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Creato il 29/07/2026, 21:57 · Aggiornato il 29/07/2026, 21:57

Capitolo 2: Il ritorno della Confraternita delle Ombre

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

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  • morte
  • violenza
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Il corpo le fremette in reazione alle antiche campane che scandivano l’ora e si propagavano per tutta Amegakure, rimbalzando tra i palazzi e i camminamenti sospesi come un richiamo metallico.

Non si fece cogliere alla sprovvista quando la statua metallica su cui si trovava si mosse: un ingranaggio interno le fece avvicinare lentamente la pipa alla bocca, simulando un’aspirazione. Subito dopo, del vapore acqueo fuoriuscì dalla bocca spalancata, denso e caldo, mischiandosi alla pioggia in un respiro innaturale.

Eilin era già altrove. In perfetto equilibrio su un lampione adiacente, osservò la struttura dall’alto, gli occhi stretti. Doveva essere una conduttura che portava calore nelle case: eccentrica e decadente, sì, ma ancora funzionante, come tante cose ad Ame che sembravano sul punto di crollare e invece resistevano.

Il pensiero, però, tornò subito a ciò che aveva appena scoperto. Se erano davvero loro — membri della Confraternita delle Ombre — allora dovevano aver reclutato nuova gente. Nessuno con abilità Hyūga era tra le loro file quando lei era ancora un membro attivo.

Ora che avevano avvertito la sua traccia, probabilmente erano già sulle sue. Eilin aggrottò lo sguardo e, da sotto la maschera, sorrise.

Che vengano pure.

Nel frattempo, altrove, in una zona nascosta tra le terre di Konoha, gli Accoliti di Hime si erano stanziati per qualche settimana. Erano vicini a un crocevia, un punto utile per i guerrieri: da lì ci si poteva spostare con facilità verso qualsiasi punto cardinale. Poco distante scorreva una cascata, e il vapore acqueo sollevato dallo schianto dell’acqua formava un arcobaleno sottile e sospeso nell’aria.

Lì, ai suoi piedi, il terzo capostipite degli Accoliti, la giovane Aylin, stava tenendo lezione a dei bambini sull’arte del kintsugi: l’antica tradizione di riparare i vasi con l’oro.

«In sintesi, il kintsugi ci insegna che un cuore o una vita che hanno subìto ferite possono diventare più preziosi di quanto non fossero prima di rompersi», disse la donna, passando tra un tavolo e l’altro per osservare l’andamento dei suoi studenti. Si fermò dietro una ciotola scheggiata, indicò un punto con delicatezza. «Metti più lacca qui, altrimenti questo pezzo non reggerà bene.»

«Sensei, se ho capito bene… noi Accoliti siamo come questi vasi?»

Aylin sorrise appena. «Esatto, Tsuki. Voi ancora non eravate nati e avete avuto la fortuna di non subire quello che i vostri genitori hanno passato. Ma, come per questi vasi, le nostre rotture non ci hanno spezzato: le abbiamo colmate con l’oro.»

«La ritrovata adorazione per la Somma Hime?» chiese un altro studente, inclinando la testa, serio come chi vuole capire davvero.

Aylin scosse piano il capo. «L’amore. L’amore tra di noi. L’amore per voi, nuovi nati. Accettare il fatto che non possiamo cancellare tutte le malefatte del passato e, quindi, sanare le nostre crepe cercando di diventare migliori di ciò che siamo stati.»

Ci fu un breve silenzio, pieno solo del fruscio dell’acqua e del raschiare sottile dei pennelli. Poi Aylin sollevò lo sguardo verso il cielo.

«Sembra sia giunta l’ora di pranzo. Posate pennelli e polverini e andate a fiondarvi in mensa. Non vi voglio di nuovo qui se prima non vi siete mangiati almeno due ciotole di ramen.»

«Sì, sensei!» risposero in coro i bambini, e poi corsero via in un battibaleno.

Ora che finalmente era sola con i suoi pensieri, la ragazza ne approfittò per saltare su un masso e mettersi a meditare a gambe incrociate. La pietra era fresca sotto di lei, umida di spruzzi, e il rumore costante della cascata riempiva gli spazi vuoti come un manto.

Cercò di stabilizzare il respiro e di acquietare la mente. Le sparizioni dei suoi uomini le avevano dato molto da pensare: erano ninja esperti. Chi avrebbe potuto fermarli, se davvero era successo loro qualcosa?

Quella faccenda la inquietava, ma non poteva permettersi di perdere il controllo. Per questo ritagliarsi piccoli momenti di quiete era necessario, quasi un dovere.

Scivolò presto in uno stato di meditazione più profondo e la concentrazione la portò al centro del petto, dove risiedeva la fonte del suo potere spirituale. Il mondo esterno si fece lontano, ovattato, mentre dentro di lei le forme diventavano più nitide.

Ben presto, la figura adulta di Hime si materializzò nella sua mente.

«Ti sento inquieta, sorella», le disse Hime con voce soave e gentile.

«Vorrei avere delle risposte, ma per ora non so che pesci prendere», ammise Aylin.

Hime risplendeva di fronte a lei, con il kimono e i capelli fluttuanti come sospinti da una brezza leggera, candidi e puri. Trasmetteva dolcezza e accoglienza: la parte Yang del Serpente dell’Aria, la rappresentanza del soffio della vita stessa.

«Non ci è dato prevedere il futuro, ma possiamo osservare e cogliere i segni. Non farti prendere dalla fretta e dall’angoscia, o sarà proprio in quel momento che potresti fare un passo falso.»

«Perciò mi consigli di pazientare?»

Hime annuì. «Hai fatto il tuo dovere di capostipite. Ora dedicati ad altri compiti. Gli Accoliti stanno pian piano risorgendo, perché state crescendo un fiore con cura. Sono lieta che, infine, il mio potere sia passato nelle mani tue e delle tue sorelle. Era destino che avreste dovuto ereditare i miei doni.»

Aylin si accigliò. «È per questo che, in precedenza, tutti gli altri tentativi sono falliti?»

«Anche per questo, sì. Il cuore di un essere umano totalmente puro è difficile da trovare. Il fatto che Toshiro intuì di impiantare gli spiriti dei serpenti in un ovulo fecondato è stata solo una parte del successo. Se voi aveste sviluppato un’indole realmente malvagia, allora Junko avrebbe subito un aborto. Perché anche le mie parti Yin, per quanto considerate negative e distruttive, rispondono comunque a un ordine di equilibri sacri. E l’essere umano, per tutti questi secoli, anziché evolversi per diventare il curatore di questa bilancia, è diventato invece uno dei pesi.»

Aylin abbassò appena lo sguardo, come se sentisse quelle parole posarsi addosso con una calma difficile da sostenere. «Somma Hime, tu vedi molto più di quello che io riesco a vedere. Vedi in noi una bellezza… quando le nostre mani sono macchiate di sangue.»

«Per questo ti ho insegnato l’arte del kintsugi e ti ho chiesto di insegnarla agli altri», rispose Hime, senza giudizio, con tono solenne. «Devi cercare di colmare le tue crepe con l’oro del tuo cuore. Non è l’ambiente in cui si cresce a fare una persona, ma ciò che una persona sceglie di fare, in piena coscienza di sé, a determinarla. E anche se avete ucciso innocenti, voi non ne avete gioito; e questa colpa ve la porterete per sempre. È una delle chiavi che mi assicura che il tuo cuore e quello delle tue sorelle sono degni della mia benedizione.»

«Come sempre, le tue parole sono colme di saggezza e io posso solo prostrarmi ad esse. Farò come dite voi: continuerò a dedicarmi agli altri e a crescere tutti questi nuovi nati, come se fossero nati dal mio grembo», disse Aylin, sollevando il mento, lasciando che il coraggio tornasse a riempirle il petto.

Hime si sporse verso di lei e le carezzò una guancia con un gesto materno. I suoi occhi avevano un’espressione comprensiva, quieta. Conosceva fin troppo bene il cuore di quella fanciulla e ciò che teneva chiuso persino a sé stessa.

Agile e veloce, il capo degli Accoliti saltava da un edificio all’altro, ripercorrendo la scia che il suo chakra aveva tracciato fino a raggiungere il nascondiglio. Con i sensi acuiti al massimo, entrata in uno stato d’allerta puro, sapeva che i nemici potevano spuntare anche da altre vie e coglierla alle spalle. Gli occhi illuminati erano due fari blu nel grigio della pioggia fitta. E, grazie al chakra concentrato sotto le piante dei piedi, non avrebbe rischiato di scivolare.

La stavano braccando, e lei stava facendo lo stesso. Ormai era entrato in ballo un gioco di posizioni. Loro erano in maggioranza numerica, ma dentro di sé sentiva il demone fremere e sollevare le squame, pronto anche lui ad affondare i canini nella preda.

Le insegne al neon, di colori diversi, si intravedevano come attraverso un vetro smerigliato, annunciando senza filtri dove trovare piacere carnale, sballo o un posto in cui buttare via i soldi. Gli sfiatatoi della città rendevano l’aria nebbiosa; gli abitanti erano poco più che figure scure che si muovevano lente lungo le balconate, dove si affacciavano locande squallide e negozi di ogni genere.

A un certo punto, l’antenna di un palazzo venne colpita da un fulmine e mille scintille si propagarono nell’aria, frantumando per un istante la penombra. Fu in quel momento — proprio all’ultimo scocco di campana, mentre quel bagliore le strappava lo sguardo verso l’alto — che Eilin li vide.

Erano in quattro, completamente ammantati di nero. Quello che stava più in alto di tutti aveva ricamato sulla tuta un kanji: acqua.

Gli altri tre, invece, spiccavano per un’altra caratteristica: i loro occhi brillavano di un bianco lattiginoso nella semioscurità.

Immediatamente Eilin sganciò lo shuriken gigante dalla schiena e, senza alcuna esitazione, impregnandolo di chakra e d’acqua, ruotò il busto per darsi spinta e lanciare l’arma.

Lo shuriken fendé l’aria, tagliando a metà le gocce di pioggia. Veloce come una saetta, potenziato dal chakra demoniaco, ruotò dritto verso il gruppo, che all’ultimo secondo evitò il colpo. L’antenna venne tranciata di netto e lo shuriken si conficcò a ridosso del muro di un edificio, aprendo una grossa crepa e facendo esplodere alcune tubature d’acqua calda. Un soffio di vapore si alzò come un respiro rabbioso, mischiandosi alla pioggia.

«Senza alcuna esitazione, eh, Mizu?» disse l’uomo di mezza età con il kanji dell’acqua, atterrando su un palo. Poi si abbassò la maschera, rivelando che gli mancava parte della bocca, tanto da scoprire l’arcata inferiore dei denti. «Come ti abbiamo insegnato fin da bambina, del resto.»

Eilin non rispose. Si limitò a fissarli intensamente.

All’improvviso le gocce intorno a lei cambiarono direzione: come spilli, vennero scagliate contro le quattro posizioni raggiunte dai suoi avversari. Il primo rispose con un muro d’acqua, mentre gli altri tre con la Rotazione Suprema.

«È proprio come immaginavo. Siete appartenenti al clan Hyūga, vero?» disse Eilin, mentre dentro di sé impastava altro chakra, pronta alla prossima mossa.

«Non nominare quella feccia!» ringhiò una di loro, una donna dai lunghi capelli castani raccolti in una coda. Le vene attorno agli occhi pulsarono, tese. «Noi siamo membri della Confraternita delle Ombre e nient’altro.»

«Schiavi, vorrai dire!» urlò Eilin.

Il capostipite dell’acqua se la rise a bocca larga. «Sono cambiati i tempi. Quando Toshiro morì e i suoi sottoposti vennero liberati, nessuno esitò: se ne andarono tutti. Abbiamo imparato dai nostri errori e ora stiamo facendo… un ridimensionamento del personale.»

A quelle ultime parole, il cuore di Eilin perse un colpo.

«Questi tre ninja si sono uniti a noi e sono diventati fedeli confratelli. Non sperare di portarli dalla tua parte con parole di pace e amore, come quel ninja della Volpe va predicando a destra e a manca.»

**«A me fate solo un favore: potrò schiacciarvi senza alcuna esitazione.»**

La voce uscita dalle labbra della donna ebbe un suono distorto e gutturale. Non era stata lei, direttamente. Era il Serpente dell’Acqua che, percependo la tensione nascente, aveva trovato una via per emergere e far percepire a tutto il circondario la sua enorme forza.

Il Serpente dell’Acqua aveva un’indole austera e una presenza schiacciante: era la rappresentazione del maremoto, dell’acqua che ti inghiotte nei suoi flutti neri e si riprende ciò che aveva dato.

In Eilin aveva trovato un tramite che lo rispettava ma non lo temeva, che aveva imparato a dosare le sue abilità e a sfruttarle al meglio. Una personalità affine, abbastanza salda da farsi accettare da lui. Avrebbe combattuto al suo fianco e avrebbe spezzato chiunque minacciasse la sua vita.

Eilin si guardò attorno. Quella era una zona affollata e sapeva che, di lì a poco, lo scontro sarebbe diventato ancora più duro. Il quartetto non sembrava intenzionato a muoversi: avevano intuito la sua esitazione e speravano di costringerla a limitare le proprie mosse.

«Siete voi che avete ucciso gli uomini dei daimyō?» chiese con tono accusatorio. «Nonché i nostri compagni?»

«Ovviamente, ragazza», rispose il capostipite dell’acqua. «Sapevamo che gli Accoliti sarebbero intervenuti subito e voi, da bravi, avete seguito le molliche di pane. Peccato che non erano quegli esploratori a cui puntavamo.»

Lo sguardo di Eilin si fece più sottile e una sensazione sinistra le strisciò addosso, come un brivido che non aveva nulla a che fare con la pioggia.

«Sapevamo che tu o le tue sorelle, nella vostra vanità di credervi le più forti, sareste intervenute in prima persona. Ed era chiaro che ad Ame saresti venuta solo tu.»

«Un piano un po’ troppo avventato, non credete?»

«Avventato?» sogghignò l’uomo. «Eppure ci sei cascata in pieno. Ti senti protetta dalla Dea, e avete abbracciato i precetti di Naruto Uzumaki: il sacrificio personale per proteggere la pace.»

«Peccato che qui gli unici a essere sacrificati sarete voi.»

Aveva raccolto abbastanza energia. Il chakra le si ridestò sotto la pelle, teso e pronto. Tre cloni d’ombra della kunoichi si rivelarono allo scoperto in prossimità dei quattro nemici e, insieme all’originale, iniziarono a comporre rapidamente i sigilli con le mani.

Serpente, Ariete, Cavallo, Lepre, Ariete, Cavallo, Lepre, Serpente.

«Arte dell’acqua: Prigione acquatica.»

Immediatamente quattro sfere li raggiunsero — il capostipite e i tre Hyūga — imprigionandoli. La tecnica era potente, ma Eilin sapeva che si sarebbero liberati presto. Non importava. Non l’aveva fatta per affogarli.

Iniziò a correre verso nord, con i cloni d’ombra che la seguivano e il sigillo del Serpente ancora attivo. Le sfere si mossero con lei, sollevandosi in alto verso i tetti, mentre i prigionieri si dimenavano al loro interno; lo scuotimento costante, però, non permetteva loro di trovare la posizione giusta per reagire.

Il respiro era celere ma regolare. Le gambe, potenziate, spingevano la corsa oltre il limite umano. I sensi, acuiti dall’innata, rendevano i riflessi eccellenti. E così, in brevissimo tempo, la donna si lasciò alle spalle il centro abitato, fino a ritrovarsi di nuovo all’ingresso del villaggio.

Lì c’era una pedana di metallo lunga e larga e, nel mezzo, un’arcata di mattoni. Il camminamento sporgeva a pelo d’acqua, ma era sostenuto da strutture metalliche che affondavano nel profondo del lago.

Alle sue spalle, la skyline del villaggio diventò presto una silhouette nera: sinistra e imponente.
Non appena Eilin raggiunse la pedana, lei e i cloni ruotarono il braccio all’unisono, e le sfere della Prigione Acquatica si scagliarono verso il basso, contro le acque gelide del lago.

Un istante dopo i cloni scomparvero, dissolvendosi come fumo, mentre le sfere esplosero all’impatto, sollevando spruzzi e vortici che la pioggia subito inghiottì. Eilin dovette riprendere fiato per lo sforzo: il petto le si alzava e abbassava con ritmo controllato, eppure sentiva di non aver ancora raggiunto il limite. La pillola di chakra, per ora, non le serviva.

I tre Hyūga furono i più frastornati dal colpo subito. Il capostipite dell’acqua, invece, si era salvato creando una bolla del medesimo elemento, smorzando la caduta e riemergendo con una tranquillità quasi irritante.

«Ti ricordo che ti ho insegnato io tutte queste tecniche, Mizu», le disse beffardo, sollevandosi, apparentemente senza alcuna ferita.

«Non mi chiamo più Mizu. Io sono Eilin. Quella donna non esiste più.»

«E questo sarà la tua rovina», rispose lui a bassa voce, come se parlasse più a sé stesso che a lei, senza curarsi che Eilin lo sentisse oppure no.

I pensieri di Eilin erano un vortice. Se la loro intenzione era attirarla in trappola… perché proprio in un luogo dove lei era in assoluto vantaggio? C’era qualcosa che non stava vedendo. Dovevano nascondere qualcosa, e lei non poteva permettersi di farsi trovare impreparata.

«Quel tuo chakra è davvero incredibile!» esclamò lo Hyūga, e nel tono c’era un entusiasmo fin troppo spiccato per quel contesto. «Si vede proprio che sei una forza portante. Ma non sei come i Cercoteri con le code, vero? È molto più simile a quello di Toneri Ōtsutsuki!»

A quel nome Eilin aggrottò lo sguardo, come se l’aria si fosse fatta più fredda. «E tu come lo sai?»

L’uomo iniziò a ridere di cuore… ma subito il sigillo di obbedienza si attivò per contenere quell’emozione. La risata si spezzò, diventò un grido. Si portò le dita alla testa e cominciò ad agitarsi, come se qualcosa gli stesse stringendo il cranio dall’interno, finché alla fine non ritrovò a fatica la stabilità, ansimando.

«Ma non vedete quello che vi hanno fatto?» La voce di Eilin uscì dura, incredula. «Come potete aver accolto questa follia?»

«I nostri motivi non ti riguardano, stronzetta», sputò l’altra Hyūga, quella con i capelli castani ma corti a caschetto. Poi assottigliò lo sguardo e inclinò la testa di lato, con una calma cattiva. «Ma se vuoi… possiamo dirti chi siamo.»

Eilin deglutì e non disse nulla. La sconosciuta proseguì, assaporando ogni parola.

«Noi siamo il nuovo team Shinigami. E, se mi permetti di dirlo… siamo molto più potenti di te.»

Eilin fece un passo indietro e sgranò gli occhi. Non poteva credere alle sue orecchie. In quegli anni di silenzio, cosa aveva progettato la Confraternita delle Ombre?

«Poveretta. È venuta da sola, e credeva pure di essere insostituibile», aggiunse la sorella, con un sorriso tagliente. «Ma su una cosa ha ragione: lei non è più Mizu.»

Si portò il pollice al petto.

«Perché Mizu sono io… mentre mia sorella è Kaze, e nostro cugino è Hō. Verrai annientata dal tuo stesso passato.»

Avevano concesso a Eilin anche fin troppo spazio di manovra, permettendole perfino di scegliere il campo di battaglia. Ma ora il tempo delle cortesie era terminato.

I pugni del trio vennero avvolti da un’aura di chakra bianco. Erano pronti a contrattaccare.

Eilin non si fece intimidire. Come membro di un’organizzazione che agisce nell’ombra, conosceva le tecniche segrete dei clan; e anche senza vedere ogni dettaglio, poteva immaginare con che cosa l’avrebbero attaccata, quale danza avrebbero tentato di imporle.

La prima a raggiungerla fu Hō. Scattò in avanti e cercò di colpirla con la tecnica del Palmo Gentile, con un gesto rapido e deciso del braccio destro.

Ma la figura di Eilin mutò in acqua. Un istante dopo, quella massa liquida ricadde pesantemente a terra. Il loro bersaglio era altrove.

La pozza in cui Eilin si era dissolta tremò un istante, poi si rialzò come una frusta: l’acqua si raccolse su sé stessa e, con un colpo secco, ricompose il suo corpo a pochi passi di distanza. Hō non ebbe nemmeno il tempo di sorprendersi: Mizu gli era già accanto, il Byakugan acceso, vene tese alle tempie, e i suoi passi erano leggeri e rapidi come se il suolo non avesse attrito. Kaze chiuse l’angolo dall’altro lato, disegnando una tenaglia perfetta. Tre presenze bianche nella pioggia, tre aure lattiginose pronte a “scrivere” sul corpo di Eilin, punto dopo punto, la fine della sua vita.

Eilin sentì il Serpente dell’Acqua muoversi dentro di lei come una massa viva, austera, schiacciante, come la marea. E la marea, quando arriva, non chiede permesso. Con un respiro, Eilin chiamò a sé l’umidità dell’aria e il lago sotto la pedana, e l’acqua rispose: sottili lame liquide si alzarono attorno alle sue caviglie, girando come un anello. Mizu scattò per prima, mani aperte, palmi tesi. Il suo attacco era silenzioso e preciso, un susseguirsi di colpi rapidi che puntavano ai tenketsu come aghi sulla pelle. Eilin ruotò su sé stessa, lasciando che l’anello d’acqua si sollevasse a mezz’aria: una barriera mobile che intercettò i palmi, spruzzando ovunque. Ma non bastò. Hō entrò nell’apertura con il timing di chi era stato addestrato per il vuoto tra un battito e l’altro: un passo, poi due, e la Rotazione Suprema esplose dal suo corpo come una trivella di chakra bianco, spingendo via l’acqua e strappando alla pioggia un vortice di schegge.

Eilin piegò le ginocchia e si prese del tempo per concentrarsi, così da mutare la forma del suo chakra: l’acqua sotto i suoi piedi si indurì all’istante, trasformandosi in ghiaccio. Un disco sottile, lucidissimo, le permise di scivolare di lato con una velocità innaturale, sfiorando il bordo della rotazione di Hō. La pedana vibrò. Il gelo corse in vene invisibili lungo il metallo, crepitando con un suono secco e soddisfatto. Kaze approfittò della traiettoria: arrivò dall’alto con un salto corto, il corpo quasi orizzontale, pronta a piantare una raffica di colpi nel torace. Eilin alzò un braccio e, come se spezzasse l’aria, fece nascere un muro d’acqua davanti a sé; subito dopo lo congelò. Kaze colpì e il ghiaccio esplose in frammenti taglienti, una pioggia di schegge che brillarono un istante nei riflessi delle luci lontani. Il Byakugan le salvò la vita: Kaze ruotò il busto e schivò i pezzi più grossi per un soffio, ma una scheggia le rigò la guancia, lasciando una linea rossa che le arrivò fino al mento.

«Troppo lenta», ringhiò Mizu, con tono velenoso. Arrivò alle spalle di Eilin senza che il rumore dei passi tradisse l’avvicinamento: i tre si muovevano come un unico organismo, alternando assalto e copertura. Eilin avvertì il colpo prima ancora di vederlo — non con gli occhi, ma con i sensi. Si piegò in avanti e lasciò che il suo fianco diventasse acqua: il palmo di Mizu attraversò la materia liquida e trovò soltanto vuoto. Ma Mizu non cercava più il corpo: cercava il ritmo. E, appena l’acqua cercò di ricomporsi, Mizu cambiò angolo e infilò una sequenza di colpi a ventaglio, diretti ai punti in cui Eilin “doveva” tornare solida.

Il Serpente dell’Acqua sibilò dentro di lei, come se irritato da quella pretesa di controllo. Eilin spalancò l’innata: l’iride azzurra brillò e, attorno ai tre Hyūga, la pioggia smise di cadere in verticale. Per un attimo le gocce fluttuarono, poi virarono in diagonale, richiamate dal chakra come da un magnete. Divennero aghi. Centinaia di spilli liquidi si scagliarono contro Mizu, Hō e Kaze in un colpo solo, obbligandoli a reagire: Hō richiamò la Rotazione Suprema, trasformandola in uno scudo che triturò l’acqua in vapore; Kaze alzò le braccia e scaricò chakra dai palmi, deviando gli aghi con micro-impatti; Mizu avanzò invece nel mezzo, attraversando la grandine d’acqua con piccoli cambi di passo, contando i battiti del pericolo.

Fu lì che Eilin attaccò davvero. Con un gesto del braccio, tirò su dal lago un tentacolo d’acqua che si erse verso l'alto e poi scattò come un serpente. Puntò alle gambe, anche se avrebbe potuto puntare al torso: voleva solo spezzare la formazione. Il tentacolo colpì sotto il ginocchio di Hō e lo sollevò di mezzo metro, sbilanciandolo. Un istante: abbastanza. Eilin lo trasformò in ghiaccio a metà corsa. Hō si ritrovò imprigionato da un anello gelido che gli serrava la caviglia, costringendolo a un atterraggio duro e storto. Mizu e Kaze reagirono insieme, senza parlare: Kaze si gettò su Eilin con una raffica di Palmo Gentile, mentre Mizu puntò al braccio con cui lei “comandava” l’acqua, cercando il tenketsu giusto per intorpidire il flusso.

Eilin arretrò scivolando sul ghiaccio che lei stessa creava, disegnando una pista lucida sulla pedana. Ogni suo movimento lasciava una scia bianca, una ragnatela di brina che strisciava sul metallo e tentava di abbracciare tutto. Kaze riuscì a sfiorarle il fianco: un colpo, due, tre, secchi. Eilin sentì un vuoto improvviso, come se per un attimo una parte del suo chakra non rispondesse. Ma non crollò. Afferrò quella sensazione e la trasformò in distanza: un getto d’acqua esplose dal palmo verso il suolo, spingendola indietro come un rinculo. Atterrò in ginocchio, poi si rialzò di scatto, e nel farlo fece nascere dal lago una cortina d’acqua che si alzò come un sipario tra lei e gli Hyūga.

Mizu lo attraversò senza esitazione, Byakugan puntato, e per un attimo i loro sguardi si incrociarono: l’azzurro feroce di Eilin contro il bianco lattiginoso di chi aveva rinunciato a ogni sfumatura. Il palmo di Mizu arrivò a un soffio dal cuore. Eilin serrò i denti e congelò la cortina dall’interno. Il ghiaccio crebbe come una morsa, stringendosi attorno al braccio di Mizu e fermandone l’affondo a metà gesto. Lo scricchiolio del gelo riempì l’aria più del tuono. Mizu tirò indietro, spezzando la prigione con chakra concentrato, e frammenti di ghiaccio volarono tra loro come schegge di specchio.

Hō, intanto, liberato con una torsione brutale e un’esplosione di chakra, tornò in posizione. I tre si ricompattarono, gocce di pioggia che colavano dalle ciglia, respiri corti ma controllati. Eilin li guardò, sentendo il Serpente dell’Acqua gonfiarsi dentro di lei, come un abisso che prende fiato.

Sul lago, la superficie era ormai un mosaico di cerchi e crepe di ghiaccio, come se la battaglia stesse riscrivendo il paesaggio a colpi di ninjutsu.

Ci fu un momento di calma, breve e sospeso, in cui i quattro guerrieri ebbero bisogno di riprendere fiato. La pioggia incessante, riempiva quel silenzio con un rumore costante, quasi ipnotico, mentre il vapore delle tubature lì nei dintorni si mescolava all’umidità e rendeva tutto più sfocato, più irreale.

Il capostipite dell’acqua assisteva da una posizione distante, sogghignando dietro la maschera. Non sembrava affatto preoccupato che un solo avversario potesse reggere contro i suoi tre pupilli. Del resto stavano combattendo contro la forza portante del Serpente dell’Acqua: il fatto che Eilin non sarebbe caduta immediatamente era stato messo in conto.

«Come si vede che ti sei ammorbidita, Eilin», disse a un certo punto, con voce quieta e velenosa. «Una volta non avresti perso tempo a saltare di qua e di là. Avresti mirato subito ai punti vitali e fatto fuori chi ti stava davanti. Tu continui a lottare con l’intento di fermarli… ma non ti rendi conto che loro ti stanno affrontando con l’intento di ucciderti.»

Eilin, di tutta risposta, portò la mano destra dietro la schiena ed estrasse dalla scarsella una pillola di chakra: quella pensata apposta per lei e per le sorelle, progettata dalla madre stessa per ripristinare il chakra perduto che le tecniche di alto livello richiedevano. Il gesto fu rapido, secco, senza teatralità.

Anche i tre Hyūga fecero lo stesso.

Il capo degli Accoliti non rispose alla provocazione. Non perché le scivolasse addosso — anzi. Non poteva permettersi di ammettere, nemmeno dentro di sé, quanto fossero realmente abili e veloci. Aveva già combattuto contro membri di quel clan in passato, ma i riflessi, la forza e la velocità di ragionamento di quei tre erano nettamente superiori. Forse erano persino più capaci degli Hyūga del ramo principale.

Doveva chiuderla alla svelta.

Eilin sentì il chakra rifluire, caldo e pungente, riempirle le braccia, tendere i muscoli, ridare peso al respiro. Anche i tre Hyūga fecero lo stesso, quasi sincronizzati, ma per un battito fu lei a muoversi per prima.

Scattò.

Non con impeto cieco, ma con la lucidità di chi ha dedicato tutta la sua vita all'arte del combattimento. Il pavimento metallico era viscido, eppure i suoi passi non tradivano: chakra sotto le piante dei piedi, equilibrio perfetto. Fece un gesto corto con la mano e la pioggia, obbediente, si raccolse come una frusta. La scagliò contro Mizu, non per colpirla, ma per “chiuderle” la visuale. Subito dopo, affondò le dita verso il parapetto e strappò dal lago una lama d’acqua che si indurì in ghiaccio a metà traiettoria: una falce trasparente che costrinse Kaze a piegarsi all’indietro per schivare, e mentre lo faceva, sorrideva da sotto la maschera.

Hō entrò in diagonale, palmi aperti, Byakugan vivo come una fiamma bianca. Il Palmo Gentile puntava ai punti giusti, con quella precisione che non perdona. Eilin gli concesse un mezzo passo… e gli tolse il terreno sotto i piedi. Il metallo ai suoi talloni divenne vetro: un velo di ghiaccio sottilissimo, invisibile finché non lo tradì. Hō scivolò di un palmo. Un palmo bastò.

Eilin lo colpì con un getto d’acqua laterale, non per spezzarlo ma per spingerlo fuori linea, e la stessa massa liquida, passando davanti alle tubature, “prese” calore: il vapore che usciva dagli sfiatatoi le offrì un’altra arma. In un gesto fluido, Eilin piegò quel respiro caldo e lo tirò a sé, come se afferrasse un mantello.

Il vapore divenne nebbia.

La nebbia divenne uno schermo.

Ame era diventato il parco giochi della giovane guerriera.

Mizu e Kaze reagirono insieme, cercando la sua silhouette dentro il bianco. Ma Eilin era già in movimento. Scivolò tra loro, lasciando dietro di sé una scia di brina che “mordeva” il pavimento e costringeva i tre a micro-aggiustamenti continui. Ogni volta che provavano a chiuderle l’angolo, lei apriva una tubatura con un colpo d’acqua mirato; ogni sfiato diventava una nuova cortina. Ogni cortina, un’illusione.

Per alcuni secondi sembrò che Eilin stesse vincendo davvero.

Li separò. Li fece inseguire la propria ombra. Li costrinse a difendersi invece di attaccare. E quando Kaze si espose di un soffio, Eilin le avvolse la caviglia con un laccio d’acqua e lo congelò in un anello, strappandole un mezzo sbilanciamento che suonò come un colpo di gong.

Il capostipite dell’acqua, distante, smise di sogghignare e ordinò di darsi una mossa.

Poi accadde.

Non fu un’esplosione. Fu un cambiamento di pressione, come quando l’aria prima di un temporale si fa improvvisamente più pesante. I tre Hyūga arretrarono di un passo — non per paura, ma per allinearsi. I loro occhi lattiginosi si accesero di una luce diversa, e il chakra che li avvolse non era più bianco.

Era ciano.

Una colata luminosa, quasi marina, che li ricoprì interamente come un’aura viva. Il vapore intorno a loro si ritirò, come se la nebbia stessa avesse riconosciuto un padrone più alto. Eilin sentì la pelle pizzicare: non era il freddo. Era un potere che non apparteneva a dei ninja qualsiasi ma a qualcosa di più divino.

Il Tenseigan.

Ma forse era ancora imperfetto.

Lo capì non solo dalle micro-esitazioni — quel tremolio dell’aura a ogni respiro, quella frazione di secondo in cui il flusso sembrava “cercare” una forma — ma dal modo in cui le loro tecniche arrivavano a scatti, come un’arma potentissima non ancora domata.

Eppure bastò.

Un colpo di chakra ciano spezzò una delle sue lame di ghiaccio come fosse cristallo sottile. Un’onda di forza invisibile le strappò l’acqua dalle mani, dispersa in gocce che si frantumarono nell’aria. Un’altra pressione le fece vibrare le ossa, costringendola ad arretrare per non perdere l’equilibrio sul metallo bagnato.

Eilin serrò i denti. Il Serpente dell’Acqua ringhiò dentro di lei, irritato, come un abisso che si sente sfidato.

"Ma come l'hanno ottenuto?" pensò, e il pensiero ritornò a quando Hō aveva nominato Toneri.

Non poteva più giocare di fino. Non poteva più concedere spazio.

Inspirò a fondo, e l’aria che entrò nei polmoni era un gesto di simbiosi con l'elemento stesso dell'acqua. Richiamò il lago, le condutture, l’umidità che impregnava Ame da secoli. Tutto quel mondo liquido rispose come una massa unica.

Il chakra blu esplose intorno a lei, come il mare che si alza dove che si era ritirato per metri.

Eilin portò le mani davanti al petto e iniziò una sequenza rapida, precisa — sigilli che le dita conoscevano come preghiere.

Serpente, Tigre, Lepre, Drago, Serpente.

«Arte dell’Acqua: Drago Acquatico.»

Dal lago si sollevò una colonna, poi una seconda, poi una terza, e si fusero in un’unica creatura che prese forma nel diluvio: un drago d’acqua, enorme, fatto di correnti e schiuma, con la cresta di ghiaccio che gli correva lungo la schiena come spine. Il suo ruggito non fu un suono: fu una pressione sul petto, un maremoto trattenuto.

Si scagliò.

Il drago attraversò la pedana, spezzando il vapore in scie, divorando lo spazio. Per un istante sembrò che nulla potesse fermarlo: la pioggia stessa veniva risucchiata nella sua massa, e chi in lontananza, dai balconi degli edifici di Ame stava assistendo allo scontro, non poté non lasciarsi ad un grido sconvolto. Nessuno aveva mai visto la tecnica del Drago Acquatico evocato in una forma così potenziata.

Ma i tre Hyūga non arretrarono.

Insieme, alzarono le mani, e il potere del Tenseigan rispose con violenza quasi incontrollata.

«Sfere dei desideri... Gudodama!» dissero ad alta voce all'unisono.

Improvvisamente apparvero delle sfere nere e unitosi crearono tre barriere alte e larghe che si formarono e si incrinarono, pronte ad assorbire il colpo.

Il drago d’acqua si contorse, sbatté contro quella resistenza e ruggì di nuovo, ghiaccio e schiuma. Eilin spinse ancora, spremendo ogni goccia di chakra dal Serpente, fino a sentire il gusto metallico della fatica in fondo alla gola.

Fu allora che il mondo cambiò di ritmo.

Il drago acquatico ruggì, un corpo di correnti e ghiaccio che cercava di spezzare quelle barriere così resistenti. Ma il Tenseigan — seppure incompleto — teneva testa alla mossa finale della kunoichi. Eilin strinse i denti, forzò ancora, spremendo il chakra del Serpente dell’Acqua finché le braccia le tremarono.
Fu in quel momento di esitazione che il trio mutò le barriere, le fece tornare sfere nere che vennero lanciate come proiettili contro il corpo del mostro.

Il drago si contorse, ruggì di frustrazione e cercò di incassare il colpo, ma alla fine si sfilacciò in una cascata violenta che ricadde nel lago con un boato sordo, come un maremoto spezzato.

Per un battito, rimase solo il suono della pioggia. E poi la caccia riprese.

Mizu scattò per prima, avvolta dal chakra come da una seconda pelle, era ora come un taglio di luce in movimento. Eilin tentò di richiamare acqua dal parapetto, di far nascere un velo di ghiaccio tra loro, ma il flusso le rispose in ritardo, come se qualcuno le avesse messo sabbia negli ingranaggi. Quel mezzo tempo bastò.

Il primo impatto fu silenzioso: un palmo che trovò il corpo di Eilin. Un punto preciso. Poi un altro. E un altro ancora. Colpi rapidi, ravvicinati, come una grandine invisibile che non lasciava lividi ma chiudeva porte dentro di lei, una dopo l’altra. Eilin percepì il proprio chakra “interrompersi” a tratti, come un respiro mozzato: non un blocco totale, ma una catena di spegnimenti, un progressivo restringersi della sua libertà.

Cercò di arretrare scivolando sul ghiaccio, ma Kaze le tagliò la via con un movimento netto, costringendola a ruotare il busto. Hō si inserì dall’altro lato, e improvvisamente Eilin si ritrovò nel mezzo di un triangolo che si chiudeva e si apriva con precisione spietata. Il Tenseigan tremolava, sì — a volte l’aura ciano sfarfallava come un neon difettoso — ma ogni volta che vacillava, i tre si compensavano a vicenda, e la pressione tornava, più dura.

Mizu la raggiunse di nuovo e con una sequenza incalzante, quasi cerimoniale, che crebbe fino a diventare un assedio totale. Le vene attorno agli occhi della Hyūga pulsavano, il Byakugan spalancato e iniettato di sangue. Eilin sentì il Serpente dell’Acqua ringhiare, tentare di sfondare, ma il suo corpo non rispondeva più come prima: era come se le connessioni interne venissero serrate una a una, come nodi tirati fino a spezzare il movimento.

Eilin provò a richiamare l’acqua, ma le dita non chiusero il gesto. Provò a congelare l’aria davanti a sé, ma il freddo non esplose. Provò a fare un passo… e quel passo non fu suo.

Il mondo, in quell’istante, si restrinse al suono dei palmi che colpivano e alla sensazione terribile di un’energia che si spegneva a scatti nel suo corpo. Mizu non sembrava avere timore di colpirla, nonostante il chakra di Eilin fosse di categoria eremitica e questo poteva significare che un errore avrebbe potuto ritorcersi contro. Vedeva perfettamente tutti i suoi punti di fuga e colpiva, ancora e ancora. Quando l’ultima parte della sequenza la raggiunse, Eilin si irrigidì, bloccata in una postura innaturale: non cadde subito, rimase in piedi per un secondo di troppo, come una statua che non ha ancora capito di essere stata spezzata.

Fu allora che Hō le fu addosso.

Non con un colpo “spettacolare”, ma con una presa brutale e immediata, un movimento che sfruttò quel suo istante di immobilità. Eilin venne sollevata e poi scaraventata a terra con violenza, il metallo della pedana che le rubò il respiro in un colpo solo. Il suono dell’impatto si mescolò al tuono lontano e allo schianto continuo della pioggia.
Non ci fu il tempo di reagire, di rotolare via, che Kaze era già su di lei, con un kunai stretto nel pugno destro e che in un attimo affondò nel cuore di Eilin.

Improvvisamente tutto attorno a Eilin rallentò: ogni respiro, ogni battito di ciglia. Il cielo plumbeo sopra di lei non smetteva di rilasciare quella pioggia continua, e in quell’istante la pioggia ebbe il sapore delle sue lacrime.

«Eilin, Eilin, che fai, ti sei imbambolata per caso?»

Eilin spalancò gli occhi.

Non c’era più la pedana, né il metallo bagnato, né il lago nero sotto di lei. Si ritrovò in un giardino in fiore, pieno di luce morbida e profumi dolci. Sedie bianche erano disposte in fila e, in fondo, un arco di metallo bianco intrecciato di fiori variopinti apriva un varco verso un futuro che non avrebbe mai creduto sarebbe giunto.

Seduti su quelle sedie c’erano i suoi amici, che la osservavano con aria emozionata e sorridente, gli occhi lucidi di chi aspetta un “sì” come fosse una promessa collettiva.

C'erano persino i suoi genitori ed il sensei Kojama.

Ai due lati, le sue sorelle gemelle, eleganti, con acconciature curate che tenevano su i capelli. Tailin era vestita di rosa, con orchidee in stile cinese disegnate sul tessuto; Aylin indossava un abito verde con spacco, lo sguardo brillante e vivo.

«So che è un grande giorno, ma abbiamo bisogno che tu sia qui con noi o Gaara sposerà una bambola quest’oggi», disse Aylin ridendo, e quella risata sembrò sciogliere qualcosa sopito da anni nel petto di Eilin.

Eilin abbassò lo sguardo e si accorse di indossare un abito bianco, con un’ampia gonna che le cadeva addosso come una nuvola. Sollevò di nuovo gli occhi.

Sotto l’arcata, vestito in alta divisa da Kazekage — mantello e cappello romboidale, bianchi, con prevalenza del rosso, e il simbolo della sabbia ricamato sul cappello; un lembo di stoffa che scendeva lungo la nuca — c’era Gaara, emozionato, immobile come se temesse di spezzare l’istante. La guardava da lontano, in attesa che lei lo raggiungesse. Finalmente le cose andavano bene. Finalmente potevano coronare il loro sogno.

Eilin fece un passo, poi un altro. Arrivò da lui e le loro mani si intrecciarono. Si guardarono dritti negli occhi con un affetto così pieno da farle male, eppure era un dolore dolce, il dolore di qualcosa che si realizza.

Ora sarebbero stati uniti per la vita.

Un battito di palpebre dopo, Eilin si ritrovò in un letto d’ospedale.

La luce era diversa, bianca e quieta. Il silenzio era interrotto solo da respiri trattenuti e piccoli singhiozzi di gioia. Attorno a lei c’erano la sua famiglia, le sue sorelle, i suoi cognati e il suo amato Gaara. Tutti la guardavano con la stessa emozione che si riserva a ciò che è fragile e sacro.

Tra le sue braccia c’era un fagottino.

«Benvenuto, piccolo Shinichi», sussurrò Eilin, baciando la fronte del suo bambino. Poi sollevò lo sguardo verso Gaara e, senza bisogno di parole, ebbero la consapevolezza reciproca del capolavoro che avevano creato: loro, che per tutta la vita non avevano fatto altro che sfiorare la morte e condividerne l’ombra, avevano generato vita.

Eilin sorrise, e in quel sorriso c’era una pace che non aveva ancora mai conosciuto fino in fondo.

«Ti amo.»

Quelle ultime parole affiorarono dalle sue labbra prima che il velo scuro calasse su di lei.

A Suna, nel frattempo, quel giorno sembrava come qualsiasi altro. Aylin non aveva ancora inviato messaggi e neanche Eilin, per ora, ne stava mandando. Tailin, annoiata, decise quindi di lasciare la postazione alla voliera dei falchi viaggiatori e farsi un giro nei dintorni del palazzo del Kazekage.

I passi la condussero infine nel cortile: ampio, sterrato, con diverse attrezzature per l’allenamento e un banco metallico su cui erano disposte varie armi, pronte per gli allievi che dovevano capire quale fosse la più adatta a loro.

Nonostante i suoi occhi fossero stati sigillati dieci anni prima, per contenere la furia rovente del suo Cercoterio, Tailin aveva maturato abbastanza esperienza da muoversi senza esitazioni nella piantina di quei locali. Nello spiazzo c’erano alcuni allievi, addestrati da Kankurō e da altri jōnin. Kankurō, che a nemmeno trent’anni era già un esperto di combattimento, istruiva le giovani leve con serietà e precisione: qualcosa di completamente opposto rispetto a quando si rivolgeva a Tailin, riservandole puntualmente una battuta per farla arrabbiare.

Era talmente concentrato che nemmeno si accorse del suo arrivo. Tailin decise di non disturbarlo e andò a passo sicuro verso la serra.

«Sempre immerso nel tuo hobby della cura dei cactus, constato», disse, cogliendo di sorpresa Gaara, che per una volta indossava una semplice tuta e un grembiule da giardinaggio.

«Come hai capito che fossi qui… e che fossi io?» chiese, incuriosito. Ogni volta la capacità di orientamento di Tailin lo spiazzava, e si rese conto di non aver mai approfondito davvero l’argomento.

«Perché tu pensi che si possa vedere solo con gli occhi», rispose lei con una punta d’orgoglio, passandosi il dito sotto il naso. «Questa mia nuova condizione mi ha permesso di acuire le percezioni. Me ne sono accorta già il giorno dopo che questo sigillo mi fu applicato dal maestro Yamato», proseguì, indicandosi il viso, dove spiccava un tatuaggio a raggi che, come una maschera nera, copriva gli occhi. «Il chakra deriva dalla forza vitale, e la forza vitale è in ogni cosa: piante, animali, persone… ma anche oggetti. Ha forme diverse e, con il buon allenamento, è possibile distinguere queste aure e ricostruire le sagome.»

Gaara annuì, comprendendo ciò che Tailin gli stava spiegando.

«Inoltre, ogni forma di chakra è come se avesse una firma. Io so che eri tu perché il tuo chakra ha una colorazione rossa, come la sabbia al tramonto. Trasmette quiete, ma ricorda anche il sangue… perché purtroppo il tuo passato ti ha segnato nel profondo ed è diventato parte del tuo animo.»

Gaara abbassò lo sguardo. «Immagino che certi retaggi non si possano semplicemente seppellire con buone parole e con la scelta di portare la pace su queste terre.»

Tailin fece spallucce. «Non credo di essere la persona più adatta per fare questi discorsi. Il mio chakra è anche più rosso del tuo, quindi da me di certo non troverai alcun giudizio.»

Gaara ammirava la schiettezza della sua quasi cognata. Era una ragazza semplice e decisa. Come suo fratello, del resto; forse era per questo che Kankurō se ne era invaghito, anche se non voleva ammetterlo. Erano dieci anni che quei due facevano tira e molla.

«Così riesci a distinguere le forme… ed è come se continuassi a vedere», concluse il Kazekage.

«È così. Ma certo non posso distinguere i colori della natura, ammirare i tramonti.» Tailin sospirò. «Mi rammarico solo che, ora che sono potuta tornare a vivere, tutto questo mi sia stato comunque precluso. Però almeno le prime ore, dopo che il sensei mi liberò, potei vedere… assaporarlo come la prima volta. Lo porto nel cuore e spero di non dimenticarlo mai.»

«Magari un giorno potrai tornare a rivedere quei tramonti.»

«Chissà… finché questo sbruffone che ho negli occhi non la smette di scassare, per ora dovrò aspettare.» Poi si diede due pacche decise sulle palpebre sigillate. «Ehi, mi senti? È di te che sto parlando. Sei una bella gatta da pelare: sottomettiti e basta.»

«Che rottura che sei. Lasciami dormire, vecchia racchia», borbottò il serpente, dentro lo spazio comune del loro subconscio.

«Racchia a chi? E come osi darmi della vecchia? Ho solo ventisei anni!»

«Io non ho detto niente!» esclamò Gaara, alzando le mani.

«Non parlavo con te. Parlavo con questo lombrichino.» Tailin sbuffò. «Lo sai che se ti tiro fuori ti tolgo la pelle e ci preparo i nigiri, sì?»

Gaara la guardò perplesso, praticamente stava litigando con l’aria. Si era sbagliato: era decisamente più esuberante di Kankurō. Forse persino un po’ matta.

«Aaah, senti… ti lascio alle tue piantine, Kazekage. Ho bisogno di prendere un po’ d’aria. Questo qui mi ha fatto saltare i nervi.»

Kankurō si voltò proprio in quel momento, mentre Tailin gli dava le spalle, già intenta ad allontanarsi. Ma non fece molta strada: all’improvviso si fermò.

L’aria divenne pesante.

Le spalle di Tailin iniziarono a tremare, poi la ragazza crollò in ginocchio, come se qualcosa le avesse tagliato le gambe dall’interno.

Il capostipite dell'acqua si avvicinò a lunghi passi, trionfante, torreggiando sulla figura ormai inerte e con gli occhi semichiusi di Eilin. Il sangue usciva copioso dalla ferita nel petto.
Si chinò per tirarla su per i capelli, rapido come una saetta estrasse la sua spada la fodero ed in un attimo la testa venne mozzata.

Fu come un battito che venne dal profondo. Come se il gesto del capostipite dell’acqua avesse riecheggiato nel cuore di Tailin, ma non solo.

Nello stesso istante, all’accampamento degli Accoliti, Aylin perse la presa di un vaso kintsugi che stava per collocare, insieme agli altri, nella teca esposta nel cortile. Il vaso si schiantò a terra e andò in frantumi.

E ancora: tra le montagne, al crocevia che univa il Paese del Vento, del Fuoco e della Pioggia, lo spirito-bambina di Hime, che rappresentava il Serpente della Terra, si paralizzò.

Un gesto simultaneo. Tutte e tre affondarono le dita nella testa.

«Maestra Aylin, che succede?» chiesero i bambini, provando ad avvicinarsi alla donna.

«State lontani da me ordinò Aylin con voce gutturale. I suoi occhi erano diventati gialli, la pupilla romboidale, e l’aria attorno a lei vibrava come se fosse stata tesa con una corda invisibile.

«Tailin, che hai? Non ti senti bene?» chiese Kankurō, rimanendo dov’era, come paralizzato.

«Io non…» Tailin sentiva soltanto che doveva andare lontano. Il più possibile lontano da tutti prima che fosse troppo tardi.

Lo stesso fece lo spirito di Hime, che riemerse all’interno della sua caverna.

Il legame con la "testa" si recise.

Un urlo acuto, stridulo e gutturale allo stesso tempo, squarciò l’aria. Un urlo che fece esplodere le finestre di Suna per chilometri di raggio; che fece saltare in aria i vasi degli allievi di Aylin e “spazzò” la cascata in una nube d’acqua e schiuma; che fece tremare la caverna sigillata, provocando il distacco e il crollo di diversi massi.

Un urlo di dolore: qualcosa di vitale tagliato di netto, brutalmente. Qualcosa che urlava sdegno e vendetta. Qualcosa di profano che aveva scosso la terra stessa.

Un vortice d’aria ruggente circondò Aylin e gli Accoliti dovettero correre il più lontano possibile per non essere investiti e spazzati via.

Un vortice di fuoco, invece, avvolse Tailin. Avrebbe causato ingenti danni alle strutture se il Kazekage non fosse stato rapido di riflessi: in pochi istanti richiamò a sé un’importante quantità di sabbia, che circondò Tailin per contenere le fiamme, chiudendole in un bozzolo.

E non fu soltanto lì. In tutte le Nazioni Ninja si avvertì — chi più intensamente, chi meno — che qualcosa era terribilmente andato storto.

«Ah ma come? C’era il sole fino a un attimo fa… io voglio andare al parco, uffa!» borbottò il piccolo Boruto, affacciandosi alla finestra di casa, vedendo che il cielo si era improvvisamente oscurato e che, in lontananza, si intravedevano tuoni.

«Mi spiace, piccolo. Magari più tardi si riaggiusta», gli disse Hinata, poggiandogli delicatamente una mano sulla spalla. Ma poi, alzando anche lei lo sguardo verso l’orizzonte, una sensazione terribile la pervase: un brivido di paura che l’aveva colta solo otto anni prima.

Qualcosa di terribile stava per accadere.

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