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← La leggenda di Hime: gli occhi della luna

Creato il 29/07/2026, 21:53 · Aggiornato il 29/07/2026, 21:53

Capitolo 1: Gli occhi della luna

@ladyele1991LadyEle1991
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  • copertinaAi
  • morte
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Note dell'autore: ciao, per te che ti imbatti per la prima volta in questo racconto faniction. Sappi che questa è la seconda parte di tre, intitolato "La leggenda di Hime". Se pensi che la storia ti potrebbe appassionare, prima di leggere questo, ti consiglio di partire dal primo racconto "La leggenda di Hime: la reliquia della terra".

Per gli altri che invece attendevano la seconda parte, vi auguro una buona lettura!


Erano trascorsi due anni dalla fine della Grande Guerra Ninja. Finalmente Naruto Uzumaki aveva dimostrato a tutti il suo valore. Nonostante la giovane età, era ormai considerato una leggenda, secondo forse solo ad Hagoromo Ōtsutsuki.

Al suo stesso livello, Sasuke Uchiha: ravvedutosi dagli errori del passato, era stato infine raggiunto dal cuore del ninja biondo e ora era tornato a essere un cittadino rispettato di Konoha.

Ora che la pace sembrava essersi stabilizzata, con Akatsuki sconfitta e le grandi minacce abbattute, gli abitanti delle sette nazioni ninja tornavano a respirare davvero.

Sfortunatamente, la pace è da sempre qualcosa di fragile e poco duraturo; per questo il lavoro dei ninja a protezione di essa non termina mai. A volte è alla luce del sole, tra cerimonie e patti siglati davanti a occhi vigili, ma più spesso è tra le ombre che agiscono. Uomini e donne dalle abilità straordinarie, eroi dal volto nascosto, di cui nessuno conoscerà mai il nome e che nessuno saprà di aver perduto, eppure pronti a dare la vita perché gli innocenti possano dormire sonni tranquilli.

Questi ninja sono conosciuti come ANBU, l’élite di ogni villaggio.

Tuttavia, quello non è l’unico ordine esistente. Direttamente alla mercé dei daimyō vi è un ulteriore ordine segreto, neutrale e al tempo stesso più spietato. Ninja che non conoscono la paura, volti soltanto a portare a termine la missione: non importa nient’altro.

Almeno, questo fino a pochi anni prima.

Grazie a tre gemelle coraggiose — sostenute da Naruto, Gaara, Kankurō, Sakura, Temari, Sai e dal maestro Yamato — e grazie al sacrificio del loro maestro Koyama, quello status quo era stato rovesciato. Avevano ricordato ai loro compagni che cosa la Somma Hime, figlia di Hagoromo Ōtsutsuki, aveva voluto trasmettere al mondo.

La pace non si ottiene con il sangue. Non si ottiene rispondendo alla richiesta del miglior offerente e, soprattutto, non si ottiene a scapito degli stessi guerrieri, sottraendo loro persino le emozioni.

Gli "Accoliti di Hime", il nome originario che la stessa Hime aveva ricordato loro, erano finalmente tornati.

Ma la battaglia contro la Confraternita delle Ombre non era cessata. Benché il capostipite della terra, Toshiro, fosse stato abbattuto e tutti coloro che erano sotto il giogo del suo sigillo liberati, rimanevano ancora quattro capostipiti: acqua, aria, fulmine e fuoco. Di conseguenza, la maggior parte dei sottoposti restava sotto il loro controllo.

Gli Accoliti di Hime prosperarono, sostenuti in segreto anche dai villaggi di Konoha e Suna, e molti daimyō e ricchi possidenti richiesero i loro servigi.

Tuttavia il metodo, giudicato da alcuni fin troppo "buonista", adottato dagli Accoliti — evitare l’uccisione delle vittime e, soprattutto, rifiutare incarichi pensati solo per privilegiare l’uno o l’altro rivale politico — non andava a genio a certi committenti. Così, nell’ombra, alcuni di loro mantennero i rapporti con la Confraternita.

Essa divenne silenziosa; sembrava quasi sparita dalla circolazione. Ma gli Accoliti lo sentivano, come un freddo sottile lungo la nuca: non se n’era andata. Era in agguato, paziente, ad attendere il momento giusto per colpire.

Era inverno, e dal cielo sopra Konoha cadevano fiocchi di neve candidi, lenti, come se esitassero prima di posarsi sui tetti e lungo le strade. Eppure le nuvole non erano riuscite a velare la luna piena: restava lì, alta e intatta, argentea e splendente, a riversare una luce fredda sulle mura del villaggio.

Per molti era soltanto una leggenda, un ricordo dissepolto dai frammenti del passato riemersi dopo gli eventi di qualche anno prima. La maggior parte non sapeva che la luna non era soltanto stata creata dagli Ōtsutsuki, ma che fosse persino abitata da loro.

Il clan, però, era ormai sull’orlo dell’estinzione. Solo un ultimo superstite era rimasto: Toneri Ōtsutsuki, diretto discendente di Hamura.

Determinato a compiere il voto millenario del suo clan — distruggere i terrestri facendo precipitare la luna sulla terra, epurando il pianeta dal male — deciso a discendere e prendere gli occhi di Hanabi Hyūga. Lui non possedeva gli stessi occhi, ma era il custode di tutti quelli appartenuti ai suoi avi e che, per le loro speciali qualità, non deperivano: rimanevano vivi, attivi, come se conservassero ancora un’eco di volontà. Era questa, si diceva, l’energia stessa che teneva la luna sospesa.

Ad accorgersi di quel fenomeno non furono soltanto i villaggi. Anche chi nella luna vedeva l’ultimo prodigio dei grandi guerrieri del passato, e chi invece li considerava demoni, cominciò a scrutarla con occhi diversi, con timore o con devozione.

Dopo la Grande Guerra Ninja, oltre agli eventi noti, ci furono tante piccole rivoluzioni: crepe sottili che attraversarono famiglie e alleanze, cambi di fazione tra ninja considerati "nemici" e tra quelli ritenuti "amici".

Tra queste, ci fu anche uno spiacevole episodio, proprio all’interno della famiglia Hyūga.

Da quando erano venuti al mondo gli eredi della casata principale e di quella cadetta, molti mormoravano che Hinata Hyūga non fosse all’altezza del ruolo che le spettava, che persino la sorella minore fosse più forte; e che Neji — figlio del fratello gemello minore di suo padre — fosse sicuramente più capace, più degno. Ma la tradizione voleva altrimenti, e nessuno poteva infrangerla.

Per qualche anno, non essendoci più nemmeno l’incoraggiamento dello stesso Neji a ribellarsi a quella condizione di "secondo", tutto rimase in silenzio. Poi, quando Neji morì proteggendo Naruto, nel cuore di molti si riaccese la scintilla della ribellione. Non avrebbero accettato, per nulla al mondo, di essere guidati da una "ragazzina inetta e timida" una casata così nobile e antica, che sembrava quasi sfiorare il divino.

Così alcuni di loro si autobandirono e abbandonarono la dimora degli Hyūga. Tra questi c’erano anche due sorelle e un cugino che, nel loro vagare, a un certo punto vennero intercettati da ninja dal volto coperto, avvolti in una tuta nera integrale. Silenziosi come una lama estratta senza suono.

La Confraternita delle Ombre.

Dando loro riparo e accoglienza, i tre si sentirono subito al sicuro, quasi protetti da un ordine che sapeva esattamente cosa offrire a chi era stato respinto. E, con il passare dei giorni, scoprirono di essere inaspettatamente in linea con i precetti della Confraternita: la disciplina, il silenzio, la necessità di un fine che non ammetteva esitazioni.

Sotto quella guida divennero guerrieri abili, temprati da esercizi ripetuti fino allo sfinimento, e accolsero senza resistenza l’imposizione del sigillo di obbedienza, come se quel marchio fosse un onore più che una catena, un simbolo tangibile della loro lealtà.

Avere Hyūga "puri" tra le loro fila garantiva all’ordine una forza bellica maggiore, con una potenzialità che arrivava persino a far intravedere un confronto alla pari con le rivali, nella quali dimorava parte del potere della Somma Hime.

Furono proprio questi tre a percepire per primi un cambiamento nell’aria e ad individuare la discesa di una figura misteriosa, ammantata di vesti Ōtsutsuki.

La Confraternita non se lo fece ripetere due volte. Si mosse compatta, rapida e silenziosa, e accorse per accogliere il visitatore disceso dalla luna.

Toneri, nel frattempo, si stava preparando a mostrarsi al villaggio di Konoha e a compiere la sua mossa. Ma prima doveva studiare il terreno di battaglia.

«Chi siete voi?» aveva chiesto, con tono austero, ancora stupito dalla capacità di mimetizzazione degli sconosciuti, rivelatisi ai suoi occhi solo pochi istanti prima.

«Oh Sommo, noi umili Accoliti ti porgiamo i nostri omaggi e ti diamo il benvenuto. Che grande onore per noi incontrare un diretto discendente degli Ōtsutsuki», disse il capostipite dell’aria, prostrandosi ai suoi piedi insieme agli altri tre e a tutti coloro che erano sopraggiunti.

«Voi, esseri mortali, non crediate che io sia qui per una visita di cortesia. A lungo ho osservato questo pianeta dall’alto della mia dimora e, alla fine, ho deciso che il tempo è giunto. Io, Toneri Ōtsutsuki, l’ultimo della mia stirpe, vi ho giudicato: presto questo mondo verrà annientato dalla luna.»

Un mormorio si levò tra le file, come un soffio nervoso. I capostipiti, però, non sembravano scomporsi. Si rialzarono in piedi come fossero un solo corpo.

«Vorremmo dissentire da questo… ma avete detto bene: su queste terre regna ancora il male. Noi, Accoliti di Hime, stiamo facendo del nostro meglio, sacrificando le nostre stesse vite pur di mantenere in piedi questo fragile equilibrio.»

Toneri si accigliò, il volto irrigidito da un pensiero improvviso. «Gli Accoliti di Hime, avete detto. Sì. Ricordo questo nome. Gli scritti parlano di benedetti dalla Santa Hime, a cui ella concesse dei doni perché portassero pace nel mondo.»

«Esattamente, mio signore. Con la sua benedizione, mille anni dopo, seguiamo ancora la sua stella. Sapere però che tutto questo non è bastato e che infine il giudizio è ricaduto anche su di noi… questo ci distrugge nell’animo. Non abbiamo fatto abbastanza, sembra.»

Toneri rimase in silenzio. Uno a uno scrutò il gruppo, come se pesasse ogni respiro. Finché lo sguardo non si fermò su un trio mascherato: si vedevano soltanto tre paia di occhi lattiginosi, fissi e immobili.

«Ma quegli occhi… Hyūga?»

I capostipiti invitarono i tre ninja a farsi avanti e a scoprire il volto, così da mostrarsi a Toneri.

«Sì, mio signore. Questi tre Accoliti hanno ereditato gli occhi divini del vostro sangue. Forse inferiori a quelli appartenuti agli antichi padri, ma comunque al servizio del bene.»

Toneri si avvicinò a uno di loro, la ragazza al centro. Le sollevò il mento con due dita, costringendola alla sua luce, cercando di scrutarle l’animo. Non riuscì a leggere nulla, e la giovane reggeva lo sguardo senza tremare.

«Senza paura. Indomita. Ma sì: i tuoi occhi sono inferiori. Non sono ciò che cerco. Nemmeno quelli di questi altri due. Voi siete di una casata cadetta, come la mia, vero?»

Il trio annuì.

«Io sono diretto a Konoha, ma vedo che anche in questo periodo di quiete la sorveglianza non è blanda. Inoltre avverto il grande potere del Nove Code e degli occhi di Indra. Non sarà facile entrare. Devo raggiungere la casata Hyūga e prendere gli occhi di uno Hyūga della casata principale.»

Si voltò verso il gruppo, e la sua voce divenne più bassa, quasi solenne.

«Voi che siete benedetti dalla Santa Hime, e in nome suo date persino la vostra vita per proteggere un fragile equilibrio — seppur invano — sappiate che i vostri sacrifici non rimarranno senza compenso. C’è stata pace e fratellanza tra le nostre due famiglie, e intendo onorare questo patto. Forse potrei risparmiarvi. Nella nuova rinascita, voi uomini e donne sarete i precursori di una nuova stirpe di pace, come voleva Hime stessa, del resto.»

Fece un passo, lento, misurato.

«Aiutatemi a entrare, abbattendo le difese iniziali, e oltre a ricompensarvi con la salvezza…» indicò il trio di Hyūga «…vi farò avere occhi molto più potenti di questi.»

La Confraternita, nella sua apparente rettitudine e impassibilità, urlò di trionfo nel profondo dell’animo. Aveva ottenuto il benestare del potente Toneri, e con esso la promessa di una ricompensa: salvezza, senza nemmeno dover affrontare i veri Accoliti.

Eseguirono dunque quanto ordinato e, non visti grazie alle loro speciali abilità, spianarono la strada a Toneri. Così egli fu libero di introdursi a Konoha e tentare di portare a segno il piano che si era preposto.

La Confraternita ottenne la sua prima ricompensa. Toneri recuperò tre paia d’occhi dal potere speciale dalla sfera in cui erano sigillati quelli dei suoi avi, e li scambiò con quelli "mortali" del trio. Un baratto che, forse, gli avrebbe sottratto una frazione di forza; ma Toneri era certo della propria vittoria, e perdere una piccola percentuale di potere non gli parve un prezzo davvero significativo. Tanto più sapendo che, in ogni caso, quegli occhi sarebbero rimasti al servizio degli Ōtsutsuki.

Ma proprio quando Toneri fu a un passo dalla vittoria, Naruto Uzumaki e i suoi intervennero. Hinata e Hanabi vennero salvate, strappate al destino che le attendeva.

La Confraternita subì così una forma di sconfitta. Non definitiva, però. Perché il potere degli occhi degli antichi Ōtsutsuki — quelli che avrebbero potuto, potenzialmente, risvegliare il Tenseigan — era rimasto nelle sue mani. Serviva solo tempo: tempo per imparare a domare ciò che avevano ottenuto, e per trasformare quella scintilla in un’arma.

Otto anni dopo.

Il sole era sorto da poco oltre le mura del Villaggio della Sabbia e le strade stavano tornando a riempirsi di vita, una calma operosa che sapeva di abitudini e di sicurezza. Le guardie, seppure tra uno sbadiglio e l’altro, erano già in piedi a svolgere il loro regolare servizio.

Sembrava un giorno come un altro. A Suna c’era stabilità da molti anni e il suo Kazekage, Gaara del Deserto, che da pochi giorni aveva compiuto ventisei anni, non aveva mai vacillato nel suo ruolo. Ormai nessuno osava più additarlo come il "mostro del villaggio". Era un giovane uomo retto, sicuro delle proprie capacità e, con il supporto dei fratelli Kankurō e Temari, il suo governo era accettato e sostenuto dalla maggioranza.

I caldi raggi del sole del deserto filtrarono dalle finestrelle ad oblò della stanza privata del Kazekage, posandosi sul letto a due piazze dalle pregiate lenzuola come dita leggere. La stanza e i corridoi erano silenziosi; in quell’ala del palazzo, quella dedicata agli alloggi privati della nobile famiglia, ancora tutto taceva.

All’improvviso, da sotto le lenzuola ci fu un movimento sommesso, e dalla base del letto spuntarono due paia di piedi. I gesti erano lenti e delicati: piccoli schiocchi di baci, risatine trattenute, la naturalezza di chi da anni condivide una vita di coppia fatta di complicità e cuore aperto.

Poi la sveglia sul comodino trillò. E con quel suono netto, quasi tagliente nella quiete, il tempo delle coccole e dei giochi finì: la realtà richiamava il Kazekage al dovere.

«Non avrei proprio voglia di andare a quella riunione, non oggi che è l’ultimo giorno che ti ho qui accanto a me», disse Gaara, sollevandosi a mezzo busto per osservare la figura della sua amata, ancora con il viso arrossato.

«Anche a me piacerebbe», rispose Eilin, allungando il braccio per accarezzargli la guancia, «ma sappiamo entrambi che, prima delle nostre vite, viene il dovere verso coloro che hanno affidato la loro vita nelle nostre mani.»

Ormai non erano più ragazzini, come del resto non lo erano più neanche i loro amici: molti erano sposati e con figli. Persino Temari si era sposata e si era trasferita a Konoha, andando a vivere presso la dimora del clan Nara, il cui capofamiglia era proprio suo marito, Shikamaru.

«La pace, del resto, non si costruisce in un giorno», annuì Gaara. Poi abbassò leggermente la voce, come se quel pensiero non dovesse uscire dalle pareti della stanza. «Ma spero mi concederai la libertà di dire che, in questo momento, del resto del mondo non mi importa niente. In questi ultimi minuti, prima di varcare la soglia di questa stanza, voglio perdermi nei tuoi occhi e assaporare le tue labbra, così da riuscire a sopportare giusto qualche settimana… prima di desiderare di nuovo la tua presenza.»

Eilin sorrise e si sporse in avanti per dargli un rapido bacio sulla fronte, proprio lì dove spiccava il kanji, simbolo di "amore". «Eppure il consiglio non vorrebbe che noi due ci frequentassimo. Vorrebbero per te una persona più presente, a rappresentanza della solidità della famiglia Sabaku. Ricordi cosa è successo qualche anno fa?»

Gaara ricordava fin troppo bene a cosa si riferisse. Il consiglio — capeggiato dal saggio Ebizu — aveva preteso con insistenza che si sposasse il più presto possibile: Temari, la sorella maggiore, unita a un ninja della Foglia, avrebbe generato figli destinati a crescere fedeli ai Nara e a Konoha. E dunque lui, Kazekage — per quanto fosse il minore tra i tre — doveva assolvere a quel compito.

Eilin, però, in quel periodo, insieme alle sorelle, era impegnata a ricostruire gli Accoliti: dare stabilità, addestrare le nuove leve, tenere insieme un ordine che si reggeva più sulla volontà che sulle certezze. Dopo il salvataggio e lo scontro contro Toshiro, entrambi erano stati richiamati ai propri doveri, e la loro era rimasta una relazione a distanza: troppo fragile perché il consiglio accettasse anche solo l’idea che il proprio capo fosse legato a una donna misteriosa, non appartenente né a Suna né a una qualunque famiglia nobile di nessuna nazione.

Solo più tardi, quando gli Accoliti ebbero finalmente ritrovato un equilibrio, Eilin e le sue sorelle poterono muoversi con maggiore libertà e andare a fare visita ai loro amici, trascorrendo del tempo con loro ogni volta che se ne presentava l’occasione. Ma allora, se le cose con Hakuto fossero andate diversamente, forse Gaara — per lealtà al villaggio — sarebbe stato sposato a lei.

Eilin notò che Gaara era rimasto in silenzio; allora abbassò lo sguardo e lasciò uscire un sospiro lento, come se cercasse di alleggerire un peso che le premeva sul petto.

«Naruto, tua sorella… loro hanno già dei figli. Forse avresti desiderato anche tu questo, ma io, per ora, non posso darti quello che cerchi. E se mai il consiglio ti chiederà di nuovo di trovare una consorte, accetterò di amarti a distanza. Non è insolito, per noi che viviamo questa vita, del resto.»

Gaara si accigliò e la strinse all’improvviso a sé, con una decisione che spezzò ogni esitazione. «Non pensarci nemmeno. Non alimentare questi brutti pensieri.» La sua voce era ferma, ma sotto c’era qualcosa di più fragile, più vero. «Io ti amo, Eilin. Sei forse l’unica creatura che io sia mai riuscito ad amare nel profondo del mio cuore; persino quando avevo creduto di averlo colmato interamente con l’odio, un posto speciale era rimasto per te.»

Poi si sporse oltre lei, aprì un cassetto e ne trasse una piccola scatola rivestita di velluto marrone. Senza esitare la aprì, mostrandole un anello sottile, punteggiato di diamanti che catturarono la luce del mattino e la rimandarono in minuscoli bagliori.

Eilin spalancò la bocca, le labbra disegnando una O muta. Lo guardò con aria incredula, come se le parole si fossero fermate da qualche parte tra la gola e il respiro.

«Non voglio che tu mi dica niente», la interruppe Gaara, prima ancora che potesse trovare una voce. «Al diavolo quello che dice il consiglio. Non voglio dei figli adesso, e men che meno un matrimonio.» Si fermò un istante, come per dare peso a ogni sillaba. «So bene quello che tu e le tue sorelle state costruendo e, perciò, ti assicuro che avrai tutto il tempo che ti serve. Quando accettai la richiesta di Ebizo ero ancora troppo giovane e ingenuo, e credevo, nel profondo, che dovessi ancora meritarmi questo ruolo — come capo villaggio e come cittadino stesso di Suna.»

Sollevò lo sguardo su di lei, e quella calma intensa gli tornò negli occhi. «Ma adesso no. Non c’è altra donna, al di là di te, che vorrei al mio fianco. E se questo richiederà altri dieci o vent’anni, a me va bene.»

Lo sguardo di Eilin tremò, poi poggiò la fronte contro la sua e gli avvolse le braccia attorno al collo. «Ti amo, Gaara del Deserto, e sappi che se per ora non posso essere tua moglie… tu sai già la mia risposta.»

Poi si guardarono dritti negli occhi. Gli sguardi erano entrambi illuminati dai raggi che filtravano dalle finestre, ma anche dalla limpidezza di ciò che provavano: un legame forte, pieno e quieto, che non aveva bisogno di ulteriori parole.

Tailin e Kankurō fissavano, in un misto di incredulità, l’anellino che spiccava sull’anulare di Eilin, lasciando a mezz’aria le bacchette con la palla di riso. Non che fosse una novità che i loro fratelli se la intendessero, ma vederlo lì, così concreto e prezioso, li lasciava comunque senza parole. Chiaramene Tailin, avendo ancora gli occhi sigillati, non poté perdersi nello splendore abbagliante di quei diamanti, fu Kankurō a descriverglielo per filo e per segno.

Eilin rise nervosamente, grattandosi la nuca corvina. Gaara, apposta, aveva evitato di fare colazione con loro: non aveva alcuna intenzione di sorbirsi anche lui quegli sguardi.

«Senti, ma avete già pensato alla lista di nozze e cose del genere?» provò a chiedere Kankurō, schiarendosi la voce. «Certo, devo dire che questa cosa mi giunge del tutto inaspettata. Non me ne aveva parlato.»

«Beh, conosci tuo fratello. A lui piace fare tutto con discrezione. Come me, del resto», gli rispose Eilin, cercando anche lei di mandare giù qualche boccone nonostante il nodo in gola e gli sguardi addosso.

«Non è che sei incinta?» La domanda secca di Tailin fece perdere la presa delle bacchette alla sorella, che tintinnarono contro la ciotola.

«Ma cosa ti viene in mente?» Eilin sentì salire il calore alle guance, più per l’irritazione che per l’imbarazzo. «Sai bene che ci sono compiti più importanti, in questo momento, prima di mettere su famiglia.»

«Uff, scherzavo. È che ci serve gente tra le nostre file, lo sai.»

«Allora anche te dovresti darti da fare, in tal senso», rispose Eilin sibillina, lanciando un’occhiata di sottecchi che passò da Tailin a Kankurō.

Eilin aveva appena ribaltato la situazione. I due reagirono con un’esplosione di proteste, quasi all’unisono, troppo rapida per essere davvero spontanea. Erano sempre stati cane e gatto; eppure, sotto sotto, tra loro c’era un legame profondo, di quelli che tengono anche quando nessuno lo ammette. Ma neanche se li avessero pagati oro l’avrebbero confessato.

«Va bene, cambiamo argomento allora», tagliò corto infine Tailin, con un nervo che le pulsava sulla tempia. «Aylin ci ha appena fatto recapitare un messaggio. Sembra che i movimenti sospetti di questi giorni si stiano concentrando ad Ame.»

Tutti si accigliarono e l’atmosfera si fece più seria, come se l’aria stessa si fosse irrigidita. Da tempo, infatti, si erano verificate strane morti tra le file di alcuni fedeli dei daimyō del Vento; ma, man mano, gli episodi si stavano spostando verso sud-est. I signori terrieri avevano ingaggiato gli Accoliti perché indagassero al riguardo.

«Sarebbe quindi da andare a indagare. Ha già mandato qualcuno?» chiese Eilin, accigliandosi.

«Sì.» La mascella di Tailin si contrasse, un tic appena accennato. «Ma ancora non abbiamo loro notizie. Chiunque ci sia dietro a queste morti misteriose temo che non sia qualcuno da sottovalutare, e ancora non ne abbiamo compreso lo scopo.»

«Suna può darvi una mano, per caso?» intervenne Kankurō, prendendo parte alla conversazione con un tono più misurato del solito. «Trattandosi delle terre del Vento, chi più del Kazekage è interessato?»

«Certo, ma preferiremmo non coinvolgere Suna», disse Eilin, con una calma prudente. «Se non sbaglio, avete ancora un debito di guerra e i daimyō non sembrano restii a farvelo pesare, concedendovi risorse con il contagocce.»

«Siete molto informati, vedo», commentò Kankurō, aggrottando la fronte.

«Sai bene dei nostri accessi preferenziali», rispose Eilin senza scomporsi, «e se ne parlo apertamente è perché sai che non sfrutteremmo mai questa informazione a nostro vantaggio. Piuttosto, proprio perché lo sappiamo, se possiamo evitare che vi gravino addosso anche questi costi, ne saremo ben lieti. Suna ci ha già aiutato tanto e ci piacerebbe contraccambiare.»

«Mi dovessi addebitare il conto di qualche altro tuo pupazzo, poi», borbottò Tailin, premendogli l’indice contro la guancia con una confidenza quasi provocatoria. Non le servì vedere per sentire lo sguardo di fuoco del ragazzo su di lei. Ma del resto Tailin era ignifuga: non si lasciò minimamente intimidire.

Eilin si alzò di scatto, facendo strusciare la sedia all’indietro sul pavimento. «Credo allora che non ci sia altro modo. Non rischieremo la vita di altri Accoliti. Non possiamo permettercelo, ora come ora.»

«Come intendi muoverti, allora?» chiese Tailin, incrociando lo sguardo della sorella.

Eilin inspirò appena, come se stesse già tracciando una rotta nella mente. «Gli ultimi spostamenti rivelano un’ultima ubicazione ad Ame? Molto bene. Quel villaggio sempre sommerso dall’acqua e dalla pioggia… si dà il caso che sia adatto a me, che custodisco il Serpente dell’Acqua.»

«Ma Eilin, tu sei il nostro capo. Non puoi esporti tu in prima linea», protestò Tailin, la voce più tesa di quanto avrebbe voluto.

«Sorella, io sarò anche il vostro capo, ma non ho intenzione di nascondermi dietro i miei uomini.» La risposta di Eilin era netta, eppure piena di controllo. «Io sono una guerriera a cui è stato concesso il dono di un grande potere. Se questi farabutti sono davvero forti come vogliono farci credere, troveranno pane per i loro denti.»

Chinò la testa di lato, un’ombra di sfida sul volto. «O pensi che, senza il sigillo di obbedienza, io mi sia rammollita?»

«No, affatto. Anzi… come me, anche tu credo ti sia rafforzata», ammise Tailin, quasi suo malgrado. «I nostri serpenti sono alimentati dai sentimenti, del resto.»

Eilin annuì, lo sguardo duro e limpido. «Grazie al potere della Somma Hime, fermerò questi assassini e li affiderò alla giustizia.»

«Fammi allora venire con te, li conceremo per le feste insieme», propose la sorella, alzandosi a sua volta, già con l’energia addosso come una scintilla pronta a divampare.

«Ti ringrazio, ma sono certa di potercela fare da sola. E poi tu, con il fuoco, sei in svantaggio lì», replicò Eilin, senza alzare la voce ma rendendo ogni parola definitiva. «Preferisco che tu rimanga qui: come tramite per i contatti con l’ultima ubicazione della nostra base e anche per riferirmi se, per caso, i Signori avranno davvero intenzione di coinvolgere anche Suna.»

«Non mi va di stare in panchina e lo sai.» Tailin serrò la mascella, le mani già pronte a trasformare l’obiezione in azione.

Eilin fece un passo avanti. «Non discutere. È un ordine.»

Poi girò appena il capo, e il tono si fece più tagliente. «Kankurō, vedi di tenerla qui o me la prenderò anche con te.»

Gli occhi della kunoichi divennero all’improvviso di un blu brillante, innaturale sotto la luce del mattino, e un’aura sinistra l'avvolse come un velo freddo. Per un istante l’aria parve cambiare densità.

Kankurō non ci pensò due volte. Posò le mani sulle spalle e costrinse la ninja dai capelli rossi a risedersi, con una fermezza che non ammetteva repliche.

«Sissignora.»

«Stai partendo?» chiese Gaara, qualche ora più tardi, raggiungendo Eilin sulla terrazza del palazzo del Kazekage. L’aria del mattino era limpida e asciutta, e portava con sé quel sapore sottile di sabbia e sole che a Suna non abbandonava mai davvero.

Eilin era pronta, preparata di tutto punto. Gli Accoliti avevano mantenuto la divisa nera integrale, utile per mimetizzarsi, ma ora, all’altezza del petto, spiccavano tre tomoe disposte in forma circolare, a rappresentanza della loro lealtà con la famiglia Ōtsutsuki. I capelli erano raccolti in una treccia e il capo coperto da una fascia nera, con due lunghi strascichi che cadevano dietro, immobili finché il vento non li sfiorava. Alla gamba destra, il porta-kunai; alla cintura, le scarselle. E, appeso alla schiena, un shuriken gigante.

«Sì. Kankurō ti ha aggiornato sui miei prossimi spostamenti?»

«Sì. E avrei voluto che accettassi il nostro aiuto. Sai bene che non avremmo esitato.»

Eilin inclinò appena il capo. «Tu e Kankurō certamente. Ma il consiglio e gli altri guerrieri… ho i miei dubbi. Se da parte vostra c’è affetto, per gli altri c’è solo diffidenza. Siamo un ordine avvolto nel mistero, per la maggior parte delle persone. Non comprenderebbero tutta questa lealtà.»

«Sempre a preoccuparti di tutto», mormorò Gaara, e le accarezzò il viso con il dorso delle dita, come per imprimersi quella sensazione. «Gli Accoliti non potevano scegliere una guida migliore.»

«Ti prometto che starò attenta», disse lei, come se avesse già anticipato le parole che lui stava per pronunciare. Gaara annuì, rincuorato, anche se quella calma gli restava addosso come una veste troppo sottile.

Poi si chinò, le prese il viso tra le mani e le sfiorò le labbra con un bacio dolce, lungo quanto bastava a far tacere il resto del mondo.

«Ti amo, Eilin. Per me il sole sorge solo per te.»

«Ti amo anch’io, onorevole Kazekage. Che la benedizione della Somma Hime possa sempre scendere su di te e tenerti stretto tra le sue braccia.»

Eilin fece un passo indietro e si sollevò la maschera dal colletto, lasciando che le ombre le inghiottissero i lineamenti. Ora era pronta ad andare.

Saltò via, rapida, e dopo pochi istanti divenne impossibile seguirla con lo sguardo.

Fu allora che Gaara avvertì una fitta improvvisa al cuore, netta, come una lama sottile. Non seppe darle un nome. Sentì soltanto l’impulso di stringere i lembi del mantello e curvare appena le spalle, come se avesse bisogno di riprendere fiato, come se, in quell’addio, qualcosa gli fosse stato strappato via insieme al calore delle sue mani.

Il viaggio verso Ame richiese quasi tre giorni. Nel deserto non c’era abbastanza acqua perché potesse evocare un Drago d’Acqua da cavalcare e guadagnare velocità; così dovette affidarsi al buon uso del chakra, correndo con passo elastico e preciso, abbastanza leggero da non sprofondare nella sabbia, abbastanza costante da non cedere alla stanchezza.

Il "treno ninja" era ancora in fase di costruzione e, per almeno un altro paio d’anni, quella rimaneva la maniera più classica per spostarsi da un luogo all’altro.

Si accorse facilmente di essere entrata nei territori di Ame quando, superato un passo montuoso, dal caldo torrido venne investita da una pioggia improvvisa e fitta, gelida sulla pelle e pesante sugli abiti. Fu come attraversare una soglia: l’aria cambiò odore, il suono del mondo si riempì di gocce e di scrosci continui. Era a causa di quelle montagne, infatti, che le nuvole non riuscivano a passare oltre, creando uno stacco netto tra un territorio e l’altro.

Ame, dopo la Quarta Grande Guerra Ninja, stava vivendo un periodo di mutamenti. Cercava di emergere dall’isolazionismo che l’aveva caratterizzata per anni: là dove era sorta la prima generazione di Akatsuki e dove, ora che i leader storici di quell’organizzazione erano passati a miglior vita, non esisteva più un governo solido capace di amministrare il luogo a livello militare, pur restando un punto strategico.

Per questo era l’ideale come rifugio per chi non aveva intenti limpidi.

Eilin socchiuse gli occhi, sentendo le gocce di pioggia scivolarle lungo il corpo. Nel contatto freddo dell’acqua avvertì anche il demone che dimorava in lei: come se, sotto la pelle, si destasse un’eco antica, beandosi del proprio elemento naturale.

Il villaggio si ergeva cupo, con quell’aspetto perennemente diroccato che pareva non appartenere a un singolo evento, ma a una lunga abitudine alla rovina. Ogni villaggio ninja aveva le sue caratteristiche, ma forse Ame era quello che più si discostava dagli altri: un sviluppo verticale di palazzi a palafitta, tubi che correvano come vene scoperte, lunghi camminamenti sospesi nel vuoto. Un’architettura semimoderna che persino Konoha aveva preso a modello per i suoi nuovi edifici, nel piano di espansione oltre la conca dove sorgeva il villaggio originale.

Sotto quella costruzione imponente si stendeva un enorme lago naturale, noto per essere stato il luogo della battaglia tra Konan e Obito.

Il permanente stato di penombra le favorì l’ingresso nel villaggio e, in linea generale, non trovò molti ostacoli. I residenti avevano da sempre un’indole cupa e si tenevano per conto loro; la corruzione che riempiva quelle strade aveva insegnato a tutti una regola semplice: guardare avanti, non fare domande, pensare prima di tutto a sé stessi.

Sicuramente tutta quella pioggia non l’avrebbe avvantaggiata nelle ricerche. Non poteva sperare di trovare orme, odori o segni che stonassero con il villaggio e che magari corrispondessero alle tracce rilevate in precedenza.

Ed era anche da sola. Questo significava impiegare tempo per circumnavigare Ame, per passare da un quartiere all’altro, da un camminamento all’altro, e sperare che ciò che Aylin aveva scoperto fino a quel momento non fosse già diventato una pista fredda.

No. Non poteva permettersi di perdere tutto quel tempo, non se c’era anche solo una flebile possibilità di trovare il covo di quella gente che si portava dietro una scia di sangue da settimane.

Scelse quindi un’altra via. Cercò di raggiungere il palazzo più alto del villaggio, un edificio su cui spiccava una costruzione metallica a forma di divinità: la bocca aperta, la lingua di fuori e una grande pipa nella mano. Ricordava che quello era stato il punto d’osservazione di Pain su Ame; perciò era certamente il luogo migliore per connettersi con la natura, ed espandere le proprie sensazioni.

Si appostò proprio sulla lingua, lì dove era appesa una grande lanterna di carta: forse l’ultimo baluardo di un’antica tradizione che Ame aveva ormai quasi del tutto abbandonato, preferendo l’industria, il metallo, il ronzio costante delle sue strutture.

Prima di socchiudere gli occhi e rilasciare il potere del Serpente d’Acqua, si concesse un ultimo sguardo a quel luogo desolato e, allo stesso tempo, affascinante. Una malinconia strana le si insinuò addosso, sottile come la pioggia. E non seppe perché, proprio in quell’istante, le tornò in mente quel giorno tragico: quando uccise per errore sua madre.

Anche quel giorno pioveva, fitto, e il suo demone si sentiva più forte che mai. Non aveva ancora sei anni, allora; i suoi sentimenti non erano stati sigillati e la forza che le scorreva dentro era troppo grande per una bambina così piccola. Bastò un momento di nervosismo, un gesto che la ferì nel profondo, un movimento improvviso. Il chakra demoniaco, che fino a quel momento era rimasto latente nelle vene, si attivò per la prima volta.

Junko, per difendere le altre due figlie, si frappose. Ma bastò un solo pugno di Eilin: la trapassò da parte a parte, come se il corpo di sua madre non avesse avuto più consistenza della pioggia.

Solo l’intervento rapido di Koyama — dopo uno scontro tutt’altro che facile — riuscì a riportare la pace. I capostipiti, invece di considerare quell’episodio una disgrazia, ne furono felici: avevano finalmente visto con i loro occhi che l’intuizione di Toshiro, impiantare i demoni quando la gestante era ancora ai primi giorni, si era rivelata giusta per la compatibilità genetica.

Ma là dove loro vedevano un successo, per Eilin rimase per sempre una ferita aperta. E quando il sigillo di obbedienza le venne rimosso, il lutto per quel gesto la investì come un’onda.

Per fortuna c’erano le sue sorelle. E c’era Gaara, che le aveva donato il suo cuore.

Scosse il capo con forza: non era il momento di lasciarsi andare ai ricordi. Aveva un dovere da compiere, e solo lei avrebbe potuto portarlo a termine.

Unì quindi le mani nel sigillo della Capra e attinse al potere del suo demone. Egli — a differenza del chakra divino dei Cercoteri di Hagoromo Ōtsutsuki - era legato agli elementi della natura: la versione Yin di una forza più grande, restituita alla terra quando Hime si tolse la vita.

Era certamente la più forte dei tre demoni serpente, tanto da essere considerata la "testa". Poteva influenzare le altre due, ma loro non potevano influenzare lei.

Non appena il chakra blu la avvolse — così intenso da essere percepibile perfino a occhio nudo — Eilin aprì gli occhi, rivelando un’iride azzurra e brillante: il segno dell’attivazione della sua innata. Come scie serpentine, il chakra si propagò in più direzioni, strisciando nell’aria e tra le strutture, alla ricerca dell’obiettivo.

Avendo imparato a rivelare e distinguere il chakra, sapeva che ogni zona imprime una “firma” diversa nelle persone che la abitano. Non era soltanto una questione di compatibilità con un elemento caratteristico della zona: era una sensazione particolare, quasi un sapore, quasi un odore.

Quello di Suna era arido e tagliente, come il deserto che li circondava. A Konoha sapeva di freschezza e di natura. E ad Ame… ad Ame era bagnato e cupo, come le profondità del lago che giaceva sotto il villaggio.

Rivelare gli estranei, perciò, non era poi così difficile. Il difficile era capire la natura del motivo per cui si trovassero in terra straniera.

La sua concentrazione era alta; il cuore le batteva nelle orecchie mentre percepiva il proprio chakra espandersi sempre di più, scivolare accanto alle persone e attraverso di esse, attraversare il villaggio come una corrente invisibile. Discreto e silenzioso, si annidava ovunque e restituiva alla ventiseienne una visione nitida di ciò che sfiorava.

C’erano davvero molti gruppi che non erano residenti del luogo, alcuni acquattati nei quartieri più malfamati, di certo non lì per turismo. Ma molti di loro non avevano un livello di potenza tale da rappresentare una minaccia così grande, e soprattutto non sembravano all’altezza dei ninja che Aylin aveva mandato a indagare in quei territori.

Eilin non si arrese. Continuò a spingere il proprio raggio d’azione, forzandolo oltre la stanchezza. Non poteva essere arrivata tardi.

Passò diverso tempo, finché una delle scie non raggiunse una baracca. Si insinuò sotto la porta, strisciò tra sedie marce e tavole gonfie d’umidità. Lì dentro giacevano persone addormentate: Eilin ne percepiva l’energia vitale, ma il loro chakra… il loro chakra era indefinito, privo di contorni.

Deglutì. C’era un solo tipo di ninja che aveva imparato a non avere una "firma", a farsi ombra tra le ombre.

«Che ci fate qui?» sibilò tra sé e sé, a denti stretti.

Ma non fu l’unica cosa a farla sussultare. Qualcuno, in qualche modo, aveva distinto nell’aria la traccia del suo chakra e, imprimendo chakra nel palmo della mano, lo colpì frammentandolo come vetro.

«Non può essere…»

E in quell’istante Eilin ebbe una vaga, terribile idea del perché i suoi compagni non avevano fatto ritorno.

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