le sue particelle, ho fatto in modo che il vortice diventasse così denso da sembrare un pavimento bagnato» spiegò Mizu con calma.

Quando i ragazzi misero piede sulla superficie, la sensazione era proprio quella descritta dalla kunoichi. Naruto non poté evitare di chiedersi se, migliorando il controllo sul chakra della Volpe, un giorno sarebbe stato capace di realizzare qualcosa di simile.

Il viaggio stava per concludersi. Naruto ne era certo: i nemici avrebbero ottenuto ciò che volevano e poi si sarebbero sbarazzati di lui e di Gaara. Il pensiero che i compagni potessero già essere caduti nella trappola, o peggio ancora essere stati uccisi, gli martellava in testa, cupo come il fragore della cascata. Ora non erano altro che marionette, trascinate in balia di assassini spietati.

Guardò verso il basso: l’altezza era vertiginosa. Poi posò gli occhi sul gruppo. In testa, come sempre, avanzava Toshiro, seguito da Mizu, poi Gaara e infine Kaze, poco dietro di lui.

Gaara gli aveva consigliato pazienza, di attendere l’occasione giusta per reagire. Ma quale occasione? Quando li avrebbero liberati dalle corde? Forse sarebbe stato troppo tardi: la stanchezza e l’intorpidimento delle braccia avrebbero impedito di colpire con la necessaria prontezza. Davanti a loro c’era una squadra di sicari professionisti, e presto si sarebbe aggiunto anche un altro dei loro membri.

Naruto strinse i denti e decise di seguire l’istinto. Con uno scatto improvviso superò Gaara e si scagliò contro la schiena di Mizu. La spallata la colse di sorpresa e lei perse per un attimo il controllo del drago acquatico, che si dissolse.

Il nuovo flusso della cascata li travolse senza pietà, come una frana che si abbatte all’improvviso. Naruto non vide altro che una spirale di luci e bolle. Poi delle mani lo afferrarono e tutto precipitò nel buio. Forse stava per morire. Ma almeno così non avrebbe concesso alla Confraternita di vincere.

Qualcosa premeva sul suo petto a intervalli regolari. Un colpo improvviso lo scosse, e l’acqua che aveva inghiottito gli esplose fuori dalla bocca. I bronchi gli bruciavano, ansimava, e non sapeva da quanto tempo non respirasse davvero.

Era zuppo da capo a piedi, i capelli appiccicati alle tempie, le ciglia così intrise d’acqua da velargli lo sguardo. Tentò di muoversi, ma le corde lo stringevano ancora.

«Naruto, guardami! Ehi, guardami.»

Una voce femminile lo richiamava, e mani leggere gli scostarono le gocce dal volto, dandogli qualche schiaffetto sulle guance per riportarlo alla lucidità.

Quando gli occhi finalmente misero a fuoco, un volto pallido, con occhi scuri e labbra rosee, si stagliò davanti a lui. Anche lei era fradicia, e i lunghi capelli biondi stillavano acqua senza sosta.

«Chi… chi sei?» balbettò, ancora stordito.

«Chi vuoi che sia?» rispose lei, quasi offesa.

Naruto strizzò gli occhi per osservarla meglio: una tuta nera, un bastone obliquo sulla schiena, scarselle con una croce sanitaria ricamata sulle linguette. Corpo snello, asciutto, lineamenti familiari.

«Ka… Kaze? Che è successo?»

La ragazza si raddrizzò con un sospiro. «Davvero non lo ricordi?»

Si passò le mani tra i capelli, piegando appena la testa all’indietro. Naruto poté osservarne il profilo con un fugace apprezzamento, che scacciò subito, sentendosi colpevole per aver pensato a un’altra oltre a Sakura.

«La tua bravata ci ha fatto precipitare. Ti ho afferrato all’ultimo istante, altrimenti saresti finito a pezzi sulle rocce. La corrente ci ha trascinati via… e ora siamo a chilometri dal nostro obiettivo.»

«Il vostro obiettivo.» sottolineò lui. Poi, improvvisamente, si rese conto che erano rimasti solo in due. «Dov’è Gaara?»

«Non ne ho idea. La cascata ci ha travolti, l’impatto con le rocce è stato tremendo… ancora mi sento a pezzi.»

All’improvviso Naruto urlò: «Aaah! Il tuo costato! Le ossa ti stanno uscendo fuori!» Il ragazzo era impallidito, quasi verde in volto, mentre fissava con orrore le costole della compagna che sporgevano dalla tuta, lacerandola.

«Sentivo solo un po’ di fastidio.» disse lei con assoluta calma. Con due dita spinse l’osso all’interno per aiutarlo a ricomporsi e, un attimo dopo, la ferita si rimarginò come se non fosse mai esistita. Kaze tirò un lungo respiro: finalmente poteva di nuovo inspirare a pieni polmoni.

«Ma che… che significa?» Naruto ricordava di aver già visto qualcosa di simile quella mattina, quando il taglio si era chiuso davanti ai suoi occhi. Lui stesso, grazie al suo Cercoterio, era in grado di guarire più in fretta del normale, ma addirittura ricomporre le ossa…

«Il mio demone mi ha donato l’abilità di rigenerare le ferite, le mie e quelle degli altri. Credevo l’avessi capito, quando curai te e Gaara dalle ustioni.»

Naruto chinò la testa di lato e sorrise, un po' imbrazzato, un po' confuso. A quanto pare, quella volta non aveva davvero compreso l’entità della ferita che Tailin gli aveva inflitto.

«Mi hai curato anche adesso?» chiese, titubante.

Kaze scosse il capo. «Ti ho protetto io con il mio corpo. Con la forza della corrente rischiavo di non riuscire a intervenire in tempo. Io però guarisco in pochi secondi… Certo, non vuol dire che non provi dolore. Ma ormai ci sono abituata.»

Naruto abbassò lo sguardo, esitante. «Non so che dire… Grazie?»

«Non c’è bisogno che ti senta in debito con me. Tu sei la chiave per aprire il tempio della reliquia perduta».

Naruto abbassò lo sguardo, con un’espressione dispiaciuta. «Continuo a dimenticarmi che voi della confraternita non provate il benché minimo sentimento». Poi accennò un sorriso, ma era evidente che fosse solo di facciata. «Sai, io ho la testa dura: non riesco a guardarti e pensare che il tuo cuore non abbia mai battuto per niente e nessuno. Che lacrime di compassione o di gioia non abbiano mai rigato il tuo viso. Lo stesso pensiero vale per le tue sorelle».

Kaze non rispose subito; prima lasciò uscire un lungo sospiro. «Probabilmente un tempo ne eravamo capaci, ma parliamo di oltre dieci anni fa. Di quei giorni ho pochi ricordi. Ricordo nostra madre, il suo sorriso e il calore che ci trasmetteva. Poi tutto questo si spense e sopraggiunse il buio… e i sentimenti di cui parli divennero i nostri nemici, perché per noi erano solo sinonimo di profonda sofferenza».

«Perciò ammetti che tutto questo è ingiusto?» chiese il biondo, con un filo di speranza.

Kaze si limitò a fissarlo. «Sono una servitrice delle ombre. Il mio compito non è pensare a cosa sia giusto o sbagliato. La mia vita non mi appartiene, e arderà solo finché sarà utile alla confraternita. Rivolgi i tuoi pensieri altrove: ad esempio, rifletti sul fatto che potresti aver appena provocato la morte del tuo compagno».

A Naruto il cuore balzò in gola. Desiderava liberare sé stesso e Gaara, ma se davvero con quel gesto aveva causato la sua morte? La risposta di Kaze lo trafisse. In fondo, sperava in un briciolo di conforto, ma accanto a lui c’era qualcuno che forse non era nemmeno umano, e che del suo stato d’animo non si curava. Del resto, se perfino chi gli era vicino esitava a farlo, come poteva aspettarsi qualcosa da lei?

«No… no, è vivo, lo sento. Non l’ho ucciso» disse, tremando e stringendosi le ginocchia al petto.

«Stai piangendo» osservò lei.

«Certo che piango. Ho paura di aver commesso un terribile errore e che Gaara...»

«Mia sorella non avrebbe mai permesso che affogasse.»

«E come fai a dirlo? Alla fine... che utilità avrebbe?»

«È il Kazekage. La sua cattura ci dà potere di trattativa, e credo che il maestro abbia dei piani per lui, anche se non li ha ancora condivisi. Ma non è solo questo.»

Naruto si passò le guance sulle spalle, cercando di asciugarsi le lacrime. «Che intendi dire?» domandò, con voce nasale.

«Non posso parlartene nei dettagli, ma... alcune persone ci aiutano a restare ancorate alla nostra umanità. Per Mizu, quella persona è Gaara, anche se lei non lo ricorda più.»

Mille domande si accavallarono nella mente del ragazzo. «Quindi posso sperare che sia ancora vivo... Ma— ehi, che stai facendo?!»

Improvvisamente Kaze aveva iniziato ad abbassare la zip della tuta. «Quello che dovresti fare anche tu. Approfittiamo del sole caldo per asciugare i vestiti e riprendere energie.»

Naruto strizzò gli occhi più forte che poteva. «No! Io non posso spogliarmi, e tu non dovresti farlo così... davanti a un ragazzo!»

**
«L’Eremita Porcello non sarebbe affatto del tuo stesso parere.»**

**
«Eh? Parli del maestro Jiraiya? Come fai a conoscere quel soprannome? Solo io lo chiamo così... ops! Scusa!»**

Per sbaglio aveva riaperto gli occhi e vide che la ragazza era rimasta in culotte bianche, con il petto fasciato da una benda dello stesso colore. Li richiuse di scatto, il volto rosso come un peperone e la testa che quasi gli fumava.

«Dimentichi che io so tutto di te, e anche di molti altri shinobi della Foglia. So perfino del tuo periodo di addestramento con lui» disse Kaze, con naturalezza. «Comunque non c’è motivo di sentirsi in imbarazzo. È solo un corpo femminile, uguale a tanti altri. Puoi anche considerarlo... materiale di studio per lui.»

«E come, scusa?!» esplose Naruto, completamente fuori di sé dall’imbarazzo.

All’improvviso la ragazza si allontanò, sparendo dietro alcuni cespugli. Naruto la sentì tremare e non capiva cosa stesse facendo, finché non tornò come se nulla fosse. Si sedette dandogli le spalle, appoggiandosi a lui. In quel modo l’imbarazzo calò.

«Sul serio, dovresti toglierti almeno la parte superiore della tuta. Così non ti raffredderai.»

**
«Tanto sono destinato a morire comunque, no?»** ribatté Naruto, tornando improvvisamente cupo. Ma poi seguì il consiglio e accettò di farsi aprire la tuta, così che potesse prendere aria e asciugarsi più in fretta. Il calore del sole gli fece subito sentire un sollievo inatteso.

«Sai, per la riuscita della missione non è necessario che tu muoia. Siamo costretti solo perché non terresti il segreto per te. Dovresti farti applicare un sigillo del silenzio, come ho fatto a Buch… ma anche così qualcuno troverebbe il modo di estrarti l’informazione. Anche al costo di aprirti il cervello».

«Ma che accidenti dici? Nessuno al villaggio arriverebbe a tanto!»

«Ah no? Fidati: se c’è una cosa di cui noi ninja della notte possiamo vantarci, a differenza vostra, è che non siamo ipocriti. Quante volte ho visto shinobi sacrificati dal loro stesso villaggio, trattati come burattini. Lo stesso villaggio che si riempiva la bocca di famiglia e lealtà. Quando serve, anche il più stimato diventa solo una cavia o una pedina da eliminare. E Konoha non fa eccezione, soprattutto al tempo del Terzo Hokage».

«L’Hokage Sarutobi era un vecchietto simpatico, lo stimavo molto. Se avesse saputo certe cose di cui tu stai parlando, le avrebbe bloccate sul nascere».
«Parli dello stesso uomo che ti ha lasciato crescere abbandonato a te stesso durante tutta la tua infanzia?»

«Non sono affari tuoi. Tu non lo conoscevi. E non provare a parlarmi di rapporti di fiducia, credo tu capisca bene che non è la stessa cosa».

«Io ti parlo di un bambino sacrificato per la salvezza del villaggio. Rimasto orfano, trattato come un reietto per colpe che non aveva. Che mangiava solo ramen precotto perché era l’unica cosa che riusciva a cucinarsi. Un bambino che di notte piangeva, chiedendo al cielo dove fossero sua madre e suo padre. E dov’era il Terzo in tutto questo? A regalarti ogni tanto un’oretta di pesca e a parlarti della Volontà del Fuoco, mentre non si preoccupava nemmeno di farti avere almeno una torta di compleanno».

Quelle parole gli accesero dentro un profondo senso di rabbia. Si voltò di scatto, ma nel movimento perse l’equilibrio e cadde sul fianco. Kaze rimase immobile, senza offrirgli aiuto, e il suo sguardo, intriso di una sorta di compassione, non fece che irritarlo ancora di più.

«Forse non avrò avuto torte di compleanno, e la sera nessuno mi preparava da mangiare, ma il Terzo Hokage era un grande uomo. Si sacrificò per il villaggio, nonostante la sua età, pur di fermare l’attacco di Orochimaru. Lui era l’unico che mi vedeva davvero per quello che ero. Ogni volta che mi rivolgevo a lui, sapevo di trovare la porta aperta. Non ero mai completamente solo… e mi divertivo persino a farlo arrabbiare con le mie marachelle. Lui mi voleva bene, e io lo sapevo.Quanto al resto, il modo in cui sono stato trattato non è altro che uno sprone a migliorarmi. Prima o poi dimostrerò a tutti, con le mie azioni, che non sono soltanto il contenitore della Volpe. Diventerò Hokage con il mio impegno. E tu sarai solo una spettatrice, perché non sei altro che questo!»

Kaze sospirò, socchiudendo gli occhi. «Evidentemente vediamo il mondo in maniera diversa. Ma rifletti: davvero hai bisogno di salvare il mondo per sentirti accettato dal tuo villaggio? Non pensi che non dovresti dimostrare niente a nessuno?»

Naruto scalciò contro il terreno, sollevando una piccola nuvola di polvere. «Ti ripeto che questa è la mia vita. E se c’è una cosa di cui noi ninja della luce possiamo andare fieri è la nostra lealtà: non vacilleremo mai, soprattutto verso i compagni. Non come voi, che non sapete provare nemmeno amore per voi stessi.»

Kaze non raccolse la provocazione. Si limitò a voltarsi verso di lui e, con le mani, lo spinse a terra per bloccarlo. Naruto arrossì all’istante, rosso come un peperone, trovandosela così vicina al volto, il corpo di lei che lo sovrastava a metà.

La mano destra della ragazza scivolò lungo il petto di lui, fino a fermarsi all’altezza dell’ombelico.
«Ch-che cosa vuoi fare?» chiese Naruto, balbettando.

Kaze allargò le dita e, con un tocco deciso dei polpastrelli, premette sul suo ventre, facendo emergere il sigillo della Volpe.



All’improvviso, Naruto si ritrovò nella segreta semiallagata del suo subconscio, il luogo dove la Nove Code era rinchiusa dietro un massiccio cancello sigillato. Addosso aveva i suoi soliti abiti ma integri, persino la placca con il coprifronte.

Questa volta, però, non era solo: accanto a lui c’era Kaze, anch’essa completamente vestita e con il volto nascosto, come prescriveva il suo ordine.

La presenza estranea fece fremere la Volpe, che emise un cupo brontolio. Un enorme occhio rosso, con la pupilla verticale, comparve tra le sbarre.
«Chi sei?» tuonò con voce gutturale.

Kaze avanzò di qualche passo.
«No, fermati! Non avvicinarti!» la avvisò Naruto, ma lei ignorò le sue parole.

«Davvero non mi riconosci, Kuç$*?»

L’ultima parola giunse distorta, come se un’interferenza l’avesse cancellata: Naruto non riuscì a comprenderla.

La ragazza compose il sigillo della capra e lasciò fluire il suo chakra, di un giallo intenso. L’energia la avvolse e, lentamente, prese forma: sovrapposta a Kaze apparve la sagoma di un’altra figura, più alta, con lunghi capelli argentei e occhi così chiari da sembrare quasi bianchi.

La Volpe ruggì, scossa. «Non avresti dovuto essere qui.»

«Non sono che una frazione di me stessa» rispose la donna misteriosa, attraverso la voce di Kaze. «Eppure, grazie a questa fanciulla, ho una voce… e ti dico che ciò che vedo non è ciò che mi aspettavo.»

Una zampa cercò di passare tra le sbarre, ma una barriera invisibile la respinse. «Della mia collera non sono affari tuoi. Non cerco né voglio la tua pietà!»
«Eppure, essendo entrambi lo yang di un'entità superiore, non posso ignorare ciò che gli umani ti hanno spinto a diventare… e questo riguarda anche me.»

L’aura dorata crebbe di intensità, sprigionandosi e sollevando la ragazza. Una folata improvvisa colpì Naruto, che istintivamente alzò il braccio a protezione.
Sotto di lei, l’acqua stagnante si increspò in onde concentriche.

«Questo mondo si regge sugli equilibri, ma gli umani non fanno che incrinarli. Noi dovevamo rappresentare la parte migliore, e invece siamo stati macchiati da morte e dolore. E nel mezzo ci sono finiti anche questi due giovani.»

«Quel che Naruto subisce non mi riguarda. Io non vivo dentro di lui per mia scelta.»

«I suoi genitori si sacrificarono per applicare il sigillo quadrangolare, che rende possibile l’armonia tra i vostri chakra. Voi siete un tutt’uno, e ciò che accade a lui inevitabilmente coinvolge anche te. Guarda cosa sta diventando.»

Naruto, confuso, si voltò di scatto: un’ombra scura si era formata nell’angolo delle segrete. Un volto contorto dall’odio lo fissò appena un istante, prima di dissolversi. Non poteva essere reale. Non poteva essere sé stesso. Quel viso era troppo deformato per sembrare umano.

«Quell’oscurità lo accompagna dai suoi primi anni di vita. Non è colpa mia se è stato respinto, deriso e abbandonato. Io mi limito a "pagare l’affitto", cedendogli il mio chakra quando serve.»

«Verrà il giorno in cui troverete il vostro equilibrio… ma tu dovrai imparare a essere… meno scorbutico.»

La Volpe emise un brontolio sordo, le parole indistinte, inghiottite dal silenzio della prigione.

«Se me lo permetti, vorrei darti una mano». Questa volta la donna si rivolse direttamente a Naruto.
Il ragazzo rimase come incantato dal suo aspetto: con quell’ampio abito bianco e i preziosi monili, sembrava una principessa emersa da un’altra epoca.

Kaze avanzò quasi in trance, fluttuando verso di lui.

«No, non lo hai immaginato. Quello eri tu, la parte più profonda di te che non ammetti esista». Mentre parlava, guidò con dolcezza la mano della kunoichi a sfiorargli il volto. Un tocco delicato, quasi materno, o comunque carico di un affetto che Naruto non aveva mai conosciuto. «Non spetta a me liberarti da quella parte, un giorno dovrai affrontarla. Ma ho udito il tuo grido disperato, nascosto dalla rabbia, e vorrei almeno per un po’ aiutarti ad alleviare questa sofferenza».

Calde lacrime scivolarono dagli angoli degli occhi del ragazzo quando l’aura di Kaze/Hime lo avvolse. Era un tepore gentile e tenero.

Gli riaffiorarono i ricordi della sua infanzia: i pomeriggi solitari al tramonto, quando tutti gli altri bambini venivano richiamati a casa dai genitori, mentre nessuno lo attendeva; i piatti mai cucinati per lui; i soli doni ricevuti, le pietre e gli oggetti lanciati per allontanarlo.

Eppure, in quell’istante, non si sentiva più solo.

In maniera sfocata, gli parve di intravedere una figura dai lunghi capelli rossi che gli sorrideva. Forse un sogno… eppure il respiro così vicino al suo lo rendeva reale.

Naruto contraccambiò l’abbraccio, stringendola con forza, temendo che potesse svanire di nuovo. Le dita gli scorrevano fra i capelli setosi, e nascose il viso nell’incavo del suo collo per respirarne l’odore.

La Volpe osservava la scena in silenzio, mentre poco oltre quella nube nera tornava a contorcersi e a ringhiare furiosa.

L’abbraccio sembrava eterno, eppure quando Kaze/Hime si staccò appena, Naruto ebbe la sensazione di essersi ridestato da un sogno troppo breve, che non voleva lasciar finire.

Ora erano entrambi tornati nel mondo reale, i loro volti così vicini che i respiri si confondevano l’uno con l’altro.

Intorno a loro la natura si faceva sentire: il canto degli uccelli, il fruscio leggero delle foglie, il fiume che in quel punto scorreva più lento, gorgogliando e spruzzando con armonia. Un soffio di vento li sfiorava, smuovendo appena le ciocche dei loro capelli dorati.

Kaze sollevò la mano dal ventre e, raddrizzandosi, si mostrò in tutta la sua giovane bellezza. Naruto non poté fare a meno di ammirarla: una ragazza che stava sbocciando, ancora avvolta nelle forme morbide della fanciullezza. La pelle chiara e liscia, i capelli mossi dal vento che le incorniciavano il viso a cuore.

Non era desiderio carnale, ma un sentimento più profondo: in quel momento, i versi dello sconosciuto che mille anni prima aveva scritto del suo amore per Hime gli parvero parlare di lui stesso.

«Le tute sono abbastanza asciutte adesso, possiamo andare». Disse Kaze, risvegliando del tutto il ragazzo, che si ricordò all’improvviso di essere ancora legato e che le sue braccia erano rimaste dietro la schiena. Ormai erano giorni che stava così e il dolore era quasi scomparso, per quanto i muscoli fossero addormentati.

«Inizio a comprendere perché Hime fosse così amata». Mormorò a bassa voce Naruto.

Mentre si sgranchiva le spalle, con sua sorpresa Kaze si avvicinò e iniziò a liberarlo.

«Eh, che fai? Mi lasci andare?» chiese lui.

«Non mi sei utile adesso, così legato. Siamo troppo distanti, non possiamo portarci in giro con un vortice d’aria per tutto il tempo: basterebbe una distrazione o un attimo di debolezza e uno dei due, o entrambi, cadremmo giù come sassi. Per un po’ dovremo camminare, e non ho intenzione di continuare a badare a te come un neonato».

«Dai per scontato che scapperò».

«Per andare dove? Guardati attorno, eri mai stato da queste parti? È pieno di pericoli e possibili trappole. E poi, guarda le mani».

Dopo averlo slegato, lo aiutò a muovere le braccia per far riprendere la circolazione e notò che entrambe erano fasciate, con un sigillo inciso sopra. «Quindi non erano che comuni corde». Commentò il ragazzo, ed ella annuì.

«Ma anche senza l'utilizzo delle arti magiche, rimani sempre un guerriero, no? Dovevo impedirti di attaccarci a mani nude. Lo stesso vale per il tuo amico».

Naruto provò a muovere le braccia per afferrarla, ma i muscoli gli fecero malissimo, come se fossero spezzati.

«Cosa volevi fare?» lo canzonò Kaze. «Guarda che sono brava anche io con il taijutsu, anche se non apprezzo il combattimento aperto».

«Non c'è niente che io possa fare per farti cambiare idea? Eppure, vedendo Hime, vedendo te, faccio fatica a credere che tu sia veramente l'assassina priva di sentimenti, quella che vuoi tanto ostentare». Disse, aggrottando la fronte. «Io credo che tu non desideri la mia morte, dopotutto».

«Quello che voglio fare e quello che devo fare non possono coincidere. La mia lealtà va alla confraternita».

«Anche se ti ordinassero di toglierti la vita?»

«Certamente, e non ribadirò ulteriormente ciò che già sai».

Naruto la guardò da capo a piedi. La sua mente continuava a scontrarsi con il muro della realtà. Forse era la sua ostinazione nel cercare il buono nelle persone a fargli sperare in qualcosa di più in lei. Non si trattava solo di convincerla a liberarlo: si era davvero interessato a questo controsenso. Kaze non poteva essere tutta lì; i suoi occhi esprimevano una profondità d'animo troppo intensa perché egli dovesse considerarla solo una semplice "macchina da guerra".

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