Vai al contenuto principale

← La leggenda di Hime: gli occhi della luna

Creato il 31/07/2026, 12:48 · Aggiornato il 31/07/2026, 12:49

Capitolo 4: Il Rapimento

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Morte
  • Violenza
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

I ninja ammantati di nero correvano veloci, fendendo l’aria come ombre in fuga. Non avevano un nemico alle calcagna, ma il pericolo era reale, crescente, in agguato come una bestia acquattata pronta a balzare sulla preda al primo segno di cedimento.

In base agli accordi di reciproco aiuto, né Konoha né Suna potevano essere lasciate all’oscuro. Quando una minaccia imminente incombeva sulle terre ninja — o peggio ancora, quando si profilava un pericolo potenzialmente globale — gli Accoliti avevano il dovere di intervenire senza attendere il consenso dei daimyō. In cambio di risorse e supporto bellico, essi si sarebbero diretti immediatamente dal Kage competente, riferendo ogni dettaglio utile.

Quella era una di quelle occasioni.

A capo del gruppo c’era Aylin. Grazie alla sua straordinaria capacità di rigenerazione, non appena aveva ripreso conoscenza aveva deciso di partire. I suoi sottoposti avevano cercato di opporsi: non aveva ancora recuperato del tutto, il viaggio avrebbe richiesto almeno un’ora di corsa ininterrotta, tra salti tra i rami e ostacoli naturali, per raggiungere il Villaggio della Foglia.

Ma alla giovane donna non importava.

Eilin non c’era più.

Lo squarcio nel suo cuore era persino più profondo della ferita inferta al Serpente dell’Aria. La rabbia e il dolore le annebbiavano la mente, e l’unica cosa che le impediva di crollare era il movimento, l’azione, l’urgenza di fare qualcosa prima che quel vuoto la divorasse dall’interno.

Doveva agire. Doveva creare le basi per un contrattacco.

Prima di tutto, era necessario parlare con il Sesto Hokage. Informarlo delle indagini in corso, di ciò che era accaduto al capo degli Accoliti, di ciò che avevano scoperto e di chi potesse essere il responsabile. Le informazioni andavano condivise ora, prima che il nemico colpisse di nuovo.

Servivano risorse.

Servivano uomini addestrati, strateghi, menti lucide capaci di analizzare i movimenti avversari e stanare i colpevoli.

Gli Accoliti, da soli, non potevano farcela.

Ammetterlo non era una debolezza. Era l’unico modo per ottenere giustizia per sua sorella.

«Ecco le mura del villaggio,» disse Aylin attraverso l’auricolare.

Il portone di Konoha, antico e imponente, era spalancato. In tempi di pace ogni visitatore era il benvenuto, soprattutto quando si trattava di alleati. Le mura bianche si stagliavano contro il cielo ormai schiarito, ancora segnato dai residui del recente acquazzone.

Non appena il gruppo dei cinque Accoliti raggiunse la guardiola, Kotetsu Hagane impose l’alt con un gesto secco. Il suo sguardo si posò subito sui tomoe bianchi ricamati al centro del petto, simbolo che non lasciava spazio a equivoci.

«Dobbiamo conferire immediatamente con l’Hokage. Avvisate il palazzo che tra pochi minuti saremo da loro,» disse Hana, senza esitazioni.

Kotetsu li osservò uno ad uno. Volti completamente coperti, solo gli occhi visibili, tesi, concentrati. Non c’era traccia di ostilità, ma neppure tempo per i convenevoli: era l’espressione di chi portava cattive notizie e sapeva che ogni secondo perso poteva costare caro.

«Va bene, passate pure…» concesse infine. Poi si voltò verso il collega. «Izumo, avvisa il palazzo. Il Sesto sta per ricevere visite.»

Izumo annuì con decisione e il gruppo riprese immediatamente il cammino. In pochi istanti gli Accoliti si lanciarono verso l’alto, sparendo tra i tetti come ombre silenziose.

Kotetsu rimase a osservarli, proprio come aveva fatto dieci anni prima. Ogni volta che quelle figure nere emergevano dall’ombra, significava una sola cosa: guai seri si profilavano all’orizzonte.

E il fatto che fossero giunti a Konoha poco dopo quell’improvviso e violento acquazzone non faceva che rafforzare quella certezza.

**«Eeeevviva!»**esclamò il piccolo Boruto, cinque anni compiuti, gli occhi azzurri che brillavano e i capelli biondi a spazzola identici a quelli di suo padre. Anche i segni sulle guance, marchio lieve ma inconfondibile dell’influenza del chakra dell’Ennacoda, gli davano quell’aria vivace e un po’ impertinente che lo rendeva immediatamente riconoscibile.

Finalmente, dopo il temporale violento che aveva costretto tutti in casa, il sole era tornato a splendere. La luce calda filtrava tra le fronde ancora gocciolanti e il profumo della terra bagnata riempiva l’aria. Era il segnale tanto atteso: il parco lo chiamava, gli amici lo aspettavano.

«Aspetta, Boruto, indossa gli stivali! Con tutto quel fango potresti scivolare!» disse Hinata con un filo d’apprensione, reggendo un paio di stivali di gomma. Ma il bambino era già lontano, una macchia bionda che correva ridendo, incurante di ogni avvertimento.

Boruto non aveva mai conosciuto la guerra, né l’angoscia delle notti senza certezze. Suo padre, sua madre e tutti coloro che avevano combattuto prima di lui, tra lacrime e sangue, erano riusciti a regalargli quel futuro semplice e luminoso che ogni bambino avrebbe dovuto avere.

«Ahahah! Avanti, Hinata, lascialo andare. Che sarà mai un ginocchio sbucciato!» disse Naruto, avanzando nel corridoio con Himawari in braccio e la mano sinistra dietro la nuca, nel suo gesto abituale, rilassato e scanzonato.

Hinata sospirò appena, con un sorriso rassegnato. Del resto, Boruto era figlio di suo padre: insistere sarebbe stato inutile.

«Io ce li ho, mamma!» disse la piccola Himawari con orgoglio. Ai piedi portava un paio di stivali di gomma rosa, decorati con fiorellini. Anche lei era la copia sputata di Naruto, forse persino più del fratello, sebbene i capelli a caschetto fossero neri come quelli della madre.

Hinata le diede un leggero buffetto sulla testa. «Allora vai anche tu e divertiti. Stai sempre vicino a tuo fratello.»

La bambina annuì e partì con passo deciso. Aveva solo tre anni, ma l’agilità e la coordinazione dei suoi movimenti lasciavano già intravedere le grandi abilità ereditate dai genitori.

«Vado anch’io, cara,» disse Naruto, chinandosi per darle un bacio sulla fronte. «Il maestro Kakashi vuole che lo raggiunga al palazzo dell’Hokage. Credo voglia sottopormi a dei test o roba simile… anche se io spero sempre in una bella missione!»

Hinata rise piano, portandosi con grazia la mano davanti alla bocca. «Ora che è quasi alla fine del suo mandato, ci tiene che tu superi il test finale per accedere alle elezioni. Gli stai molto a cuore.»

«Uff… la prossima volta prometto che studierò di più sui libri e cercherò di salvare meno il mondo,» borbottò lui, contrariato all’idea di dover tornare a studiare, stringendo gli occhi in una smorfia esagerata.

«Quando hai finito, mi trovi al parco con i ragazzi!»

«Va bene,» rispose Naruto, sollevando il braccio per salutarla un’ultima volta, sorridendo con la sua solita allegria contagiosa.

Quando anche Naruto svoltò l’angolo e scomparve alla vista, Hinata rimase per un istante sulla soglia di casa. Alzò lo sguardo verso il cielo: le nuvole si stavano diradando, lasciando spazio a un azzurro limpido.

Non aveva mai visto un temporale così potente arrivare e dissolversi con tanta rapidità, come se non fosse mai esistito. Un lieve brivido le attraversò il cuore.

Forse si stava solo preoccupando troppo… ma quella sensazione non voleva abbandonarla.

Nel frattempo, ad Ame, il rituale di sigillamento del Demone dell’Acqua era giunto al termine.

Il nuovo team Shinigami era seduto o inginocchiato sul terreno fradicio, i corpi piegati dalla stanchezza, i respiri irregolari. L’uso del Tenseigan — in una forma ancora imperfetta —, lo scontro estenuante e infine il sigillo di una forza primordiale avevano prosciugato fino all’ultima riserva di energia.

Perlomeno, il circondario era tornato tranquillo, le acque del lago acquietate ed anche gli abitanti stavano pian piano tornando allo loro routine.

«Avanti, siete ancora giovani,» li esortò il capostipite dell’Acqua, con un tono che tradiva più impazienza che incoraggiamento.

«Facile parlare, maestro,» ribatté Kaze, accigliandosi. «Lei se n’è stato in disparte per tutto il tempo.»

Lo sguardo del capostipite si posò su di lei come una lama. Freddo, tagliente. Kaze abbassò immediatamente il capo, incassando le spalle. Il silenzio che seguì fu più eloquente di qualsiasi rimprovero.

Poco distante, la testa di Eilin giaceva completamente avvolta da bende spesse. Sulle fasciature pulsavano sigilli complessi, studiati appositamente per contenere una forza di quel calibro. Solo i lunghi capelli neri erano rimasti liberi.

«Che schifo…» borbottò Ho, fissando quel macabro trofeo. «Ma perché, invece di portarci dietro quella testa, non mi trasferite direttamente il suo potere? Quel drago d’acqua corazzato era mostruoso.»

Mizu non esitò un istante. Gli mollò un pugno secco sulla testa, facendogli spuntare immediatamente un ficozzo.

«Perché per ottenere quel potere dovresti toglierti il cervello e impiantarti il suo,» ringhiò. «Ti sembra un’idea plausibile?»

«Secondo me, per lui sarebbe un’aggiunta, non una sostituzione,» commentò Kaze con un mezzo sorriso ironico.

Subito dopo, però, il suo volto si contrasse in una smorfia di dolore. Il sigillo di obbedienza reagì, ricordandole che si era spinta un po’ troppo oltre. Dentro di sé dovette ammetterlo: accettare di farsi impiantare qualcosa del genere, in nome della devozione, forse era stata una scelta azzardata.

Il capostipite dell’Acqua si avvicinò lentamente alla testa sigillata, osservandola con una sorta di reverenza distorta.

«Questi poteri non sono destinati a voi,» dichiarò. «Ma ai vostri eredi. A ciascuno di voi è stato assegnato un nome, una designazione legata al dono della Dea che spetterà a vostro figlio o a vostra figlia. Voi possedete già gli occhi della Luna. Insieme, daremo vita a ninja straordinari.»

«E rovesceremo l’ordine imposto da questi clan e dai loro pomposi daimyō,» concluse Kaze, annuendo lentamente.

La pioggia cadeva incessante sopra le loro teste. Erano completamente zuppi, i mantelli appesantiti dall’acqua e dal fango, ma a nessuno di loro importava. La soddisfazione per quella vittoria era talmente grande da offuscare ogni altro fastidio.

Tutto era andato secondo i piani.

E aver iniziato eliminando la più forte tra le tre sorelle dava loro una fiducia quasi euforica nelle proprie capacità.

Il capostipite dell’Acqua evocò una piccola salamandra, le cui squame lucide brillavano sotto la pioggia. Le affidò un minuscolo rotolo, sigillato con cura: il messaggio per il resto della Confraternita.

«Mizu, ti sei riposata abbastanza. È tempo di proseguire come ci eravamo detti.»

La giovane donna dai capelli lunghi aveva appena ingerito le pillole rinforzanti. Il chakra tornò a scorrerle nelle vene con un calore pungente, sufficiente a rimetterla in condizioni operative. Attivò di nuovo il Byakugan e poi portò le mani nel sigillo della capra.

Sotto i suoi piedi si espanse un complesso disegno di chakra: tre cerchi concentrici attraversati da raggi a forma di kanji. L’aura di chakra la avvolse in una vampata improvvisa.

«Sigillo del Teletrasporto.»

Un istante dopo, il suo corpo si frantumò in decine di piccole sfere gialle, che si dissolsero nell’aria come scintille, lasciando dietro di sé solo la pioggia.

I tre rimasero per un attimo a fissare il punto in cui la guerriera si trovava fino a pochi secondi prima.

«È davvero un bene che il sommo Toneri ci abbia insegnato anche questa tecnica,» commentò il capostipite, con un sorriso sottile. «A Konoha avranno presto una bella sorpresa.»

Hō, accovacciato sulle ginocchia, si lasciò sfuggire un lungo sbadiglio. La maschera gli scivolò sotto il mento, rivelando un volto giovane, poco più che ventenne.

«E mentre lei si diverte… a noi tocca aspettare qui.»

«Già carico di menar le mani, cugino?» lo punzecchiò Kaze, inclinando appena il capo.

Il capostipite dell’Acqua osservò l’oscurità oltre la pioggia, come se stesse ascoltando qualcosa che gli altri non potevano percepire.

«Non preoccupatevi, ragazzi. Se ci ho visto giusto… presto avremo ancora compagnia.»

Al palazzo del Kazekage regnava il caos.

Voci sovrapposte, passi concitati, rabbia e paura che rimbalzavano contro le pareti come schegge impazzite. La gente in strada pretendeva risposte: voleva sapere la verità su ciò che era accaduto, su che cosa fosse quel “mostro” che aveva devastato parte del villaggio. Il consiglio, già insofferente da anni, insorgeva apertamente. Non tollerava l’imposizione di sostenere un’organizzazione non legata a Suna, soprattutto perché i suoi vertici coincidevano con tre forze portanti che, dieci anni prima, avevano persino rapito Gaara.

«Io ricordo benissimo che una di loro era stata inviata addirittura per ucciderlo, quando era un bambino!» sbottò uno dei consiglieri, battendo il palmo sul tavolo. «E noi dovremmo occuparci degli affari di questi ninja senza patria!?»

«Non furono gli Accoliti a inviare il sicario, né tantomeno la Confraternita,» ribatté un altro, cavillando. «Queste organizzazioni agiscono per conto dei possidenti terrieri delle nostre nazioni.»

«A maggior ragione!» incalzò una terza voce. «Se fanno i mercenari per i daimyō, che siano loro a fornire il supporto bellico. Suna è già in difficoltà finanziarie. Non possiamo permetterci di disperdere altre risorse.»

«Ma non capite?» intervenne Baki, sbattendo il pugno sul tavolo con un colpo secco che fece tremare le coppe. «Chi ha colpito il capo degli Accoliti non è una minaccia limitata a loro! Sono sullo stesso piano dei nostri ANBU. Questo significa che i loro nemici sono terroristi di livello Akatsuki… o peggio. Dobbiamo fermare la cosa sul nascere, prima che diventi qualcosa di più grande.»

«Nessuno ha attaccato direttamente Suna,» ribatté un consigliere, con un sorriso sottile. «Se non un membro degli Accoliti stessi. Non invieremo alcuna squadra a supporto di quella donna che, per fortuna, ha deciso di andarsene per conto suo.»

La discussione degenerò ulteriormente quando intervenne in collegamento diretto persino l’ambasciatore dei daimyō del Vento. Sottolineò che, in quanto capitale della Nazione, Suna aveva il dovere di schierare dei ninja: tra le vittime di questi nemici misteriosi, figuravano anche ufficiali del Vento. Il consiglio reagì con veemenza, pretendendo in cambio l’annullamento del debito economico.

«E dov’è il Kazekage, in tutto questo?» chiese qualcuno, con tono accusatorio.

«Sapete benissimo che il Kazekage non è in condizioni di presiedere questa riunione,» rispose Baki a denti stretti. «Per ogni lamentela, parlate con me.»

«Se non avesse permesso a quelle donne di entrare nel suo letto—»

Kankurō scattò. Il volto gli si fece paonazzo e, prima che qualcuno potesse fermarlo, afferrò con violenza il colletto del consigliere che aveva osato pronunciare quell’insinuazione.

«Kankurō, controllati!» intimò Baki, alzandosi di scatto per fermarlo, mentre il pugno del giovane era già sollevato.

«Ve l’avevo detto!» urlò l’uomo, sputando rabbia. «Questa è corruzione! Favoritismo verso gente che non dovrebbe avere nulla a che fare con Suna!»

«Kankurō, fuori. Ora,» ordinò Baki a bassa voce, con un tono così duro da costringerlo a mollare la presa. Lo spinse di lato, lontano dal tavolo.

«Stanno calunniando Gaara… e le ragazze,» protestò Kankurō, con il respiro spezzato.

«Gli Accoliti o la Confraternita che siano,» rispose Baki più piano, «per la loro natura riservata e misteriosa sono sempre stati guardati con diffidenza. Lascia perdere i deliri di qualche vecchio. Vai da tuo fratello. Ho paura per la sua fragilità mentale.»

I loro sguardi si incrociarono. Non dissero ad alta voce ciò che entrambi stavano pensando, ma si compresero perfettamente.

Gaara fissava la propria immagine riflessa nello specchio. Silenzioso, immobile, mentre l’infermiera gli rifaceva il bendaggio dopo l’ennesimo controllo.

«Il cuoio capelluto è compromesso,» gli aveva detto il medico. «La pelle guarirà, ma temo che non avrete più la ricrescita folta di prima. Potremmo valutare un impianto, anziché optare per un parrucchino…»

Gaara non aveva risposto. In quel momento, l’idea di restare sfregiato o mezzo calvo non aveva alcuna importanza. Il cuore si stava indurendo, e un istinto antico, sepolto, risaliva lentamente in lui.

Ricordò quella notte nelle segrete. Era sceso convinto che Eilin fosse stata liberata. L’aveva invece trovata lì, inerme, in fin di vita. In un attimo, l’inferno si era scatenato, travolgendo chiunque gli fosse capitato davanti.

Strinse i pugni con tale forza che alcune gocce di sangue caddero sul pavimento. Non se ne accorse nemmeno.

Poi, come un lampo, un ricordo si fece strada nella sua mente. Bello e confortante, ma allo stesso tempo doloroso.

Lui ed Eilin, a letto, in una di quelle rare mattine insieme. Si guardavano in silenzio, portando negli occhi malinconie e dolori che, in quel momento, sembravano dissolversi. Lei gli accarezzava i capelli: aveva sempre amato quella chioma rossa, le piaceva passarci le dita dentro.

E lui… lui amava il suo sorriso. Era stato così difficile conquistarne uno vero, aiutarla a superare la paura di lasciarsi andare, senza che l’istinto la richiudesse in sé stessa per timore di riattivare il sigillo d’obbedienza. Anche senza più quel marchio, il trauma restava. Alcune ferite non si cancellano con la sola consapevolezza.

Si stavano guarendo a vicenda. A piccoli passi. Con i loro tempi.

E ora tutto questo era stato spezzato, come un vetro andato in mille pezzi.

«Gaara?»

La voce di Kankurō lo strappò a quel flusso di pensieri. Si rese conto che l’infermiera se n’era andata da tempo.

«Io vado,» disse Gaara, secco, guardandolo attraverso lo specchio.

Kankurō aggrottò la fronte. «Sei il Kazekage. Non puoi andartene.»

«Rinuncio alla carica, allora,» rispose Gaara, senza esitazione. «Vieni con me?»

Kankuro non ebbe bisogno di pensarci.

«Assolutamente sì.»

Un sigillo composto da tre cerchi concentrici, attraversati da raggi luminosi, apparve sul tetto della casa degli Uzumaki. Subito dopo, una nuvoletta di fumo si sollevò nell’aria, lasciando intravedere una sagoma umana.

Era ormai il tramonto. Le foglie, il cielo, i tetti del villaggio si tingevano di sfumature rosa e arancioni, e nelle gocce di pioggia ancora appese ai rami si riflettevano gli ultimi raggi del sole invernale. Le giornate erano corte e la notte sarebbe calata presto, ma molti bambini, approfittando del giorno festivo, continuavano a giocare al parco, incuranti dell’ora di cena.

Hinata aveva appena controllato l’orologio e stava per avviarsi a prendere i figli. Tra poco anche Naruto sarebbe rientrato e forse, come spesso accadeva, sarebbero andati tutti insieme dal buon vecchio Teuchi a mangiare ramen. Non si accorse, però, che qualcuno la stava osservando in silenzio.

Quando Naruto Uzumaki arrivò al palazzo dell’Hokage, aveva appena finito di prepararsi mentalmente al test che lo attendeva. Le formalità non erano mai state il suo forte e dubitava seriamente di potersela cavare come ai tempi del test del maestro Ibiki Morino, urlando la propria determinazione con una mano sbattuta sul banco. Ora era un uomo adulto, e certe esternazioni entusiaste gli sembravano fuori luogo.

Forse con la Tecnica della Seduzione…

«Scusi il ritardo, maestro Kakashi,» disse aprendo la porta dell’ufficio con un pentimento non troppo sincero. «Eccomi per i comp—»

La frase gli morì in gola.

Davanti a lui c’era Kakashi Hatake, in piedi, i pugni serrati. Accanto a lui, tre uomini mascherati con tre tomoe bianchi ricamati sul petto. Poco più in là, una kunoichi dai codini viola stava sostenendo una quinta figura, semisdraiata a terra, con la maschera abbassata, che cercava affannosamente di riprendere fiato.

«Te l’avevo detto che non dovevi venire,» la rimproverò Hana.

Aylin si era sentita male poco prima. Le poche energie recuperate le aveva consumate interamente per il viaggio, e ora che erano giunti a destinazione il corpo aveva ceduto.

«Sono il capo degli Accoliti,» ribatté lei, scostandola con un gesto. «Non si fanno richieste di questo tipo a Konoha mandando degli intermediari.»

«Aylin, che succede?» chiese Naruto, accorrendo immediatamente. Le sostenne le spalle, aiutandola a rialzarsi. Era passato molto tempo dall’ultima volta che l’aveva vista, eppure non gli sembrava cambiata: né nell’aspetto né in quel suo incrollabile spirito di sacrificio. Era così debole che temette quasi di spezzarla stringendola troppo.

«Naruto,» intervenne Kakashi, «a quanto pare è accaduto qualcosa di molto grave.»

«C’entra con il temporale di prima, vero?» disse il biondo, aggrottando la fronte.

Aylin sollevò appena lo sguardo. «Eilin è morta.»

Il volto di Naruto sbiancò all’istante. «Cosa… cosa stai dicendo?»

«Qualcuno ha sottratto il suo demone,» rispose lei, con voce roca.

«Temiamo che si tratti della Confraternita delle Ombre,» spiegò Kakashi.

«Ancora loro?» sbottò Naruto. «Credevo fossero caduti in rovina!»

«Non estirpi un’erbaccia se non strappi prima le radici,» commentò Ren, cupo.

Naruto strinse i denti. «Quindi hanno trovato la forza di tornare all’attacco… e ci sono riusciti. Siete certi che siano loro?»

«Non ne abbiamo la certezza assoluta,» spiegò Hana. «Stavamo indagando su una serie di morti misteriose. Ma non ci aspettavamo un nemico capace di sconfiggere Eilin. E poi, come sai, il numero di persone a conoscenza delle reliquie della Somma si conta sulle dita di una mano.»

«E ancor meno la conoscenza di come sigillarle, prima che il demone serpente fugga via» concluse Ren.

Le circostanze non lasciavano davvero spazio a molti dubbi.

«Contate pure su di noi,» disse Naruto con decisione, fissando Aylin negli occhi. Non c’era traccia dell’uomo immaturo di pochi istanti prima: in quello sguardo c’era il ninja che aveva affrontato la guerra, il dolore e la perdita senza mai voltarsi dall’altra parte.

Aylin lo osservò con un’espressione stanca, ma colma di riconoscenza. «Sai bene che non vi avremmo mai chiesto nulla, se non fosse stato assolutamente necessario.»

«Anni fa avete siglato un accordo con il Quinto Hokage,» intervenne Kakashi, facendo un passo avanti. La sua voce era calma, ma ferma. «Avreste condiviso tutto ciò che i vostri capi sapevano su Akatsuki e sugli accordi presi con loro, oltre a una promessa solenne di non attentare mai alla vita dei kage né dei loro diretti familiari, neppure su compenso. In cambio, Konoha e Suna vi avrebbero garantito risorse economiche e supporto militare per aiutarvi a ricostruire l’ordine.»

Fece una breve pausa, lasciando che il peso di quelle parole si sedimentasse.

«È un patto di reciproco aiuto noto solo a Suna e a Konoha, e tale deve rimanere. Gli equilibri diplomatici con le altre nazioni sono ancora fragili. Intendo onorare quell’accordo, e intendo farlo subito, prima che gli altri kage inizino a collegare gli eventi.»

Lo sguardo di Kakashi si fece più cupo. «Non possiamo permetterci che la questione delle reliquie, lo scontro tra due organizzazioni segrete e accordi riservati vengano alla luce. Le nazioni si sono alleate una volta contro un nemico comune, sì… ma la memoria politica è corta. E per molti, una faccenda come questa potrebbe trasformarsi in un’occasione fin troppo allettante.»

«Ma maestro…» disse Naruto, con quella vocetta un po’ infantile che gli usciva sempre nei momenti meno opportuni, «non era più facile fare come me e limitarsi a dire che sì, certo, potevano contare su di noi?»

Kakashi si portò una mano alla fronte e sospirò piano. «Naruto… se ambisci davvero a diventare il prossimo Hokage, devi capire che un capo villaggio deve anche perdersi in lunghi discorsi. Servono a motivare e dare un contesto alle scelte. Non stiamo facendo due chiacchiere al chiosco del ramen.»

Naruto fece una smorfia, ma non ribatté. In fondo, sapeva che Kakashi aveva ragione. Più o meno.

Fu allora che Aylin si irrigidì all’improvviso.

Iniziò a guardarsi attorno nella stanza con movimenti lenti, come se stesse in allerta per qualcosa. I suoi occhi, ancora un attimo prima velati dalla stanchezza, si accesero di un giallo intenso e brillante.

Mizu, grazie alle abilità che il Tenseigan le aveva fornito, poté seguire Hinata in maniera ancora più silenziosa di quanto fosse normalmente possibile, fluttuando e nascondendosi dietro alberi e colonne. A quell’ora c’era poca gente in giro e il fatto che poco prima avesse piovuto così forte fece sì che ce ne fosse ancora meno del solito. Questo le garantiva la tranquillità necessaria per pedinare l’erede degli Hyūga indisturbata.

Hinata raggiunse il parco e trovò subito Boruto e Himawari intenti a rincorrersi e a giocare con l’altalena. C’erano anche i figli del team Ina-Shika-Chō e Sarada. Sorrise nel vedere quanto fossero tutti allegri e spensierati. Per un attimo le tornò in mente il cugino Neji: forse anche lui avrebbe avuto dei figli e avrebbero giocato insieme ai loro cugini. Una bellissima realtà che, però, probabilmente esisteva solo in un’altra vita.

I bambini, non appena la videro, la salutarono da lontano, con le guance arrossate dalla fatica e dal divertimento. Ovviamente i loro vestiti avevano raggiunto uno stato talmente lercio che quasi pensò di metterli direttamente in lavatrice con i figli ancora dentro, ma tenne quel pensiero per sé.

Ricambiò il saluto, ma la sua espressione mutò quando una sconosciuta atterrò alle spalle di Himawari e Boruto.

«Aylin, che hai?» chiese Naruto, allarmato.

Forse fu il forte stato di allerta che la pervadeva da ore, o i sensi acuiti dall’esperienza di anni. O forse il fatto che il sangue di Eilin fosse ancora addosso alla tuta di Mizu e che, per il suo cercoterio — gemello di quello dell’acqua — fosse come una traccia. Aylin non ebbe alcun dubbio.

«Sesto Hokage, rileviamo una traccia estranea all’interno del perimetro del villaggio!» annunciò Ino. Insieme alla sua squadra di ninja sensoriali, aveva individuato l’improvvisa comparsa di un chakra non segnalato nei registri degli ospiti. Era semplicemente apparso all’interno del villaggio, facendo scattare immediatamente gli allarmi.

Ma una frazione di secondo prima che Ino pronunciasse quelle parole, Aylin, con uno scatto talmente rapido da risultare inumano, era già balzata fuori dalla finestra e, sostenuta dal suo drago che le permetteva di correre senza attrito, attraversò rapidamente i tetti del villaggio, dirigendosi verso il punto in cui aveva percepito la presenza nemica.

Naruto guardò la finestra da cui Aylin era saltata via, mentre i ninja attorno a lui si agitavano e si precipitavano all’esterno per unirsi all’azione. Erano pur sempre esseri umani, ma non per questo meno agili o veloci.

«Naruto, andiamo anche noi» disse il maestro Kakashi.

Naruto annuì, con un’espressione confusa.

Mizu rimase immobile solo per una frazione di secondo, sospesa a pochi metri da terra, il corpo leggero come se la gravità fosse un concetto opzionale. Il Tenseigan pulsava nelle sue orbite, avvolgendola in quell’aura ciano lattiginosa che deformava l’aria attorno a lei come un riflesso sull’acqua.

Hinata si irrigidì.

Non aveva udito alcun rumore, nessun passo, nessun fruscio. E l'aspetto di quella sconosciuta. Un'altra Ōtsutsuki era scesa sulla terra? Eppure la tuta, intera ed aderente che le copriva persino il volto, che indossava non sembrava affatto simile agli abiti di Toneri. Chi aveva di fronte?

«Boruto. Himawari.»

La voce di Hinata era ferma, ma tesa come una corda pronta a spezzarsi. «Venite qui. Subito.»

Boruto chinò di lato la testa, non si era ancora accorto di chi aveva alle spalle. «Mamma?»

Mizu inclinò appena il capo, osservandoli. I bambini. Così piccoli. Così vivi. Il Tenseigan le restituiva ogni minimo dettaglio: i flussi di chakra acerbi, luminosi, ancora non spezzati dal peso del mondo. Per un istante, qualcosa le si contorse nello stomaco.

Un istante soltanto.

«Interessante…» mormorò. «La progenie della Volpe e dell’Hyūga.»

Hinata si piazzò rapidamente davanti ai figli e gli altri bambini, il Byakugan che si attivò all’istante. Le vene attorno agli occhi pulsarono. «Allontanati da loro.»

Mizu sorrise sotto la maschera. «Oh, non temere. Non sono qui per loro.»

Fece una breve pausa, poi aggiunse, con una crudeltà: «Non oggi.»

Fu in quel momento che l’aria esplose.

Un boato secco, come una frustata di vento, attraversò il parco. Le foglie si sollevarono, le altalene oscillarono violentemente, e una pressione schiacciante calò dall’alto.

Aylin piombò sulla scena come un meteorite.

Atterrò dietro Hinata ed i bambini, il terreno che si spaccò sotto i suoi piedi, crepe che si irradiarono nel terreno fangoso. Il Serpente dell’Aria ruggì attorno a lei, invisibile ma tangibile, distorcendo l’atmosfera. I suoi occhi gialli erano fiamme vive.

**«TU.»** La voce di Aylin non era umana.

«È arrivata la cavalleria» disse Mizu, ghignando. «Ma è troppo tardi.»

Il Tenseigan le conferiva una velocità straordinaria e, con uno scatto fulmineo, Mizu raggiunse Hinata. La colpì con la tecnica del Pugno Gentile dritta allo stomaco, nel punto in cui nasce il chakra, e subito dopo la afferrò per il collo, sollevandosi in aria con lei.

«Dove pensi di andare?» gridò Aylin, mentre già concentrava il chakra sotto i piedi per saltare.

«Gudōdama!»

Mizu lanciò immediatamente delle sfere nere, puntandole verso il gruppo di bambini.

Con riflessi impeccabili, Aylin si frappose, proteggendo i piccoli e sé stessa con un vortice d’aria. Le sfere esplosero all’impatto e le urla di terrore dei bambini squarciarono l’aria. Aylin fece tutto il possibile per assorbire il colpo e per deviare l’energia residua, evitando che si abbattesse sulle abitazioni circostanti.

Con il sigillo del serpente attivo e il drago d’aria che, grazie al chakra, prendeva una consistenza quasi tangibile, cercò di reggere l’impatto.

«Ma chi sei?» chiese Boruto, con la voce tremante.

Aylin si voltò appena. Per lo sforzo stava perdendo sangue dal naso, gli occhi le si erano infossati, ma cercò comunque di sorridere.

«Sono la zietta Aylin… non ti ricordi di me?»

Mizu sapeva di essere ormai al limite. Neppure le pillole di chakra, questa volta, le sarebbero state d’aiuto se fossero arrivati i rinforzi. Le tre Sfere dei Desideri appena lanciate erano state l’ultima tecnica che poteva permettersi. Ora, con le ultime energie rimaste, doveva teletrasportarsi di nuovo e portare via con sé quell’erede indegna.

«Hinata!» urlò Naruto, arrivando con un secondo di ritardo, giusto in tempo per assistere alla scomparsa della sconosciuta che stringeva sua moglie.

Il circondario era completamente mutato: arredi distrutti, terreno spaccato, i bambini ancora sconvolti che circondavano la ninja dai lunghi capelli biondi, colei che li aveva appena salvati da una morte certa.

«Papà!»

La piccola Himawari corse verso Naruto non appena lo vide, cercando rifugio nel suo abbraccio.

Con istinto naturale, Naruto la prese in braccio, ma la sua mente era annebbiata. Davanti a sé vide i quattro Accoliti circondare Aylin, che aveva ormai perso i sensi.

La donna era andata oltre le proprie possibilità e ora era collassata.

Kakashi ordinò immediatamente ai suoi uomini di chiamare la squadra medica e di inviare dei ricognitori, affinché scovassero eventuali tracce utili a capire dove la nemica fosse fuggita.

Qualcuno diede una spallata a Naruto, ma lui non reagì. Boruto gli si avvicinò a sua volta e Naruto si limitò a carezzargli la testa. Doveva fare il padre anche in quel momento, dopotutto, ma la sua mente non era più lì.

Non poteva credere di aver permesso, ancora una volta, che qualcuno rapisse la sua amata Hinata.

Il giorno si concluse su un mondo che aveva appena conosciuto l'ennesima grande minaccia.

Aveva dormito solo poche ore, il tempo necessario a ricaricare il chakra, poi, alle prime luci dell’alba, non appena i raggi del sole si posarono sulla sua pelle, la corsa riprese.

Più il sole saliva, più la forza del suo demone cresceva dentro di lei.

La sabbia non era affatto un ostacolo, il peso delle armi nemmeno. Era considerata impulsiva e scalmanata, ma anche lei sapeva il fatto suo quando si trattava di gestione del chakra.

La rabbia e il dolore del giorno prima non avevano arretrato di un centimetro e ora, quando davanti a lei si stagliò il passo montuoso che l’avrebbe condotta nei territori di Amegakure, sentì che crescevano ancora.

Il suo spirito desiderava vendetta e niente, nessuno, gliel’avrebbe impedito.

Il cielo sopra di lei cambiò di colpo. Da limpido divenne improvvisamente cupo e plumbeo. Il chakra che l’avvolgeva si fece come un faro rosso nell’oscurità. Non le importava di mimetizzarsi, di tendere agguati. Voleva essere vista. Voleva che sapessero che era arrivata.

Superato anche il passo montuoso, si ritrovò in un corridoio naturale di roccia e da lì avrebbe presto raggiunto il camminamento metallico che anticipava l’ingresso ad Ame.

In quel raro momento, aveva smesso di piovere e qualche raggio di sole era riuscito a trovare una fenditura tra le nubi.

Fu allora che lo vide.

Baciata da una lama di luce, giaceva una figura ormai rigida e prosciugata, contorta in una posizione innaturale.

Tutta la furia venne improvvisamente sostituita da una sospensione irreale. Si fermò di colpo. I passi che seguirono furono lenti e costanti, eppure quel camminamento sembrava essersi fatto interminabile.

Con tutta sé stessa sperò che non fosse ciò che l’istinto le stava urlando. Del resto i suoi occhi erano sigillati e gli oggetti inanimati non erano così distinguibili come gli esseri viventi. Forse era solo immondizia abbandonata.

Si fermò a un passo.

Quella forma, che percepiva appena, aveva contorni dalle fattezze umane, ma qualcosa mancava.

Deglutì. Poi, lentamente, si chinò e afferrò una mano.

La mano di sua sorella.

«Nooooo!»

Il grido le squarciò la gola mentre cadeva in ginocchio, come se ogni energia l’avesse abbandonata all’istante. La sua voce si fuse al ruggito del demone del Fuoco. Il tatuaggio sugli occhi pulsò, minacciando di spezzarsi, ma il buon lavoro del maestro Yamato, fatto anni prima, tenne.

Non poteva essere lei. Come poteva quella cosa fredda e rigida essere la mano di Eilin, che aveva stretto così tante volte da bambina e che aveva tornato a stringere quando, insieme ad Aylin, erano state liberate?

Il cuore le martellava nel petto, un dolore profondo, inconsolabile.

Ma non ebbe tempo per il lutto.

«Ci avrei scommesso che saresti stata la prima. Sempre così impulsiva, infischiandotene delle conseguenze.»

Il capostipite dell’Acqua batté lentamente le mani, emergendo dall’ombra proiettata da una nuvola, camminando sull'acqua. «Del resto siamo noi che vi abbiamo cresciute. Sappiamo perfettamente come ragionate.»

Come una belva che punta la preda, Tailin si voltò di scatto. Riconobbe immediatamente quel chakra.

Gli altri due alle sue spalle, invece, no. Erano nuovi, ma dalla loro firma capì subito che provenivano dai territori di Konoha. Chakra del clan Hyūga.

L’aura attorno al suo corpo reagì all’istante e un filo di fumo le uscì dalle narici.

Il serpente era pronto a mordere.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…