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Non appena Kankurō ebbe il permesso di entrare nella stanza di Tailin, scattò in piedi dalla sedia della sala d’attesa come se qualcuno gli avesse tolto un peso dal petto. Le gambe gli dolevano per le ore passate fermo, ma quasi non se ne accorse. Aprì la porta con cautela e l’odore di disinfettante e lenzuola pulite gli riempì i polmoni.
Tailin giaceva nel letto, ancora addormentata. Gli occhi fasciati, la pelle pallida, il respiro lento e controllato dal ritmo della flebo che gocciolava con un ticchettio regolare. A Kankurō mancò quasi l’aria nel petto: vederla così, immobile, era diventata l'ombra di sé stessa. Non poteva credere che quella sbruffoncella dai capelli rossi che fino a pochi giorni prima lo punzecchiava senza tregua, facendolo andare su tutte le furie, ora fosse lì, fragile e silenziosa.
Con che coraggio avrebbe dovuto dirle che forse non avrebbe più potuto combattere. Il pensiero gli strinse lo stomaco. Forse avrebbe dovuto parlarne Aylin — forse la sorella avrebbe potuto trovare parole migliori delle sue — ma sentiva che il suo posto era lì. Restarle accanto. Essere pronto a raccogliere le lacrime, o anche i pugni, se fosse stato quello il modo in cui avrebbe reagito al dolore.
Si sedette piano accanto al letto, facendo attenzione a non far stridere la sedia. Le passò le dita tra i capelli, lentamente, come si fa con qualcosa di prezioso. I fili rossi scorrevano morbidi sotto i polpastrelli, ancora umidi di medicazione. Temeva quasi di disturbarla, di romperla. Sotto il suo tocco gli sembrò incredibilmente delicata, come porcellana sottile pronta a creparsi — e qualcuno, in effetti, aveva già provato a spezzarla.
Il suo sguardo si fece scuro. Una durezza nuova gli attraversò il volto. Forse, in fondo, non era poi così diverso da suo fratello.
La notizia arrivò come un colpo allo stomaco: Hinata Hyūga era stata restituita alla famiglia, ma senza vita. Il sangue gli si gelò. Dovette deglutire più volte per respingere un conato. Troppe tragedie, tutte insieme, nello spazio di due giorni appena. Sembrava che il mondo avesse deciso di crollare pezzo dopo pezzo.
Strinse d’impulso la mano di Tailin e se la portò al viso, sentendo il calore debole della sua pelle contro la fronte. Le lacrime gli scivolarono tra le dita senza che potesse fermarle.
«Almeno tu. Almeno tu sei qui.»
Quel filo di respiro, quel battito — bastavano per aggrapparsi. Sì. Lei era viva. La sua Tailin era forte. Doveva esserlo.
Sfinito, svuotato fino alle ossa, finì per addormentarsi su quella sedia scomoda. Il capo piegato di lato, la mano ancora intrecciata alla sua. Sussultava a ogni rumore del corridoio, a ogni passo lontano, ma non si svegliò mai davvero.
Infine il nuovo giorno sorse anche per lui.
Lentamente riaprì gli occhi. I tuoni, lontani ma continui, rotolavano nell’aria come massi — segno che il temporale della sera prima non aveva mai davvero abbandonato il cielo. Un brontolio cupo, costante, che faceva vibrare i vetri. Era davvero un brutto periodo.
Quando mise a fuoco, però, si accorse che dalle tende filtrava una luce innaturale, densa, colorata — non il grigio lattiginoso di una mattina di pioggia, ma un riflesso caldo e disturbante, quasi sanguigno.
Si voltò subito verso Tailin. Dormiva ancora. Il petto si sollevava e si abbassava con lentezza regolare, il respiro appena udibile nel silenzio della stanza. Almeno la prima notte l’aveva superata. Un sollievo gli sciolse per un attimo la tensione tra le spalle e accennò un sorriso stanco. Poi tornò a guardare la finestra, punto da un’inquietudine crescente, e si avvicinò per scostare la tenda.
Fece istintivamente un passo indietro.
Il cielo era rosso, solcato da vortici scuri che si muovevano lenti come correnti in un mare di sangue. Non era un’alba, non era un tramonto. Sembrava l’annuncio di una tempesta di sabbia — ma erano lontanissimi dal deserto — e, soprattutto, non aveva mai visto nulla di simile. La luce cadeva sugli edifici rendendoli cupi, quasi corrosi. In controluce parevano consumati dal tempo, come rovine dimenticate, eppure sapeva bene che gran parte del villaggio aveva poco più di dieci anni, ricostruito dopo la distruzione portata da Pain.
L’istinto gli serrò lo stomaco: qualcosa non quadrava.
Lasciare la stanza gli risultava difficile, quasi doloroso. Una parte di lui temeva che, uscendo, al ritorno non avrebbe più trovato Tailin. Ma aveva bisogno di lavarsi, di schiarirsi la testa — e soprattutto di capire cosa stesse succedendo.
Aprì la porta e si immise nel corridoio.
Il cuore gli balzò in gola. Gli ospedali non erano mai stati luoghi di conforto, ma quello scenario era diverso, sbagliato. Le pareti, che ricordava lisce e chiare, apparivano scrostate, segnate da graffi e chiazze. Il pavimento era punteggiato di macchie scure, opache, come vecchie ombre incrostate. Anche l’aria aveva un odore differente: più ferroso, più stantio. Il personale che incrociava camminava curvo, lento, con volti tirati e occhi spenti.
«Sakura?» la chiamò, riconoscendola subito per i capelli rosa, spenti anche quelli, come se avessero perso luce.
Le posò una mano sulla spalla perché non si voltava. Quando lo fece, Kankurō rimase senza parole. Era emaciata, scavata nel volto, occhiaie profonde, pelle grigia. Sembrava una donna che non dormiva da settimane — mesi, forse — tenuta in piedi solo dalla volontà.
L’operazione di Tailin era stata dura, sì, ma non abbastanza da ridurla così. Che fosse il dolore per la morte di Hinata?
«Sì? Di cosa hai bisogno?» chiese lei, con una voce piatta, logora.
«Io… beh… ho saputo di Hinata. Mi dispiace per la sua prematura morte.»
«È solo una morte in più, come ce ne sono sempre state.»
Le parole gli arrivarono addosso come uno schiaffo secco. Restò immobile. Sakura — proprio lei — non poteva parlare così della moglie di Naruto. Che l'odiasse segretamente perché Naruto, dopo anni a dire quanto amasse Sakura, alla fine aveva scelto di stare con Hinata? No, non poteva essere una donna così meschina.
«Tailin questa notte sembra aver riposato bene» disse, cercando appiglio in qualcosa di concreto.
«Bene. Se oggi sarà abbastanza in forze, potrai portarla via. Ci servono i posti letto.»
Kankurō si corrugò. «Come sarebbe a dire? Deve riprendersi bene. Tu stessa avevi detto che doveva rimanere sotto osservazione prima di essere dimessa.»
«L’ho detto?» ribatté lei, irritata. Le labbra si piegarono in una smorfia. «Ogni giorno qui mi ritrovo con le mani nel sangue, a rimettere viscere negli addomi. Non ho tempo per un semplice caso di cecità. Quel pezzo di merda di Sasuke Uchiha ci sta decimando.»
Il mondo gli sembrò inclinarsi di lato. Sasuke Uchiha? Stavano parlando di suo marito?
Il battito gli martellava nelle tempie. «È… è per questo che oggi il cielo è rosso?» riuscì a chiedere, con la voce che gli tremava.
Sakura sollevò un sopracciglio, come davanti a una domanda assurda. «Il cielo è così da sempre.» Poi si massaggiò la tempia, infastidita, come colta da un dolore improvviso. «Devo andare. Se non ci sono urgenze, lasciami stare.»
Si allontanò a passi lunghi e rigidi, il camice che frusciava come carta secca.
Kankurō rimase fermo nel corridoio. Una statua di sale, con il fiato corto e la pelle fredda.
Che cosa stava accadendo?
Naruto e Aylin corsero in strada. Lei aveva indossato in fretta un paio di pantaloncini neri e una canotta bianca — vestiti di Hinata — che Naruto le aveva dato per non farla uscire con la vestaglia dell’ospedale.
Attraversarono le vie del villaggio a passo serrato, il rumore dei loro sandali che schizzavano sull’asfalto bagnato. Case, botteghe, insegne, edifici pubblici: non c’era nulla che non sembrasse toccato da una lenta devastazione. I colori apparivano spenti, come corrosi; l’aria era pesante, satura di un odore di bruciato e metallo caldo che graffiava la gola a ogni respiro. Sopra di loro, il cielo rosso sangue ribolliva di vortici scuri.
E le persone.
Camminavano a gruppi o da sole, ma con lo stesso passo meccanico, lo stesso sguardo vitreo. Famiglie intere si muovevano in silenzio, senza scambiarsi parole né gesti. Nessun pianto, nessuna risata, nessun segno d’irritazione o gioia. Vita — sì — ma come stampata nella plastica.
Quando raggiunsero la piazza principale, Aylin rallentò fino a fermarsi, poi cadde in ginocchio. Le pietre fredde le urtarono la pelle, ma quasi non se ne accorse. Fissava quei volti smunti, quelle pupille spente. Un brivido le attraversò la schiena.
«È come se tutti avessero il sigillo di obbedienza» disse con voce tremante, mentre Naruto le si inginocchiava accanto, chiedendole spiegazioni con lo sguardo prima ancora che con le parole. Il ricordo di reazioni identiche, viste troppe volte tra gli schiavi della Confraternita, le serrava lo stomaco.
Poi il ninja biondo impallidì di colpo. «I bambini!»
Ripresero a correre verso la dimora degli Hyūga, il fiato corto, il cuore che batteva come un tamburo di guerra. L’edificio si mostrò davanti a loro più cupo del solito: legni scuriti, tegole opache, come se anni fossero passati in una sola notte.
«Fatemi entrare, devo entrare!» gridò Naruto, colpendo il portone con il pugno. Il legno rispose con un suono sordo.
La porta si aprì con un cigolio lungo e malato, come cerniere mai oliate. Naruto avvertì il suono scivolargli sotto la pelle.
«Dov’è il capoclan? Dove sono i miei figli?» disse col fiatone.
La guardia lo fissò con espressione immobile, quasi scolpita. Lo riconobbe, non fece domande, e con un gesto lento indicò il corridoio interno.
Trovarono Hiashi ancora al capezzale di Hinata. La stanza odorava di incenso e tessuti puliti. Probabilmente aveva vegliato quasi tutta la notte; le spalle curve e lo sguardo arrossato lo tradivano. Quando vide Naruto, un sollievo evidente gli attraversò il volto.
«Finalmente un volto… espressivo» mormorò.
Aylin si fece scura in viso vedendo il corpo senza vita di Hinata, composto e immobile. Le mani le si chiusero a pugno fino a far sbiancare le nocche. Un calore amaro le salì in petto. La Confraternita meritava di bruciare all'inferno.
«Chi è lei?» chiese Hiashi, aggrottando le sopracciglia.
«È un’amica, si chiama Aylin. Non è di qui» rispose Naruto in fretta. Poi, senza fiato: «Dimmi tu piuttosto — sai che sta succedendo? Perché il cielo è rosso? Perché la gente sembra… spenta?»
Hiashi scosse lentamente il capo. «So solo che all’improvviso gran parte del mio personale è diventata cupa, muta. All’inizio l’ho scambiato per lutto. Poi ho capito che era diverso. Troppo assenti. Come se eseguissero gesti già decisi. Come se… nella loro quotidianità ci fosse un meccanismo preimpostato.» Si fermò un istante, cercando le parole giuste. «Non so se riesco a rendere l’idea.»
«La rende benissimo» rispose Aylin, secca. Fin troppo bene.
«I bambini dove sono?» incalzò Naruto. «Anche loro…?»
Hiashi scosse il capo e, per la prima volta, un sorriso vero gli addolcì il volto. «Hanabi e i bambini stanno bene. Sono presenti, reattivi. E non sono gli unici. Alcuni parenti non mostrano alcun sintomo. Nessuno di noi capisce perché. Ma se chiedi a quelli…» — esitò — «a quelli che sembrano sotto ipnosi, ti diranno che il cielo è sempre stato rosso.»
Poi gli posò una mano sul braccio. «Vai da loro. Hanno già perso la madre. Ora hanno bisogno di te più di ogni altra cosa.»
Naruto annuì senza parlare. Cercò Aylin con lo sguardo — un appiglio silenzioso. Lei gli rispose con un piccolo cenno fermo: vai.
Lui partì di corsa lungo il corridoio.
Aylin rimase con Hiashi e con Hinata. Ora che si sentiva di nuovo lucida, voleva osservare da vicino. Cercare segni, residui, qualunque traccia invisibile ai più. Sapeva quanto la Confraternita fosse abile nel cancellare le prove — ma rinunciare senza tentare non era nella sua natura.
Prima di bussare per entrare, dall’altro lato della porta scorrevole Naruto sentiva le voci ed i movimenti allegri dei bambini. Suonavano così sereni da fare male. Per un istante chiuse gli occhi, lasciando che quel suono gli attraversasse il petto come una nenia. Ma dovevano sapere.
Fece scorrere piano il pannello. Il legno e la carta di riso sibilarono appena.
Boruto e Himawari si voltarono all’unisono. «Papà!» urlarono in coro, correndo verso di lui e aggrappandosi alle sue gambe. Naruto si chinò subito e li strinse forte contro il petto, affondando il viso nei loro capelli che profumavano di sapone e sole. Inspirò a fondo. Aveva bisogno di quella certezza fisica: loro erano lì, vivi e in salute.
«Avete fatto i bravi bambini?» chiese con un sorriso dolce, anche se gli tremava.
«Certo che sì!» rispose Boruto, gonfiando il petto. «La zia Hanabi ci stava insegnando i sigilli. A me riescono tutti, Himawari invece non riesce a fare il Toro.»
«Non è colpa mia, non si piegano le dita!» protestò la piccola, mostrando le mani con ostinazione.
Naruto carezzò le teste di entrambi, lentamente. «Con il tempo, vedrete, saranno facilissimi da fare.»
Hanabi lo osservava con il volto teso. Nel suo sguardo c’era ancora l’ombra del rimorso per le parole dure della sera prima. Le labbra si mossero appena, senza suono. Naruto le rivolse solo un cenno lieve: va bene così.
«Papà, ma quando torniamo a casa? E mamma dov’è andata?» chiese Himawari, tirandogli la manica. La voce era limpida, fiduciosa.
Gli occhi di Naruto si scavarono. Il labbro inferiore tremò. Prese le manine di entrambi tra le sue, sentendole piccole e calde.
«La mamma… mi dispiace… ma non tornerà. Lei ora è in un posto migliore.»
«Che vuol dire? Un posto migliore dove non ci sono i suoi figli?» ribatté Boruto, aggrottando la fronte.
Naruto deglutì. «Avete ragione, sembra strano. Ma è un bel posto. Solo che per adesso noi non possiamo andarci.»
«Perché no?» chiese Himawari, inclinando la testa. «È in missione?»
Naruto scosse piano il capo. Le lacrime gli velarono gli occhi. Cercare parole semplici per un dolore così grande gli graffiava la gola.
«Vi ricordate la lucertola che abbiamo seppellito l’altro giorno?» domandò con voce bassa.
«Quella uccisa dal gatto?» disse Boruto.
«Esatto. L’abbiamo messa sotto terra, perché la sua vita era salita in cielo. Il corpo restava lì per nutrire i fiori.»
«Sì…» Boruto lo fissava senza battere le palpebre. Stava capendo. Del resto era sempre stato un bambino precoce.
«Ecco… anche la vostra mamma è in cielo. Il suo corpo è nell’altra stanza, ma lei ora è invisibile. Però è sempre accanto a voi.»
«Mamma è morta!?» esplose Boruto, e le lacrime ruppero gli argini tutte insieme.
Himawari forse non afferrò ogni parola, ma sentì il grande dolore, nella voce e nel cuore del fratello. Scoppiò a piangere anche lei, aggrappandosi alla maglia del padre.
Naruto li strinse entrambi contro il petto, forte, cullandoli appena. «Papà è qui. Papà è qui» sussurrò, con la voce rotta.
Hanabi si voltò di scatto verso la parete per nascondere i singhiozzi.
Hiashi, nell’altra stanza che sentiva quel pianto inconsolabile, chiuse gli occhi e regolò il respiro con disciplina ferrea per non crollare.
Aylin, intanto, faceva scorrere le mani illuminate dal chakra curativo sopra il corpo di Hinata, centimetro dopo centimetro. La luce verde tremolava sulla pelle pallida. «L’hanno completamente dissanguata» disse a denti stretti. «Faccio bene a intuire che forse avevano bisogno di compatibilità di sangue, signore?»
Hiashi si accigliò, le ombre gli segnarono il volto. «Il sangue puro degli Hyūga si trasmette solo dal primogenito al primogenito. I secondi figli — anche se nati pochi minuti dopo — vengono considerati casata cadetta. È una regola antica.»
Aylin annuì lentamente, continuando l’analisi tattile. «Quando quella donna mi ha colpita con la tecnica delle Sfere dei Desideri ho percepito un’anomalia. Come se fosse… incompleta. Instabile. Potrebbe dipendere da questo?»
Hiashi scosse il capo**. «Nessun Hyūga, pur discendendo dagli Ōtsutsuki, ha mai richiamato tecniche di quel livello. Ma se hanno voluto il sangue di Hinata…»** serrò la mascella «…allora è probabile che servisse a colmare proprio quel divario di potere.»
Non c’era altro che potesse fare. Come temeva, la Confraternita non aveva lasciato tracce sul corpo della donna: nessun sigillo nascosto, nessun codice inciso nel chakra residuo, nessun messaggio di sfida o di scherno verso il clan Hyūga. A loro quel corpo non serviva più e non desideravano affatto rivelare i loro piani.
In quel momento, a passi lenti e incerti, arrivarono Naruto, Hanabi e i bambini. Le candele tremolavano e l’incenso bruciava in spirali sottili, saturando l’aria di un profumo acre e sacro. I più piccoli si portarono d’istinto le mani al naso: il fumo pizzicava le narici e graffiava la gola, ma era necessario.
Himawari, non appena vide il corpo immobile della madre, fece uno scatto all’indietro e si nascose dietro le gambe del padre, stringendo il tessuto dei suoi pantaloni con le dita tremanti. Boruto invece resistette: il volto teso, gli occhi lucidi ma fermi. Si avvicinò e si inginocchiò accanto ad Aylin, sul tatami freddo.
«Zietta, ma non c’è nulla che possiamo fare?» chiese a voce bassa, cupa, troppo adulta per la sua età.
Aylin lasciò uscire un respiro lento, pesante. Poi scosse il capo. «La tua mamma è morta per difendervi, solo questo conta. Quello che puoi fare per lei è diventare grande e forte. Il ninja che avrebbe sempre voluto tu diventassi.»
Boruto strizzò gli occhi, come per trattenere il pianto, e afferrò un lembo della manica di Hinata tra le dita. «Mamma, diventerò forte e prenderò a calci tutti i cattivi che ti hanno fatto la bua!»
Le parole, così infantili e feroci insieme, fecero vibrare l’aria.
Aylin gli carezzò la testa con dolcezza, passando le dita tra i capelli biondi e tiepidi. «Li metteremo in prigione, perché sono davvero cattivi.»
Boruto a quel punto non resse più. Si voltò di scatto e nascose il volto contro il ventre di Aylin, lasciando uscire i singhiozzi a scatti. Lei lo accolse senza esitare, continuando ad accarezzargli il capo con movimenti lenti e regolari, come a cullarlo, offrendo l’unico conforto possibile in mezzo a un dolore così grande.
Ma la disgrazia che aveva colpito il clan Hyūga era solo l’inizio. Oltre il cielo rosso, oltre l’anomalo comportamento degli abitanti, anche un’altra cosa era cambiata: il luogo sicuro che si poteva chiamare “casa” non esisteva più.
Anche in casa Nara, l’alba segnò l’inizio di una realtà nuova e distorta. I quattro Accoliti erano stati accolti la sera prima con grande ospitalità da Temari, che aveva riservato loro una stanza ampia e silenziosa. Dopo ore di tensione avevano finalmente avuto un pasto caldo, acqua per lavarsi e vestiti puliti, pur scegliendo maglie a collo alto per celare la propria identità. La stanchezza li aveva travolti come un’onda e si erano addormentati profondamente.
Il giorno dopo, prima ancora che il sole sorgesse, qualcuno entrò di soppiatto nella stanza. I passi erano leggeri, misurati. Gli Accoliti dormivano ancora, i respiri lenti sotto le coperte leggere dei futon. Gaara, nella stanza accanto, era già sveglio: anche senza Shukaku, per lui dormire poche ore era normale. Nel silenzio riusciva a percepire ogni minimo scricchiolio del legno.
La lama scintillò nel buio. Il suono che seguì fu solo un gorgoglio soffocato. Fu grazie all’ultimo gesto disperato di uno degli Accoliti che colpì in volto Hana, se la giovane si svegliò di soprassalto, giusto in tempo per vedere Temari chinata su di lei con il pugnale pronto.
«Ren!» gridò, con la voce spezzata.
Il compagno al suo fianco balzò su di colpo e riuscì per un soffio a evitare il fendente di Shikamaru. L’aria fu tagliata dal metallo. Grazie alla loro agilità e all’istinto temprato, i due rotolarono fuori dal futon e scattarono verso la porta. Per gli altri due non ci fu nulla da fare.
«Eretici, dove pensate di andare!» urlò Shikamaru, con rabbia controllata, mentre la sua ombra si allungava sul pavimento per immobilizzarli.
«Perché ci fate questo?» gridò Ren.
Shikamaru non rispose. Sul suo volto e su quello di Temari non c’era traccia di emozione: sguardi fissi, mascelle tese, come se stessero eseguendo un ordine inciso dentro di loro.
Temari scattò in avanti per colpire, ma quando il kunai brillò a un palmo dal volto di Hana, un muro di sabbia si frappose con un fruscio secco.
«Ma cosa—?» disse Temari, arretrando in posizione di guardia.
«Che sta succedendo qui?» chiese Gaara, comparso sulla soglia, lo sguardo duro e lucido.
«Ciò che ci è sempre stato insegnato. La morte dei falsi Accoliti.» rispose Shikamaru, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
«Ma che stanno dicendo?» mormorò Ren, leggendo lo stesso smarrimento negli occhi di Hana.
«Questi eretici devono bruciare!» esplose Temari, tornando all’attacco. Gaara fu più rapido: lingue di sabbia esplosero dal suo fianco e respinsero entrambi, spezzando la tecnica dell’ombra. Non volle ferirli, ma quelle espressioni vuote non appartenevano ai suoi familiari.
«Andiamocene via da qui» disse il Kazekage, senza esitazione.
Kankurō, intanto, era sceso in strada per capire cosa stesse succedendo. Cercando qualcosa da mangiare, aveva trovato solo chioschi sudici e cibo avariato. La gente parlava di Sasuke Uchiha che aveva dichiarato guerra al regno di Hime. Frasi sconnesse, fanatiche. Un brivido gli attraversò la schiena e sentì l’urgenza di tornare da Tailin.
Corse verso l’ospedale. Gli alberi spogli sopra la strada sembravano ragnatele nere contro il cielo rosso, e nell’aria stagnava un odore di bruciato e ferro. Salì le scale di corsa. La porta della stanza era socchiusa.
«Ferma! Che cosa stai facendo!» Senza pensare si lanciò su Sakura, che stava per recidere la carotide di Tailin con un bisturi carico di chakra.
«Morte agli eretici! E a chi li aiuta!» gridò lei.
Non voleva ferirla, ma quando la lama brillò di energia non ebbe scelta: fili di chakra scattarono dalle sue dita, la afferrarono e la scagliarono contro la parete, facendole perdere i sensi. Dal corridoio giungevano altri passi, altre voci con la stessa litania. Strappò la flebo, sollevò Tailin tra le braccia e saltò dalla finestra. Il vetro esplose dietro di lui. Lei era ancora incosciente, ma illesa.
Non aveva con sé i rotoli da marionettista — non c'era stato il tempo di portarli con sé — ma ne aveva altri a casa di Temari. Curvò il busto e accelerò. Il cuore martellava. Non era solo paura e non era dovuto alla situazione di assedio, di cui si mormorava, non era nemmeno il cielo o gli edifici trascurati. Era nell'aria. Era come se il mondo avesse qualcosa di sbagliato, che non seguisse l'ordine naturale delle cose.
«Temari! Temari!» chiamò, senza fiato, quando raggiunse la residenza Nara. Il portone era aperto. Una folla si addensava all’ingresso, cantando formule antiche e gutturali.
Saltò sul muro, poi sul tetto. Il calore lo investì come un’onda. Nel giardino, Temari e Shikamaru pregavano con le braccia alzate verso il cielo rosso, mentre due corpi ardevano legati a pali. Tra le fiamme si intravedevano i tre tomoe bianchi delle divise degli Accoliti. Attorno, la folla rispondeva al coro. Un sacrificio.
Tra i canti distingueva solo due parole: “Somma Hime”.
Non poteva restare. Non poteva farsi vedere. Qualunque cosa fosse accaduta durante la notte, Konoha non era più Konoha.
«Gaara!» sussurrò, rendendosi conto che lui non era lì.
Senza rotoli per richiamare le sue marionette, senza la sua solita divisa e completamente disarmato, Kankurō non poté fare altro che caricarsi Tailin in spalla e cercare un luogo sicuro — e, possibilmente, suo fratello. Il respiro gli bruciava in gola, ogni salto tra i tetti gli faceva vibrare i muscoli già stremati. Ora chiunque poteva essere un nemico.
Poi si bloccò di colpo. Un pensiero lo trafisse. All’ospedale c’era anche Aylin. L’aveva lasciata lì, in mezzo a quei fanatici.
Il cuore iniziò a martellargli nelle tempie. Il peso inerte di Tailin sulla schiena sembrò raddoppiare, le braccia gli tremavano, le ginocchia minacciavano di cedere.
«Kankurō!»
La vista di quella lunga chioma bionda e di quel volto così simile a quello di Tailin fu come bere acqua fresca dopo giorni nel deserto. Aylin era davanti a lui, in piedi e in salute.
«Presto, seguimi!» disse, senza perdere tempo in spiegazioni.
Non se lo fece ripetere due volte. Serrò la presa su Tailin e la seguì, saltando da un tetto all’altro, con i sandali che scivolavano sulle tegole umide e il fiato corto che gli graffiava il petto. Le campane del vento stridevano sotto le raffiche, mescolandosi ai cori lontani che salivano dalle strade.
Raggiunsero una dimora antica e pregiata, cinta da mura eleganti ma ora segnate dal tempo e dalla polvere: il palazzo del clan Hyūga.
«Gaara, sei qui!» esclamò il jōnin di Suna, non appena vide il fratello nel giardino, insieme a Ren e Hana, entrambi tesi e feriti nello sguardo.
«Meno male, anche voi due state bene!» disse Naruto, e nel tono c’era un sollievo quasi incredulo.
Solo allora Kankurō sentì davvero la stanchezza piombargli addosso: la corsa, la tensione, lo stomaco vuoto. Le braccia gli si fecero molli.
Naruto gli fu addosso in un attimo, prendendo Tailin tra le braccia con delicatezza. Aylin si inginocchiò subito accanto alla sorella, i palmi illuminati dal chakra curativo che emanava un chiarore caldo e pulsante. La esaminò con attenzione.
«È stabile… ma molto debole» mormorò, tirando un sospiro di contenuto sollievo.
«Ma che sta succedendo, accidenti?» sbottò Kankurō, con la voce roca e gli occhi arrossati.
«Non lo so» rispose Hana, asciutta, lo sguardo duro. «So solo che tua sorella e suo marito hanno ucciso a sangue freddo i nostri compagni. Se Gaara non fosse intervenuto, ora saremmo cenere anche noi.»
Kankurō deglutì. L’immagine dei falò, il crepitio delle fiamme e l’odore acre della carne bruciata gli risalirono alla gola.
«Anche Sakura e gli altri medici volevano riservarci lo stesso trattamento» ribatté Kankurō.
, serrando i pugni.
«S-Sakura vi ha attaccato?» balbettò Naruto, sbiancando.
«E non è tutto. In giro dicono che Sasuke Uchiha stia attaccando il villaggio. A voi risulta?»
Naruto scattò come punto da una scarica elettrica. «Ma che stai dicendo? Non è nemmeno da queste parti! Devo parlare subito col maestro Kakashi!»
Una nuvoletta di fumo esplose al suo fianco: un clone d’ombra prese forma e partì di corsa verso il palazzo dell’Hokage, i passi rapidi sul selciato bagnato, mentre il cielo rosso ribolliva sopra di loro.
«Maestro Kakashi, Maestro Kakashi!» irruppe Naruto dalla finestra, atterrando con un tonfo sordo sul pavimento lucido.
Anche quell’ufficio era cambiato. Le tende tirate lasciavano filtrare una luce rossastra e malata, che sporcava le pareti di riflessi cupi. L’aria sapeva di carta vecchia e incenso bruciato. Il Sesto era chino sulle mappe aperte sulla scrivania, le dita appoggiate su segnalini e spilli come se stesse pianificando un assedio.
«Cosa c’è, Naruto?» chiese senza alzarsi, con tono infastidito, come se l’irruzione fosse solo un rumore molesto in una giornata già storta.
«Dicono che Sasuke stia attaccando il villaggio… e sa perché il cielo è rosso e perché la gente sia improvvisamente impazzita?» parlò tutto d’un fiato; il petto gli bruciava e dovette piegarsi sulle ginocchia per riprendere ossigeno.
«Sei impazzito?» ribatté Kakashi, sollevando finalmente lo sguardo, gli occhi duri. «Certo che Sasuke ci sta attaccando. Come hai fatto a dimenticartelo? E poi che c’entra il cielo e la nostra gente?»
Naruto rimase immobile. La voce era la sua, ma non lo era. Anche l’aspetto. Sotto la veste dell’Hokage si intravedeva una tuta nera aderente, e sul petto, cucito in grande, il kanji del fuoco. Il volto coperto dal colletto della sua tuta, che di solito suscitava curiosità, questa volta gli dava un'aria ostile e autoritaria.
«Piuttosto» aggiunse Kakashi, stringendo gli occhi «perché tu, che sei la nostra arma più forte, sei di nuovo qui?»
Naruto deglutì, la gola secca. «Non… non le è giunta voce? Mia moglie… mia moglie è morta. Quelli della Confraternita delle Ombre…»
L’espressione del Sesto si fece tagliente. «Cosa hai da dire contro i nostri sovrani?» Il tono si indurì come acciaio. «Tua moglie è morta? Fattene una ragione. Era una donna debole.»
Il sangue pulsò nelle orecchie di Naruto. «Ma che sta dicendo, maestro? Come può parlare così di Hinata!» Il pugno calò sulla scrivania con un colpo secco; le pedine sulle mappe saltarono e rotolarono via.
«Maledetto idiota, guarda cosa hai combinato!» Kakashi scattò, le mani che si muovevano rapide a formare il sigillo della capra, il chakra che vibrò nell’aria come una corda tesa.
Naruto sentì l’onda della tecnica sfiorarlo — e dissolversi nel nulla. Qualunque cosa gli volesse fare, non aveva funzionato.
Kakashi balzò all’indietro, la sedia che strisciò sul pavimento. «Eretico!» ringhiò. «Ti sei rimosso — o fatto rimuovere — il sigillo d’ubbidienza. Ecco cosa erano venuti a fare quei falsi Accoliti che ora stanno ardendo nel giardino dei Nara!»
Kakashi non esitò. Con un gesto secco sollevò la fascia del coprifronte. Il Mangekyō Sharingan prese a ruotare, le tomoe deformate in quella geometria innaturale che sembrava risucchiare la luce stessa. L’aria davanti a Naruto si increspò come vetro scaldato a fiamma viva, poi iniziò a torcersi su sé stessa.
Lo spazio attorno alla spalla del biondo cominciò a collassare in una spirale invisibile, tirando tessuto e carne verso un punto di annientamento.
Naruto scattò di lato d’istinto, il mantello di chakra che si accese per un istante come una fiammata dorata. Il vortice gli strappò solo un lembo della giacca, che si dissolse in pulviscolo oscuro prima ancora di toccare terra.
«Non voglio combatterla, maestro» disse a denti stretti, arretrando verso la finestra, gli occhi duri ma velati di amarezza. «Anche lei è fuori di sé.»
Il Mangekyō pulsò di nuovo, pronto a comprimere un secondo punto dello spazio.
Naruto sospirò. «Scoprirò cosa vi è successo e vi libererò da questo incantesimo.»
Il suo corpo si sfaldò in una nuvola di fumo bianco, dispersa dal vento che entrava dall’esterno. Il chakra residuo svanì come un’eco.
Non appena Naruto percepì l’immagine trasmessa dal suo clone, divenne pallido.
«Anche il maestro Kakashi è preda di questa follia» disse con un filo di voce, il respiro corto, mentre tutti attorno a lui restavano sospesi, pendendo dalle sue labbra. «Dobbiamo andarcene da qui. Temo che tra poco ci verranno a cercare.»
«Che ti ha detto?» chiese Kankurō, ancora in ginocchio, una mano premuta a terra per reggersi.
«Ve lo spiegherò strada facendo…» rispose Naruto in fretta, lo sguardo già proiettato verso l’uscita. «Hiashi, Hanabi, prendete i bambini. Dobbiamo andare. Ora.»
Si mossero con urgenza, raccogliendo solo l’indispensabile.
Gli uomini e le donne del clan sotto quella strana influenza, fortunatamente ancora non sapevano che Hana, Ren e Aylin fossero Accoliti e che Naruto da quel momento era ricercato perché sprovvisto del sigillo d'obbedienza e quindi un possibile alleato degli Accoliti sacrificati nella mattinata. Seguivano diligentemente gli ordini di Hiashi, in quanto era il capo famiglia, ma sapevano che tutto questo sarebbe stato temporaneo, se l'ordine di cattura fosse giunto direttamente dall'Hokage.
I bambini tremavano. Non capivano. Non volevano lasciare la madre.
«Possiamo portarla con noi?» chiese Hiashi, la voce incrinata ma ferma. «La sigilleremo. Non posso lasciare mia figlia nelle mani di questi folli.»
Naruto serrò la mascella, poi annuì. «Sì. La portiamo via.»
Sapeva benissimo che Hinata, fosse stata ancora lì con loro, le avrebbe detto di sacrificarla, non voleva essere un peso. Ma questo lui non l'avrebbe mai permesso.
Kankurō si guardò attorno, allarmato. «Dov’è finito Gaara?»
Appena compresa la portata della follia che aveva inghiottito il villaggio, il primo pensiero di Gaara era stato uno soltanto: Eilin. Il suo corpo era ancora all’obitorio. Se sapevano che anche lei era un'Accolita, l’avrebbero senz'altro bruciata.
Scattò sui tetti, i sandali che slittavano sulle tegole instabili. Il chakra gli rinforzava le gambe, la sabbia gli si formava sotto i piedi in piastre compatte quando mancava l’appoggio.
Arrivò all’ospedale mentre nel giardino stavano innalzando una pira grezza di legno e barelle spezzate.
«Renderemo omaggio alla Somma Hime bruciando questa eretica! E la Somma Hime ci farà la grazia!» proclamava Sakura, le braccia levate, gli occhi svuotati di compassione e colmi di fanatismo.
«Toglietevi di mezzo.»
La sabbia esplose in avanti come un’onda del deserto, travolgendo uomini, pali e legname. La pira collassò con un boato, le fiamme soffocate dal fango. I presenti vennero scaraventati a terra, storditi.
Gaara atterrò tra i detriti e strappò via il sudario sigillato con dentro i resti di Eilin, sollevandolo con una cura quasi reverente.
«No!» gridò Sakura, il volto deformato dall’ira. «Non ci porterai via il nostro sacrificio!»
I bisturi partirono come lampi d’acciaio.
La sabbia si chiuse davanti a Gaara in uno scudo denso. Le lame vi si conficcarono con suoni secchi, tremando.
Nello squarcio che si intravide, gli chi erano duri, pieni di collera.
«Sei anche tu un eretico e presto farai la sua stessa fine!» urlò Sakura con voce spezzata e roca, mentre un lampo di dolore le attraversò le tempie, tanto forte da farle contrarre il volto. Le pupille tremarono per un istante, per il sigillo dentro la sua testa, quella rabbia era troppo elevata, ma riprese rapidamente il controllo.
Gaara non rallentò. Sapeva che anche solo un secondo sprecato avrebbe potuto costare caro. Strinse meglio il corpo di Eilin contro il petto e balzò all’indietro con una spinta di chakra sotto i piedi. La sabbia gli rispose d’istinto, sollevandosi a scudo attorno a lui come una seconda pelle.
Un grido si levò tra le strade di Konoha, rimbalzando tra i tetti scuri e i vicoli soffocati dall’aria pesante: l’Hokage aveva dato l’ordine. Gli uomini si stavano muovendo. La caccia agli eretici era iniziata. Le porte si aprivano di colpo, gente che correva, armi estratte: il villaggio intero sembrava essersi trasformato in un organismo ostile.
Ormai il loro anonimato era andato in frantumi.
Una copia di Naruto gli piombò davanti, il chakra eremitico che gli brillava attorno come una fiamma dorata. «Stanno fuggendo — seguimi!» disse rapido, indicando la via con un gesto secco.
L'obiettivo era l’accampamento degli Accoliti — con la speranza, fragile ma necessaria, che almeno lì la volontà delle persone non fosse stata piegata.
Per confondere gli inseguitori, chi non poteva levitare, venne sollevato e trasportato dalle copie di Naruto. Le repliche si muovevano coordinate e precise. Non solo: altre ancora avevano assunto le sembianze dei fuggitivi, correndo in direzioni opposte, saltando tra i tetti, lasciando scie di chakra volutamente evidenti. Un labirinto vivente di falsi bersagli.
In quel frangente, la sua capacità di generare migliaia di copie si rivelò essenziale.
Naruto non prese nemmeno in considerazione l’idea di contrattaccare Kakashi o gli altri compagni. Nel suo cuore sapeva che tutti loro fossero semplicemente vittime della Confraternita. E da qualche parte doveva esistere un modo per spezzare quella catena invisibile.
Sotto gli occhi dei bambini, del capoclan degli Hyūga, di sua figlia e di tutti gli altri — sostenuti dalle braccia salde di Naruto e delle sue copie — la terra scorreva via in un flusso indistinto di colori e ombre. Tetti, alberi, strade e corsi d’acqua si piegavano sotto di loro e assumevano le forme di un quadro impressionista. L’aria sferzava i volti e faceva svolazzare i lembi dei vestiti.
Himawari si strinse più forte contro il petto del padre, le dita aggrappate al tessuto, il viso nascosto per metà contro di lui, come se quel contatto potesse tener lontano ogni paura. Boruto invece volle le braccia di Aylin... e non per caso. Da quando lei lo aveva salvato, i suoi occhi non avevano smesso di cercarla, pieni di una curiosità silenziosa e di una fiducia istintiva. La donna volava stabile, sospinta dal potere del Serpente dell’Aria, con il chakra che le scivolava attorno come una corrente invisibile.
Gaara avanzava poco distante, rapido e preciso sulle sue zolle di sabbia sospese, che si formavano e si dissolvevano sotto i suoi passi come onde solide. Il suo volto era teso, scavato, ma lo sguardo restava vigile, sempre rivolto all’orizzonte.
Naruto originale teneva stretto a sé il corpo di Hinata, ora avvolto e sigillato dalle bende contenitive. La stringeva contro il cuore come si stringe qualcosa di sacro, insostituibile. Anche senza vita, per lui era ancora sinonimo di calore e casa. Le dita non volevano lasciarla andare. Il suo respiro tremava e, senza più la forza di trattenersi, le lacrime gli scesero sul volto, disperdendosi nel vento della corsa.
La donna che amava non c’era più — e il dolore più crudele era che non poteva nemmeno fermarsi a darle pace. Nemmeno il tempo di una sepoltura. Nemmeno il tempo dell’addio.
Non sapevano con precisione che ore fossero. Quel cielo color sangue, denso come una ferita aperta e percorso da vortici lenti e inquieti, lasciava filtrare solo lame smorzate di luce. Il sole era ridotto a un disco pallido dietro una coltre cremisi, e il mondo intero sembrava sospeso in un crepuscolo innaturale. Anche la vegetazione ne risentiva: le foglie pendevano spente, l’erba appariva scolorita, come se la linfa stessa scorresse più lenta. La vita, in ogni sua forma, dava l’impressione di resistere per inerzia, appesa a un filo sottile.
Quelle terre erano state scelte per l’accampamento temporaneo degli Accoliti proprio per la loro bellezza e per il senso di quiete che un tempo sapevano offrire. Ora, invece, ogni scorcio appariva mutato: le radure parevano lande desolate, i profili degli alberi troppo scuri, le ombre così nette da sembrare fenditure pronte a nascondere minacce. Perfino il vento aveva cambiato suono, più basso, più ruvido.
Atterrarono nei pressi della cascata. L’acqua continuava a precipitare con il suo fragore costante, ma anche quel rumore, un tempo rassicurante, ora sembrava cupo, cavernoso. Sulle rocce e sul terreno circostante erano ancora visibili i segni dello scontro di due giorni prima: memoria muta della battaglia in cui Hana, Ren e gli altri Accoliti erano riusciti a fermare la furia del Serpente dell’Aria.
All’apparenza non c’era nessuno. Solo un silenzio teso a regnare sovrano.
Aylin posò a terra Boruto con delicatezza, poi si voltò lentamente, scrutando l’area con occhi attenti. Inspirò e lasciò uscire un fischio breve e modulato, netto come un segnale inciso nell’aria.
Silenzio.
Ne emise un secondo, più lungo e articolato, con variazioni sottili di tono. Il suono si insinuò tra gli alberi e rimbalzò contro la roccia umida.
Dopo qualche istante arrivò la risposta.
Anche Ren ed Hana si unirono a quella forma di comunicazione sofisticata, fatta di richiami e pause misurate. Il bosco parve trattenere il respiro... poi si mosse. Dai cespugli, tra le pieghe dell’ombra, emersero diverse figure, leggere e guardinghe come spettri addestrati: tute nere integrali, volti coperti, tre tomoe bianchi dipinti sul petto a segnare l’appartenenza. Apparvero senza fare rumore, come se il terreno stesso li avesse restituiti.
«Capostipite» disse uno dei più anziani — per quanto di anziani veri lì non ve ne fossero — avanzando verso di loro con passo rispettoso e il capo chino in un inchino composto. «State bene, e anche Hana, Ren. Dove sono Iko e Sano?»
«Non ce l’hanno fatta» rispose Aylin, con voce ferma, priva di esitazioni o attenuazioni e diretta. Le parole caddero nell’aria come pietre.
Un mormorio trattenuto percorse il gruppo. Gli Accoliti scrutarono con curiosità inquieta gli sconosciuti al seguito, occhi vigili dietro le maschere. Aylin colse subito quella tensione e aggiunse, con tono direttivo: «Andiamo alle grotte. Vi spiegherò tutto.»
Una volta al riparo tra le pareti rocciose, dove l’aria era più fredda e odorava di pietra bagnata, Hinata ed Eilin vennero deposte l’una accanto all’altra, in uno dei punti meno umidi. Le bende sigillate risaltavano nella luce tremolante delle torce. Attorno a loro si raccolse un piccolo gruppo di Accoliti, che iniziarono a intonare preghiere arcaiche, a bassa voce, invocando la Somma Hime affinché le accogliesse nella sua dimora. La litania scorreva nei corridoi come un filo sonoro continuo, riverberando sulle volte della caverna.
Poco più in là, il resto del gruppo e gli ospiti sedevano raccolti davanti a un grande falò. Il legno crepitava, sollevando scintille e fumo resinoso. I volti erano rigati di stanchezza, tirati, segnati dallo shock. Nessuno mostrava serenità: la comprensione degli eventi e il peso delle perdite avevano serrato ogni cuore in una morsa silenziosa.
I bambini vennero radunati insieme a quelli degli Accoliti, in una zona separata, più interna e protetta, lontana dalle parole dure degli adulti. Coperte, acqua calda e cibo semplice erano stati preparati per loro. La tutela dei più piccoli restava uno dei cardini della loro fede — un principio che, con gli anni, la Confraternita aveva dimenticato del tutto.
«Dovremmo dare per scontato che il resto del mondo sia completamente impazzito e che solo gli Accoliti, alcuni Hyūga e noi altri siamo riusciti a sfuggire a questa follia?» si chiese Kankurō, massaggiandosi lentamente il mento, lo sguardo fisso nel fuoco.
Tailin era stata sistemata poco distante, dentro un sacco a pelo ben chiuso. Non era certo un letto d’ospedale, ma era asciutto e caldo, e al momento rappresentava il meglio che potessero offrirle.
«Ma perché gli altri sono stati colpiti da questo incantesimo, mentre noi no?» domandò Hanabi, corrugando la fronte mentre cercava di mandare giù qualche boccone di riso da una ciotola di ceramica. Il vapore le sfiorava il viso, ma l’appetito era quasi assente.
«Non lo capisco neanch’io. Tutti noi Accoliti di Hime siamo rimasti esenti. Forse la benedizione della Dea ci ha protetti» ipotizzò Ren, parlando piano. «Ma voi Hyūga? E perché Kankurō e Gaara sì, mentre Temari è cambiata?»
«Chi di noi ha sofferto di più per la morte di Eilin ed Hinata?» intervenne Gaara, che fino a quel momento era rimasto in disparte, mezzo in ombra, la voce bassa ma netta.
Non aggiunse altro. Non ce n’era bisogno.
I presenti si scambiarono sguardi lenti, colpiti dall’evidenza che prendeva forma. Un unico filo sembrava legarli: il dolore più profondo. Gli Accoliti, Gaara, Kankurō, le sorelle — tutti uniti da un legame profondo con Eilin. Così come Naruto, i figli e i parenti più stretti lo erano con Hinata. Non semplice affetto, non semplice amicizia: perdita intima, lacerante. Il cuore spezzato di due sorelle, di un padre verso una figlia, di un marito verso una moglie. Il cuore spezzato di una famiglia.
E forse — per quanto assurdo potesse sembrare — era proprio quella frattura a tenerli svegli. A tenerli liberi.
«Se dovremmo dare adito a questa ipotesi, allora saremmo rimasti soli al mondo» disse Aylin, con tono stanco, le spalle leggermente curve e lo sguardo velato dalla fatica. La luce del fuoco le danzava negli occhi scuri, accentuando le occhiaie e le tracce di tensione sul volto.
«Non soli al mondo!» esclamò Naruto, con voce accesa, vibrante. Le fiamme si riflessero nelle sue iridi azzurre mentre posava una mano calda sulla spalla di Aylin, stringendola con decisione, poi sollevò lo sguardo verso tutti gli altri. «Noi siamo ancora qui, no? E non ci mancano né la forza né le capacità per combattere. Sono già riuscito una volta a fare breccia nei cuori di chi credeva impossibile la pace… ci riuscirò anche stavolta.»
L’energia del suo tono si propagò come un’onda, scaldando l’aria quanto il falò. Qualche schiena si raddrizzò, qualche espressione assunse un'aria più decisa.
«Siamo riusciti una volta a liberarci da un sogno infinito…» aggiunse Kankurō, serrando i pugni fino a far sbiancare le nocche, «per quanto ammetto che mi manca il fatto di non aver realizzato davvero la mia marionetta gargantuesca… ce la faremo anche questa volta.» Un mezzo sorriso storto gli attraversò il volto.
«La Confraternita saprà cosa vuol dire far arrabbiare i benedetti della Somma Hime» dichiarò Hana con slancio. I suoi codini viola scattarono quando mosse il capo, caricati di elettricità statica e fervore, lo sguardo acceso di determinazione.
«Per oggi riposiamo. Domani vaglieremo tutte le nostre opzioni» concluse Aylin, recuperando un tono di guida calmo, anche se velato di stanchezza. Poi fece un piccolo gesto con la mano verso le ciotole. «Mangiate, prima che il riso si incolli. Abbiamo bisogno di forze vere, non solo di buoni propositi.»
«Ma non è che avete il ramen?» Mugugnò Naruto.
«Narutoooo» risposero in coro i presenti.
Anche quel giorno trascorse e si trascinò lento, come una ferita che rifiuta di rimarginarsi. Le ore scorrevano pesanti tra le pareti di roccia, scandite solo dal crepitio dei fuochi controllati e dal gocciolio lontano dell’acqua nelle profondità della grotta. Ognuno di loro cercava un angolo di silenzio dove rifugiarsi, perché il domani era un territorio nebbioso, carico di incognite e presagi poco rassicuranti.
Per scongiurare l’eventualità che l’abile Sesto Hokage potesse individuare il loro rifugio, avevano attivato un sigillo di occultamento. Le trame di chakra, sottili e continue, vibravano invisibili lungo le pareti e l’ingresso della caverna. Chiunque fosse rimasto all’interno non sarebbe stato percepibile dai ricognitori sensoriali.
Nel frattempo Aylin aveva disposto alcuni dei suoi uomini come esploratori, inviandoli con istruzioni precise e tempi di rientro rigidi. Quando tornarono, nel pomeriggio inoltrato, portavano con sé notizie amare: confermarono le ostilità di Sasuke Uchiha nei confronti della Foglia. Pareva che non si fosse mai davvero redento e che fosse riuscito a liberarsi dal sigillo di ubbidienza. La voce corse tra i presenti come una scarica fredda.
Naruto osservò il fuoco per un lungo istante, poi disse che, proprio per questo, avrebbe potuto diventare un loro alleato. Ma gli Accoliti lo scoraggiarono subito. Sasuke — riferirono — mirava a creare un regno antagonista dominato dagli Uchiha, un ordine fondato sul potere ipnotico dello Sharingan e sulla sottomissione delle volontà. Nel suo cuore, dissero, non ardeva nulla se non solo odio sedimentato.
In generale, dalle informazioni raccolte, emergeva un quadro ancora più cupo: il mondo sembrava nutrirsi ormai quasi soltanto di sentimenti negativi — sospetto, fanatismo, rancore. Chi era cresciuto al servizio cieco del regno della Confraternita delle Ombre non aveva mai davvero conosciuto il senso dell'amicizia e della lealtà.
La realtà che prendeva forma era l’esatto contrario di quella tanto sognata da Hime Ōtsutsuki — e il colmo era che molti proclamavano di agire proprio in suo nome.
Tailin per fortuna nel frattempo riprese conoscenza. Il respiro le uscì irregolare dalle labbra screpolate. Kankurō non l’aveva lasciata sola neanche un minuto: seduto accanto a lei, con la schiena curva, la sorreggeva con un braccio dietro le spalle. Con l’altro, aiutato da Hana, le portava alla bocca una zuppa calda, raccogliendola con un cucchiaio di legno e attendendo con pazienza ogni piccolo sorso. Il profumo semplice del brodo si mescolava all’odore della roccia umida e del fumo lontano dei falò.
La kunoichi era debole, svuotata, ma anche restia ad accettare quel gesto di cura. Le labbra si serravano a tratti, il mento tremava. Il senso di colpa e l’amarezza per essere stata sconfitta, per non aver vendicato sua sorella, le ardevano dentro come brace viva. Ogni deglutizione sembrava una resa che non voleva concedere. Ma Kankurō non le avrebbe permesso di lasciarsi andare.
«Tu devi vivere per alimentare il suo ricordo» le disse, con voce accesa e incrinata, piegandosi un poco più vicino, quasi a volerle prestare il proprio respiro. «Non è vero che non esistete, voi siete esseri umani, vivi. Tu esisti per me, Tailin, perciò, ti prego, non andartene.»
Hana socchiuse la bocca, sorpresa da parole così nude e sentite.
Si diceva di loro che erano “coloro che non esistono”. Questa era la loro nomea: presenze senza volto, sconosciute ai più, invisibili nella storia delle terre ninja. Ombre con un nome in codice che passava di guerriero in guerriero, ogni volta che qualcuno cadeva. Nessuna bandiera, nessuna casa, nessuna appartenenza — solo missioni e cicatrici. Persone addestrate per un unico scopo, a cui non era concesso immaginare una vita normale.
Eppure qualcuno, tra le pieghe delle ombre, si era fermato davvero a guardarli. Non molti — pochissimi — ma abbastanza da riconoscerli. Anime capaci di vedere oltre il giudizio e la paura. Per quei pochi, confratelli o Accoliti che fossero, loro non erano fantasmi. E per quest'ultimi, questi pochi, rappresentavano la loro luce più grande.
«Tailin, amica mia, devi vivere. Tu non sei mai stata solo l’emanazione del Serpente del Fuoco» disse Hana, unendosi alle parole di incoraggiamento di Kankurō. Si chinò un poco verso di lei, la voce calda, ma ferma, mentre il riflesso del fuoco del braciere le danzava negli occhi. «Tu stessa sei la rappresentazione del fuoco. Non ho mai conosciuto una persona vitale come te e persino sotto l’influenza di quel sigillo, tra tutti spiccavi per il tuo carattere. Sei davvero forte, più forte di tutti noi. Perciò ti prego, dimostraci ancora una volta quanto sia potente il fuoco del tuo spirito.»
Il crepitio delle fiamme riempiva i brevi silenzi tra una frase e l’altra, mentre il vapore della zuppa saliva lento tra le mani di Kankurō. Lui sollevò lo sguardo verso Hana e le rivolse un mezzo sorriso riconoscente, un grazie muto per quel sostegno arrivato al momento giusto.
«Guarda che se crepi, farò una marionetta con il tuo corpo» borbottò poi, cercando di mantenere il tono brusco di sempre, anche se la voce gli tradì un filo di tremore.
Hana sorrise di lato: era evidente che egli avesse capito il senso di quelle parole dette il giorno prima all'ospedale.
Le labbra di Tailin si mossero appena, poi si piegarono in un accenno d’espressione viva. «Tu fallo e giuro che mi animerò nel cuore della notte, su una sedia a dondolo, al tuo capezzale» rispose, con una voce roca ma sorprendentemente più animata, graffiata dalla debolezza ma attraversata da una scintilla familiare.
Per i due ragazzi che la assistevano, quel sarcasmo ritrovato — così tipicamente suo — suonò come un ruggito di ritorno alla vita. Un segnale piccolo, ma potentissimo. Il fuoco non si era ancora spento.
Ora che gli Accoliti avevano smesso quella litania e si erano ritirati, Naruto ne approfittò per mettersi lui a pregare al cospetto delle due salme. Congiunse le mani senza una formula precisa. Non sapeva bene che cosa dire — non si era mai trovato a farlo — ma tutta quella devozione respirata nell’aria, il profumo delle erbe bruciate e il tremolio delle torce lo avevano coinvolto più di quanto volesse ammettere.
Così tante cose erano capitate in quei giorni, così tante disgrazie da sembrare irreali. Credeva di aver finalmente ottenuto quel mondo che tanto desiderava, un luogo sicuro in cui far crescere i suoi piccoli, e invece ancora una volta la crudeltà dell’uomo aveva prevalso. Il dolore sembrava un fiume in piena. Eppure Hagoromo contava su di lui e su Sasuke affinché riportassero gli equilibri. Era riuscito a essere un ponte tra gli uomini e anche tra i Cercoteri, ma non era bastato. Non ancora.
Cosa avrebbe dovuto fare — diventare come loro e soggiogare tutti con il pugno di ferro? Il potere non gli mancava. Lo sentiva scorrere dentro le sue vene. Se fosse stato un altro uomo, sarebbe potuto diventare la calamità più grande di tutti i tempi. Ma lui non era un altro uomo: era il bambino della profezia, e aveva scelto la rettitudine, aveva scelto di salvare un amico quando il mondo intero gli diceva di lasciarlo cadere. Ancora una volta il mondo lo stava mettendo alla prova. E mai come ora sentiva il vuoto dell’assenza di Hinata al suo fianco.
Un fruscio leggero tra le rocce lo ridestò dai pensieri.
«Gaara, lo sai che nessun chakra a me può essere occultato» disse Naruto, assottigliando lo sguardo verso l’ombra, salvo poi rattristarsi di colpo. «Almeno… questo era quello che credevo.»
Gaara non rispose subito, restando immobile dietro la sporgenza di pietra.
«L’hai portata in braccio per tutto il tempo, da Konoha a qui. Eppure non l’hai mai guardata. Anche ad Ame hai evitato di posare lo sguardo su di lei.»
«Quella cosa non è Eilin» rispose secco Gaara, la voce bassa, ruvida. «Lei è…»
Le parole gli morirono in gola.
«Gaara, ti prego, vieni qui alla luce delle torce. Non scegliere l’ombra.»
Il ninja della sabbia avanzò a passi lenti. La fiamma aranciata gli disegnò il volto scavato, le bende appena cambiate, la stanchezza incisa sotto gli occhi. Naruto lo osservò in silenzio per un istante: sembrava dimezzato, svuotato.
«Anche io non accetto l’idea che Hinata sia morta» disse piano. «La mia mente continua a spingermi a credere che sia soltanto altrove… che non sia lì, distesa a pochi passi da me.» Gli si avvicinò e gli posò una mano sulla spalla, salda. «Ma sono lì, entrambe. Questa è la realtà. Ti giuro che darei ogni briciola del mio potere se potesse riportarle indietro…» sospirò, la voce incrinata «…ma purtroppo quelli che devono andare avanti siamo noi.»
Gaara sostenne per un attimo lo sguardo azzurro dell’amico, poi lo lasciò scivolare a terra. «Tu almeno hai ancora i tuoi figli. Quei bastardi… ci hanno portato via il futuro. Perché non sono riuscito a tenerla al mio fianco? Perché non mi sono opposto?»
«Perché l’avresti chiusa in una gabbia. E quello non è amore. Lei era la tua compagna, non una bambola da compagnia.»
Gaara si accigliò, pensieroso, come se quelle parole avessero incrinato qualcosa di rigido dentro di lui. «Lei era la reincarnazione del Serpente dell’Acqua. E l’acqua non la puoi fermare. È energia, è vitalità.» Il respiro gli si fece irregolare. «Se l’avessi trattenuta… forse…»
Per la prima volta si voltò verso la salma di Eilin. Solo un istante — abbastanza perché il petto gli si stringesse — poi distolse di nuovo gli occhi. Ma era un primo passo.
Naruto gli afferrò entrambe le spalle, con decisione gentile. «Vieni. Sediamoci qui e vegliamo su di loro. Peccato non avere un po’ di sake. Ne avremmo offerto un sorso alle nostre signore… e poi ci saremmo ubriacati noi.»
«È uno degli insegnamenti del maestro Jiraiya?» chiese Gaara, senza cambiare espressione. Non era chiaro se fosse ironia o sincera curiosità.
Naruto scoppiò a ridere piano, una risata stanca ma vera, grattandosi la nuca. «Chissà, chissà.»
Quella sera fu Aylin stessa a offrirsi come sentinella, forte della sua capacità di camuffare il chakra con precisione quasi assoluta. Aveva di nuovo indossato la divisa degli Accoliti, con i tre tomoe bianchi ben visibili sul petto scuro, e si era appostata su un ramo alto di un sempreverde, la schiena contro la corteccia ruvida, lo sguardo fisso tra le ombre. La resina profumava l’aria e la brezza notturna le sfiorava il viso, insinuandosi tra le ciocche bionde, ora raccolte in una coda di cavallo.
Con quella tuta si sentiva decisamente più a suo agio: il tessuto aderente ma flessibile seguiva i movimenti senza ostacolarli, restituendole una sensazione familiare di prontezza e controllo. Doveva anche ammettere, con un mezzo sorriso stanco, che gli abiti di Hinata che aveva indossato di giorno le stavano larghi, la canotta soprattutto. La moglie di Naruto del resto aveva "abbondanze" che lei si sognava, anzi era già tanto che aveva "un po' di collina".
Grazie alla sua innata che permetteva di controllare le correnti d'aria, aveva modo di concentrandosi sui suoni e sugli odori che il vento le restituiva a ondate irregolari. Ogni fruscio d’erba, ogni vibrazione lontana le scivolava dentro: neppure il più lieve frinire delle cicale avrebbe potuto sfuggirle. Eppure la cosa inquietante era proprio quella: in quel nuovo mondo non si udiva alcun verso, né il richiamo della civetta né l’eco del lupo. Anche la fauna, forse, tremava sotto quel cielo rosso e denso che soffocava la luce e non permetteva nemmeno di vedere le stelle. L’unico astro visibile era una luna scarlatta, una luna di sangue che troneggiava come un occhio vigile su un mondo mutato nel giro di una notte.
«Boruto, fermo, non possiamo uscire!» la vocetta preoccupata di Himawari le giunse chiara alle orecchie.
«Non ce la faccio, io voglio tornare a casa, voglio mamma!» Il bambino dai capelli biondi sembrava aver raggiunto il limite: la voce gli tremava e il respiro era corto. Lo manifestò uscendo dalla grotta, trascinandosi dietro la sorellina aggrappata al suo braccio, che tentava di trattenerlo tirando con tutte le sue forze.
In un attimo Aylin si dissolse nell’aria, per poi ricomparire proprio davanti ai due bambini, ormai fuori dallo spazio protetto della grotta.
«Non è ora di andare a nanna?» li riprese, con tono fermo ma senza durezza.
I bambini deglutirono all’unisono, colti sul fatto. Aylin li osservava da dietro la maschera di tessuto nero, immobile, lo sguardo serio in attesa di una risposta.
«Ti prego, zietta, non dirlo a papà!» balbettò Boruto, stringendo le spalle.
Aylin assottigliò gli occhi. «Non gli dirò nulla, se rientrate subito dentro. Perché siete usciti?»
«È che io… io voglio la mamma. Perché non è rimasta con noi?» La voce gli si spezzò e le lacrime gli rigarono il viso; subito dopo anche Himawari iniziò a piangere, singhiozzando piano.
«Io non ce la faccio a dormire senza la favola della mamma!» disse la bambina, strofinandosi gli occhi con il dorso della mano.
La capostipite degli Accoliti si chinò al loro cospetto e posò le mani sulle loro spalle, con un gesto caldo e gentile. «La vostra mamma ha fatto quello che tutte le brave mamme fanno: proteggere i loro figli», spiegò con voce bassa e lenta, cercando parole semplici. «Ma non preoccupatevi, ora lei è nella casa della Somma Hime.»
«Che cosa è?» chiese Boruto, tirando su col naso mentre si asciugava le guance.
«È un posto speciale, dove vanno tutte le persone buone, soprattutto le mamme. Anche la mia si trova lì.»
«E dove si trova questa casa?» domandò Himawari, con innocente serietà.
Aylin fece un gesto ampio con le braccia, indicando tutto ciò che li circondava. «La casa di Hime è ovunque: nei fiori, nell’aria, nei ruscelli d’acqua, e persino nel vostro cuoricino. E così anche la vostra mamma: è in ogni luogo, pronta a proteggervi.»
Himawari si toccò il petto con l’indice. «Quindi mamma è qui?»
Aylin abbassò la maschera, rivelando un sorriso dolce e luminoso. «Sì, piccolina. Nel tuo, in quello di tuo fratello, del tuo papà e di tutti coloro che l’hanno amata.»
«Ma zietta, come facciamo a sapere che è riuscita ad arrivarci? Quei cattivi le hanno fatto del male… forse si è persa!» Boruto si accigliò, lo sguardo pieno d’ansia.
Aylin allora unì le mani di entrambi i bambini tra le proprie, stringendole con delicatezza. «Possiamo assicurarci che trovi la strada, pregando la Somma Hime. Chiediamole di farla arrivare sana e salva alla sua casa.»
Chiusero gli occhi tutti e tre, e insieme pregarono perché Hinata trovasse la via. Ma più Boruto pronunciava quelle parole ad alta voce, più gli suonavano stonate nel petto.
«Somma Hime, io non voglio che mamma vada a casa tua. Io voglio che torni da me ed Himawari. Somma Hime, falla tornare qui!»
«Posso farlo.»
Una quarta voce, fanciullesca ed eterea, scivolò nell’aria come un tintinnio lontano. Quando riaprirono gli occhi, si ritrovarono immersi in un campo di fiori variopinti e luminescenti, attraversato da una luce soffusa color smeraldo che pareva respirare.
Al centro del prato stava una bambina in kimono bianco e tomoe neri. I capelli bianchi irradiavano un chiarore proprio; la pelle era chiarissima e gli occhi lattiginosi ricordavano quelli degli Hyūga… o meglio degli Ōtsutsuki.
Aylin sgranò gli occhi, mentre i due bambini, spaventati, si rifugiarono tra le sue braccia.
«Lo spirito di Hime della Terra», balbettò.