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Naruto e le sue copie setacciarono in lungo e in largo il territorio, alla ricerca di qualsiasi indizio: segni di un insediamento, tracce di combattimento, residui di chakra. Qualunque cosa che potesse condurlo alla Confraternita. Viaggiava a una velocità impressionante, ma i suoi riflessi — ormai affinati oltre ogni limite umano — gli permettevano di osservare ogni zona senza lasciarsi sfuggire il minimo dettaglio. Dopo anni di duro allenamento, perdite, rabbia e rinascita, aveva raggiunto un livello che sarebbe stato ricordato negli annali della storia.
Eppure, nonostante tutta quella potenza, non riusciva a trovare sua moglie. Era come se si fosse dissolta nel nulla.
Chiunque avesse pianificato quel rapimento, lo aveva fatto sapendo perfettamente che avrebbe scatenato l’ira di un semidio. Follia… oppure il risultato di anni e anni di strategie tessute nell’ombra, affinché i loro obiettivi di conquista non fallissero sul nascere.
Le terre del Paese del Fuoco scorrevano rapide sotto di lui. Undici anni prima, per appena un paio di giorni di viaggio in più, non era riuscito a salvare Gaara, tornato poi in vita solo grazie al sacrificio della vecchia Chiyo. Se allora avesse posseduto un potere simile, almeno una vita sarebbe stata risparmiata. Ma il cammino del bushidō — lo sapeva bene — non era destinato a essere semplice, nemmeno per il più forte degli eroi.
E ora che quel percorso sembrava averlo finalmente condotto alla meta… possibile che ci fosse ancora un tratto da attraversare?
Il sole salì lentamente fino allo zenit e poi iniziò la sua discesa, ma Naruto aveva già coperto una distanza che uomini comuni avrebbero impiegato quasi settantadue ore a percorrere.
All’improvviso il paesaggio mutò. Il territorio si fece più scuro, i colori più spenti, mentre nuvole pesanti si addensavano all’orizzonte. Era successo qualcos’altro — lo sentiva — e quelle nubi minacciose probabilmente avrebbero presto raggiunto anche la Foglia.
Che un’altra blasfemia fosse stata compiuta nel frattempo?
Aylin, distesa nel letto d’ospedale, osservava attraverso i vetri della finestra le nuvole correre veloci nel cielo. Anche lei lo percepiva.
A un tratto una nuova fitta le attraversò il petto — non violenta come quella che aveva sentito alla caduta di Eilin, ma abbastanza profonda da gelarle il respiro. Era un richiamo primordiale, qualcosa legato al vincolo che unisce i fratelli oltre la distanza e oltre la ragione.
Si accorse solo dopo qualche istante che stava piangendo.
Aveva appena perduto una sorella. Non avrebbe potuto sopportare di perderne un’altra così presto.
«Gaara, dobbiamo rimetterci in cammino, non possiamo rimanere qui. Non c’è altro che possiamo fare» disse Kankurō, la voce bassa ma ferma, mentre si issava in spalla il corpo di Eilin, avvolto nelle bende ormai intrise di pioggia. Il tessuto gocciolava lentamente, scandendo il tempo con un ticchettio cupo sul metallo del camminamento. Con l’altro braccio sosteneva Tailin, aiutandola a restare in piedi; la ragazza tremava, stremata, e ogni passo sembrava costarle uno sforzo immenso.
Delle sciabole si era fatto carico lui — le else fredde che battevano contro il fianco a ogni movimento — perché lei non aveva più la forza nemmeno per reggerle.
Gaara era rimasto immobile, lo sguardo fisso sull’orizzonte annerito dalla pioggia. Le nubi basse sembravano schiacciarlo contro la terra. Non aveva più la forza neppure di pensare; voltarsi verso quel corpo avrebbe significato accettare una verità che la sua mente continuava a respingere con ostinazione. Era entrato in una negazione così totale da apparire quasi irreale, una statua dimenticata sotto la tempesta.
«Una volta arrivati a Suna, chiarirai la tua posizione. Quando quegli stolti vedranno con i loro occhi, non potranno recriminarti nulla per essere andato via così senza preavviso.»
«Te lo sei dimenticato?» chiese il ninja con il kanji "amore" sulla fronte, il tono improvvisamente duro, tagliente quanto il vento che soffiava tra le gole rocciose. «Rinuncio a quella carica. Anziché aiutarmi a intervenire — o anche solo farmi le condoglianze — hanno iniziato a litigare e a mordersi al collo. È anche per colpa loro che la mia Eilin ha sempre avuto delle remore a sposarmi. Non voleva mettermi in una posizione difficile col consiglio, voleva proteggere la mia autorità.»
Inspirò lentamente, ma l’aria fredda gli sembrò graffiare i polmoni.
«Ma che cos’è davvero importante, a questo mondo, se non le persone che amiamo?»
Kankurō sospirò, e il vapore del suo respiro si disperse subito nella pioggia.
Gaara aveva lottato con ogni fibra del proprio essere per farsi accettare, per conquistare con le sue sole forze una posizione di prestigio. Aveva lavorato instancabilmente per dimostrare l’uomo retto che era diventato, per soffocare il ricordo del demone che un tempo aveva terrorizzato chiunque incrociasse il suo cammino.
E ora, guardandolo così — rigido, svuotato, consumato da un dolore troppo grande perfino per le lacrime — Kankurō ebbe la netta sensazione che qualcosa dentro di lui si fosse spezzato.
Non era più Gaara a implorare di essere accettato. Ora ne aveva le tasche piene e non gli importava più delle conseguenze.
«Che cosa vogliamo fare, allora?» chiese Kankurō, la voce incrinata dalla tensione. Subito dopo posò lo sguardo su Tailin. La ragazza aveva perso completamente la voce a furia di gridare; dalle sue labbra screpolate usciva ormai solo un rantolo roco, quasi animale. Il suo respiro era irregolare, caldo contro l’aria gelida, e il tremore che le attraversava il corpo non prometteva nulla di buono. Doveva portarla da un medico il prima possibile, richiudere quelle ferite prima che fosse troppo tardi. Probabilmente la febbre stava già salendo.
Come se avesse intuito i suoi pensieri, Tailin serrò i denti con uno scatto d’orgoglio, anche se quel semplice gesto sembrò costarle uno sforzo immenso. «Lasciatemi qui… ho fallito. Tanto vale che mi tolga la vita, qui e ora.»
Quelle parole colpirono il giovane uomo nel profondo.
«Non dire idiozie!» esplose Kankurō, la rabbia che gli vibrava nella gola. «Non ti permetterò di fare seppuku, dovessi legarti come un salame!» Scostò il fianco a cui erano appese le sciabole, quasi a volerle sottrarre definitivamente a ogni suo proposito insensato. «Adesso ti rimetterai, capito? E questa volta studieremo un contrattacco insieme.»
Il suo sguardo scivolò per un istante verso Gaara, ancora immobile poco distante, una figura solitaria inghiottita dalla foschia.
«Vendicheremo tua sorella… vendicheremo la promessa sposa del Kazekage.»
Il vento trascinò via le sue parole lungo il camminamento metallico, dove si mescolarono al tamburellare incessante della pioggia — in quel momento sia lui, ma anche Gaara e Tailin nei loro cuori, suggellarono una promessa di vendetta.
Improvvisamente un lampo giallo irruppe sul camminamento, fendendo la cortina di pioggia e illuminando per un istante le superfici metalliche. L’apparizione mise immediatamente in allarme il trio. Kankurō strinse a sé la ragazza con maggiore decisione, quasi a volerle fare scudo con il proprio corpo, mentre Gaara si voltò di scatto e plasmò una corona di cunei appuntiti con la sabbia della sacca, che prese a fluttuare nell’aria come uno stormo pronto a trafiggere l’intruso.
Naruto alzò subito le mani davanti a sé, invitandoli alla calma, il mantello ancora increspato dall’energia dello spostamento.
«Ah… sei tu» sospirò Kankurō, lasciando uscire l’aria che non si era nemmeno accorto di trattenere.
Ma non appena Naruto comprese davvero ciò che aveva davanti — il corpo bendato, la disperazione sospesa nell’aria — il suo animo si rabbuiò completamente. Dunque era tutto vero.
Avanzò a passi lenti. Posò prima una mano sulla spalla di Tailin e su quella del vecchio amico, un gesto semplice, ma colmo di silenzioso conforto. Subito dopo si diresse verso Gaara.
Si fermarono a pochi passi l’uno dall’altro. Per un momento restarono immobili, a fissarsi. Non servivano domande: lo stesso dolore abitava i loro occhi, lo stesso vuoto.
«Hanno preso Hinata.»
Non ci fu bisogno di aggiungere altro. I due amici si strinsero in un abbraccio — uno di quelli fatti solo di bisogno reciproco, di sostegno muto mentre il mondo sembra crollare. I loro cuori, entrambi spezzati, battevano all’unisono sotto il peso di un dolore che pareva non avere cura.
«Non permettere che te la portino via» gli sussurrò Gaara, la voce bassa, incrinata. «Devi riprendertela… anche al costo di rinunciare a tutto.»
Naruto si scostò appena, quel tanto che bastava per potergli riguardare il volto. Si accigliò nel notare la fasciatura alla testa, ormai scurita e bisognosa di essere cambiata; il sangue secco le dava un aspetto ruvido, quasi trascurato. Non era, però, quello il momento per fare domande.
Poi il suo sguardo scivolò sul carico che Kankurō portava sulle spalle. «Ciò che è capitato a Eilin merita giustizia», disse infine, con voce bassa ma ferma. «Ma tu, amico mio… nei tuoi occhi rivedo gli stessi di quando ti conobbi. Ti prego, non cedere di nuovo al buio. Lei non lo vorrebbe.»
«Lascia stare ciò che provo», ribatté Gaara, voltandosi di lato e incrociando le braccia sul petto, come a erigere una barriera invisibile. «Io non tornerò a Suna. Se vogliono eleggere un nuovo Kazekage, che facciano pure. Ti chiedo solo di non ostacolarmi quando avrò davanti quei maiali.»
Naruto deglutì. Scambiò una rapida occhiata con Kankurō, ma nel profondo sapeva di non avere il diritto di giudicarlo. Nemmeno lui, in quel momento, riusciva a distinguere con chiarezza ciò che provava: la pace e la comprensione gli sembravano sentimenti lontani, quasi insensati.
«Allora dirigetevi a Konoha», disse infine**. «Lì troverete riparo e cure. Tailin ha bisogno di essere soccorsa al più presto e anche tu, da quello che vedo, non sei in condizioni di continuare.»**
«Era proprio la mia intenzione», rispose Gaara. «Aylin è lì, non è vero?»
Naruto annuì.
«Immaginavo che il suo primo pensiero sarebbe stato correre da te», mormorò Gaara. «Almeno lì le sorelle potranno riunirsi. Ma andrà solo Kankurō. Io verrò con te.»
«Non se ne parla, Gaara», protestò Kankurō, stringendo leggermente la presa su Tailin. «Non pensi a Temari? Non vuoi rivedere nostra sorella? Vuoi davvero lasciarla con quest’angoscia, sapendoti un fuggitivo e con una ferita ancora aperta?»
«Se Naruto scopre il covo prima di me», tagliò corto Gaara, «non permetterò che li affronti da solo.»
In quello sguardo feroce, ma incapace di posarsi su quel corpo esanime, entrambi gli uomini colsero una verità che li inquietò profondamente. Eilin era stata per Gaara un’ancora, l’unico spazio sicuro in cui aveva imparato ad aprire davvero il cuore, a mostrare le proprie debolezze. Ora che le era stata strappata via, i vecchi demoni — quelli che per anni avevano nutrito lo Shukaku — stavano tornando a farsi sentire, in un'onda crescente.
«Gaara», disse piano Naruto, rompendo quel silenzio teso. «Ti giuro che non ti ruberò la soddisfazione di mettere tu stesso le manette a quei farabutti. Ma ti prego, non agire con incoscienza… lo so, detto da me è il colmo, eheh.» Un sorriso stanco gli sfiorò appena le labbra. «Vai a Konoha. Curati. Come ho già detto ad Aylin, sarò più che felice di avervi al mio fianco. Ma per ora… per ora mi siete d’intralcio.»
«Le manette…» ripeté Gaara a bassa voce, con un’ironica amarezza, senza però lasciare trapelare quali fossero davvero i pensieri che gli si agitavano dentro.
Per un attimo Naruto si inquietò: sotto lo scrosciare fitto della pioggia, non riusciva più a distinguere con chiarezza i tratti del volto dell’amico.
«Gaara», disse allora Tailin, emergendo dal silenzio con una voce roca. «Aiutami a portare mia sorella in un luogo sicuro. Fai con me le preghiere. Se devo continuare a vivere nonostante il mio fallimento, almeno aiutami ad accompagnarla nella dimora di Hime.» Deglutì a fatica, poi aggiunse, quasi in un sussurro: «Vieni con noi a Konoha.»
Gaara fissò Tailin per qualche istante. Nonostante fosse più bassa e avesse un colore di capelli diverso, restava pur sempre la gemella della sua amata. In quel profilo stanco, gli parve per un istante di rivedere Eilin.
Strinse i denti. Il suo corpo ebbe un lieve sussulto, come se quella decisione gli cadesse addosso con il peso di un macigno, schiacciando ogni residua resistenza. Poi, infine, lasciò uscire il respiro che tratteneva da troppo tempo.
«Va bene.»
Rimasero dunque così. Naruto avrebbe proseguito le ricerche da solo, risalendo anche a ritroso la scia di morti che aveva infine condotto Eilin fino ad Ame. Un’altra sua copia, invece, avrebbe accompagnato gli altri a Konoha grazie a una tecnica che padroneggiava ormai con naturalezza: l’Hiraishin no Jutsu, sviluppato da suo padre. Attraverso il contatto fisico, poteva trasferire sé stesso e chi lo toccava in un luogo precedentemente designato, piegando lo spazio in un battito di ciglia. Così decisero di fare.
Gaara, Kankurō, Tailin e la copia di Naruto in Modalità Eremitica apparvero all’improvviso nell’ufficio del Sesto. Kakashi scattò in piedi non appena li vide materializzarsi davanti a sé, grondanti d’acqua, con i vestiti appesantiti dalla pioggia e il volto segnato dalla stanchezza. In circostanze normali avrebbe forse borbottato qualcosa sulla moquette ormai zuppa, ma in quel momento non gli importava affatto. Il suo sguardo si posò subito su Tailin, pallida e a malapena in piedi, e poi sul fardello che Kankurō portava con sé.
Vennero trasportati d’urgenza all’ospedale. Lì, senza perdere un istante, Tailin fu condotta in sala operatoria: il suo corpo aveva raggiunto il limite, sostenuto fino a quel momento solo dalla volontà e dall’adrenalina. Quando Aylin lo seppe, tentò immediatamente di alzarsi dal letto, ancora debole, ma Ren e Hana la fermarono con decisione.
«Vedrai, Sakura è un medico esperto», le disse Hana con voce ferma ma gentile. «Tu non sei ancora in condizione.»
«Sto bene abbastanza per curare mia sorella», ribatté Aylin, stringendo le lenzuola tra le dita. «Come lo sarei per tutti voi.»
Fu Kankurō ad avvicinarsi, con il volto teso**. «Le hanno sottratto gli occhi»,** disse piano, come se pronunciare quelle parole ad alta voce potesse renderle irreversibili. «Puoi farli ricrescere?»
Il labbro di Aylin tremò impercettibilmente.
«Come avevi fatto con noi», disse Gaara, ricordando quando li aveva salvati dalle ferite di una bomba carta scagliata da Tailin stessa quando aveva rapito lui e Naruto, «tu rigeneri parti del corpo.»
«Non funziona così», sbottò Aylin, la voce incrinata dalla frustrazione. «A voi non mancavano parti del corpo nel senso letterale. Io posso ripristinare i tessuti di un corpo vivente, accelerarne la rigenerazione, ma se una parte viene separata dal corpo… non posso farla ricrescere. Nemmeno per me vale un’eccezione.»
«Perciò non puoi farglieli ricrescere?» chiese Kankurō, accigliandosi.
«No. Come non potrei farvi ricrescere una mano o una gamba. Potrei tentare di riattaccarle, ma se passa troppo tempo, se i tessuti vanno in cancrena… non c’è più nulla da fare.»
«Lo stesso allora vale per Eilin», sussurrò Gaara, la voce spenta, come se già conoscesse la risposta.
Aylin lo guardò. Il suo volto era cereo, ma l’espressione, eloquente, non lasciava spazio a illusioni.
Aylin posò poi lo sguardo sulla fasciatura di Gaara, ormai macchiata e umida ai bordi, segno che la ferita sotto stava chiedendo nuove cure.
«Che ti è successo?»
Gaara non rispose. Lo sguardo rimase fisso davanti a sé, vuoto e distante. Fu Kankurō a parlare per lui.
«Si è ferito per proteggere il villaggio dalla furia del Serpente del Fuoco.»
«Immaginavo che anche lei avesse scatenato qualcosa del genere», disse Aylin con un sospiro stanco. «Grazie per ciò che hai fatto. Permettimi di curarti.»
Allungò la mano verso di lui, il chakra già pronto a fluire dalle dita, ma Gaara si ritrasse di scatto.
«Ma ti starà facendo male», protestò lei, corrugando la fronte.
«Non mi interessa.»
Subito dopo si voltò e si allontanò a grandi passi verso il corridoio, in direzione del bagno. Il silenzio che lasciò dietro di sé pesò su tutti.
«Credo che in questo momento il dolore fisico sia l’unica cosa che lo tenga con i piedi per terra», commentò Kankurō, fissando pensieroso il punto dove il fratello era scomparso.
«Lo comprendo», mormorò Aylin.
Poi sollevò lo sguardo verso la copia di Naruto. «Sono molto arrabbiata perché tu non mi abbia aspettata, ma lo comprendo. Ci sono novità? Sei riuscito a trovare la traccia di chakra di tua moglie?»
Naruto aggrottò la fronte; nei suoi occhi passò un lampo d’impotenza. Scosse il capo con frustrazione.
«Com’è possibile che non riesca a rilevarla da nessuna parte?»
Aylin strinse i pugni, le nocche che sbiancarono.
«Sicuramente usano lo stesso metodo che usavamo per non farci trovare», intervenne Ren con voce bassa ma ferma. «La Confraternita è un’organizzazione segreta e solo pochi emissari di fiducia conoscono i contatti reali. Con tutti i nemici che avevamo, non potevamo permetterci di essere rintracciati. Per questo sono stati sviluppati sigilli di occultamento sempre più sofisticati.»
«Mi stai dicendo che tutto questo potere — il potere del sommo Hagoromo — è impotente di fronte a queste tecniche?» chiese Naruto, la voce tesa.
«Sono tecniche nate proprio per ostacolare la famiglia Ōtsutsuki ed evitare che ci individuassero», spiegò Ren. «E col passare dei secoli sono state affinate ancora di più.»
«Allora ditemi come individuare questi sigilli!» esclamò il ninja biondo, la voce incrinata dalla frustrazione.
«Non siamo più loro membri», rispose Hana, mantenendo il tono controllato nonostante la stanchezza le appesantisse lo sguardo**. «Perciò il codice utilizzato ora ci è sconosciuto.»**
«Quindi stiamo cercando un ago in un pagliaio!?» ribatté Naruto. Le parole uscirono di colpo, più dure di quanto volesse, rimbalzando tra le pareti bianche del corridoio.
«Mi dispiace», riuscì a dire Aylin. La voce era bassa, arrochita, e tradiva tutta la sua impotenza. Era chiaro a tutti che delle scuse, in quel momento, non potevano bastare.
Naruto abbassò appena il capo, gli occhi in ombra**. «Ora comprendo quando dicevano di voi di essere inumani.»**
Non c’era odio puro nel tono, ma una stanchezza amara, tagliente. Subito dopo, la copia svanì in una nuvola di fumo, lasciando nell’aria un lieve odore acre di chakra dissolto e un silenzio teso che nessuno osò spezzare.
Quando Naruto, l’originale, recepì le nuove informazioni, si fermò a mezz’aria. Il suo slancio si spezzò di colpo e dal petto gli esplose un grido carico di frustrazione, doloroso.
«Hinata! Dove sei, Hinata?»
La voce si disperse sopra le distese verdi, rimbalzò tra gli alberi e si spense senza risposta. Solo il fruscio dell’erba alta e il lontano verso di un uccello interruppero il silenzio che seguì.
Atterrò poco oltre, in una radura umida di pioggia recente, dove un piccolo lago limpido rifletteva il cielo plumbeo. L’acqua tremò per l’onda del suo chakra. La Modalità Eremitica lo avvolgeva come una fiamma dorata, viva e pulsante, deformando l’aria attorno al suo corpo e tingendo la superficie dello specchio d’acqua di luce calda. Nell’immagine riflessa sembrava davvero una divinità scesa sulla terra. Eppure, dentro, si sentiva impotente.
Kurama brontolava nel profondo del suo spirito, un rombo cupo e inquieto, sensibile al dolore della propria Forza Portante. Quel tumulto interiore faceva vibrare il chakra come un tamburo di guerra.
Naruto serrò i pugni fino a far sbiancare le nocche. Cosa avrebbe detto ai suoi figli? Il pensiero gli strinse la gola.
Gaara si chiuse la porta del bagno alle spalle e si diresse subito al lavandino. Aprì l’acqua con un gesto brusco e ne raccolse qualche sorso tra le mani, bevendo in fretta, poi si sciacquò il viso più volte. L’acqua fredda gli colava lungo le guance e dal mento, ma non bastava a placare il calore sordo che gli pulsava nelle tempie. Si strofinò la pelle con movimenti nervosi, insistenti, come se dovesse togliersi di dosso uno sporco invisibile.
Il respiro era irregolare. Le spalle rigide.
Si appoggiò al lavabo di ceramica, le dita tese contro il bordo, e rimase qualche secondo immobile a recuperare fiato. Le gocce cadevano ritmiche dal rubinetto, rompendo il silenzio della stanza. Poi alzò lentamente lo sguardo verso lo specchio.
Con un gesto secco si sfilò la benda. I punti tiravano la pelle arrossata, le croste delle ustioni disegnavano chiazze scure sul cuoio capelluto, dove restavano attaccati solo pochi ciuffi disordinati. L’immagine riflessa gli restituì un volto scavato, indurito, quasi estraneo. Per un attimo — breve ma tagliente — gli parve di rivedere quel ghigno storto e crudele che lo contraddistingueva quando aveva dodici anni, quando il dolore si trasformava in ferocia.
Le pupille gli tremarono.
Subito dopo, però, il volto di Eilin affiorò nei ricordi con la forza di un fiume in piena: il suo sguardo, il suo sorriso raro, il suo profumo, le sue labbra. L’immagine gli attraversò la mente come una mano tesa, spezzando quell’ombra sul nascere e trattenendo il passo dei pensieri più cupi.
«Gaara» la voce di Temari lo ridestò, calda e incrinata insieme. Lui si voltò appena in tempo per vederla corrergli incontro e stringerlo a sé con forza. «Mi dispiace, mi dispiace tanto.»
Gaara rimase per un momento rigido, le braccia abbandonate lungo i fianchi, lo sguardo perso oltre la sua spalla. Poi, con lentezza, come se ogni muscolo pesasse il doppio, sollevò le mani fino a poggiarle sulla schiena della sorella. Non disse nulla, ma il respiro gli tremò contro il suo orecchio.
Temari si scostò quel tanto che bastava per guardarlo negli occhi. «Non mi devi dire nulla. Andiamo solo a casa.» La sua voce era più bassa adesso, ferma, protettiva.
Le lancette dell’orologio giravano lente — troppo lente — e ogni scatto sembrava risuonare nella sala d’attesa come un colpo secco. Kankurō e Aylin fissavano a turno la porta della sala operatoria e il quadrante appeso al muro, prigionieri di quell’attesa immobile. L’aria sapeva di disinfettante. Le luci bianche non concedevano tregua.
Seduti poco distanti c’erano Ren, Hana e gli altri due Accoliti, in silenzio e con le mani intrecciate. Un’infermiera arrivò con passi leggeri: portò un cambio asciutto a Kankurō e una coperta termica che posò sulle spalle di Aylin, ancora vestita solo con la camicia dell’ospedale. Il tessuto le scaldò la pelle, ma non riuscì a sciogliere la tensione che le serrava il petto.
Fuori dall'edificio iniziarono a sentirsi i tuoni. Il periodo invernale e lo scombussolamento degli equilibri, causati dal tentativo di fuga prima del Serpente dell'Acqua, poi quello del Fuoco, minuti prima di essere di nuovo sigillati, aveva reso il tempo instabile.
«Sei carino senza quella divisa da marionettista e quel trucco sul viso» disse Hana quando Kankurō tornò dallo spogliatoio con una tuta semplice color cachi e i capelli castani finalmente sciolti e asciutti. Il tono era leggero, studiato per incrinare la cappa di angoscia.
«E pensa che Tailin lo ha capito pur con gli occhi sigillati!» aggiunse Aylin, con un filo di voce e un mezzo sorriso stanco.
Kankurō si grattò la nuca, imbarazzato, distogliendo lo sguardo. «Ammiro la vostra capacità di fare dello spirito, anche in situazioni del genere.»
Hana inspirò piano, raddrizzando la schiena**. «Dobbiamo esserlo. Non possiamo permetterci di crollare. I nostri amici soffrono, combattono per la vita… e noi che siamo ancora in piedi dobbiamo esserlo anche per loro.»** Le dita le si strinsero tra loro, con decisione. «Siamo una famiglia. E la Somma Hime insegna che siamo tutti connessi.»
«Anche adesso la vostra fede non vacilla» osservò Kankurō a mezza voce, intrecciando e sciogliendo le dita nervosamente.
Gaara non c’era più: Temari aveva insistito per portarlo al palazzo della famiglia Nara, un luogo sicuro e familiare dove il silenzio e le ombre degli alberi potessero almeno attutire il colpo.
«Per noi la morte è una compagna costante. Penso tu l’abbia notato quella volta che venisti al nostro accampamento. Non abbiamo vecchi» disse Ren con calma grave, le mani appoggiate alle ginocchia. «Perciò è ancora più importante esaltare la vita e preservarla, anche a scapito della nostra.»
«Ma io non voglio che Tailin muoia» disse Kankurō di getto, la voce che si incrinò senza riuscire a trattenersi. Deglutì, gli occhi lucidi. «Non voglio provare di nuovo quel tipo di dolore.» I ricordi di quando aveva visto il fratello portato via da Deidara e Sasori gli attraversarono lo sguardo come un flash.
Aylin gli prese la mano tra le sue, calde nonostante la stanchezza, e gli rivolse un sorriso fermo, incoraggiante. «No, lei non morirà. Mia sorella è forte. Supererà anche questa.» Inclinò appena il capo, addolcendo l’espressione. «Sono felice che abbia trovato te come fidanzato.»
Kankurō arrossì di colpo, fino alle orecchie, e iniziò a sbracciarsi. «Ma che dici! Hai capito male, non c’è niente, è solo che— che— mi deve dei soldi, tutto qui!» Le parole gli si accavallarono addosso.
Una risata collettiva sciolse la tensione. Anche il corridoio sembrò meno freddo, per un istante.
Poi la luce sopra la sala operatoria cambiò colore, passando dal rosso al verde con uno scatto secco. L’operazione era finita.
La porta si aprì e Sakura uscì togliendosi la mascherina, il volto segnato dalla concentrazione e da sottili tracce di sudore alle tempie.
«Come sta!?» dissero in coro i sei, avanzando insieme. Sakura fece mezzo passo indietro per non essere travolta.
«L’operazione è andata bene. Abbiamo chiuso l’emorragia e sanato tutte le ferite» rispose la donna dai capelli rosa, riprendendo fiato. «Dovrà fare cambi di bende costanti, finché i punti agli occhi non si saranno stabilizzati. Più avanti si potrà valutare un impianto oculare.»
«C’è dell’altro?» intuì Aylin, cogliendo la tensione rimasta nello sguardo della dottoressa.
Sakura esitò appena. «Sì, c’è.» Nel corridoio calò il silenzio. «Come sappiamo, aveva la capacità di assorbire i veleni grazie al suo Demone. Questo però ha comportato nel tempo una carenza di alcune difese immunitarie. Non sappiamo se fosse una condizione già presente o se l’infezione sia legata al trauma subito.» Incrociò le braccia, seria. «Il corpo ha subito una debilitazione estrema. Potrebbe non recuperare del tutto. Non so se sarà ancora idonea alla vita che ha condotto finora.»
Le parole caddero pesanti. Tutti sapevano cosa significasse per Tailin: lei adorava la vita del guerriero, buttarsi nella mischia, vinvere battaglie. L’idea che tutto questo potesse appartenerle solo al passato era qualcosa difficile da digerire.
«Possiamo andarla a vedere?» chiese Kankurō, accalorandosi, facendo un mezzo passo avanti come se fosse pronto a correre già verso il reparto.
«Per ora meglio di no, è sotto osservazione» rispose Sakura con tono professionale ma gentile**. «Tra qualche ora, se vorrete, andrà bene. Avrà bisogno di tutto il conforto possibile.»** Si sistemò i guanti tra le dita.
Il gruppo si scambiò sguardi tesi e incerti.
«Kankurō, senti, perché non raggiungi i tuoi fratelli?» propose Aylin con voce più morbida, anche se stanca. «Anche Gaara ha bisogno di te.»
«Ma io non voglio…» protestò lui d’istinto, stringendo i pugni.
«Porta anche Hana e gli altri, per favore.»
Hana fece per ribattere, ma Aylin sollevò una mano, lo sguardo fermo, senza concedere spazio a repliche. «Sono più di ventiquattro ore che vi aggirate in questo ospedale senza riposare, senza cambiarvi. Noi non siamo la Confraternita delle Ombre, che ha sempre preteso sforzi sovrumani da parte nostra. Noi… noi siamo esseri umani.» Le ultime parole le pesarono in gola; l’eco di quelle pronunciate poco prima da Naruto le ronzava ancora dentro. Sapeva che erano nate dalla rabbia, non rivolte davvero a loro, ma il ricordo le punse comunque il petto.
«Se volete andare» disse Kankurō, tirando un respiro lungo, «siete i benvenuti a casa di mia sorella. Ma io non sono sotto il tuo comando, Aylin. Mi preoccupo per Gaara, sì… però è qui che voglio stare.» La decisione gli indurì la voce. Si voltò e si diresse verso la reception, i passi rapidi sul pavimento lucido, per chiedere dove fosse stata trasferita Tailin, così da poter essere pronto quando avrebbero concesso le visite.
«Neanche noi vorremmo andare via» disse Hana a bassa voce, intrecciando le mani dietro la schiena.
«Farete come vi dico.» Il tono di Aylin si fece calmo ma autoritario. «Se vogliamo sconfiggere la Confraternita, ho bisogno che i miei guerrieri siano lucidi e in forze. Inoltre dovete mettervi in contatto con l’accampamento e aggiornarli sulle ultime novità.»
Lo sguardo della capostipite chiuse ogni discussione. I quattro si scambiarono un cenno silenzioso, poi le rivolsero un rispettoso inchino e si congedarono, allontanandosi lungo il corridoio.
Trascorse ancora del tempo.
Gaara, ospitato da Temari, salutò appena Shikamaru e il piccolo Shikadai con un cenno del capo. I gesti erano lenti, svuotati. Non aveva la forza di sostenere altre parole, altri sguardi. Anche Shikamaru, del resto, non era dell’umore: aveva passato l’intera giornata a stretto contatto con il Sesto a incastrare dati, ipotesi e mappe, finendo ogni volta in un vicolo cieco. Il fatto che non fosse arrivata alcuna richiesta di riscatto gli aveva ormai piantato dentro una certezza scomoda: quello non era un rapimento a scopo di estorsione.
Il clan Hyūga aveva fornito l’elenco degli ex membri: diversi nomi coincidevano con il periodo successivo alla morte di Neji, quando vecchie fratture interne si erano riaperte per il rifiuto di riconoscere Hinata come erede. Tra tutti spiccavano tre nominativi — le sorelle Yoko e Sumiko e il cugino Sato — età compatibili, addestramento sufficiente, motivazioni profonde. Ma se anche uno solo di loro si era unito alla Confraternita, quel nome ormai non esisteva più.
Dopo un po’ arrivarono anche gli Accoliti, portando almeno una notizia di luce: Tailin ce l’aveva fatta. Un filo di sollievo attraversò la stanza come un refolo tiepido, ma subito tornò la domanda sospesa — sarebbe bastato per ottenere indizi?
Il sole calava dietro le montagne, ma l’oscurità era scesa molto prima, schiacciata da nuvole nere e gonfie. Ben presto Naruto e le sue copie si ritrovarono sotto l’ennesima pioggia battente. Le gocce rimbalzavano sull’aura luminosa che lo avvolgeva, sfrigolando come su metallo caldo. Lui continuava a volare, instancabile, la mente che setacciava monti, fiumi, gole, grotte — ogni luogo dove un gruppo avrebbe potuto nascondersi. Grazie alla modalità eremitica sentiva il respiro del mondo attorno a sé: radici, acqua, pietra, vento. Cercava una stonatura, un vuoto sensoriale, un punto muto nella sinfonia della natura che tradisse un sigillo di occultamento.
La copia rimasta al clan Hyūga, invece, faceva del suo meglio per comportarsi in modo naturale. I bambini non si erano accorti di nulla: ridevano, correvano, si chiamavano a vicenda. Il capofamiglia e Hanabi sostenevano con cura quell’illusione fragile, parlando di giornata di festa, di giochi serali, di piccole tradizioni. Un equilibrio delicato, tenuto insieme con sorrisi gentili e occhi stanchi.
Quando giunse la sera e all’ospedale il via vai si fece più rarefatto, i corridoi divennero più silenziosi, punteggiati solo da passi lontani e carrelli metallici. Aylin non riusciva più a restare nella sua stanza. Il corpo era ancora debole, ma la volontà no. Scese dal letto e uscì a passi felpati: i piedi nudi aderivano al pavimento freddo, i muscoli reagivano con piccoli brividi; i capelli sciolti le scivolavano sulle spalle a ogni movimento. Seguì con lo sguardo la mappa dei corridoi finché non trovò la voce “camera mortuaria”. Inspirò piano e prese quella direzione.
Nel frattempo la copia di Naruto era nel cortile con il suocero, la cognata e i bambini. L’aria odorava di terra bagnata e gelsomino notturno. Tra le mani avevano stelle filanti da agitare al chiaro della luna; i colori riflettevano bagliori argento sui volti piccoli e sorridenti. Per qualche minuto, la loro gioia alleggerì persino il petto degli adulti.
Ma durò poco.
La realtà sopra di loro tremò, distorta in una spirale. Ebbero appena il tempo di alzare lo sguardo: un bagliore ciano squarciò l’aria. Qualcosa cadde dall’alto e colpì il suolo con un tonfo sordo, pesante. Subito dopo, la luce svanì.
Hanabi reagì d’istinto: afferrò i bambini e li strinse al petto, rientrando di corsa. Non dovevano vedere. Non dovevano capire.
Hiashi e Naruto rimasero immobili, pietrificati. Il mondo sembrò svuotarsi di suono.
Il corpo di Hinata giaceva ai loro piedi, pallido, freddo, gli occhi vitrei rivolti al cielo scuro. Le braccia abbandonate, le dita semiaperte, una bambola inanimata.
«H-Hinata?» balbettò Hiashi, la voce spezzata.
La copia di Naruto si dissolse all’istante, e l’originale ricevette la memoria come una lama conficcata nella mente.
Tutte le copie sparse nei territori svanirono nello stesso istante. Naruto originale lanciò un urlo che non aveva più nulla di umano — un suono crudo, primordiale, che squarciò la pioggia e fece vibrare il sigillo di Kurama. La volpe percepì l’abisso che si stava aprendo nel suo amico e immediatamente gli tese la propria forza come un argine, tenendolo cosciente, impedendogli di precipitare del tutto. Un compagno saldo nel momento più nero.
Aylin scese i gradini che portavano al piano interrato. Si muoveva senza fare rumore, abituata a passare inosservata — ed era esattamente ciò che voleva. Lo sguardo, nascosto sotto la frangia bionda, restava fisso davanti a sé. Il cuore le pulsava nelle orecchie, battito dopo battito, mentre il ronzio continuo delle ventole saturava l’aria di una vibrazione bassa e metallica.
Infine arrivò davanti all’ingresso con la doppia porta vetrata. La luce era scarsa, lattiginosa. L’ambiente più freddo di tutto il resto dell’edificio, costruito per rallentare il tempo della decomposizione. L’odore era sterile, pungente, di disinfettante e metallo. Alla sua destra si estendeva una parete di cubicoli metallici numerati; alla sinistra, lettini rigidi d’acciaio, allineati con precisione impersonale. La comodità non aveva alcun valore, per chi non respirava più.
Lasciò scorrere lo sguardo sui cartellini, uno dopo l’altro, finché non trovò il nome che le serrò lo stomaco: Eilin.
Allungò la mano verso il manico freddo. Le dita tremarono appena prima di chiudersi sul metallo. Poi tirò lentamente il cassetto. Il suono delle guide che scorrevano ruppe il silenzio.
Trattenne il respiro.
La salma era avvolta nelle bende sigillate, serrate da formule tracciate con cura perché non cedessero e preservassero il corpo. Mancava la testa — e quell’assenza gridava più di qualunque ferita — ma il resto delle forme era intatto. Terribilmente familiare. Le linee delle spalle, la curva delle braccia, la struttura del torace: memorie impresse nel cuore prima ancora che negli occhi.
Aylin sfiorò con le dita il tessuto teso sulle bende. Il contatto era gelido. In quell’istante venne travolta da un’ondata di ricordi: risate bambine tra l’erba alta, notti passate schiena contro schiena nei rifugi umidi, le mani strette quando il Demone dell’Acqua premeva nella mente di Eilin per spezzarla, la sua voce quando le aveva confessato — con un sorriso timido — di sentirsi finalmente felice, ora che il suo cuore si era legato a Gaara.
Le lacrime le scesero lente e calde sulle guance fredde.
«Perché così…» sussurrò appena, la voce incrinata**. «Perché doveva finire così?»**
Corse via.
Naruto, che aveva lasciato diversi marchi per il trasferimento istantaneo in punti strategici di Konoha, ne aveva inciso uno anche presso il clan Hyūga. Gli bastò un pensiero, e lo spazio si piegò: comparve nel giardino zen della nobile famiglia con un lieve schiocco d’aria compressa. La ghiaia rastrellata era sconvolta dalle impronte e dalla pioggia recente, le pietre scure lucide d’acqua sotto il cielo ancora carico di nubi.
Il corpo di Hinata nel frattempo era stato portato all’interno e disteso su un tatami. Un velo di seta chiara le copriva il viso. Indossava ancora gli stessi abiti del giorno prima — pieghe sgualcite, orli macchiati — segno evidente che nessuno si era preso cura di lei, che non c’era stata prigionia, solo violenza. Sulle braccia spiccavano piccoli fori circolari, circondati da un alone scuro e livido. Tracce di un prelievo forzato.
Il pavimento di pregiato legno scricchiolò sotto i passi del ninja biondo. Aveva rilasciato la modalità eremitica ed era tornato al suo aspetto normale, ma senza luce. Il volto era quello di uno spettro: occhi infossati, pelle tesa, labbra scolorite. Dai vestiti e dalle punte dei capelli cadevano ancora gocce di pioggia, che si raccoglievano sul legno in piccole macchie irregolari.
Crollò pesantemente in ginocchio, l’aria che gli uscì dai polmoni come dopo un colpo allo stomaco, quando si trovò davanti alla moglie, al suocero e alla cognata.
«Hinata…» sollevò le mani, tremanti, verso fi lei, ma si fermò a pochi centimetri dal tessuto. Le dita si richiusero nel vuoto. «Non… non può essere vero.»
«Tu che hai il potere di un Dio, perché non l’hai salvata!?»
Hanabi era fuori di sé. La voce spezzata, gli occhi lucidi di rabbia e dolore. Incapace di sostenere ancora quella vista — e forse quella presenza — girò sui talloni e si allontanò a passi duri verso un’altra stanza, le porte scorrevoli che vibrarono nel chiudersi.
«È sconvolta. Sa che hai fatto tutto ciò che era in tuo potere» disse Hiashi con voce grave e controllata, posando una mano sulle spalle curve del genero. Il tocco era fermo, caldo, umano. «Il nemico è stato più rapido e più spietato. Non ci hanno dato tempo. Probabilmente era già morta un attimo dopo il rapimento.»
Aggrottò la fronte, lo sguardo che si fece tagliente. «E questo gesto — così indegno — di restituirci il suo corpo in questo modo è la conferma che dietro il rapimento ci sono ex membri del nostro clan.»
«Hanabi ha ragione» rispose lui, la voce roca, consumata. «Sono solo un inetto.»
Si alzò di colpo, come scosso da una scarica, e si allontanò senza più guardare nessuno. Non si sentiva degno di restare al cospetto di Hinata, né di quel silenzio composto che la circondava. Un unico pensiero gli martellava nella testa: Con quale coraggio, avrebbe potuto guardarli negli occhi e dire che la loro mamma non sarebbe tornata?
Vagò sotto la pioggia incessante, che ormai aveva raggiunto anche la Foglia. Cadeva fitta, obliqua, fredda — tamburellava sui tetti, sulle pietre, sulla pelle — come se il mondo intero avesse deciso di piangere insieme a lui. Non si curò del tempo che passava, né dei vestiti fradici incollati addosso, né del brivido febbrile che iniziava a salirgli lungo la schiena. Si muoveva per inerzia, come un corpo svuotato, guidato soltanto dal dolore. Una ferita così l’aveva sentita solo quando aveva appreso della morte del maestro Jiraiya: lo stesso vuoto che lo lacerava.
A un certo punto, tra le cortine d’acqua, una sagoma chiara emerse dal grigio. Il suo sguardo appannato ci mise un attimo a metterla a fuoco. Sembrava uno spirito smarrito quanto lui — priva di scopo, tremante. La camicia d’ospedale le aderiva al corpo, i lunghi capelli biondi, zuppi, le si incollavano al viso e alle spalle.
Aylin e Naruto si guardarono negli occhi. Nessuna sorpresa, nessuna domanda. Solo lo stesso sguardo spezzato, la stessa impotenza.
Fu istintivo: si mossero insieme, accorciando la distanza come due naufraghi che vedono un appiglio. Si strinsero forte, senza misura, cercando calore, peso, realtà. Le mani aggrappate alla stoffa bagnata, le spalle scosse. Le ginocchia cedettero a entrambi e caddero a terra, nell’acqua che si raccoglieva tra le pietre.
Rimasero così a lungo, a singhiozzare senza difese, le fronti congiunte, il respiro spezzato che si mescolava alla pioggia. In quel momento non esistevano parole capaci di reggere quel dolore ma solo una presenza reciproca, fragile e necessaria.
Nel calore di quell’abbraccio trovarono la forza di reagire — o almeno di capire che restare sotto il diluvio li avrebbe fatti crollare anche nel corpo, non solo nello spirito. La salute era l’unica risorsa che non potevano permettersi di perdere, se volevano passare al contrattacco. Decisero di cercare riparo. L’abitazione più vicina era casa Uzumaki.
Quando Naruto girò la chiave nella toppa, un brivido gli attraversò la schiena. Il metallo fece un piccolo scatto secco. L’ultima volta che aveva varcato quella soglia aveva salutato Hinata con leggerezza, credendo che fosse uno dei tanti giorni. Se avesse saputo che esso sarebbe stato l'ultimo, l’avrebbe stretta più forte, baciata sulle labbra, le avrebbe sussurrato quanto l’amava. Invece aveva lasciato che la normalità coprisse tutto, dando quella presenza come garantita. E adesso quel pensiero gli pesava addosso come un macigno.
Si alternarono sotto la doccia calda. Il vapore riempì il bagno, sciogliendo il freddo dalle ossa e lasciando sulla pelle un rossore vivo. Aylin entrò per seconda; la camicia d’ospedale era ancora zuppa e pesante, così prese un accappatoio appeso alla porta.
«Spero non ti dispiaccia» disse piano, tornando in camera.
Naruto era seduto sul bordo del letto, i gomiti poggiati sulle ginocchia, le mani intrecciate. Indossava una tuta e una canotta da notte. Quando sollevò lo sguardo e la vide con l’accappatoio rosa pesca di Hinata, le ciglia gli tremarono appena, poi scosse il capo.
«Hai fatto bene» rispose, con voce bassa, spenta.
Aylin si sedette accanto a lui. Il materasso cedette leggermente. Per qualche secondo parlarono solo i tuoni, lontani, e la pioggia contro i vetri.
«Ce la pagheranno, Naruto. Tutto questo non rimarrà impunito» disse lei, stringendo le mani nel tessuto morbido.
«Sono combattuto» mormorò lui. «Io… che parlai a Pain di perdono. Io che spinsi i Kage a collaborare. E adesso mi trovo con pensieri di odio e distruzione.»
Aylin gli sollevò il mento con due dita, costringendolo dolcemente a guardarla. Gli occhi azzurri di Naruto erano due pozze d'acqua.
«Smettila di pensare che devi dimostrare qualcosa al mondo. Basta. Tu odi questa gente, ed è umano.» Inspirò a fondo, trattenendo un tremito. «Ma resterà sempre una differenza tra te e loro. Il tuo cuore non è colmo di odio. Conosci il confine tra bene e male. Anche se ora ti sembra tutto buio, ritroverai la luce. Fidati delle mie parole. Io stessa, che ora ho la morte nel cuore, sento che un giorno respirerò di nuovo. E il primo passo sarà consegnare alla giustizia questi assassini.»
Seguì un silenzio denso. Naruto si aggrappò con lo sguardo a quello di lei — fermo, caldo — come a un piccolo faro nella nebbia.
L’istinto arrivò prima del pensiero. Si chinò e la baciò con foga, cercando contatto e calore. Le braccia la strinsero forte. Aylin, sorpresa, sentì però in quel gesto lo stesso bisogno di non essere sola e si lasciò andare. I respiri si fecero più profondi, le dita si intrecciarono, i corpi si avvicinarono guidati da una memoria di giorni passati che avevano condiviso.
Finché Naruto, portandosi sopra di lei, non si bloccò di colpo. Il fiato gli si spezzò in gola. Si sollevò, come riemergendo da sott’acqua.
La guardò, smarrito. Lei ricambiò con confusione e preoccupazione.
«Perdonami… io non posso.» Rotolò di lato, fissando il soffitto**. «È mia moglie. Non posso farle questo. Anche se non c’è più… io non…»**
«Non devi giustificarti» sussurrò Aylin. «Sei sconvolto. E lo sono anch’io. Domani ce ne saremmo pentiti.» Gli prese la mano e la portò contro il proprio petto, dove il cuore batteva ancora forte. «È proprio adesso che dobbiamo restare uniti.»
Abbozzò un sorriso stanco.
«Adesso dormiamo. Domani sarà un nuovo giorno.»
Dormirono l’una accanto all’altro, mano nella mano, come se quella semplice presa potesse impedire al mondo di strapparli via. Il silenzio della casa, rotto solo dalla pioggia contro le finestre, divenne una fragile barriera contro il dolore. Sapevano entrambi che là fuori la sofferenza li stava aspettando, che al mattino la realtà sarebbe tornata a colpirli senza pietà. Ma in quelle poche ore di buio avevano bisogno di escludere tutto il resto, di raccogliere forze per affrontare il futuro che li aspettava.
Il domani arrivò cupo, carico di presagi. Eppure non potevano immaginare quanto sarebbe stato peggiore di quanto temevano.
L’alba portò con sé un boato improvviso. Un fulmine si abbatté su un albero vicino all’abitazione con uno schianto secco, facendo tremare i vetri e il pavimento. Il cuore balzò in gola a entrambi. Naruto si alzò per primo, ancora stordito, e raggiunse la finestra a passi rapidi. Scostò la tenda — e gli sfuggì un verso di puro stupore.
Aylin lo raggiunse subito. Lo sguardo ancora velato di sonno che si fece lucido in un istante. Quando vide ciò che c’era fuori, si strinse istintivamente a lui. Naruto le passò un braccio attorno alle spalle senza neppure pensarci.
«Ma che cosa è successo?»
Il cielo sopra Konoha era sconvolto: enormi vortici di nubi roteavano l’uno dentro l’altro, tinti di un rosso innaturale. La luce filtrava sporca, sanguigna, deformando i contorni delle case e degli alberi. Il villaggio era sempre quello eppure appariva irriconoscibile, come se quella notte fosse avvenuta l'apocalisse.