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← La leggenda di Hime: gli occhi della luna

Creato il 31/07/2026, 12:49 · Aggiornato il 31/07/2026, 12:49

Capitolo 5: Tailin vs Ho

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Morte
  • Violenza
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Come una belva che punta la preda, Tailin si voltò di scatto. Riconobbe immediatamente quel chakra.

Gli altri due alle sue spalle, invece, no. Erano nuovi, ma dalla loro firma capì subito che provenivano dai territori di Konoha. Chakra del clan Hyūga.

L’aura attorno al suo corpo reagì all’istante e un filo di fumo le uscì dalle narici.

Il serpente era pronto a mordere.

«Questa quindi è la testa del Serpente di Fuoco, maestro?» chiese Kaze, con aria rilassata.

Anche per loro la notte era stata ristoratrice e ora erano di nuovo pronti ad affrontare quella nuova sfida.

«Sì. Lei è la precedente Hō… anche se immagino che ora tenga a farsi chiamare con il suo vero nome. Tailin.»

«Interessante,» disse Hō Hyūga, sorridendo, mentre lo sguardo già si caricava per la sfida. «La lascerete a me, vero?»

«Non sottovalutarla,» lo ammonì il capostipite dell’Acqua. «Anche con gli occhi sigillati, vede perfettamente. Percepisce le vibrazioni energetiche attraverso il chakra.»

«Perciò stai vedendo più chiaramente di noi il rapido marciume del corpo di tua sorella, divorato dai suoi stessi batteri, non è vero, rossa?» le disse Hō, scoppiando a ridere.

Tailin non lo ascoltò affatto.

La sua mente, addestrata a mantenere la lucidità necessaria in battaglia, scivolò oltre quelle parole. Sapeva che il corpo della sorella le era visibile solo attraverso la vibrazione nera dei processi di decadimento naturale. Ben presto, avrebbe visto quelle stesse vibrazioni nere anche nei corpi dei suoi nemici.

Portò indietro le braccia ed estrasse dalla schiena le sciabole incrociate a X. I cordini rossi legati alle else si agitarono, mossi dal vento del chakra che emanava.

«Maestro, mi dia la sua katana,» disse Hō, allungando il braccio verso il capostipite. «Voglio ucciderla con la stessa arma utilizzata per decapitare sua sorella.»

Non ebbe il tempo di finire la frase.

In un solo istante Tailin si lanciò in avanti e, incrociando le braccia, sferrò un fendente nel punto in cui il guerriero si trovava un attimo prima. Hō fu costretto a balzare via per schivare.

Spruzzi d’acqua si sollevarono dal suolo e svanirono all’istante, evaporando al contatto con il chakra della ninja del Fuoco.

Il capostipite lanciò la katana già estratta al suo sottoposto. Hō la afferrò al volo e attivò il Byakugan.

Era pronto.

Lo sentiva. Sapeva che con lei sarebbe stato diverso.

Ma questo non incrinava minimamente la sua sicurezza.

Hō avanzò con la katana bassa, postura pulita, precisa, il Byakugan già teso a leggere ogni minimo flusso di chakra.

Tailin invece era un incendio che camminava. Un incendio che voleva divorare la sua preda.

Incrociò le sciabole e scattò in avanti con una sequenza secca, che certo non lasciavano spazio al fatto che quello sarebbe stato uno scontro cortese: un passo obliquo, un fendente basso per spezzare l’equilibrio, seguito subito da un taglio ascendente volto a scoprire la guardia. Non cercava il duello, cercava di travolgerlo.

Hō deviò il primo colpo con la katana, ma il secondo gli passò così vicino che la fascia attorno alla testa gli venne strappata via. Ruotò su sé stesso e rispose con un affondo diretto al torace, ma Tailin lasciò scivolare il corpo all’indietro, piegando la schiena oltre il limite umano, e lo colpì con il piatto della lama alla tempia.

Il colpo non era destinato a uccidere.

Era un invito alla rissa.

Hō ringhiò e avanzò a mani nude, lasciando la katana cadere per un istante. Il Palmo Gentile si abbatté su di lei come una raffica: colpi rapidi, chirurgici, diretti ai punti di rilascio del chakra. Tailin incassò il primo, sentì una fitta bruciante attraversarle il fianco, ma rispose senza arretrare, piantando una sciabola nel terreno e usando l’altra per tagliare in diagonale, costringendolo a deviare.

Il metallo strideva, le scintille si mescolavano al vapore.

Tailin fece un mezzo passo indietro e, con un movimento fluido, estrasse un kunai dalla tasca destra stretta alla coscia. Il sigillo esplose un attimo dopo l’impatto contro il suolo.

L’onda d’urto sollevò schegge di metallo e acqua. Hō si protesse con una Rotazione Suprema, il chakra che esplose attorno a lui come una sfera difensiva, deviando frammenti e fiamme. Ma Tailin era già in movimento: approfittò del vortice per lanciare una palla di fuoco, compressa, violenta, potenziata dall’innata del Serpente di Fuoco.

Il calore piegò l’aria.

L'arco quadrato di mattoni alle loro spalle si annerì, crepato dal contraccolpo.

Hō uscì dalla rotazione scivolando sul metallo bagnato, il respiro più pesante, il volto irrigidito. Gli avevano detto che la testa del Fuoco fosse la più debole, ma aveva sottovalutato la rabbia vendicativa della donna.

Tentò di chiudere la distanza, un pugno gentile diretto al cuore. Tailin incrociò le lame in una parata corta, poi ruotò su sé stessa, usando il proprio calore come spinta, e lo colpì di spalla. I due rotolarono sul camminamento, urtando contro la ringhiera, il lago nero che ribolliva sotto di loro.

Hō si rialzò per primo. Il sorriso era sparito.

«Basta.»

Il chakra attorno a lui mutò.

Un colore ciano, innaturale, lo avvolse come una seconda pelle.

Il Tenseigan si risvegliò.

La pressione esplose in un’onda invisibile. Tailin fu colpita in pieno, il corpo sollevato da terra come una bambola lanciata controvento. Le sciabole le sfuggirono dalle mani mentre veniva sbalzata all’indietro, oltre l’arco di mattoni, schiantandosi contro il metallo con un clangore sordo.

Scivolò, lasciando una scia fumante, fino a fermarsi ai margini del camminamento.

La pioggia riprese a cadere, come un sipario che viene abbassato sulla fine del primo atto.

Naruto si trovava all’ospedale e, da bravo padre, aveva portato lì i suoi figli per assicurarsi che, in quello scontro improvviso, non avessero riportato ferite.

Assieme a lui erano accorsi anche il Sesto Hokage e gli Accoliti, per prestare soccorso ad Aylin che, avendo superato il proprio limite, rischiava un arresto cardiaco.

Sakura, primaria di turno, coordinava il personale con attenzione e fermezza. Ormai era diventata un ninja medico esperto, sicuro di sé, capace di reggere anche le situazioni più critiche.

Eppure trovò il tempo di fermarsi quando scorse Naruto seduto su una sedia di metallo, i palmi poggiati sulle ginocchia, le spalle rigide, lo sguardo fisso nel vuoto.

«Naruto!» lo chiamò, facendolo sussultare. «Non è il momento di abbattersi. Guarda: i tuoi figli stanno bene. Sono lì che giocano con mia figlia e con gli altri.»

Lui incrociò prima le iridi verdi della sua vecchia compagna di squadra, poi girò lentamente il capo verso l’area riservata ai bambini. Boruto e Himawari erano seduti a terra, intenti a costruire, tranquilli e sorridenti. Forse non si erano ancora resi davvero conto di ciò che era accaduto alla loro madre.

«Meno male che c’era Aylin…» mormorò Naruto. «Non oso immaginare cosa sarebbe successo altrimenti.»

Sakura annuì appena. Anche lei, nonostante il tono professionale, aveva il cuore agitato. «Già. È andata bene. Per quanto potesse andare bene.»

«Se fossi arrivato prima anch’io…»

«Non avresti potuto fare niente.»

La voce non era di Sakura.

Hana si avvicinò ai due, il volto segnato dalla stanchezza, ma lo sguardo ancora vigile. «O pensavi di scatenare un potere grande quanto quello del Sommo Hagoromo contro un nemico di cui non conoscevi né il volto né le abilità, in pieno centro abitato? Avresti rischiato di causare tu stesso danni enormi.»

Sakura si irrigidì appena. «E tu chi sei?»

«Mi chiamo Hana.» La risposta fu calma. «Io e il mio compagno Ren siamo i vice dei nostri capostipiti. Anche noi eravamo sotto l’influsso del sigillo di Toshiro, ma facevamo parte di quelli che il maestro Koyama liberò per primi. Insieme ad Aylin abbiamo complottato per contrastarlo al momento giusto.»

Fece una breve pausa, come per riprendere fiato. «Eravamo venuti qui per chiedere aiuto in seguito a un attacco diretto contro di noi. Ma a quanto pare il nemico aveva piani ben più ampi.»

Naruto sollevò lo sguardo, il volto stanco, segnato da una notte che sembrava non finire mai. «Come sta Aylin?»

Hana aggrottò la fronte. «È forte. Ma sono intervenuti troppi fattori tutti insieme. Vi spiegherò cosa è successo nelle ore precedenti a questo attacco… più tardi.» Scosse appena il capo. «Adesso non ho la lucidità mentale per parlarne.»

Si congedò con un breve, rispettoso inchino e si allontanò lungo il corridoio, lasciando dietro di sé un silenzio carico di tensione e domande ancora senza risposta.

Gli uomini di Kakashi passarono l’intera notte a setacciare il villaggio e le zone limitrofe alla ricerca di una traccia lasciata da quella donna. Ogni tentativo si rivelò vano: l’utilizzo di una tecnica di spostamento tanto rara quanto sofisticata rendeva praticamente impossibile ricostruire una pista coerente.

Il Sesto Hokage provò anche a mettersi in contatto con Suna, ma trovò solo muri. Il consiglio era immerso in un’accesa discussione politica e, in quel momento, l’unica priorità dei burocrati sembrava essere il riequilibrio interno del governo. Anche perché il Kazekage, a quanto pareva, non si trovava da nessuna parte.

Shikamaru, in qualità di capo stratega, tentò di delineare almeno un’ipotesi plausibile. Il teletrasporto utilizzato non poteva appartenere alla stessa categoria di quello del Quarto Hokage: non erano stati trovati segni di "approdo" all'obiettivo designato. L’abilità coincideva in maniera inquietante con quella attribuita a Toneri Ōtsutsuki.

E questo, di per sé, rappresentava già un problema enorme.

Una tecnica di quel tipo non presentava limiti di distanza. Inoltre, mancavano elementi fondamentali per ricostruire il quadro generale. Si supponeva che i mandanti fossero la Confraternita delle Ombre, ma trattandosi di un ordine nomade, non esisteva un’ubicazione certa da cui partire. Ame e Konoha erano state entrambe colpite: forse operavano in quell’area? Ma anche quella restava solo una congettura.

E poi c’era Hinata.

Perché rapire lei? Degli Accoliti aveva sentito parlare solo in maniera superficiale. Non aveva legami diretti, né ruoli strategici noti.

A meno che…

Anni prima era stata rapita proprio da Toneri. Quel ricordo tornava a galla con una chiarezza disturbante. Possibile che quell’uomo stesse di nuovo mordendo lo stesso osso? Eppure, all’epoca, sembrava aver compreso la vera volontà di Hamura Ōtsutsuki. Quale scopo avrebbe avuto tornare all’attacco?

E soprattutto: il Tenseigan avrebbe dovuto essere distrutto.

Era sopravvissuto negli occhi di qualcun altro?

Qualcuno disposto a piegare una fede antica, distorcendola per fini personali.

Il pensiero gli fece perdere il controllo. Shikamaru sferrò un pugno al tavolo, facendo rovesciare la tazza che si infranse a terra.

Temari arrivò in quel momento, attirata dal rumore. Si inginocchiò accanto a lui, osservandolo con attenzione.

«Shikamaru… sei pallido.»

Lui si passò una mano sul volto, stanco. «Ho paura di dover dare una pessima notizia a Naruto.»

Deglutì. «A questo punto, spero solo che vogliano ricattare il villaggio. Perché se così non fosse…»

La voce gli si abbassò, quasi un sussurro.

**«…il tempo che Hinata resti in vita potrebbe essere molto poco.»
**

Tailin si sollevò sui gomiti ridendo, una risata roca e spezzata, mostrando due canini che si erano allungati sotto l’influsso del chakra demoniaco.

Il respiro le usciva caldo, denso, e l’aria attorno a lei tremolava.

Hō la fissava accigliato. Il chakra ciano del Tenseigan fluttuava attorno al suo corpo in modo così compatto da velare quasi del tutto i suoi lineamenti.

Improvvisamente la figura di Tailin svanì in una nuvoletta di fumo attraversata da scintille.

Ricomparve alle spalle di Hō.

Gli afferrò le spalle con forza e gli puntò una delle sciabole alla gola, la lama incandescente a un soffio dalla pelle. Dalle labbra di Tailin colò una goccia di sangue, ma non sembrava farci caso.

«Dimmi quali sono le vostre vere intenzioni» ringhiò. «Prima che ti tagli la gola.»

«Che ti importa?» rispose lui, con un sorriso storto. «Tanto raggiungerai presto tua sorella.»

Un istante dopo, Hō si teletrasportò alle sue spalle e colpì.

Il Pugno Gentile le si abbatté sul torace con una violenza secca, precisa. L’aria le venne strappata dai polmoni e Tailin barcollò, piegata in avanti, sentendo i canali del chakra fremere e cedere sotto l’impatto.

Hō iniziò a fluttuare in aria, il volto freddo, distante, austero.

La guardava dall’alto come un dio osserva un mortale.

«È finita per voi, miseri Accoliti. Ma non solo per voi.»

La sua voce era calma, assoluta. «Tutto il mondo saprà cosa significa davvero avere un Dio sceso sulla terra. Con questi occhi vi giudicheremo… e implorerete pietà.»

«Ma non dire cazzate.»

Tailin sputò a terra saliva mista a sangue e, con uno sforzo evidente, si rimise in piedi, oscillando appena. I Pugni Gentili che aveva incassato l’avevano indebolita, i flussi del chakra erano instabili… ma conosceva un modo per riaprire le fessure, per forzare di nuovo il passaggio.

E tornare in vantaggio su quello sbruffone.

«Vuoi vedere davvero quali sono gli occhi di un Dio, falso Hō?»

Posò un ginocchio a terra e posò le spade ai suoi due fianchi. Sollevò le mani e le portò nel sigillo del serpente, con un sorriso feroce.

«Ti accontento subito.»

Il chakra attorno a lei prese a ribollire.

«Amico mio…» sussurrò. «Hai voglia di scatenarti?»

Il demone del fuoco ruggì e sibilò dalle profondità del suo essere.

«Facciamo dei nigiri con la pelle del suo culo.»

Tailin rilasciò la tecnica.

Il tatuaggio del sigillo iniziò a ritirarsi e poco dopo Tailin aprì gli occhi. Dall'iride rossa e romboidale.

In quel momento il capostipite dell'Acqua ridacchiò sotto i baffi e Kaze si voltò, anche lei sorridente, sapendone già il motivo. 
L’impatto delle loro aure fu tale da far vibrare l’intero camminamento metallico, i bulloni che lo ancoravano alle strutture sottostanti gemettero come se stessero per cedere, mentre il lago nero attorno si increspava in cerchi concentrici sempre più ampi. Il ciano del Tenseigan di Hō e il rosso ardente del chakra di Tailin si scontravano senza mescolarsi, come due forze che si rifiutavano di coesistere nello stesso spazio. La pioggia cadeva con violenza, ma evaporava all’istante a contatto con i loro corpi, trasformandosi in una coltre di vapore che rendeva l’aria densa e irrespirabile.

Tailin avanzò per prima. Riprese in mano le sciabole e in esse infuse il suo chakra, rendendole infuocate. Con esse tracciò archi incandescenti, il metallo sotto i suoi piedi che si deformò leggermente a ogni passo per il calore sprigionato. Hō scivolò di lato con un movimento innaturale, fluttuando, la katana già in guardia, e il primo scambio fu così rapido da sembrare un singolo colpo: lame che stridevano, scintille che esplodevano come pioggia rovente, l’eco che rimbalzava contro l’arco di mattoni alle loro spalle.

Hō scomparve con un lampo ciano e riapparve alle spalle di Tailin, la katana calata dall’alto, ma lei ruotò su sé stessa seguendo un movimento rapido e preciso, deviando il colpo con una sciabola e rispondendo immediatamente con l’altra, costringendolo a retrocedere di mezzo metro. Il suo stile era sporco, aggressivo, privo di esitazioni: ogni fendente mirava a mutilare, a spezzare, a finire lo scontro nel minor tempo possibile.

Hō tentò un affondo diretto al fianco, ma Tailin incassò il colpo di striscio e gli rispose con una testata carica di chakra che lo fece arretrare, il Tenseigan che pulsava con maggiore intensità. Con un gesto secco, Hō richiamò una Gudōdama e la scagliò contro di lei; Tailin la attraversò in corsa, lasciando che l’esplosione le lambisse la schiena, la pelle che si arrossava e si screpolava per il calore, per poi rigenerarsi quasi subito sotto l’influsso del Serpente di Fuoco che la rendeva naturalmente immune al fuoco ed al veleno.

Il combattimento degenerò in una sequenza brutale di attacchi ravvicinati. Tailin lanciò due kunai con bomba carta che esplosero a mezz’aria, costringendo Hō a ricorrere alla Rotazione Suprema per non essere investito; l’onda di chakra respinse il fuoco e il vapore, ma lei sfruttò l’apertura per piombargli addosso, le sciabole che martellavano la difesa con colpi incrociati, alternando tagli alti e bassi per spezzare il ritmo.

Hō rispose con una serie di Pugni Gentili, colpendo i punti di emissione del chakra alle braccia e al torace; ogni colpo era una scarica di dolore che cercava di interrompere il flusso energetico di Tailin, ma il fuoco reagiva, forzando di nuovo l’apertura delle vie e spingendola a muoversi ancora più velocemente, in modo quasi bestiale. Il metallo sotto di loro si piegava, si screpolava, alcune lastre vennero strappate via e precipitarono nel lago che all'apparenza pareva senza fondo.

Hō iniziò a perdere terreno. Tailin lo incalzava senza tregua, saltando, scivolando, colpendo da angolazioni impossibili, il respiro roco che si mescolava al ringhio del demone dentro di lei. Una palla di fuoco esplose a pochi centimetri dal volto di Hō, costringendolo a teletrasportarsi all’ultimo istante, ma riapparve solo per essere investito da un fendente che gli squarciò la spalla, il sangue che evaporò quasi subito per il calore. La sua espressione si incrinò, l’ira prese il posto della sicurezza, e il chakra ciano aumentò di densità, schiacciando l’aria attorno a loro. Tentò una forma estremamente ridotta del Ginrin Tensei Baku per immobilizzarla, ma Tailin piantò i piedi nel metallo e lo attraversò ugualmente, il corpo piegato in avanti, il fuoco che le esplodeva sotto la pelle. Con un urlo feroce, lo raggiunse e incrociò le lame in un colpo definitivo, tranciando il suo corpo in due dal fianco opposto alla spalla ferita.

Il tronco di Hō scivolò via, separandosi nettamente, e per un istante tutto parve fermarsi. Il chakra ciano si disperse come nebbia al vento e Tailin rimase immobile, ansimante, le sciabole ancora fumanti. Poi il corpo si sgretolò rivelando essere un fantoccio, e nello stesso istante una presenza le esplose alle spalle. Non fece in tempo a voltarsi: una mano avvolta dal Tenseigan si posò tra le sue scapole e iniziò ad assorbire il suo chakra con violenza, strappandoglielo via come carne viva. Le lame si spensero, il fuoco collassò, le gambe le cedettero. Kaze l'aveva appena colpita alle spalle a tradimento con la tecnica di assorbimento del chakra.

Hō riapparve davanti a lei, reale, il volto contratto dalla rabbia per non essere riuscito ad abbatterla come aveva previsto, e senza concederle un solo respiro le sue mani iniziarono a colpire con precisione chirurgica, chiudendo una dopo l’altra le vie del chakra fino a completare la tecnica delle sessantotto chiusure. Il corpo di Tailin si irrigidì sul posto, immobilizzato, mentre la pioggia tornava finalmente a cadere sul camminamento, lavando via il sangue e segnando la fine di quel secondo, devastante atto.

Tutto rallentò attorno a Tailin.

Il corpo, inginocchiato, era preda di spasmi incontrollabili: il respiro le si spezzava in gola, le sessantotto chiusure le avevano serrato il torace come una morsa, mentre adrenalina e rabbia compressa le scuotevano i muscoli. I lunghi capelli rossi le incorniciavano il viso pallido e si appiccicavano alla pelle, appesantiti dalla pioggia che ora la sommergeva senza più evaporare. Le dita stringevano ancora le else delle sciabole, ma le braccia non rispondevano, inerti, come se non le appartenessero più.

Lo scrosciare dell’acqua rimbombava nelle orecchie, ovattando persino i passi dei suoi nemici che ora le si chiudevano attorno. Tentò di richiamare il Serpente di Fuoco, di aggrapparsi a quella presenza che conviveva con lei fin dalla nascita, ma l’assorbimento improvviso del chakra — l’abilità del Tenseigan che non solo prosciuga l’energia, ma annulla ogni tecnica evocata — aveva creato uno squilibrio violento. Il legame sembrava collassato, come se il demone fosse precipitato in un silenzio forzato.

«Parlami, cazzo… dove sei finito?» ringhiò, la voce spezzata dalla frustrazione.

«Oh, sembra proprio che tu sia rimasta sola, rossa,» disse Hō, ridendo a braccia conserte, mentre lasciava dissolvere il Tenseigan e i suoi occhi tornavano normali.

«Che fai?» ringhiò Tailin, a denti stretti. «Il duello non è ancora finito.»

La risposta fu uno schiaffo violento che le fece schizzare il capo di lato.

«Certo che è finito. Solo un idiota non si arrenderebbe davanti all’evidenza.»

«Fantastico,» commentò Kaze con un sorriso soddisfatto, osservando l’aura residua attorno a sé. «Il chakra che ho assorbito mi fa vibrare di energia. Sarà molto utile più avanti.»

Il capostipite dell’Acqua si avvicinò a sua volta. Gli occhi gli scintillavano di trionfo. In meno di ventiquattro ore era riuscito a mettere le mani su due reliquie di Hime.

«Manca la terza, giusto, maestro?» chiese Hō.

«Sì,» rispose lui con calma, «ma dobbiamo valutare se convenga. Già avere i demoni yin, quelli dalle abilità distruttive, sono giàuna grande conquista. E poi, tra Mizu che ormai sarà tornata alla base con Hinata Hyūga e gli Accoliti che sanno cosa è successo — la presenza immediata di questa qui ne è stata la conferma — sarebbe saggio non peccare di ingordigia.»

Tailin scoppiò a ridere, una risata roca e dolorosa.

«Quindi volete riappropriarvi dei Cercoteri della Terra, quando sapete benissimo che la Somma Hime dovrebbe fulminarvi all’istante? E poi cosa, provare di nuovo a diventare padroni del mondo, quando Akatsuki, Madara e persino Kaguya sono stati ridotti in cenere da Naruto e i suoi? Rapire la moglie di un uomo che ormai ha raggiunto il potere di una divinità… quanto potete essere presuntuosi, nella vostra ingenuità.»

«Taci, stronza,» sibilò Kaze con malignità. «Puoi schernirci quanto vuoi. Ma intanto sei finita.»

La sua mano si sollevò sopra il capo di Tailin.

La kunoichi serrò i denti. I suoi occhi erano tornati neri, umani, ma non c’era paura in essi. Solo odio puro. Se non fosse stata immobilizzata, si sarebbe lanciata loro alla gola senza esitazione.

L’urlo che seguì si propagò nel circondario…e venne inghiottito dallo scroscio incessante della pioggia.

Grazie alle abilità innate di Gaara del Deserto, per lui e per il fratello attraversare il mare di sabbia, risparmiando ore preziose, non fu un problema. Tuttavia, rispetto alla velocità sovrumana di Tailin, l’avanzare sulla duna di sabbia risultò inevitabilmente più lento.

Era già pomeriggio inoltrato quando finalmente raggiunsero il passo montuoso.

«Speriamo di aver fatto in tempo» disse Kankurō, con tono carico di preoccupazione. «Era stanca e sconvolta. Come ha potuto anche solo pensare di andare da sola, quella pazza incosciente.»

Gaara teneva lo sguardo fisso davanti a sé. «Perché, tu non facesti lo stesso quando mi rapirono?» rispose con calma. «Siete entrambi pazzi e incoscienti.»

Kankurō abbassò lo sguardo per un istante, colto in fallo.

«Ed è per questo» proseguì Gaara, «che io ed Eilin non avremmo potuto desiderare fratelli migliori.»

A quelle parole, Kankurō accennò un sorriso appena percettibile, sentendo tutto il peso — e il valore — della profonda stima che Gaara provava per lui.

La pioggia li investì con violenza. Gaara fu costretto a ritirare la duna di sabbia, che altrimenti avrebbe rischiato di perdere stabilità sotto quel diluvio incessante.

Il passo montuoso si ergeva alto e cupo, con pareti scure che sembravano stringersi attorno a loro man mano che avanzavano. Non erano mai entrati davvero in quel territorio, benché più volte gli fossero girati intorno. Era freddo, inospitale e opprimente, eppure sapevano che anche lì esisteva un centro abitato: il luogo dove era nata l’organizzazione Alba, meglio conosciuta come Akatsuki.

Terra di morti illustri — come quella del sommo Jiraiya — dava l’impressione che la morte stessa avesse scelto quei luoghi perennemente piangenti come propria dimora.

Il respiro dei due uomini si fece più pesante. Erano mentalmente pronti ad affrontare ogni pericolo, ma una domanda li divorava entrambi: chi poteva essere così forte da abbattere una ninja esperta e una forza portante come Eilin? E a cosa era andata incontro Tailin… e ora loro?

Arrestarono la corsa quando raggiunsero il camminamento metallico che conduceva all’ingresso del villaggio.

Tutto taceva. Solo la pioggia fitta dominava l’aria.

All’apparenza non sembrava esserci nessuno, ma la visibilità era scarsa: la nebbia generata dall’umidità e dai vapori delle tubature limitava la vista a poche decine di metri. Ame si stagliava sullo sfondo come una skyline nera, muta, incapace di offrire altro se non una promessa di sofferenza.

«Tai—»

Gaara interruppe il tentativo di richiamo di Kankurō con un gesto. Finché non fossero stati certi di essere soli, attirare l’attenzione sarebbe stato un errore.

Kankurō annuì, poi aguzzò lo sguardo, attirato da ombre indistinte che prendevano forma nella nebbia. Temendo una trappola, Gaara lasciò fuoriuscire dalla sua sacca — simile a una clessidra o al fiasco di sake di un tanuki — particelle di sabbia appositamente miscelate più volte con il suo chakra. Quelle particelle erano direttamente collegate a lui: se ci fosse stato un nemico in agguato, lo avrebbe percepito prima ancora che qualcuno potesse estrarre un kunai.

Anche Kankurō stava già concentrando il chakra sulla punta delle dita, pronto a richiamare i fili per le sue marionette.

Nei due minuti successivi non rilevarono alcuna attività sospetta. Decisero quindi di avanzare verso quelle strane sagome.

Il cuore si gelò loro nel petto quando, procedendo lungo il camminamento, emerse un lamento. Sommesso, spezzato, disperato. Il verso di un’anima incapace di trovare consolazione.

I passi si fecero più pesanti, come se l’istinto stesso si ribellasse, urlando loro che non volevano davvero scoprire l’origine di quei singhiozzi.

A un tratto Kankurō urtò qualcosa di metallico con il piede. Abbassò lo sguardo e vide una sciabola, all’elsa della quale era ancora legato un cordino rosso.

«Ma questa…»

Sollevò di scatto il capo e accelerò l’andatura.

Quando la nebbia si aprì davanti a loro, ciò che apparve li lasciò senza fiato.

Gaara cadde immediatamente in ginocchio.

Kankurō fece un passo avanti, la voce spezzata.

«T-Tailin…?»

Tailin era di spalle, in ginocchio davanti a ciò che restava della sorella. I capelli sciolti, scuriti dalla pioggia, si stendevano sul terreno come lingue di sangue.

«Ho fallito» disse senza voltarsi. «Non ho potuto fare niente per lei.»

Poi inspirò a fondo. «E me l’hanno rubato.»

Kankurō si abbassò accanto a lei, poggiando un ginocchio a terra, e le posò una mano sulla spalla.

«Che cosa ti hanno rubato?»

Tailin si voltò lentamente.

«Il mio Serpente.»

Kankuro balzò indietro di riflesso. Il volto pallido della kunoichi era rigato da rivoli di sangue che colavano come lacrime, lì dove un tempo avrebbero dovuto esserci i bulbi oculari.

Schiacciata dal dolore per non aver salvato la sorella, dall’umiliazione della sconfitta e dalla violenza subita, Tailin si lasciò andare a un nuovo, straziante lamento, che si perse nello scroscio incessante della pioggia.

Quel che seguì, Gaara lo avrebbe ricordato per tutta la vita come qualcosa di vago, un incubo, un frammento irreale che la mente rifiutava di trattenere per intero.

Gli parve che, una volta compreso che quello davanti a lui era davvero il corpo esanime di Eilin — privato della testa — si fosse gettato su di esso, lasciandosi andare a pianti e urla spezzate. Ciò che era stato annunciato era reale. Terribilmente reale.

All’inizio aveva cercato di negarlo, di convincersi che quel corpo non potesse appartenere alla donna che amava. Poi riconobbe le mani. Quelle dita. Le stesse a cui, appena quattro giorni prima, aveva infilato l’anello di fidanzamento, promettendole che l’avrebbe aspettata.

Si odiò.

Si odiò per averla lasciata partire, per non averle detto fin dal primo giorno che non voleva che se ne andasse.

Ma lui, le cui mani erano macchiate fin dall’infanzia, come poteva davvero sperare che il karma non sarebbe prima o poi venuto a riscuotere il suo conto?

Eppure… perché lei?

Lei che cercava di rimettere insieme i pezzi, che provava a rifarsi una vita, a camminare nonostante le crepe del suo cuore. Perché il destino non aveva preso lui al suo posto?

Rimase lì, immobile, completamente assente a sé stesso.

Intanto Kankurō, facendosi forza, con estrema lentezza e fatica estrasse dalla cinghia sulla schiena uno dei suoi rotoli. Con una delicatezza quasi reverenziale, sollevò quel corpo ormai molle e gonfio per l’acqua assorbita e lo adagiò sulla pergamena bianca.

Come aveva imparato anni prima, nel sigillare i redivivi di Akatsuki, richiamò anche per lei la formula necessaria. I sigilli si attivarono e la pergamena iniziò ad avvolgersi attorno al corpo di Eilin, chiudendosi come un sudario.

In quel modo, l’avrebbe isolata dagli elementi esterni.

E, almeno per un po’, avrebbe preservato ciò che restava di lei, concedendole il tempo necessario per una sepoltura degna.

Hinata aprì lentamente gli occhi, quando il bagliore caldo di un braciere le sfiorò il viso.

Era successo tutto così in fretta. Un attimo prima era in posizione, pronta a difendere i suoi figli da una sconosciuta, quello dopo… il buio.

Non fu però solo il calore a destarla, bensì l’esclamazione di trionfo di quattro uomini mascherati, in piedi su un palco. Stavano mostrando a diverse file di individui in tuta integrale nera — tanto aderente da lasciare scoperti solo gli occhi — due oggetti avvolti da fasciature.

Si trovavano in una grotta, a quanto pareva.

Sul petto dei quattro uomini era ricamato un kanji: aria, acqua, fuoco e fulmine.

Le persone a cui quei trofei venivano mostrati non reagirono. Nessun mormorio, nessuna emozione. Restavano immobili, con le gambe leggermente divaricate e le braccia dietro la schiena, come statue in attesa di un ordine. Erano un centinaio o forse più.

Quando Hinata riuscì finalmente a mettere a fuoco, il sangue le si gelò nelle vene.

Uno dei due trofei aveva inequivocabilmente la forma di una testa umana. L’uomo con il kanji dell’acqua la sorreggeva stringendola per i capelli.

«Dopo anni, finalmente la reliquia del Fuoco e quella dell’Acqua sono tornate nelle nostre mani. Questa volta non commetteremo gli errori del passato. Questa volta ci assicureremo che le persone designate come nuovi custodi ci giurino solenne lealtà. La progenie, tra l’altro, del nuovo vero clan Hyūga.»

Hinata sentì il cuore perdere un battito.

Poi sgranò gli occhi quando vide salire sul palco due donne e un uomo.

Li conosceva.

Li conosceva fin troppo bene.

Era cresciuta con loro: figli di chi avrebbe dovuto giurare fedeltà a suo padre, ma che non avevano mai accettato né il sacrificio di Neji, né che fosse lei l’erede designata. Dopo la morte del cugino, vecchie crepe nel clan si erano riaperte, trasformandosi in spaccature profonde. Mai, però, Hinata avrebbe immaginato che qualcuno di loro potesse spingersi fino a quel punto.

Provò a muoversi.

Solo allora si rese conto di essere legata a una pedana metallica. Tentò di divincolarsi, ma ottenne soltanto di attirare l’attenzione dei suoi carcerieri.

«Vedo che la principessa degli Hyūga si è svegliata» osservò il capostipite del Fulmine, un uomo di mezza età il cui volto era attraversato da un’orrenda cicatrice.

«In tempo per assistere alla sua stessa fine» aggiunse quello dell’Acqua.

«Che cosa avete intenzione di farmi?» chiese Hinata, la voce tremante. «Volete colpire Naruto attraverso me?»

«Non tutto ruota attorno a tuo marito» rispose Kaze, con un sorriso freddo. «Ma sì, vogliamo colpire qualcuno. Tuo padre e la reggenza degli Hyūga. Un inetto che ha osato mettere a capo un’altra inetta, e la sua discendenza non sarà da meno.»

Hinata abbassò lo sguardo, il labbro che le tremava.

«Allora rinuncio alla carica» disse piano. «Ma lasciate stare i bambini.»

La risposta parve irritare profondamente il trio. I loro volti si fecero ancora più cupi.

«Un capoclan che diserta senza pensarci due volte» commentò Mizu con disprezzo**. «Che lascerebbe i suoi uomini bruciare o si arrenderebbe senza nemmeno lottare. Com’è caduto in basso questo clan.»**

«Ma almeno, per una volta, risulterà utile a qualcosa» concluse il capostipite dell’Acqua.

Poi fece un gesto secco con la mano.

«Abbassate il lettino.»

Hinata rispose con uno squittio soffocato quando la pedana ruotò di novanta gradi. In un istante si ritrovò distesa, completamente immobilizzata, circondata da quegli uomini senza volto. Ombre nere prive di emozioni, come se fossero emerse dagli inferi stessi.

«Lasciatemi andare!» urlò disperata**. «Naruto-kun, ti prego… salvami!»**

«Il tuo principe arancione non arriverà in tempo, questa volta, principessa» sussurrò Hō, chinandosi fino a sfiorarle l’orecchio.

Fu allora che Hinata comprese.

Quelli erano i suoi ultimi respiri. I suoi ultimi battiti.

Come un fiume in piena, i ricordi le attraversarono la mente: i momenti più belli della sua vita, quelli davvero importanti. Chi avrebbe rimboccato le coperte a Boruto? Chi avrebbe letto le favole a Himawari prima di dormire? E chi sarebbe stato accanto a Naruto, lui che per tutta la vita aveva desiderato una famiglia?

Si era impegnata così tanto, anno dopo anno, per donare a suo marito quelle piccole, preziose sensazioni quotidiane che nell’infanzia gli erano state negate.

Naruto aveva dato la vita per il mondo.

Lei, senza esitazione, avrebbe dato la vita per lui.

Si amavano di un amore puro, intenso, assoluto.

Come potevano quegli sconosciuti decidere per loro? Come potevano strappare così brutalmente le pagine della loro storia?

Tre aghi vennero conficcati nelle sue braccia, strappandole un gemito di dolore.

«Tu non sei degna del sangue che hai ereditato» disse Mizu con freddezza. «Il sommo Toneri ha designato noi come custodi degli Occhi della Luna.»

«Ma il nostro è sangue del clan cadetto» aggiunse Hō, mentre anche lui, come le cugine, inseriva nel proprio braccio l’altra estremità dei tubi. «Questi occhi non riescono ad accettarci del tutto.»

Hinata sentì il cuore martellarle nel petto.

«Quindi… volete il mio sangue?» chiese con un filo di voce.

«Sì» rispose Kaze, senza alcuna esitazione. «Tutto il tuo sangue.»

Quando Naruto si svegliò, era disteso su un tatami, nella stanza degli ospiti del clan Hyūga. Non poteva tornare a casa con i bambini, non dopo quello che era successo. Aveva fatto tutto ciò che poteva: mantenuto la calma, sorriso loro in modo rassicurante, cercato di non lasciar trapelare nulla. Ma quando Himawari gli aveva chiesto dove fosse la mamma, qualcosa dentro di lui si era spezzato.

La sua psiche era crollata in quell’istante.

Non ricordava nemmeno come fosse arrivato lì, solo che aveva dovuto correre. Correre lontano dagli sguardi dei figli, lontano dal dolore che rischiava di travolgerli. Hiashi li aveva accolti senza esitazione, come era giusto che fosse.

Per un attimo Naruto aveva sperato che fosse stato solo un incubo. Ma il tatami sotto le dita, l’odore dell’incenso, il silenzio composto di quella casa antica lo ricacciarono brutalmente nella realtà.

Non perse tempo.

Richiamò immediatamente due cloni d’ombra. Uno rimase lì, con il compito di distrarre i bambini una volta svegli, di essere per loro una presenza familiare e serena. L’altro lo inviò all’ospedale, per accertarsi delle condizioni di Aylin.

Lui, invece, avrebbe agito di persona.

Si sarebbe recato dall’Hokage. Non avrebbe atteso oltre la fine delle indagini, né relazioni incomplete o strategie diplomatiche. Sarebbe andato a riprendersi sua moglie.

Grazie alle sue abilità eremitiche avrebbe sondato il mondo intero, se necessario.

E quando avesse trovato quei bastardi, per loro non ci sarebbe stata più alcuna storia da raccontare.

Aylin aprì lentamente gli occhi, distesa nel letto d’ospedale. Le avevano messo una camicia bianca e sciolto i capelli: una cascata bionda adagiata su un comodo cuscino.

Il cinguettio degli uccelli del mattino entrava leggero e sereno dalla finestra. Nonostante tutto quello che era successo, il mondo continuava a girare.

Si voltò verso l’interno della stanza e lì trovò, seduti su diverse sedie, i loro compagni, a volto scoperto e con profonde occhiaie. Avevano passato tutta la notte in riti cerimoniali per stabilizzare il suo chakra e permetterle di guarire. Ora anche loro avevano bisogno di una sana dormita.

Hana e Ren erano l’uno accanto all’altra. Erano una delle poche coppie che, per ora, si erano formate all’interno del nuovo Ordine. Come lei, facevano parte dei bambini a cui erano stati strappati i sentimenti a sei anni, per renderli armi perfette da impiegare nelle missioni più sanguinose. Il fatto che, una volta liberati, si fossero innamorati e messi insieme nonostante i traumi, era per gli Accoliti di Hime una conquista.

Qualcuno bussò piano. Era Sakura, seguita da Naruto.

Hana aprì un occhio, immediatamente allertata dai movimenti. Sakura si avvicinò e, con tono basso e gentile, invitò i quattro a seguirla in un’altra stanza, dove avrebbero trovato letti confortevoli per riposare come si doveva.

Accettarono senza protestare e uscirono con la primaria, lasciando Aylin e Naruto da soli.

«Come stai?» chiese Naruto a bassa voce, sedendosi su una sedia accanto al capezzale e osservandola con attenzione.

«Fisicamente bene,» rispose lei senza giri di parole. «Tu?»

«Anch’io, fisicamente.»

Non avevano bisogno di dirsi altro: i loro sguardi erano già una risposta sufficiente.

«Il tuo originale è con i bambini?» chiese poi Aylin, a cui non sfuggivano mai quei dettagli che rendevano una copia tale, per quanto l’abilità di Naruto fosse da maestro.

«No, dal maestro Kakashi,» aggrottò la fronte. «Non posso aspettare. Mi capisci, vero?»

Aylin allungò una mano verso di lui. «Certo che ti capisco. Speriamo che il Sesto abbia buone notizie… altrimenti andremo insieme.»

«Tu devi pensare a riposare,» la ammonì immediatamente Naruto.

Aylin si accigliò. «Non sei stato l’unico a essere ferito. In questo momento non posso semplicemente restare ferma ad aspettare. Quando avrai ricevuto il permesso dal tuo maestro, partiremo immediatamente. A meno che tu ormai non mi consideri una zavorra, diventato potente come sei.»

Naruto contraccambiò la stretta della sua mano.

«No. Non lo sei.»

Poi la guardò con una sincerità che gli serrava il petto. «Ma voglio che tu stia bene. Hai protetto i miei figli e quelli dei miei amici senza esitazione, anche se eri già allo stremo. Hai fatto ciò che avrebbe dovuto essere compito mio.»

«Proteggere i bambini dovrebbe essere compito di chiunque,» rispose lei scuotendo il capo.

Poi dovette fermarsi un istante, perché quel gesto le provocò un leggero giramento di testa.

«Vuoi che chiami qualcuno?» le chiese Naruto, preoccupandosi immediatamente.

«No. Sono già in via di guarigione. Essere delle forze portanti, almeno, ci dà anche questi vantaggi,» provò ad abbozzare un sorriso.

Tentò poi di sollevarsi un po’ di più con la schiena e Naruto le mise istintivamente un braccio dietro, per sostenerla.

Aylin ruotò quel tanto che bastava per posargli le mani sulle guance, costringendolo a guardarla negli occhi.

«Non la perderai. Troveremo il modo di salvarla. Io ho perso mia sorella e non ho potuto farci niente…» la voce le tremò appena, ma non distolse lo sguardo. «Ora non voglio che anche tu perda qualcuno di così caro.»

Naruto la guardò con tenerezza e gratitudine. Nei suoi occhi riconobbe ancora quella fiamma che, anni prima, prima che si mettesse con Hinata, aveva alimentato il cuore di entrambi.

Dopo quanto era accaduto con la Confraternita delle Ombre e la reliquia della Terra, e poi subito dopo la Grande Guerra, anche nel tentativo di sfuggire alla Confraternita, Aylin aveva sempre cercato un modo per andarlo a trovare. Pur sfidando il pericolo.

Per entrambi quei momenti erano stati conforto e pace: istanti rubati al caos, in cui per una volta non dovevano pensare ai grandi pesi che gravavano sulle loro spalle.

Ma una vita così divisa — lei costretta a vivere nell’ombra, lui ormai divenuto una leggenda vivente — aveva reso tutto incompatibile. Alla fine, il cuore di Naruto aveva iniziato a battere sinceramente, e forse anche più intensamente, per un’altra donna.

Per Aylin, però, le cose non erano mai cambiate.

Chi vive nell’ombra sa quanto sia difficile amare ed essere amati: spesso diventa un amore a senso unico, alimentato soltanto dalla speranza di vedere la persona amata felice e in salute, anche se vive alla luce del sole accanto a qualcun altro.

Sperava sinceramente che Hinata fosse sana e salva. Perché, se così non fosse stato, Naruto ne avrebbe sofferto.

E questo… non poteva permetterlo.

«Aylin, senti… cosa ricordi? I bambini hanno parlato di sfere nere, di una ninja che è apparsa e ricomparsa. Boruto ha parlato persino di Pugno Gentile.»

Non voleva pressarla, ma aveva bisogno di risposte e sentiva che i minuti erano contati.

Aylin abbassò lo sguardo ed annuì.

«La divisa era quella della Confraternita, ma quegli occhi… quegli occhi erano quelli del clan Hyūga. Anche le mosse. Quelle sfere, credo tu le conosca bene. Le Sfere dei Desideri, mi pare si chiami la tecnica.»

Naruto impallidì e il pensiero corse immediatamente a Toneri.

«In qualche modo quella donna ha ottenuto un potere che pensavamo appartenesse solo alla Luna,» concluse Aylin. «Non abbiamo mai avuto Hyūga nelle nostre fila. E di certo nessuno ha mai posseduto un potere superiore a quello delle reliquie.»

Lo stomaco di Naruto si contrasse. Un nuovo, formidabile nemico si profilava all’orizzonte — e aveva deciso di iniziare prendendosela con sua moglie.

Aylin stava tornando pallida; la stanchezza la stava reclamando di nuovo. Con delicatezza, Naruto la fece adagiare sul cuscino.

Dovette ammettere a sé stesso che la trovava ancora bellissima, e il fatto che fosse sempre pronta a mettersi in gioco non gli era indifferente. Ma Hinata era la donna che aveva scelto, quella con cui aveva costruito una famiglia, con cui aveva avuto dei figli. Avrebbe sollevato le montagne pur di riaverla.

«Ora vai,» mormorò Aylin. «Riferisci al tuo originale quello che ti ho detto. Ti prometto che, non appena mi sentirò meglio, sconfiggeremo quella gente insieme.»

Naruto si chinò e le posò un bacio sulla fronte, senza pensarci troppo.

«Allora riposa per bene. Così, quando sarà il momento, faremo vedere loro cosa significa provocare due ninja dai capelli biondi.» Sorrise a trentadue denti, con determinazione, con quel suo spirito fanciullesco che non lo aveva mai lasciato davvero, ed Aylin gli sorrise di rimando a sua volta.

Quando la copia scomparve in una nuvoletta di fumo, il Naruto originale — giunto da poco al cospetto di Kakashi — gli riferì tutto ciò che l’amica sapeva, confermando così i sospetti che già aleggiavano nella stanza.

Gli ANBU avevano passato l’intera notte a cercare tracce nei territori della Foglia, ma con scarsi risultati. Pur essendo apparsa all’interno del villaggio, quella donna non aveva percorso alcun sentiero registrato.

«Dato che Eilin si trovava ad Ame,» disse Kakashi, «supponiamo che si sia teletrasportata direttamente da lì, con lo scopo preciso di rapire Hinata. Tu ora mi stai dicendo che potrebbe trattarsi di una traditrice degli Hyūga. Il potere oculare può essere trasferito, è vero, ma certe tecniche — che non sono innate — non si padroneggiano senza anni di addestramento.

Aylin ha detto che, quando faceva parte della Confraternita, nessuno possedeva abilità simili. Supponendo poi che questa persona abbia acquisito anche i poteri di Toneri… parliamo, più o meno, di un arco di allenamento di almeno otto anni. A meno che non si tratti di un genio assoluto, tecniche formidabili come il teletrasporto, il Pugno Gentile e le Sfere dei Desideri non si imparano dal nulla, senza una base solida.»

«Allora chiedete al clan Hyūga l’elenco dei familiari che hanno tradito,» disse Naruto in fretta. «A me, però, non interessa la sua identità. Voglio solo riavere Hinata.

Dov’è Sasuke? Siete riusciti a mettervi in contatto con lui?»

Kakashi sospirò appena.

«Conoscere il nemico è fondamentale per sconfiggerlo. Possibile che, dopo tutti questi anni, tu non abbia ancora afferrato un concetto così semplice? Ma ora che sei diventato più forte di tutti noi messi insieme, immagino che per te certe regole non valgano più.

Quanto a Sasuke… purtroppo non è né facile né immediato raggiungerlo. È fuori dai confini delle Cinque Grandi Nazioni, e nemmeno Sakura ha sue notizie da settimane. Per ora dobbiamo agire noi.»

Naruto serrò la mascella.

«Va bene. Non ho certo bisogno di quel belloccio per sconfiggere una setta di invasati.»

All’improvviso la stanza si illuminò di un’intensa luce dorata. Nel giro di un istante, Naruto venne avvolto dal chakra della Volpe, così denso che il suo volto era appena distinguibile.

Per Kakashi era ancora fonte di stupore. Nonostante gli anni trascorsi, non riusciva a trattenere l’orgoglio per il suo ex allievo — e per l’uomo che era diventato.

«Non sono degno di diventare il Settimo,» disse Naruto a denti stretti, stringendo i pugni**, «se non riesco a salvare nemmeno la madre dei miei figli.»**

«Per raggiungere Ame da qui ci vogliono quasi tre giorni,» osservò Kakashi. «Ma grazie alla Modalità Eremitica, che ti permette di volare, immagino che impiegherai solo poche ore. Cerca soltanto di non attirare troppa attenzione — per il discorso che ti ho fatto ieri.»

Naruto annuì.

«Va bene. Ma ora mi scusi, maestro… devo andare. Porga per favore le mie scuse ad Aylin.»

Balzò fuori dalla finestra e, mentre si librava in aria, altre dieci copie apparvero al suo fianco. Con esse avrebbe potuto setacciare un’area molto più ampia.

Il primo obiettivo era Ame. Da lì, avrebbe seguito ogni traccia.

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