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← La leggenda di Hime: gli occhi della luna

Creato il 29/07/2026, 21:59 · Aggiornato il 29/07/2026, 22:00

Capitolo 3: Una triste consapevolezza

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • morte
  • violenza
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«Presto, sbrighiamoci. Dobbiamo sigillare il demone, prima che riesca a fuggire!» ordinò il capostipite dell’Acqua.

La pozza scura si stava allargando dal corpo di Eilin. La testa, separata dal corpo, iniziò improvvisamente a illuminarsi di chakra blu e a contorcersi, attraversata da spasmi innaturali, come se qualcosa al suo interno si rifiutasse di accettare la fine.

In men che non si dica, l’uomo la depose su un telo bianco già cosparso di simboli di sigillo, tracciati con precisione rituale.

«Non credevo che, anche una volta morta, questa stronza avesse ancora così tante energie!» sbottò Mizu, arretrando di mezzo passo.

«Lei era solo un contenitore,» rispose il capostipite con voce tesa. «Il Serpente dell’Acqua è una forza della natura. Ora è senza freni. Se non lo sigilliamo subito, verremo investiti da un maremoto.»

Il lago che circondava Ame stava già ingrossandosi. Onde scure e irregolari si sollevavano e si abbattevano contro le strutture su palafitte, con spruzzi violenti e schianti che facevano tremare le fondamenta. Il villaggio fu attraversato da grida di terrore, mentre la gente cercava disperatamente un riparo dalla furia che minacciava di inghiottire tutto.

Nel cielo, le nuvole si fecero più dense, si espansero come un’unica massa viva, superarono le montagne e raggiunsero rapidamente anche i territori vicini.

A Suna, Gaara stava dando fondo a tutte le sue energie per contenere la forza dirompente del Demone del Fuoco. Nonostante il sigillo, l’improvvisa rottura del legame con la Testa aveva scatenato un’ondata di energia incontrollabile, brutale.

«Tailin!» urlò Kankurō, correndo al fianco del fratello. Il suo volto era contratto dalla paura: non sapeva cosa fare. E se il demone si fosse liberato? Cosa ne sarebbe stato del villaggio… e di lei?

«Una tempesta di pioggia in arrivo!» gridò una guardia cittadina.

«Una tempesta? In questo periodo dell’anno?» mormorò il maestro Baki, accorso anche lui per assistere alla scena. Nel deserto un evento simile era rarissimo: la pioggia, quando arrivava, lo faceva in maniera intensa, ma di solito in primavera o in estate, e mai in modo così improvviso e spropositato.

Un vento violento si riversò nella conca montuosa. Subito dopo, una pioggia fitta cominciò a cadere, tanto rapida e tagliente che le gocce sembravano aghi. La sabbia iniziò a impregnarsi d’acqua, trasformandosi in fango instabile, e Gaara avvertì la difficoltà crescere a ogni istante.

Prima che la situazione raggiungesse un punto critico, ordinò ai suoi uomini di evocare muri di pietra per immobilizzare il corpo di Tailin, ancora rinchiuso nel bozzolo di sabbia. Poi si preparò ad avvicinarsi: avrebbe applicato lui stesso il sigillo di contenimento del Cercoterio.

«Sei pazzo?» protestò Kankurō, afferrandolo per una spalla. «Ti ricordi cosa capitò al maestro Kojama dieci anni fa?»

«La protezione assoluta mi garantisce una resistenza maggiore,» rispose Gaara senza distogliere lo sguardo. «Mi avvicinerò solo quel tanto che basta per applicare il sigillo.» Poi, vedendo l’esitazione del fratello maggiore, aggiunse con fermezza: «Starò attento. E poi… vuoi che salvi Tailin o no?»

«Certo che lo voglio,» rispose Kankurō senza esitazione. «Ma tu stai attento lo stesso.»

Gaara annuì: un’ultima forma di rassicurazione, prima di procedere oltre. Sapeva che Kankurō, così come Temari, non avevano mai superato davvero il trauma della sua morte, quando Sasori e Deidara avevano invaso il Villaggio della Sabbia. Ma era il Kazekage, e come tale era suo dovere mettere in gioco la propria vita per difendere gli abitanti… e anche i suoi affetti più cari.

In men che non si dica, la squadra di supporto — ANBU tra i migliori del villaggio — aveva già circondato il bozzolo. La massa di sabbia si contorceva, si deformava, subiva vere e proprie depressioni nei punti in cui la pioggia si accumulava con maggiore insistenza. Da quelle falle improvvise fuoriuscivano lingue di fuoco, minacciose e accecanti, così calde che nemmeno l’acqua riusciva a soffocarle: evaporava prima ancora di toccarle.

Rapidamente i ninja mascherati composero i sigilli. Dai tetti su cui erano appostati, pali di pietra emersero dal terreno e si conficcarono nel bozzolo con violenza controllata. Un altro grido, indignato e disumano, si levò nell’aria, facendo tremare il cuore di tutti i presenti.

«Kazekage, faccia attenzione!» urlò uno degli ANBU, la voce incrinata dalla tensione.

«Date fondo alle vostre energie e rimanete concentrati!» ordinò Gaara, senza la minima esitazione. Il tono era fermo, scolpito, quello di chi non ammette repliche.

Lo sguardo rimase fisso davanti a sé, mentre percepiva il Serpente del Fuoco contorcersi e ringhiare oltre la barriera di sabbia. Era una presenza primordiale, irrequieta, che non conosceva né paura né pietà.

Gaara inspirò profondamente e rinforzò la sua armatura di sabbia: uno strato più denso, più compatto, tanto da diventare visibile a occhio nudo, come una corazza dorata che aderiva al suo corpo. Si assicurò persino che tra i granelli non vi fossero frammenti di vetro o detriti, per evitare che potessero fondersi a contatto con il calore. Lì dentro, del resto, doveva essersi ormai creata una temperatura da fornace.

Piegò le ginocchia e scattò in avanti.

Il bozzolo si aprì davanti a lui quel tanto che bastava per lasciarlo passare, ma non appena lo squarcio si allargò, altre fiamme eruppero con violenza, divorando l’aria. Sembrava davvero il varco d’accesso all’inferno: il fuoco che alimenta la vita, che scalda il pianeta e ne muove i cicli… ma che, quando perde ogni freno, diventa solo distruzione.

«Tailin, mi senti?» chiese Gaara, portandosi un braccio davanti agli occhi per ripararsi dal calore che gli mordeva la pelle anche attraverso la sabbia. La risposta fu solo un ringhio gutturale, basso, innaturale, che non sembrava appartenere del tutto a una voce umana.

Cosa era accaduto? Cosa poteva aver scatenato, di colpo, una furia così cieca e violenta?

Il sigillo applicato sugli occhi di Tailin vibrava e si contorceva come una creatura viva. Le linee incise sulla pelle pulsavano di luce intermittente, tese al limite della rottura. Il demone spingeva per uscire, per liberarsi, e solo l’ultimo, disperato brandello di volontà della giovane lo teneva ancora confinato.

**«S-scappa, Gaara…»** riuscì a dire lei, con voce spezzata, deformata dal ruggito che le saliva dal petto. Era al centro della barriera di sabbia che lui aveva eretto. Il corpo e i capelli erano completamente avvolti dalle fiamme, che non la consumavano ma la rivestivano, come un mantello vivo.

Gli occhi erano spalancati: due iridi di un rosso pieno, incandescente, con pupille romboidali che riflettevano un’intelligenza antica e feroce.

«No… non lo farò.» Le parole uscirono a fatica. Subito dopo, la gola gli si seccò, non c'era più acqua in quell'aria.

Vampate di calore lo investirono a ondate, rendendo ogni passo una lotta. Anche protetto dall’armatura di sabbia, Gaara sentiva il calore insinuarsi, opprimente, martellante. Il suo istinto di sopravvivenza urlava, gli intimava di ritirarsi, di uscire da lì prima che fosse troppo tardi.

Ma lui non si mosse.

Non avrebbe abbandonato la sua amica.

"Prima delle nostre vite, viene il dovere verso coloro che hanno affidato la loro vita nelle nostre mani."

Le parole di Eilin gli tornarono alla mente con limpida chiarezza. Gaara aveva concordato allora, e concordava adesso.

No. Non avrebbe pensato alla propria salvaguardia. Non prima di aver fermato quel demone e, così facendo, protetto anche il villaggio.

Sollevò un’ulteriore barriera di sabbia, per contrastare le vampate di calore e guadagnare ancora terreno. Ogni passo era una frustata contro un’altra frustata: il fuoco che spingeva, la sabbia che resisteva. Granello dopo granello, Gaara colmò gli ultimi metri che lo separavano da lei.

Il corpo di Tailin tentò di contorcersi, un movimento istintivo, disperato, ma i paletti di pietra che la immobilizzavano rimasero saldi. Gaara sapeva, però, che anche la pietra può cedere se sottoposta a un calore simile troppo a lungo. Doveva fare in fretta.

Il foglio del sigillo, stretto tra le dita, era stato impregnato del suo chakra, reso ignifugo proprio per quel momento. Un dettaglio studiato, una precauzione che ora faceva la differenza tra la vittoria e la fine.

Quando fu a meno di un metro da lei, il demone reagì con un ultimo spasmo frustrato. Un’ondata di calore lo investì in pieno, facendolo barcollare. Gaara serrò gli occhi: erano talmente secchi che, anche a palpebre chiuse, aveva la sensazione di spilli conficcati nelle orbite.

Non poteva permettersi di perdere l’orientamento.

Concentrò il chakra e modellò una sfera di sabbia davanti a sé, un occhio artificiale attraverso cui continuare a vedere senza esporre lo sguardo. Così non dovette procedere alla cieca. Non poteva toccarla direttamente: il calore era troppo intenso. Gli ultimi centimetri li coprì estendendo il braccio della sua armatura.

Dovette però così rinunciare a parte della sua protezione, poiché solo quel tipo di sabbia sarebbe stata abbastanza resistente, ma allo stesso tempo era limitata.

Lo sapeva. Avrebbe subito delle ustioni. Ma era un prezzo accettabile.

Il foglio del sigillo aderì alla fronte di Tailin.

In quell’istante, Gaara non esitò. Con la mano libera formò il sigillo della capra e rilasciò la tecnica, riversando il proprio chakra nel fūinjutsu con una precisione assoluta, che trasmetteva tutta la sua determinazione.

L’aria tremò.

Il fuoco ruggì... e poi semplicemente si spense, come una fiamma a cui era stata sottratta l'aria.

Tailin ebbe un ultimo spasmo: la schiena si inarcò in modo innaturale, poi il corpo cedette. Perse i sensi e il capo le ricadde in avanti, sul petto, come se ogni forza l’avesse abbandonata di colpo.

«Ritirate i paletti!»

La voce di Gaara si levò chiara e ferma, senza alcuna incertezza. Gli ANBU eseguirono all’istante, sciogliendo la presa di pietra che teneva la giovane immobilizzata.

Compreso che il pericolo era finalmente cessato, Kankurō accorse immediatamente verso il tetto, dove ancora era eretta la sfera di sabbia. La pioggia continuava a cadere fitta, ma ora il fatto era irrilevante.

Gaara fece ricadere la sabbia attorno a sé. La barriera non era più necessaria.

«Ma cosa…» mormorò Kankurō, con un’espressione sconvolta. La stessa che aveva il maestro Baki, giunto subito dopo di loro.

«A parte i vestiti completamente bruciati, non sembra aver riportato conseguenze fisiche», disse Gaara con tono sorprendentemente calmo. Si era già tolto la giacca lunga da giardiniere e l’aveva usata per avvolgere Tailin, poco prima di abbassare del tutto la difesa.

«Mi rincuora sapere che stia bene… ma Gaara, la tua testa.»

Solo in quell’istante, con la tensione finalmente allentata, il Kazekage si rese conto del dolore. Un dolore sordo, pulsante. Per utilizzare l’armatura di sabbia, aveva dovuto scoprire il capo e così il cuoio capelluto si era gravemente ustionato e il sangue scendeva, mischiandosi alla pioggia.

«Un medico, presto!» urlò Baki con tutto il fiato che aveva in gola. «Il Kazekage è ferito!»

Mentre tutto questo accadeva, anche l’accampamento degli Accoliti stava subendo danni ingenti.

Il Serpente dell’Aria ruggiva e strepitava, e nel cuore del vortice che si era formato, sospesa a mezz’aria c’era Aylin.

Gli Accoliti erano riusciti a fuggire in tempo e ora, a distanza, assistevano sconcertati a quello spettacolo tremendo. Le nuvole si addensarono all’improvviso e, nel giro di pochi istanti, una pioggia fitta cominciò a cadere, pesante, insistente. Era evidente che qualcosa di terribile fosse accaduto e che stesse influenzando direttamente il demone del loro capostipite.

«Dobbiamo fare qualcosa, non possiamo stare qui semplicemente ad osservare!» esclamò una kunoichi dai capelli viola, raccolti in due ciocche ricce.

«E che dovremmo fare? Hai qualche idea, Hana?» le rispose il ninja accanto a lei, dai capelli corti e neri. «Se qui ci fosse stata Tailin, ci avrebbe pensato lei.»

«Non possiamo fare affidamento sempre sulle nostre capostipiti,» ribatté Hana con fermezza. «Siamo guerrieri d’élite, e come tali dobbiamo comportarci.»

Si alzò in piedi sul ramo su cui si trovava e si guardò attorno, valutando rapidamente la situazione.

«Tutti coloro al di sotto dei quindici anni, andate alle caverne e rimaneteci. Tutti gli altri, formiamo un perimetro attorno ad Aylin.»

«E se il vortice si espande?» chiese il compagno, con la voce incrinata.

«Non si espanderà, Ren,» rispose Hana senza esitazione. «Aylin stessa non lo permetterà.»

E in effetti Aylin, proprio in quel momento, stava lottando disperatamente per non cadere nell’oblio. Cercava di richiamare la Somma Hime, di aiutarla a stabilizzarsi, ma era come se un muro invisibile le separasse. Come se un legame si fosse spezzato.

Attraverso il velo dei suoi occhi, ora gialli con pupille romboidali, vide il disastro che stava causando: i vasi che i suoi allievi avevano realizzato con tanta cura completamente spazzati via, ridotti in frammenti indistinti.

Era possibile che a loro la redenzione fosse negata?

«Oh, Somma Hime… ti prego, fammi tornare nella tua grazia.»

Poi il pensiero corse a Eilin.

Che cosa era successo a sua sorella?

«Avanti con le palle di fuoco!» ordinò Hana, una volta che lei e i suoi compagni furono in posizione.

Cinque Accoliti composero rapidamente i sigilli e cinque palle di fuoco colpirono il vortice. Alimentate dall’aria stessa, le fiamme si unirono, si mescolarono e si trasformarono in un tornado di fuoco. La pelle di Aylin bruciava, anneriva… e subito dopo si rigenerava.

«Ora lanciate le bombe carta!» La voce di Hana rimase alta, sicura.

All’unisono, scagliarono i kunai. Le lame aprirono un varco nel vortice e si conficcarono nel corpo di Aylin.

«Kai!»

La parola esplose insieme alle cariche. Diverse detonazioni simultanee squarciarono l’aria, proiettando ovunque detriti, terra e frammenti incandescenti.

Fu un atto tremendo.

Ma funzionò.

Il corpo di Aylin ricadde a terra con un tonfo sordo. Quando le fiamme si spensero, la scena che apparve davanti agli Accoliti fu pietosa e terribile: il corpo era ricoperto di ustioni, le membra in posizioni innaturali, il viso completamente sfigurato, con poche ciocche di capelli ancora attaccate al capo.

Eppure… respirava. Non era morta. La sua innata stava già lavorando, ricostruendo ciò che era stato distrutto.

«Avanti con il sigillo!» urlò Ren.

Sapevano di avere solo pochi minuti. Quando il Serpente avesse rimarginato completamente le ferite della sua forza portante, si sarebbe scatenato di nuovo.

Le stringhe nere del sigillo partirono da Ren e da tutti coloro che erano stati iniziati a quell’arte. Scivolarono lungo la parete rocciosa, si insinuarono nel terreno e avvolsero il corpo di Aylin come una spirale soffocante. Sotto di lei si formarono cerchi concentrici di kanji incisi nel chakra.

«Attendete,» disse Ren.

Aspettavano che le ferite si richiudessero il più possibile. Se avessero attivato il sigillo troppo presto, Aylin sarebbe morta.

La giovane si contorceva e urlava dal dolore. Ruggiva, digrignava i denti, mentre la pelle si ricomponeva e le ossa tornavano lentamente al loro posto.

Se non fosse stato per il suo potere speciale, nessun essere umano sarebbe sopravvissuto a un attacco del genere.

«Eilin? Eilin?»

Aylin si trovava in un luogo buio e umido, spettrale e opprimente. L’aria era densa, immobile, come se ogni respiro fosse un peso. Non sapeva dove fosse finita, né quanto tempo fosse trascorso. Il silenzio aveva una consistenza propria, capace di schiacciare i pensieri.

Poi, all’improvviso, un cono di luce si accese in lontananza.

Al centro di quella luce c’era sua sorella gemella. I capelli corvini incorniciavano il volto di Eilin, che la osservava con uno sguardo dolce e dolorosamente consapevole. Le labbra si incurvarono in un sorriso appena accennato, malinconico, come quello di chi ha già accettato un destino che non può essere cambiato.

Era un sorriso d’addio.

«Prenditi cura di Tailin.»

Furono le sole parole che Eilin pronunciò.

Subito dopo, il cono di luce si dissolse e la figura della sorella venne inghiottita dalle ombre.

Quando Tailin riprese conoscenza, fu un brusio confuso, incessante, a riempirle le orecchie. Un via vai frenetico di voci, passi, ordini sovrapposti, come se la stanza stessa non riuscisse a contenere tutta quella tensione.

La percezione degli oggetti e delle figure viventi lentamente si riattivò, come se stesse riaprendo gli occhi. Dagli odori e dal tintinnio degli strumenti, intuì che si trovava nell'infermeria. Attorno al letto, uomini del consiglio gesticolavano animatamente, i volti tesi e arrossati; medici e infermieri cercavano a fatica di tenerli fuori dalla stanza.

«Deve essere giustiziata, non può rimanere impunita, è una minaccia!» urlò qualcuno, con una voce carica di paura più che di rabbia.

«Fuori, ora, o vi faccio passare qualche giorno in gattabuia!» tuonò Kankurō, fuori di sé, la voce rotta ma autoritaria, pronta a spezzare ogni ulteriore protesta.

Solo allora Tailin si rese conto di essere stata legata al letto. Le cinghie le serravano i polsi e le caviglie. Non se ne stupì. Dopo ciò che era accaduto, era una misura più che comprensibile. Così come era comprensibile la paura dei consiglieri.

Dalle finestre filtrava una luce limpida. Un bel sole, caldo e quieto, illuminava la stanza. La pioggia era cessata, il cielo si era aperto come se nulla fosse successo.

Ciò che era accaduto era passato.

Il sigillo sugli occhi era tornato stabile e il Serpente di Fuoco sembrava essersi di nuovo acquietato. In quel momento, però, Tailin non aveva le forze per tentare di ristabilire una connessione con lui.

«Kankurō…» mormorò, la voce flebile, quasi un soffio. «Kankurō…» ripeté, riuscendo a ritrovare il fiato.

Kankuro si voltò di scatto. Vide Tailin muoversi sul letto, le palpebre tremare, la bocca socchiudersi.

«Si è ripresa, Gaara… si è ripresa!» gridò, con un’esplosione di sollievo che gli uscì dal petto prima ancora che se ne rendesse conto.

«Meno male…» rispose Gaara con un lungo sospiro, dal letto accanto, la testa fasciata e il volto ancora segnato dallo sforzo e dal dolore.

Kankurō accorse al capezzale di Tailin. Si chinò su di lei, le carezzò il capo con un gesto istintivo, quasi protettivo, e la osservò da capo a piedi, come se stesse cercando ferite invisibili. Il cuore gli martellava così forte da rimbombargli nelle orecchie.

«Come stai? Che cosa è successo?» chiese, senza riuscire a nascondere la tensione.

Tailin rimase in silenzio. Un silenzio troppo lungo. Un silenzio che fece stringere qualcosa nello stomaco di Gaara, una sensazione fredda e premonitrice. No. Non voleva sentire ciò che stava per arrivare.

«Eilin è morta.»

La frase cadde nella stanza come un macigno. Il tempo si fermò. L’aria parve farsi più densa, quasi irrespirabile.

Tailin lo disse con un tono così calmo, così privo di inflessione, che per un istante Gaara volle credere di aver capito male. Ma l’espressione cerea di Kankurō, mentre sollevava lentamente il capo e cercava lo sguardo del fratello, non lasciava spazio ad alcun dubbio.

«Presto! Il Kazekage ha un malore!» gridò un’infermiera, vedendo il busto di Gaara afflosciarsi di lato, il corpo cedere come se le forze l’avessero abbandonato all’improvviso, afferrandolo prima che potesse cadere dal letto.

«Una fiala di fisiologica, subito!»

I medici accorsero, circondando Gaara con movimenti rapidi e voci concitate. Nel caos improvviso, Kankurō riportò lo sguardo su Tailin.

«Perché dici questo?» chiese, la voce spezzata. «Come fai a sapere che è morta?»

«Il Serpente dell’Acqua,» rispose lei. «Il legame con la testa del demone si è spezzato.»

Mentre parlava, la sua voce cominciò a incrinarsi e la gola si strinse. Si stava rendendo conto di quanto accaduto, man mano raccontava quelle cose ad alta voce.

«Questi demoni sono parte di noi. Ci siamo generate anche dalle loro cellule. Da una siamo diventate tre, per poter reggere il loro potere.» Deglutì, cercando aria. «E c’è un solo modo per separarsene. Rimuovere l’organo corrispettivo, in cui la Somma Hime li sigillò originariamente.»

Fece una pausa, il tempo di raccogliere quel poco di forza che le restava.

«Nel caso di Eilin… era la testa.»

Kankurō scivolò lentamente in ginocchio. Non disse nulla. Non ce n’era bisogno. Aveva compreso ogni cosa.

«Qualcuno ha ucciso mia sorella,» continuò Tailin. «L’acquazzone improvviso non è stato un caso. Era il tempo necessario al nemico per tentare di risigillare il demone, prima che si liberasse sulla terra.»

Kankurō ricordò distintamente quel momento. Poco dopo che Tailin aveva perso i sensi, il cielo si era schiarito. La tempesta si era dissolta con la stessa rapidità con cui era arrivata.

Chi aveva compiuto quell’atto terribile aveva appena portato a segno il proprio piano.

Anche Aylin lo sapeva.

Quando riprese conoscenza, lo comunicò agli altri Accoliti e la notizia li travolse come un colpo allo stomaco.

Persino lo spirito del Serpente della Terra, riuscito a stabilizzarsi da solo pur lasciando dietro di sé crepe profonde e numerosi cedimenti, ne era consapevole.

Chiunque fosse stato, stava di nuovo dando la caccia alle reliquie.

E ognuno di loro, nel silenzio, si fece un’idea ben precisa del colpevole.

Quando Gaara riprese conoscenza, ebbe per un attimo l’impressione di aver perso l’udito. Ogni suono gli giungeva ovattato, distante, come se fosse immerso sott’acqua. A parte l’ustione alla testa, non presentava altre ferite evidenti. Non visibili, almeno.

Il maestro Baki intuì immediatamente che, in quelle condizioni, il Kazekage non fosse in grado di affrontare il consiglio. Si fece carico lui della situazione, tenendo a bada i vecchi burocrati con fermezza e pazienza forzata.

Quando chiesero a gran voce che Tailin venisse punita, ricordò loro il patto siglato con gli Accoliti di Hime e il fatto che fossero sotto la protezione dei daimyō della Nazione del Vento. Avevano dunque l'immunità. Inoltre, a parte alcuni danni strutturali, non c’erano state vittime e il Kazekage non aveva riportato ferite mortali.

In un momento di distrazione del personale e con Tailin apparentemente addormentata, Gaara si alzò lentamente dal letto. Altrettanto lentamente, percorse i corridoi circolari dirigendosi verso gli alloggi privati.

Chiuse la porta della sua stanza a chiave.

L’ambiente, ampio e arredato con mobili pregiati, era immerso nella luce rossa del tramonto. Una quiete irreale, quasi come se quelle mura fossero ignare di ciò che era accaduto poche ore prima.

Si avvicinò al comodino e aprì il cassetto.

La scatolina di velluto marrone era ancora lì.

Eilin, prima di partire, gli aveva restituito l’anello. Non voleva rischiare di perderlo. Lui conosceva già la sua risposta, anche se per ora non potevano stare insieme. Lo aveva accettato. Gli bastavano quei momenti rubati, le visite improvvise, il rifugiarsi l’uno nelle braccia dell’altra.

Aprì la scatolina. Le pietre preziose catturarono la luce del sole e brillarono.

Non era ancora il momento.

Quel momento non sarebbe mai arrivato.

L’anello gli scivolò tra le dita e rotolò sul pavimento. Gaara si gettò immediatamente in ginocchio, agitato, cercandolo con mani tremanti.

«Dove sei? Dove sei?»

Non poteva perderlo. Doveva ridarlo a Eilin, quando sarebbe tornata dalla missione.

Quando finalmente lo ritrovò e lo strinse tra le dita, fissandolo, le lacrime gli salirono agli occhi senza preavviso.

Gli tornò alla mente Yashamaru. Il piccolo Gaara che gli chiedeva se esistesse una medicina per il dolore che sentiva al cuore, e lo zio che, senza esitazione, gli aveva risposto che era l’amore.

Per anni ci aveva creduto. Quella ferita si era richiusa, lentamente, con fatica. Ma ce l’aveva fatta.

Ora no.

Ora che Eilin non c’era più, quello squarcio si era riaperto, più profondo che mai.

Come si sopravvive a un dolore simile?

Come si va avanti?

Nell’istante stesso in cui Tailin aveva pronunciato quelle parole, qualcosa dentro di lui era morto.

Le ferite alla testa si riaprirono e il sangue iniziò a colare dalla fasciatura. Gocce scure caddero sul pavimento di pietra.

Macchioline rosse.

Come l’aura del suo chakra.

Il retaggio violento del suo passato.

Non importava che il Monocoda non abitasse più il suo corpo. In quell’istante, Gaara sentì comunque una forza sinistra, assetata di vendetta, risalirgli dal profondo del cuore.

«Gaara!» esclamò Kankurō, irrompendo nella stanza senza fiato. «Grazie al cielo, almeno tu sei qui!»

L’arrivo del fratello maggiore fu così improvviso che Gaara sussultò. Per un istante si fissarono in silenzio. Kankurō rimase colpito dal suo aspetto: il volto paonazzo, le bende ormai impregnate di sangue, gli occhi incavati e spenti. Ma si riscosse subito, tornando alla realtà, quando Gaara gli chiese cosa fosse successo.

«Non trovandovi a letto, credevo foste insieme… ma se tu, per fortuna, sei qui…» si interruppe, il respiro spezzato, come se l’aria gli fosse stata strappata dai polmoni. «Ho paura che sia corsa a vendicare la sorella.»

Gaara scattò in piedi di colpo. «Che cosa te lo fa dire!?»

«Né la tuta né le sue armi sono più nella sua stanza.» Kankurō serrò i pugni fino a farsi sbiancare le nocche. «Dobbiamo fermarla. Ho una pessima sensazione.»

Kankurō non sbagliava.

Non appena Gaara aveva lasciato l’infermeria, Tailin si era sollevata dal letto, fortunatamente l'avevano slegata, appurato che non fosse più una minaccia. Aveva atteso il momento giusto, quello in cui nessuno la stesse osservando. Si sentiva svuotata per la quantità di chakra sprecato, ma non era ferita. Era immune alle fiamme del suo demone e una pillola di chakra sarebbe bastata a rimetterla in piedi. Era cresciuta combattendo in condizioni estreme: la stanchezza non l’aveva mai spaventata.

In pochi istanti era già nella sua stanza, l’attrezzatura ninja pronta all’uso. Sistemate le sciabole sulla schiena, tirata su la zip della tuta, era corsa sul tetto e da lì aveva attraversato il villaggio rapida e silenziosa.

Una corsa furiosa, adrenalinica, assetata di vendetta.

A differenza di Eilin, il suo demone si nutriva di calore e il deserto le forniva tutta l’energia di cui aveva bisogno. Il corpo venne immediatamente avvolto dalle fiamme. La tuta era stata progettata per resistere, durante manovre simili, così come il resto dell’equipaggiamento.

La velocità aumentò rapidamente, fino a diventare sovrumana, bestiale, mentre il sole calava all’orizzonte e le prime stelle iniziavano a punteggiare il cielo.

Se Eilin aveva impiegato un paio di giorni per raggiungere Ame, Tailin ci sarebbe arrivata in metà del tempo.

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